Saint-Georges (Carmignac): “Non aspettatevi un boom come negli anni ’80”

19 giugno 2020 Focus Risparmio di Gaia Giorgio Fedi

Tempo di lettura 4 min.

Una analisi realistica sull’andamento prossimo dei mercati che condivido!

L’esperto teme che la ripresa a V verrà troncata, ma i mercati stanno ragionando solo sul breve termine. L’alto debito riduce il potenziale di crescita nel lungo. Il rischio maggiore? Dipendere troppo dall’idea che le banche centrali stampino moneta

Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac
Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac

Non c’è dubbio che l’attività economica globale si stia riprendendo – ed è assolutamente il minimo, dopo un periodo più o meno prolungato di lockdown e forti misure di stimolo sia fiscale sia monetario – ma non bisogna eccedere in ottimismo, ammonisce Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac. L’automatismo per cui dopo una forte crisi dovrebbe esserci una forte ripresa in questo caso, per l’esperto, non tiene. “Non mi aspetto nel futuro un boom come quello degli anni ’80. Innanzitutto il livello generale di debito è molto alto, sebbene non conti ripetere il solito mantra per cui è una ricetta per il disastro. In uno scenario di bassa crescita e bassa inflazione anche i tassi nominali dovrebbero restare sostenibili per qualche tempo. Ma il vero problema è che la funzione del debito resta la stessa, cioè offre spending power nel breve a spese di una minore spesa nel futuro, quindi evita gli scenari peggiori nel breve ma riduce il potenziale di spesa, quindi le attese di boom sono assolutamente mal riposte”. In un orizzonte più ravvicinato, la domanda che si pone Saint-Georges è se “la ripresa a V possa essere troncata. E noi pensiamo di sì”. I mercati, prosegue, si concentrano troppo sulla ripresa di breve termine, a testimonianza della loro fragilità.

In questo scenario, l’Europa si sta comportando particolarmente bene e sembra “aver imparato la lezione della crisi 2008-2009” perché i governi sono intervenuti e anche se ci sono stati dei casi in cui la risposta non è stata tempestiva la reazione è stata sicuramente apprezzabile rispetto ad altri casi del passato. Il poderoso pacchetto di misure messo insieme dall’Unione europea sicuramente darà una mano, soprattutto se budget e Recovery fund verranno approvati, anche se l’attuale calendario fa sì che in concreto gli aiuti arriveranno da qui a un anno, e nel frattempo dovrà essere la Bce a giocare il ruolo più importante.

In questo contesto, è lecito temere un decoupling Usa-Europa? Secondo Carmignac, in effetti sì, quanto meno sul mercato azionario. “È un fatto che l’economia europea sia più ciclica, e anche se in questa ripresa di breve termine sta facendo particolarmente bene e c’è l’idea che anche il mercato azionario farà molto bene, si tratta di previsioni che riguardano il terzo trimestre e noi dobbiamo guardare oltre. Se abbiamo ragione, il potenziale di crescita dell’Europa resterà strutturalmente debole, mentre gli Stati Uniti conteranno su un numero maggiore di player in grado di performare bene in questo contesto. Sospetto quindi che la migliore performance dell’equity statunitense continuerà, semplicemente perché si tratta di un mercato meno sensibile al macromomentum”, argomenta Saint-Georges.

Sempre restando sull’Europa, l’esperto si aspetta un aumento delle divergenze all’interno dei singoli Paesi dell’Eurozona, che potrebbe determinare un impatto sproporzionato sullo standing di credito degli stati più deboli. Tuttavia, l’esperto ha anche sottolineato che “i beneficiari indiretti dei Tltro saranno i titoli di stato” e che questo offre “occasioni di arbitraggio attraenti”, motivo per cui Carmignac detiene posizioni sui bond governativi dell’Europa periferica.

Allargando lo sguardo, l’esperto ha analizzato le prospettive Usa, dove le chance di una rielezione di Trump si sono assottigliate con il coronavirus e le tensioni sociali, ma anche la possibile elezione di Joe Biden potrebbe comunque creare problemi: in caso di sostegno sia alla Camera sia al Senato, pare inevitabile la prospettiva di un rialzo della pressione fiscale che annulli i tagli fatti da Trump. Ma su un piano positivo c’è da sottolineare che un’amministrazione guidata da Biden probabilmente darebbe slancio alla spesa per infrastrutture, e all’impegno sull’ambiente che consentirebbe al Paese di riallinearsi sull’Accordo di Parigi. In un contesto di incertezza, tuttavia, le Pmi americane potrebbero decidere di posticipare investimenti e assunzioni.

E c’è poi l’elefante nella stanza: la Cina, sulla quale Carmignac ha posizioni nelle attività domestiche. “L’economia cinese si sta riprendendo ma molto lentamente”, osserva Saint-Georges, notando anche che la ripresa ha forme diverse a seconda dell’angolazione: “è una ripresa a V nella produzione industriale, nel mercato immobiliare e nelle infrastrutture, a U negli investimenti privati, a L nei consumi. Questo vuol dire da una parte che la produzione è più avanti della domanda, e questo è il segnale di una ripresa deflazionaria, e dall’altro lato significa anche che la ripresa potrebbe non essere così ‘interessante’ per il resto del mondo”. Non solo: Saint-Georges ricorda che in un regime come quello cinese l’approvazione popolare è stata sempre legata ai tassi di crescita vertiginosi, e una ripresa debole con il suo corollario di disoccupazione potrebbe, a lungo andare, alimentare tensioni sociali.

In questo contesto, qual è il maggiore rischio per l’economia e la stabilità globale? Secondo Saint-Georges il rischio peggiore – non necessariamente quello più probabile, ma sicuramente quello che teme maggiormente – “è che raggiungiamo un punto in cui contiamo talmente tanto sulla creazione di denaro per sostenere gli asset e la stabilità economica, che la fiducia nelle politiche delle banche centrali finisca per indebolirsi. Se entriamo in questa assolutamente radicale visione in stile MMT (Modern monetary theory), se c’è la percezione della monetizzazione del debito degli stati, allora ci potrebbero essere rischi per le valute. E si tratterebbe di un fenomeno globale perché, anche al netto di situazioni diverse sui debiti, il problema potrebbe essere analogo in Usa, Europa e Giappone, e la fiducia nelle relative valute potrebbe soffrirne”, conclude Saint-Georges.

 

Alain Minc “Cancellare il debito pubblico creato dal Covid 19”

4/6/2020 La Repubblica di Anais Ginori

Un punto di vista interessante e prospettico di una visione che fino a pochi mesi addietro sarebbe stata visionaria ed ancora adesso ha soffre forti resistenze, ma che tuttavia sta delineando un nuovo solco nella gestione dei debiti pubblici futuri!

Parla il manager e politologo francese: ” Il rapporto debito-Pil in Italia potrebbe salire al 160% Bisogna evitare che il Paese precipiti in una spirale di spread crescenti”

PARIGI – “Cancelliamo il nuovo debito pubblico legato alla crisi del Covid”. A parlare così non è un militante di estrema sinistra ma Alain Minc, eminenza grigia del capitalismo francese. Consigliere ombra di tanti presidenti, tra cui Emmanuel Macron di cui è stato uno dei pigmalioni, Minc lancia attraverso Repubblica una proposta choc a proposito del bazooka monetario della Bce scattato con la crisi del Covid e del massiccio acquisto dei buoni del Tesoro italiani. “Il destino di questo surplus di debito pubblico che va ad accumularsi nella cassaforte della Bce – dice Minc – è un argomento importante almeno quanto la mutualizzazione europea dell’indebitamento per gli investimenti”. Settantuno anni, incarna l’élite francese ma anche un gusto per la controversia intellettuale. In questi giorni, pubblica il suo nuovo libro, “Mes présidents” nel quale ripercorre incontri e conversazioni all’Eliseo.

Qual è la sua proposta?
“Prendiamo l’esempio dell’Italia, che ha già un rapporto tra debito pubblico e Pil pari al 130%. Nel prossimo futuro la percentuale potrebbe salire al 160%. Dobbiamo evitare che le agenzie di rating facciano precipitare l’Italia in una spirale di spread crescenti come abbiamo già visto in passato. La mia proposta è quindi di separare il 130% del debito pubblico già accumulato che appartiene al settore privato dal surplus del 30% che sarà nelle casse della Bce attraverso il programma di riacquisto. L’obbligo di rimborso dello Stato italiano non è di fatto lo stesso nei confronti dei finanziatori privati che nei confronti della Bce”.

E quindi cosa dovrebbe fare la Bce?
“La logica suggerirebbe la cancellazione del debito detenuto dalla Banca centrale, almeno in parte. Ma è chiedere troppo al sistema finanziario e al suo conformismo. Ci sono anche controargomentazioni legali – “pacta sunt servanda” – difficili da contrastare, soprattutto nei confronti dei tedeschi. Ripeto: sarebbe la soluzione migliore. In circostanze straordinarie, misure straordinarie”.

A molti sembrerà una provocazione.
“Ne sono consapevole. Prendiamo quindi una via più semplice. La Bce dovrebbe scambiare i buoni del Tesoro con titoli perpetui a basso interesse. E aggiungo: se l’idea di perpetuità provoca un rifiuto ideologico, allora diciamo con titoli a 50 e 100 anni. Il debito pubblico sarebbe così suddiviso in due comparti: il debito detenuto da operatori privati attenti alla solvibilità dello Stato debitore con agenzie di rating in allerta e spread rappresentativi. E il debito pubblico perpetuo o a lunghissimo termine, che non peserebbe sulla solvibilità del debitore”.

Crede davvero che ci sarà ascolto per questa idea?
“Così com’è stata accettata l’idea iconoclasta dell’helicopter money, vedrete che nei prossimi mesi il dibattito ruoterà intorno alla monetizzazione del debito seguita da una parziale cancellazione della sua quota pubblica, o del suo rinvio alle calende greche. E’ una trasformazione che accadrà in ogni caso, ma senza dirlo. Esplicitando questo meccanismo monetario, è la mia tesi, potremmo rassicurare agenzie di rating e mercati. E secondo me gli inglesi, che sono i più empirici, lo faranno già prima di noi”.

Il Recovery Fund non è sufficiente?
“Sono molto colpito dal modo in cui la Germania ha abbandonato tutta la sua doxa in seguito alla crisi del coronavirus. Ha gettato via i criteri di contenimento del bilancio, ha accettato gli aiuti di Stato. Rimaneva l’ostacolo della mutualizzazione del debito. L’idea degli eurobond o coronabond non sarebbe mai passata. La Germania ha già infranto molti tabù. La soluzione che fa passare l’indebitamento per il bilancio dell’Unione è la più ragionevole”.

La pioggia di miliardi basterà?
“Se prendiamo i 500 miliardi dell’iniziativa franco-tedesca, abbiamo il 3% del Pil europeo. Se aggiungiamo l’effetto leva degli altri prestiti e investimenti, in termini di moltiplicatore keynesiano, penso che possiamo davvero essere soddisfatti. Ora però resta da vedere come saranno spesi questi soldi. Non dovrebbero servire solo per costruire ospedali”.

Come andrebbero spesi?
“Il vero problema è che ogni crisi provoca una risposta che non anticipa la crisi successiva. Nel 2008 abbiamo rafforzato la liquidità e al vigilanza del sistema bancario. E infatti, questa volta, le banche hanno potuto far fronte al crollo dell’attività economica durante l’emergenza sanitaria. Nella prossima crisi avremo un sistema sanitario che funzionerà molto meglio, ma probabilmente l’urto colpirà altrove. Penso, ad esempio, che il peggio che ci potrebbe capitare sia l’esplosione di Internet, un blackout di giorni della Rete potrebbe mettere in ginocchio i nostri Paesi. E non siamo assolutamente pronti contro questo pericolo”.

E’ ottimista sulla ripartenza dell’economia?
“Dobbiamo renderci conto che meno 10% del Pil nei paesi ricchi, con gli effetti sul commercio internazionale e quindi sui bilanci dei paesi poveri, provocherà alla fine molti più morti dei Covid. Per la prima volta dai tempi della guerra, i governanti hanno dovuto scegliere tra diversi morti. Abbiamo evitato i morti più visibili, quelli per Covid, ma abbiamo provocato morti invisibili”.

Avremmo potuto fare altrimenti?
“Credo che ci sono due ragioni per cui ci siamo gettati nel confinamento. La prima è che temiamo i cinesi ma, nel profondo, li ammiriamo. Ci impressionano. E poiché i cinesi si sono confinati, il riflesso naturale è pensare che dovessimo fare come loro. La seconda ragione è che in Occidente non c’era nessuno capace di fermare questa corsa verso il confinamento. L’unico avrebbe potuto essere un presidente rispettato degli Stati Uniti, cioè il leader dell’Occidente. Donald Trump ha detto innumerevoli cavolate e una frase estremamente intelligente ma che, detta da lui, non era udibile. “La cura può essere peggiore del problema”. Se questa frase fosse venuta da Barack Obama, il mondo avrebbe cominciato a riflettere”.

Lei parla così ora, ma non ha detto queste cose nel pieno dell’emergenza sanitaria. 
“Infatti, non pretendo di dare lezioni a nessuno. Anche io ho partecipato a questa folle corsa verso il confinamento. Ma a posteriori penso che ci siamo precipitati senza pensare. Siamo rimasti vittime, in realtà, di una dittatura di pseudo-scienziati. La guerra non dovrebbe mai essere affidata ai militari, e le epidemie non dovrebbero mai essere affidate agli epidemiologi. I militari non fanno mai la pace, occupano il territorio nemico fino all’ultimo centimetro. Gli epidemiologi vogliono sterminare il virus fino all’ultimo ceppo. L’unico potere legittimo per arbitrare tra le disgrazie è quello politico”.

 

6 cose che cambieranno nel mondo post-covid secondo Joseph Stiglitz

5/6/2020       AXA Investment Managers      (AXA AM)    Tomorrow Augmented

Capire i trend di domani per investire meglio oggi

Dall’aumento delle disuguaglianze alla deglobalizzazione, dalla nuova Guerra Fredda Usa-Cina alla mutualizzazione dei debiti europei: il Premio Nobel per l’Economia parla a tutto tondo delle conseguenze della pandemia sulla nostra vita e sul nostro portafoglio. Ecco sei cose da sapere.

Tempo di lettura: 5 minuti

Economist Joseph Stiglitz: 'Europe is on the brink' — ICRICT

Il punto di vista un attento studioso (premio Nobel per l’Economia) sulle dinamiche e le variabili da tener presenti nell’immediato futuro per tornare ad investire con fiducia.

In tutto il mondo il coronavirus sta accelerando le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. I ricchi stanno diventando sempre più ricchi, grazie all’iniezione nel sistema finanziario di colossali masse di denaro che premiano i mercati finanziari, mentre i poveri stanno perdendo il lavoro, e a volte purtroppo la stessa vita, esposti come sono al contagio anche per il tipo di occupazione che hanno. Così Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001, già capoeconomista della Banca Mondiale ed ex consulente di Bill Clinton e Barack Obama, in collegamento da New York ha spiegato nel webinar “Finanza e disuguaglianza” di AXA IM la sua visione di come cambierà il mondo dopo la pandemia, tra deglobalizzazione, nuova Guerra Fredda e solidarietà. Ecco sei punti fondamentali toccati dall’economista statunitense durante il suo intervento e le sue risposte alle domande di Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di AXA IM Italia.

 

1) Economia e politica

L’ipotesi di una ripresa economica a “V”, quindi molto rapida, è secondo Stiglitz una fantasia. Ci sono infatti due fondamentali incertezze: come andrà la pandemia e quanto saranno efficaci le misure varate da Governi e banche centrali per aiutare l’economia. Due incertezze che si aggiungono a quelle già esistenti, come i cambiamenti strutturali dell’economia, con la transizione digitale, e il cambiamento climatico. L’economia non si riprenderà fino a quando la pandemia non sarà definitivamente sotto controllo, spiega il premio Nobel. Anche se possiamo già immaginare come sarà il mondo post-Covid: secondo Stiglitz lo Stato riacquisterà un ruolo centrale, anche per migliorare ricerca scientifica, sanità e sistemi di protezione sociale. E saranno più percepibili i limiti di un mercato lasciato senza controllo.

 

2) Disugualianze

La pandemia e la pioggia di denaro iniettata nel sistema finanziario da Governi e banche centrali stanno aumentando le diseguaglianze. In quali modi? Stiglitz ne indica uno su tutti: le politiche monetarie messe in piedi dopo la crisi del 2008, con tassi di interesse bassi o addirittura negativi e le iniezioni di denaro dei Quantitative easing. Il risultato di queste politiche è che i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi e quelli delle azioni sono saliti. Il problema è che negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, è la parte più benestante della popolazione ad avere una forte componente azionaria in portafoglio. Chi vuole sicurezza, come per esempio i pensionati o le fasce meno abbienti, è invece costretto a investire i propri risparmi in titoli di Stato che oggi rendono poco o nulla. Il coronavirus secondo Stiglitz ha mostrato tutte le debolezze delle disuguaglianze, con le fasce di popolazione più deboli doppiamente esposte al virus, perché povere e in generale esposte a lavori più pericolosi.

 

3) Stati Uniti

Perché gli Stati Uniti hanno una disoccupazione così alta? Perché il contagio si è diffuso così in fretta? Perché ci sono stati così tanti decessi? L’America era impreparata al virus per via delle debolezze del sistema sanitario e di quello della sicurezza sociale, spiega Stiglitz, che ricorda come i tagli di budget abbiano soppresso anche una speciale task force anti-pandemia voluta a suo tempo dall’ex presidente Barak Obama. C’è inoltre un peso eccessivo della “corporate America” (quindi delle grandi imprese) nel progettare le risposte economiche al virus, nota il Nobel, che per le elezioni presidenziali di novembre scommette sulla vittoria di Joe Biden contro Donald Trump.

 

4) Europa e  Italia

L’economia europea è grossomodo grande come quella statunitense, sottolinea Stiglitz, ma oltreoceano sono stati già spesi tremila miliardi di dollari (e altri ne arriveranno), mentre nel Vecchio continente si discute di un Recovery Fund da 750 miliardi di euro. Il calibro della risposta europea è insomma meno di un terzo di quello americano. E’ chiaro che i singoli Paesi non possono finanziare da soli una risposta alla pandemia, sottolinea il Nobel. Anche perché quelli più colpiti dal virus, come Italia e Spagna, sfortunatamente avevano già un livello di debito pubblico alto prima del contagio. L’idea di accumulare maggior debito nei singoli Paesi anziché mettere in piedi meccanismi di solidarietà secondo Stiglitz è inquietante. Nel breve e medio periodo il debito non preoccupa, spiega l’ex consulente economico di Clinton e Obama, ma nessuno può prevedere cosa accadrà sul lungo termine. Se i tassi in futuro dovessero salire, i Paesi più indebitati rischiano di vedersela brutta. Ecco perché secondo Stiglitz bisogna mettere in campo gli eurobond, o comunque forme di solidarietà e mutualizzazione dei debiti, e deve trattarsi di erogazioni, non prestiti. E’ giusto che ci siano delle condizionalità come chiedono i Paesi nordeuropei, magari tese allo sviluppo dei servizi sanitari e della green economy, ma deve trattarsi di condizionalità in linea con i valori dell’Europa, conclude l’economista statunitense.

 

5) Nuova guerra fredda e globalizzazione

Il conflitto multiforme tra Cina e Stati Uniti si sta scaldando, spiega Stiglitz, spinto dalla gara economica, dalla competizione geopolitica e da ragioni di sicurezza nazionale. Con l’Europa schiacciata in mezzo alle due superpotenze. Si tratta di una “nuova Guerra Fredda” che non finirà nemmeno se alla Casa Bianca approdasse  un presidente democratico. In questo caso, il conflitto potrebbe focalizzarsi  di più sui problemi legati ai diritti umani e sulla ricerca di aree di cooperazione per la lotta al climate change e a emergenze sanitarie come il coronavirus. Secondo Stiglitz, con un presidente democratico, ci potrebbe essere maggior razionalità ed equilibrio nell’agenda economica. Quanto al commercio, l’era dell’iperglobalizzazione è finita, chiarisce il Nobel, e la crisi ha accelerato un trend che era visibile anche prima della pandemia: tra il 2008 e il 2019 la fetta del Pil mondiale legata al commercio è scesa, in particolare gli investimenti diretti nelle economie emergenti.

 

6) Come investire

La gente oggi ha paura, spiega Stiglitz, anziché spendere i soldi che guadagna li lascia sul conto corrente. Per far ripartire l’economia bisogna quindi ricostruire un clima di fiducia. Quanto agli investimenti in dollari, il Nobel sottolinea il suo scetticismo sui rischi valutari: i movimenti dei cambi sono legati a fattori politici difficili da prevedere. Quanto alla corsa a Wall Street del settore tecnologico, Stiglitz è convinto che ai livelli attuali i colossi digitali siano sopravvalutati. Il settore rappresenta senza dubbio il futuro, ma ci sono alcuni elementi che potrebbero frenare la galoppata dei giganti del Nasdaq: politiche anti-monopolistiche, la concorrenza di nuove società e il possibile rallentamento di modelli di business basati sulla pubblicità.

 

I mali della monetizzazione del debito pubblico

3/6/2020 We Wealth

di Nicola Mansi

A settimane alterne, qualche forza politica spinge verso il ritorno alla vecchia “lira” ed a riappropriarsi del nostro debito. Ho verificato sul campo se la strada è percorribile o si tratta del solito annuncio ad effetto? Rispondetevi da soli!

 

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi

Chi oggigiorno non ha udito frasi del tipo: “Riappropriamoci della nostra moneta e del nostro destino, basta con questa Europa iniqua! La moneta è una mera invenzione dell’uomo, non può condizionare la vita, lo sviluppo ed il destino dei popoli! Battiamo moneta ed usiamola per quel che ci serve! Eliminiamo il debito che abbiamo contratto e ripartiamo da zero!”

Da qui nasce il concetto della “monetizzazione del debito”.

Ma è davvero una strada percorribile?

Per esempio tempo fa ha fatto scalpore, prima della formazione del nuovo governo, uno dei punti del contratto di governo (poi cancellato) che prevedeva (la richiesta alla BCE di cancellare 250 miliardi di debito italiano.

Così in questi giorni mi sono nuovamente chiesto: è proprio così?

Ho deciso quindi di rispolverare i miei vecchi testi universitari, di approfondire la materia ed addentrarmi nelle moderne teorie sul tema.

Il concetto di partenza a cui si riferiscono con faciloneria le destre sovraniste o le sinistre radicali (che poi sono estremi della stessa medaglia, che ha il volto del populismo) è semplice: è necessario creare moneta dal nulla.

Esattamente lo dovrebbero fare le banche centrali e con questa acquistare titoli di stato direttamente dai Governi, versare loro liquidità e magari azzerare i debiti pubblici.

Facile facile, senza costi, purtroppo però alle Banche Centrali (siano esse la BCE o la Fed o la Banca d’Italia) è vietato operare in questo modo, alla base del loro mandati ci sono altre finalità da perseguire, come ad esempio mantenere la stabilità dei prezzi, l’inflazione sotto controllo (entro precisi parametri), perseguire obiettivi di politica monetaria, combattere la disoccupazione.

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi.

La moneta ha valore solo se riflette quello dei beni e dei servizi prodotti. Allora si crea inflazione che nella sua forma può malata diviene iperinflazione e consiste in un aumento smisurato e continuo dei prezzi, che impoverisce l’economia perché i prezzi perdono la loro funzione di segnalare, attraverso la scarsità, la migliore allocazione delle risorse.

Il più importante caso storico rimasto nella memoria collettiva di iperinflazione è quello della Repubblica di Weimar in Germania durante gli anni venti.

Già allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, per fronteggiare l’immane sforzo bellico, la Germania abolì la convertibilità aurea del marco.

Il governo perseguì la via del finanziamento statale incrementando la stampa di banconote. Come una bomba ad orologeria, gli squilibri finanziari derivanti dalle immense necessità di spesa dello Stato per ragioni di guerra esplosero dopo un lustro in tutta la loro drammaticità.

Nel periodo direttamente successivo, cioè tra il 1919 ed il 1923, l’inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Una malattia subdola.

Una volta che l’inflazione è aumentata, c’è un solo doloroso modo per farla rientrare a livelli accettabili: spingere l’economia in recessione alzando i tassi, far fallire le aziende marginali, ossia quelle più deboli, distruggendo di conseguenza posti di lavoro.

La Federal Reserve di Saint Luis distingue le passività di un governo possono essere di tre tipi:

  1.  moneta
  2. le riserve delle banche centrali
  3. debito del Tesoro

La moneta e le riserve delle banche centrali sono considerate denaro, mentre il debito del Tesoro no.

L’atto di convertire il debito in danaro è spesso etichettato come “monetizzazione del debito”.

Quindi la monetizzazione avviene nel momento in cui la politica monetaria si incrocia con la politica fiscale.

Tecnicamente la monetizzazione avviene quando si utilizzano gli strumenti di politica monetaria – la valuta per accomodare gli scambi e le riserve delle banche centrali per regolare i prestiti ad imprese e famiglie da parte delle banche private – per finanziare il debito pubblico.

Perché la monetizzazione del debito è così rischiosa a differenza dei quantitative easing, il finanziamento diretto dei Governi crea moneta indipendentemente dalle necessità dell’economia, e scatena così inflazione senza per questo garantire una bassa disoccupazione

La prima obiezione alla monetizzazione è appunto questa: troppa moneta “creata dal nulla” farebbe aumentare l’inflazione, e tanto.

È così? La relazione tra la “moneta della banca centrale” e l’inflazione può non essere diretta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché la Bce, la Fed, la Banca del Giappone abbiano aumentato questa base monetaria senza risolvere il problema della bassa inflazione.

Governi disciplinati? Tutto si può fare, con le circostanze giuste e in quantità moderate. Quale governo ha però l’autodisciplina di contenere la propria fame di risorse apparentemente “gratuite”, non così impopolari come le imposte né costose come i titoli di Stato?

Una volta aperta la porta – è il timore di molti – non si chiuderà mai più. In Argentina, in Venezuela – e in diversi altri Paesi – la porta non si è più chiusa.

L’argentina decide di “stampare moneta” – Il caso dell’Argentina

Esistono però molti casi in cui le cose sono andate diversamente, ad esempio l’Argentina. Il Paese ha, più volte, l’ultima durante la presidenza Kirchner monetizzato il proprio debito pubblico, esattamente come da noi vorrebbero fare i sovranisti.

La conseguenza è stata che la sua base monetaria è quindi aumentata a ritmi sempre più grandi e tra gennaio 2010 e febbraio 2020 è cresciuta del + 1300%.

L’inflazione da parte sua ha risposto subito, passando dal una media annua del 7,7% del 2009 al 53,8% annuo del 2019. Provate ad immaginare per un pensionato o un reddito fisso cosa può significare questo o il kaos sociale che ne deriverebbe?

Il venezuela e l’inondazione da moneta – Il caso del Venezuela 

Il processo potrebbe essere anche molto più rapido, come successo per esempio in Venezuela, dove la base monetaria a gennaio 2015 era pari a 8 milioni di bolivares, mentre a gennaio 2020 era salita a 38.200 miliardi.

L’inflazione del paese che era già al 180% è salita fino al 130.000% nel 2018, poi calata al 15.000%. Nel 2019 è stata riconosciuta dal Governo al 9500%

La moneta praticamente spazzatura senza valore, varie foto di repertorio le riportano materialmente buttata via.

Iniezioni dirette e indirette. 

Come è possibile che la stessa cosa non sia accaduta in Giappone, in Europa, negli USA, dove le banche centrali hanno forzato la creazione di base monetaria con massicci programmi di titoli di Stato?

Le differenze sono tante. La autorità monetaria in queste economie, hanno acquistato titolo di Stato sul mercato (secondario) e non direttamente dal Governo (primario): la moneta così creata è stata versata al sistema finanziario (dove ha creato inflazione, facendo salire le quotazioni), il quale ha generato offerta di moneta per l’economia reale solo lentamente, in stretta relazione con la domanda di credito delle imprese e delle famiglie e quindi con le necessità dell’economia (seppur con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso).

Un governo finanziato dalla banca centrale, invece, immette subito tutta la moneta in circolazione, e in dipendenza da scelte solo politiche. Il quantitative easing è una monetizzazione? 

Dal 2009 le banche centrali hanno iniziato a finanziare sul mercato secondario indirettamente gli stati acquistando titoli di Stato già emessi (quindi debito circolante e non creato ex novo).

Questa politica non convenzionale, conosciuta come quantitative easing, può essere considerata una forma di monetizzazione? «In senso tecnico no. Dal momento che una monetizzazione del debito a tutto tondo deve essere permanente, mentre il Qe è una forma di sostegno temporaneo, più vicino quindi a un prestito. Resta da capire però come verrà gestito il tema del reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza.

Reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza. Se ciò accadesse all’infinito si potrebbe parlare di monetizzazione».

In questo senso potremmo semplificare la definizione di monetizzazione: essa corrisponde a quanta quota di titoli pubblici che hanno le banche centrali in bilancio senza avere l’intenzione di ricollocarli. 

E il Qe della Bank of Japan? Non ha limiti e viene effettuato per mantenere il livello dei tassi (pari allo 0) al livello desiderato.

In sostanza la BoJ fa una manutenzione della curva del debito comprando sul secondario titoli praticamente pari quasi al deficit annuo, 6-7% del Pil, quindi in questo caso in QE della banca del Giappone può essere inteso come monetizzazione.

Per completezza si rende necessario un ulteriore passo indietro, perché abbiamo descritto l’effetto finale perverso di una monetizzazione fuori controllo, che in sostanza causa inflazione a dismisura, ma occorre risalire alla relazione iniziale che legava la moneta emessa e circolante rispetto alla sua garanzia fiduciaria che fungeva in origine da “ancora”, con il bene reale per eccellenza : “l’oro.”

Questo era il sistema di conversione diretta, il “Gold Standard”, che però ha fallito a causa di errate politiche monetarie e protezionistiche volte a fronteggiare cicli economici recessivi e che portarono alla Grande depressione, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e barriere commerciali amplificarono tale disastro economico.

Negli anni ’30, il controllo del mercato dei cambi aveva minato il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale.

In quel periodo, i governi avevano usato politiche di svalutazione per far crescere le esportazioni giocando sulla competitività del cambio, con lo scopo di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, causando, però, come effetti collaterali la caduta a picco delle entrate nazionali, la riduzione della domanda, un enorme aumento della disoccupazione ed un declino complessivo del commercio mondiale.

Gli scambi si ridussero a ristretti blocchi di monete (di gruppi di nazioni che usano la stessa valuta, come ad esempio il blocco della sterlina inglese nell’impero britannico).

Questi blocchi ritardarono la circolazione di capitali e le opportunità di investimenti stranieri.

Si giunse cosi nel luglio del 1944 agli accordi di Betton Woods (USA) che oltre a prevedere la costituzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di stabilità costituito dai cambi fissi tra le monete e dal ruolo centrale del dollaro.

Con gli accordi di B.W. furono gettate le basi del sistema di relazioni monetarie internazionali durati fino all’inizio degli anni settanta.

A Bretton Woods si introdusse un “gold exchange standard”, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Favorirono un sistema liberista più che statalista. Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente da Bretton Woods non prevedevano un corretto controllo della quantità di dollari emessi, permettendo così agli USA l’emissione incontrollata di moneta, fatto contestato più volte da Francia e Germania in quanto gli USA esportavano la loro inflazione, impoverendo così il resto del mondo Fino all’inizio degli anni ’70, il sistema fu efficace nel controllare i conflitti economici e nel realizzare gli obiettivi comuni degli stati.

In seguito, la guerra del Vietnam e il programma di welfare chiamato Grande Società fecero aumentare di molto la spesa pubblica statunitense e misero in crisi il sistema: di fronte all’emissione di dollari e al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve in oro.

Ciò spinse il Presidente Nixon, il 15 agosto 1971, ad annunciare, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, approvando la legge che sospendeva l’obbligo per la Federal Reserve di convertire dollari in oro al rapporto fisso di 35 dollari l’oncia, stabilito nel 1944 a Bretton Woods.

Si arrivò infine con lo Smithsonian Agreement, quando gli USA abolirono la convertibilità del dollaro in oro, decretando di fatto la morte del sistema aureo e la nascita del sistema fluttuante dei cambi flessibili creato dagli stessi USA.

In conclusione appare chiaro che nell’ambito delle politiche monetarie ed economiche non esistono formule “buone” per tutte le stagioni, vanno applicate cum grano salis e per periodi limitati affinchè diano ristoro e non si ritorcano contro; trovo calzante questa frase di San Girolamo “ Le virtù esercitate senza moderazione e misura devono essere considerate vizi”.

 

Quanto costerebbe ai paesi europei il crollo del mercato unico Ue?

14 Maggio 2020 Il Sole 24 Ore di Alberto Magnani

L’insostenibile gravosità dell’essere. Troppo spesso si parla a vanvera dei presunti benefici del tornare allo stato ante UE, poi però guardiamo meglio i dati, difficili da rendere troppo faziosi e ragioniamoci….tutto il resto sono chiacchiere.

La dissoluzione della mercato unico produrrebbe effetti pesantissimi sulle economie continentali. Ma non tutti i paesi (e i settori) ne soffrirebbero ugualmente

Illustrazione di Maria Limongelli/ Il Sole 24 Ore

Il dubbio aleggiava dall’inizio della crisi del Covid-19. Ora è stata la vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager, a renderlo esplicito: «C’è il rischio di frammentazione del mercato unico». La pandemia di coronavirus sta spingendo la Ue verso tracolli del Pil disastrosi nel 2020. Lo scenario più temuto, però, resta quello accennato da Vestager: cosa succederebbe se il mercato comunitario crollasse davvero, facendo saltare il processo di integrazione e impedendo alla Ue di mettere a frutto le sue politiche di coordinamento?

Un report del Servizio ricerca del Parlamento europeo (European parliament research service, Eprs), il think tank dell’Eurocamera, si è spinto a stimare una perdita aggregata di 3.600 miliardi di euro, in aggiunta ai 1.160 miliardi di euro che già rischiano di essere bruciati quest’anno secondo le stime del Fondo monetario internazionale. Il calo sarebbe frutto di un incrocio di fattori che va dal tramonto totale delle istituzione di Bruxelles al “semplice” congelamento delle sue strategie di integrazione, in alcuni casi già messe in stand by dall’allarme Covid-19.

Il doppio colpo della «minaccia mortale» alla Ue
L’indagine del Eprs tiene in considerazione due fattori diversi, e complementari, nella «minaccia di morte» che incombe su Bruxelles: la fine a tutti gli effetti della Ue e le perdite derivanti dalla mancata applicazione di politiche comunitarie in 50 settori, dal digitale al fisco.

Per iniziare dalla prima, la dissoluzione della Ue, la stima più «cauta» del think tank parlamentare pronostica un calo annuo dell’economia dal 3 all’8,7% del Pil continentale: l’equivalente di una perdita compresa tra i 480 e i 1.380 miliardi di euro. L’impatto varia poi a seconda di alcuni criteri, inclusi “anzianità” e peso specifico nell’economia europea. Per i membri di lunga data della Ue, come Germania, Francia o Italia, la «piena disintegrazione» del progetto comunitario comporterebbe una flessione della produzione aggregata del 5,2%, con un 3,4% del calo provocato dalla sola fine del mercato unico.

Per le economie più ridotte o fresche di adesione alla Ue, il bilancio sarebbe anche più doloroso: il fallimento del progetto comunitario può tradursi in una perdita totale del 10,7% della produzione (con un 7,5% del calo dovuto all’addio al mercato unico). A sognare una «Europa senza Ue», come la definisce il think tank, sono semmai i mercati esterni al perimetro comunitario. L’Eprs stima un rialzo del Pil dell’1,6% per le economie extra-europee, avvantaggiate dalla minore competività dei singoli paesi Ue in un contesto globale.

Il secondo nodo è quello del «costo di non avere la Ue», ovvero rinunciare alle policy ora implementate su scala continentale o arrestare quelle programmate per il futuro. Il ritardo o l’interruzione delle politiche comunitarie può comportare una perdita di 2.200 miliardi di euro nell’arco di un decennio, pari al 14% del Pil attuale della Ue.

Tradotto in qualche esempio, è l’equivalente di vanificare benefici fino a 71 miliardi di euro sul piano fiscale o «congelare» un potenziale fino al 3,7% del Pil (da 297 a 586 miliardi di dollari) nel mercato dei servizi e dall’1,2 all’1,8% del Pil (183-296 miliardi) in quello dei beni. Sommando i due scenari principali, la fine della Ue e lo stand-by dei suoi proogetti di integrazione, si arriverebbe così a una economia ridotta dal 17% al 22,2% rispetto alle dimensioni attuali, pari a una perdita dai 2.700 ai 3.600 miliardi di euro.

Chi perderebbe e vincerebbe (?) senza la Ue
Di sicuro le dimensioni della crisi variano a seconda dei paesi e del loro margine di guadagno dall’adesione alla Ue. Secondo un’analisi della Banca centrale europea, il mercato unico ha prodotto tra 1993 e 2008 un premio sulla crescita pari al +12-22% del Pil pro capite rispetto a quello che si sarebbe registrato in sua assenza (in sostanza, i paesi dell’area hanno goduto di un incremento del Pil pro capite superiore rispetto ai paesi esterni al mercato unico, quantificato appunto in una crescita superiore del +12- 22% del reddito personale).

Ma i vantaggi non sono stati pari per tutti,con alcune sorprese quando si dà un occhio alle economie privilegiate dall’integrazione europea. Le economie di dimensione più ridotta hanno guadagnato maggiormente dall’ingresso nella Ue grazie all’apertura delle proprie aziende a un mercato più vasto e liberalizzato, l’accesso a risorse qualificate dal mercato del lavoro e una pur parziale «deconcentrazione» del potere economico dai grandi paesi industriali. È il caso del Portogallo (dove il premio sulla crescita rispetto ai paesi esterni al mercato è stato pari al +32,88%) e dei Paesi Bassi (+33,40), mentre l’impennata sopra la media dell’Iranda (+81,46%) è dovuta anche al ricorso a politiche fiscali favorevoli all’attrazione di multinazionali del tech, come del resto successo anche in Olanda.

L’IMPATTO DEL MERCATO UNICO SUI SINGOLI PAESI
1993-1999 1999-2008 1993-2008
Denmark -0,08% 5,75% 5,67%
Italy 6,92% 0,04% 6,96%
France 0,05% 9,72% 9,77%
Belgium -4,68% 17,01% 12,33%
Germany 0,80% 13,60% 14,40%
United Kingdom 10,66% 4,65% 15,31%
Greece 7,78% 11,18% 18,96%
Portugal 15,29% 17,59% 32,88%
Netherlands 9,28% 24,12% 33,40%
Spain 12,54% 22,17% 34,71%
Ireland 37,33% 44,13% 81,46%

 

Viceversa, paesi di grandi dimensioni come Italia, Francia e Germania sono accomunati da un premio sulla crescita più modesto: +6,96% per l’Italia (a fronte di un premio sul reddito pro capite pari ad appena il +0,4% tra 1999 e 2008), +9.77 per la Francia (dinamica contraria: stasi al +0,05% tra 1993 e 1998 e impennata del +9.72 dal 1999 al 2008) e Germania (+14,40%, anche qui con crescita dello 0,8% fino al 1999 e del +13,60% da lì al 2008).

È andata meglio alla Spagna (+34,71%, favorita anche da riforme interne e lo smantellamento del corporativismo franchista) e allo stesso Regno Unito che si è avviato al divorzio dalla Ue (+15,3%). «È comunque difficile quantificare chi ha potuto beneficiare di più dell’Europa, grandi e piccoli ne hanno goduto in maniera diversa» dice Gregory Claeys di Bruegel, un think tank. Certo, aggiunge Claeys, «forse vivere senza la Ue è difficile ma lasciare l’Eurozona in tempi di globalizzazione sarebbe una catastrofe».

È sempre la globalizzazione la chiave per capire quali segmenti subirebbero di più la dissoluzione della Ue. Ilaria Maselli, economista senior al Conference board, sottolinea come il mercato unico abbia giovato soprattutto ai settori «dove le aziende vendono beni e servizi ‘tradable’, quelli che possono essere commerciati su scala internazionale e quindi hanno beneficiato dalla globalizzazione – dice – E ora sarebbero loro a soffrire di più da una fine del mercato unico, che in fondo è una globalizzazione “con gli steroidi”».

In pochi sembrano credere allo scenario di un tramonto completo della Ue e soprattutto del suo asse ritenuto più conveniente, il mercato unico, non a caso al centro delle contese tra Londra e Bruxelles per il futuro dei rapporti bilaterali fra i due blocchi. Eppure il Covid-19 ha assestato nuovi colpi alla stabilità del disegno comunitario, facendo scricchiolare anche principi come l’indipendenza della Bce e la sovra-ordinazione di istituti come la Corte di giustizia europea. «Indietro non si possa tornare – dice Maselli – Il problema è come, e se andremo avanti».

 

Una seria valutazione su l’ipotesi dell’imposta patrimoniale.

We Wealth 8 GIUGNO 2020 DI NICOLA MANSI

Il nostro gigantesco risparmio è il nostro carburante, se non lo sfruttiamo noi, si erode e alla fine ne approfitteranno altri attraverso l’acquisizione delle nostre banche

Di questi tempi, molti consulenti che operano sul campo si sentono porre

quotidianamente il quesito se arriverà la scure dell’imposta patrimoniale? La risposta

non può che essere che soggettiva e tendente a rassicurare l’interlocutore, ma poi

ragionandoci a mente fredda si comprende il perché non sembra essere una ipotesi

percorribile, sicuramente non nel breve periodo e probabilmente neanche nel medio.

Da buon operatore finanziario mi piace documentarmi ed approfondire ed ecco quindi i dati nudi e crudi : ogni anno il nostro paese produce circa € 1800 miliardi ricchezza

(PIL ITALIA) e ha un debito pubblico pari al 136% del suo stesso PIL, poco meno di

€ 2450 miliardi (dati pubblicati dal Mef al 16/3/2020)

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Evoluzione del debito pubblico italiano FONTE :

http://mazzieroresearch.com

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Ante COVID (ma si stima possa arrivare al 155% con i provvedimenti intrapresi dal

Governo di supporto e stimolo all’economia). Di questa enorme massa il 112% è in

mani a investitori privati (BCE e Banca Italia per un 20%, le altre banche e le

istituzioni finanziarie come assicurazioni e fondi, per il 45% e solo il 6% in mano a

famiglie ed imprese italiane) la rimanente parte è in mano ad investitori esteri. Risulta

evidente quindi che la fiducia dell’italiano medio e delle imprese rispetto alla capacità

dello Stato pagatore è piuttosto bassa a giudicare da quanto detenuto dai privati non

professionali. In compenso però giacciono praticamente inattivi sui C/C bancari e

conto depositi la bellezza di € 1.578 miliardi (bollettino ABI di febbraio). Eppure

appare un controsenso perché paghiamo la bellezza di € 79 miliardi ogni anno di

interessi che rapportati al debito rappresenta un tasso medio di interesse pagato sul

debito del 3,1%. Per questo è importante mantenere basso lo Spread ed alto il Rating

e che vi sia una partecipazione attiva delle istituzioni e banche centrali nell’acquisto

del nostro debito, altrimenti chi se lo compra, visto che siamo noi i primi a non

fidarci?. Il Bilancio dello Stato è dato nel 2019 da Entrate per € 578 miliardi e Spese

per € 638 miliardi delle quali : spese correnti (necessarie a mandare avanti la

macchina) € 509 miliardi, spese in conto capitale (investimenti) € 50 miliardi e

interessi sul debito € 79 miliardi (fonte Mef). Secondo i dati della CGIA di Mestre

nel 2019 la pressione fiscale ci colloca in Europa al 6° posto con il 42% di pressione

fiscale e tra imprenditori e liberi professionisti oltre il 50% (da cui va ricercata la

motivazione più profonda che spinge intellettualmente a giustificare un certo tipo di

evasione fiscale), incassando così dalle sole tasse € 507 miliardi. Ma la c.d.

patrimoniale c’è già nei fatti; la casa con l’IMU frutta la bellezza di € 22 miliardi

ogni anno ossia il 3,4% dell’intera spesa e non include la prima casa, (che potrebbe

sempre essere ripristinata nello scenario peggiore), l’intero risparmio inoperoso è

gravato del bollo dello 0,20% (Bollo Monti) e del 26% sui guadagni di capitale (cd

bollo Renzi). Tutto questo pressoché con qualsiasi condizione esterna, contrariamente

alle nostre attività lavorative o alle vicende legate alle nostre singole vite. In sintesi

esiste già una gallina da sfruttare che produce uova d’oro, c’è però il rischio che

appesantendola ulteriormente si finisca per  strozzarla. L’unico capitolo da ritoccare saranno le

imposte di successione che fanno del Belpaese un’isola felice. Qui da noi le imposte

di donazione e successione sono in linea diretta del 4% sino ad un massimo dell’8%

con una franchigia tra parenti diretti di 1 milione per ognuno di essi. Niente rispetto a

qualsiasi altro paese europeo dove l’imposta massima arriva al 20-34-43-60% e

spesso senza alcuna franchigia. Questa a detta di tutti gli addetti ai lavori sarà

sicuramente un campo da rivedere senza paure di incidere enormemente sul tessuto

sociale .

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Quello che al contrario occorrerebbe è un maggior raccordo tra la capacità

di risparmio dei privati rivolta all’economia reale, al supporto delle imprese

per intenderci , specie le PMI che costituiscono l’80% dell’ossatura del

nostro sistema produttivo, spesso ricco di eccellenze assolute in settori di

nicchia e alla progettazione di grandi opere pubbliche ed il coordinamento

dei progetti infrastrutturali europei e nazionali in coesione con fondi dedicati.

In effetti tre anni indietro per puntare sull’azienda Italia furono avviati i PIR

(Piani individuali di risparmio), ossia fondi azionari ed obbligazionari investiti

per almeno il 30% in PMI, che concedono l’esenzione fiscale a chi resta

investito un quinquennio. Una innovazione nel ramo degli investimenti che ha

permesso di raccogliere in due anni più di 15 miliardi, finita però in pausa

all’inizio del 2019 perché la Finanziaria ha ulteriormente ampliato la loro

possibilità di acquistare piccole imprese non quotate, aprendo così un

dilemma per l’aumento di rischio che ha stoppato per 2 anni i nuovi flussi di

raccolta in questi investimenti. In conclusione il nostro gigantesco risparmio

è il nostro carburante, se non lo sfruttiamo noi, si erode e alla fine ne

approfitteranno altri attraverso l’acquisizione delle nostre banche e delle

SGR. Perché allora non ipotizzare che Stato e imprese possano collaborare

per realizzare infrastrutture ad elevato moltiplicatore, e modernizzare il

Paese, coinvolgendo anche la liquidità delle famiglie? Un Paese prospera

solo quando il denaro circola, non quando resta inutilizzato su un conto. Più

che patrimoniale occorre convogliare una parte dell’enorme risparmio dei

cittadini trasformandolo da passivo in attivo, aiutando le imprese attraverso

l’entrata nelle stesse, di fondi di Private Equity, di Venture Capital, di Private

Debt, distribuiti ai risparmiatori ed incentivati fiscalmente con orizzonte

temporale di medio lungo termine (7-10 anni), con ritorni soddisfacenti,

destinati a far crescere le imprese ad aprirle al mercato, ad accompagnarle

alla quotazione, a trasformarle da imprese famigliari a public company, a

cercare nuovi partners e sbocchi su mercati internazionali, a sviluppare

quella ricerca con prospettive economiche interessanti ed allo sviluppo dei

brevetti. In ultimo occorrono anche sul piano delle istituzioni comunitarie

investimenti pubblici e contributi agli investimenti privati, soprattutto in

infrastrutture fisiche e digitali, ricerca e innovazione, istruzione e formazione,

finanziati con Eurobond (dei quali si sta discutendo in questi giorni), Pepp

(Pandemic Bond), BEI, FEIS (Fondo europeo investimimenti strategici) ecc. ,

tutti Special Purpose Vehicles, finanziati con questi fondi e che sposino

progetti infrastrutturali ad alto valore di crescita. Indirizzare così queste

risorse in fondi di procjet financing ad infrastrutture volte a modernizzare il

paese con nuove strade, porti, ponti, contrasto al dissesto idrogeologico,

che tanto ci costa ogni anno. Investimenti nel settore turistico, che

rappresenta la nostra maggiore vocazione, o in tutta la filiera

dell’agroalimentare di qualità o del made in Italy enogastronomico certificato

e destinato quasi totalmente all’export. A questo punto, ma solo a questo

punto, dopo aver puntato seriamente sulla rinascita del paese e non

sull’assistenzialismo fine a se stessa (anche se necessario nei momenti più

drammatici ed emergenziali), puntiamo ad una seria lotta all’evasione, quella

più incancrenita, sfuggente ed odiosa (si calcolano fino a 110 miliardi di

gettito annuali evasi)……… oramai gli strumenti informatici per stanarla e

perseguirla ci sono tutti ed è solo questione di volontà politica…….ed

allora……altro che gettito da patrimoniale una tantum!!!!! Una ultimissima

nota alle nostre garanzie finanziarie dove poter attingere per tutto questo

enorme piano di crescita a moltiplicatore attivo, ci sarebbero oltre a € 1487

miliardi giacenti sui C/C, altri € 3000 miliardi in azioni obbligazioni e risparmio

gestito (fondi ed assicurazioni) e ricordiamoci infine che pur non essendoci

alcuna intenzione di toccarle, la Banca d’Italia ha un indice di ulteriore

solvibilità fornito da riserve ufficiali per € 163 miliardi, delle quali l’oro da solo

ne rappresenta il 69%, ossia 2462 tonnellate a gennaio 2020. (https://

www.mazzieroresearch.com/wp-content/uploads/2020/02/Italia-

economia-a-fine-2019.pdf). In sintesi, non siamo ancora giunti al caso

della Grecia, per la quale si ipotizzò la condizione di dover vendere il

Partenone!

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Tassa patrimoniale “ipotesi remota”

7 maggio 2020 Focus Risparmio di Alessio Trappolini

 

Più che patrimoniale occorrerebbe convogliare una parte dell’enorme risparmio dei cittadini (oltre 2000 miliardi di euro giacenti sui c/c delle banche) sulle PMI italiane che costituiscono l’ossatura dell’80% del nostro sistema produttivo, aiutandole attraverso fondi di Private equity e veicoli dedicati a crescere, aprirsi ai mercati, cercare nuovi sbocchi internazionali. Destinare parte di qui soldi alla ricerca, allo sviluppo dei brevetti, alle infrastrutture che migliorino il paese e contrastino il dissesto idrogeologico, metteteci anche una seria lotta all’evasione incontrollata (120 miliardi di gettito annuale) ……. ed altro che patrimoniale una tantum!!!!!

Mazziero allontana l’ipotesi di una tassa sul patrimonio degli italiani ma ammonisce dall’investimento in titoli del Tesoro: “Basta Bot-people, bisogna investire con la mentalità da imprenditore”

Maurizio Mazziero, osservatore e attento studioso delle finanze italiane

 

Patrimoniale si, patrimoniale no? Il dilemma che in questo momento passa per la mente di tanti italiani preoccupati per le vicissitudini che interessano il Paese dal punto di vista sia sanitario sia economico.

Per Maurizio Mazziero, osservatore e attento studioso delle finanze italiane – da diversi anni direttore di un Osservatorio sui conti pubblici italiani – per il momento non c’è motivo di preoccuparsi sull’eventualità di una tassa sul patrimonio degli italiani, per due precise ragioni.

La prima è che l’Italia, come altri Paesi della zona euro, al momento gode di una solida rete di protezione imbastita dalla Bce per far fronte all’emergenza coronavirus; la seconda ragione per cui gli italiani non devono temere la famigerata tassa patrimoniale, secondo Mazziero, riguarda i consensi.

“Prima di interrogarsi sull’eventualità di un’imposta patrimoniale bisognerebbe chiedersi a cosa potrebbe servire”, sostiene Mazziero, che individua due possibili sbocchi: “A mio avviso un’imposta di questo genere dovrebbe servire o per ripagare il debito pubblico aggiuntivo assorbito dall’emergenza, o per maggiori servizi ai cittadini, diciamo un ritorno del welfare state”.

Nel primo caso, spiega Mazziero a FocusRisparmio, l’entità della manovra dovrebbe aggirarsi intorno ai 500 miliardi, una cifra “insostenibile per qualsiasi governo, a meno che non si tratti di un governo tecnico”. Il secondo scenario, quello di un rinnovato welfare state, sarebbe accolto con maggior favore dalla popolazione, ma “richiederebbe comunque un costo che ad oggi i cittadini non sono in grado di sostenere viste le condizioni con cui usciamo dal lockdown”.

Dunque, lo Stato italiano per far fronte alle spese extra richieste dall’emergenza ha come unica via quella del debito pubblico, il cui stock aumenterà di circa 160-180 miliardi nel 2020, secondo le proiezioni dell’Osservatorio diretto da Mazziero, per arrivare fra i 2.550 (stima più conservative) e i 2.580 miliardi (stima meno conservativa) a fine anno.

Un ammontare di risorse aggiuntive che lo Stato recupererà facendo ricorso al mercato, con la Bce in prima linea. “Dei 2.018 miliardi di titoli emessi dal Tesoro, l’Eurosistema ne detiene largo circa 393 miliardi – comprati attraverso il Qe -, cifra che esprime circa il 20% del circolante totale emesso dallo Stato”, chiarisce Mazziero (mancano dal conteggio i titoli che sono e saranno ricompresi nel programma PEPP).

Ma la massa di debito pubblico aggiuntivo da qui a fine anno in cerca di sottoscrittori potrebbe ingolosire anche gli investitori privati alla ricerca di rendimenti sicuri. Bot e Btp sono un’alternativa di investimento valida? Anche in questo caso per Mazziero la risposta è negativa.

Investire con mentalità da imprenditore

L’agenda di emissioni del Tesoro da qui a fine anno è fitta: l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha stimato nuove emissioni lorde per 550 miliardi di euro mentre in periodi “normali” generalmente si superavano a fatica i 400 miliardi. “Una buona parte di queste emissioni andranno a rinnovare la parte di debito in scadenza – precisa Mazziero – mentre la restante parte andrà a finanziare il fabbisogno aggiuntivo dello Stato”.

Ci saranno quindi 150 miliardi di titoli in più fra Bot, Btp, Cct e titoli indicizzati all’inflazione. Un’opportunità per il risparmiatore?

“Oggi il rischio che grava su un Btp è inferiore grazie al paracadute della Bce; dall’altro lato però c’è da dire che il rendimento offerto è poco remunerativo”, dice Mazziero. “Ci troviamo in una situazione eccezionale, tuttavia se si investe su un orizzonte di medio-lungo periodo, ad esempio su un Btp decennale, bisogna tenere a mente che le condizioni di straordinarietà che valgono oggi, fra qualche anno potrebbero non valere più”.

Dove guardare allora? “Io sono un investitore con lo sguardo rivolto all’imprenditorialità.  Ci sono delle aziende del segmento STAR e Mid che sono sane, pur avendo subito l’impatto negativo della crisi da coronavirus rimangono delle eccellenze in grado di poter fornire nel lungo periodo cedole e dividendi con un rendimento di tutto rispetto, molto più alto di quello dei titoli del Tesoro”.

“Gli italiani dovrebbero uscire dalla mentalità del reddito fisso – chiosa Mazziero – e dirigere il risparmio verso il vero motore di sviluppo dell’economia reale italiana”.

 

Così la Bce sta di fatto monetizzando il debito europeo

5/5/2020      Il Sole 24 Ore

Analisi di Maximiliam Cellino

La grandissima forza della “Casa Comune”.

Pochi giorni addietro, un articolo della stessa testata (https://24plus.ilsole24ore.com/art/perche-monetizzazione-debito-e-cosi-rischiosa-ADdQHEM), osservava con grande dovizia di dati, come la strada della monetizzazione fosse, nel lungo periodo, una via di fatto impraticabile. La possibilità di attuare in deroga una simile politica monetaria, risiede unicamente nella forza e reputazione di una grande istituzione, che il singolo paese difficilmente può avere 

 

L’acquisto di titoli di Stato per oltre 150 miliardi negli ultimi due mesi conferma l’intenzione dell’Eurotower, che già a fine 2019 deteneva il 23% del debito dell’Eurozona

Creare moneta dal nulla per acquistare direttamente i titoli di Stato emessi dai governi e in una fase successiva pensare eventualmente ad azzerare i loro debiti pubblici. La «monetizzazione » del debito è da sempre tema destinato a far discutere, e litigare. La Bce, a differenza di altre banche centrali come quella del Giappone o d’Inghilterra (in via straordinaria e temporanea), non può permetterselo, almeno in via diretta. Ma quello che sta facendo con i suoi piani di riacquisto sul mercato secondario ci va molto vicino.

Chi comprerà i Btp (oltre la Bce?)

Gli oltre 200 miliardi di euro spesi negli ultimi due mesi con i diversi programmi (almeno tre quarti dei quali destinati all’acquisto di titoli di Stato) sono un indizio importante, ma va detto che l’opera dell’Eurotower non è certo iniziata oggi. «Se prendiamo i dati di fine 2019 – nota Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management – si scopre che la Bce già deteneva un ammontare di titoli di Stato dei cinque principali Paesi dell’area euro pari al 23% del loro Pil» .

LA MONETIZZAZIONE

Debito pubblico dei 5 maggiori Paesi dell’area euro lordo e depurato dalla quota detenuta dalla Bce e dalle Banche nazionali (in % del Pil); Fonte: Refinitiv Datastream, Pictet Asset Management

LA MONETIZZAZIONE

In pratica è come se grazie al quella serie di interventi che popolarmente (ma impropriamente) viene definito quantitative easing il parametro debito/Pil dei Paesi in questione si riducesse dall’86% al 63%, riportandosi quindi in prossimità dei ben noti e discussi livelli previsti da Maastricht. «Non possiamo definirla una monetizzazione in senso tecnico, si tratta piuttosto di una collaborazione di fatto fra le politiche economiche di Banca centrale e Governi che attuano scelte distinte», ammette Delitala, facendo però notare come in fin dei conti la totalità del nuovo debito che sarà creato a livello aggregato in Europa per far fronte a Covid finirà nei forzieri di Francoforte.

Le cifre sono ovviamente differenti fra i Paesi: secondo la ricostruzione di Pictet a fine 2019 la «monetizzazione indiretta» operata dalla Bce a fine 2019 riduceva per così dire il rapporto debito/Pil tedesco dal 61% al 45,9% quello francese dal 1oo,4% all’82,9%, quello spagnolo dal 97,9% al 77,1% . Per l’Italia il peso dei numeri è ovviamente maggiore: il 137,3% di inizio anno si sarebbe ridotto di circa 20 punti al 116,7%, ma questo purtroppo è ormai un ricordo lontano. Se dovesse però proseguire gli acquisti al ritmo di questi ultimi due mesi l’Eurotower arriverebbe a detenere a fine anno secondo Pictet il 23% del nostro debito pubblico. E di conseguenza ad «abbassare» almeno di 30 punti percentuali quel livello del 155% sul Pil indicato nel Def e che spaventa così tanto i mercati.

Del resto Francoforte si sta di fatto già sostituendo fra i creditori italiani agli investitori esteri che, secondo quanto ricordato anche dalla Banca d’Italia nel Rapporto sulla stabilità finanziaria, hanno determinato con le loro «ingenti vendite» a marzo le forti tensioni sullo spread. I dati diffusi lunedì 4 maggio sull’ammontare netto utilizzato in aprile nei differenti programmi per contrastare l’emergenza Covid-19 mostrano che il mese precedente non era stato, come prevedibile, un’eccezione.

Se l’Eurotower «raddoppia»
Una parte rilevante, ben 29,6 dei 38,5 miliardi di euro di titoli raccolti sul mercato attraverso l’Asset purchase programme (App) sono infatti stati destinati dall’Eurotower ai titoli di Stato, ma ancora più importanti, almeno agli occhi nostri, sono i 10,9 miliardi impiegati per i BTp. È vero, come avvertono gli analisti, che occorre tenere presente i reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni già presenti nel portafoglio Bce che nel frattempo sono scadute o sulle quali sono maturate cedole. Resta però il fatto che per il secondo mese consecutivo nei forzieri dell’istituto centrale è finito un quantitativo di titoli di Stato italiani più che doppio rispetto a quanto indicato dalle quote di capitale detenute.

Le «deviazioni» della Bce
La deviazione rispetto al discusso criterio di distribuzione (sul quale però la Bce si è riservata massima flessibilità) è stata in aprile secondo Pictet Wm positiva per 6,4 miliardi per i BTp, ma anche di 2,9 miliardi per gli Oat francesi e di 1,1 miliardi per i Bonos spagnoli. Al contrario la Germania è risultata largamente penalizzata dalla ripartizione, visto che l’Eurotower ha comprato appena 600 milioni dei 7 miliardi di Bund in teoria previsti.

LA MANO DELL’EUROTOWER
MARZO APRILE
ACQUISTI IN PIÙ…
Italia 6,2 6,4
Francia 2,0 2,9
Spagna 1,4 1,1
Belgio 0,7 1,0
… E IN MENO
Finlandia -0,3 -1,6
Grecia -0,8 -0,7
Paesi Bassi -1,2 -0,1
Germania -6,9 -6,4
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 Negli ultimi due mesi, da quando cioè ha iniziato a premere sull’acceleratore per contrastare gli effetti dell’epidemia, la Bce ha acquistato un ammontare netto di BTp pari a 22,7 miliardi, che vale circa un terzo del programma sui titoli di Stato e un quarto dell’intero App (comprendente anche corporate, covered bond e Abs). A questi vanno però idealmente aggiunte le operazioni legate al Pepp, il piano da 750 miliardi lanciato appositamente per l’emergenza pandemica e la cui ripartizione verrà resa nota però con cadenza bimestrale (quindi nelle prossime settimane).

In attesa dei dati sul Pepp
Nell’ambito di questo programma sono stati effettuati acquisti per addirittura 103,4 miliardi in aprile, portando così a 118,8 miliardi il totale dal suo avvio. Se fossero state mantenute le stesse proporzioni dell’App (ma non è da escludere una flessibilità maggiore, visto che nel Pepp viene per esempio considerata anche la Grecia esclusa negli altri piani) si può stimare che dall’inizio della crisi la Bce abbia acquistato titoli di Stato italiani per oltre 50 miliardi di euro: circa un quarto di quanto sborsato complessivamente fino a questo momento per il «salvataggio» dell’Eurozona. Non si tratterà quindi di una «monetizzazione» vera e propria, ma è una mano che si fa senza dubbio sentire.

 

La Fed e Trump narcotizzano l’America terrorizzata dalla pandemia per nascondere l’esplosione della nuova bolla

Business Insider Italia 1/5/2020

di Mauro Bottarelli

 

L’abilità nel trasfigurare la verità dei fatti!

Da questa situazione ne usciremo certamente, ma non si può far finta che questo shock nell’immediato non procuri seri danni all’economia ed al tessuto sociale e che non lasci segni per molto tempo a venire. I recuperi dei mercati ci saranno, senza dubbi, è sempre stato così, l’economia umana tende a crescere grazie alle scoperte ed innovazioni che migliorano la vita delle persone ed all’efficienza introdotta nei sistemi produttivi, ma tutto ha i suoi tempi! Riprendersi da una brutta malattia, comporta un periodo di recupero………..

 

WASHINGTON, 13 marzo 2020: Conferenza stampa del presidente Usa Donald Trump sul coronavirus – Drew Angerer/Getty Images

Fear is your only God, cantavano nel ritornello ipnotico della loro Vietnow i Rage Against The Machine. Correva l’anno 1997. Da allora, l’America ha convissuto più volte con la paura. Quella finanziaria della bolla tech del 1999-2000, quella del terrorismo e della guerra permanente scaturita dagli attacchi dell’11 settembre 2001 e quella della nuova depressione economica nata dalla crisi Lehman del 2008-2009. Poi, l’8 novembre del 2016, il grande choc: Donald Trump diventava il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Di fatto, la “seconda guerra civile americana” preconizzata da Joe Dante. Ogni volta, la paura ha preso il sopravvento e poi narcotizzato l’America, capace con il suo pragmatismo di metabolizzare il traumatico reset e ripartire. Quasi come se niente fosse. E oggi, in epoca di paura collettiva da pandemia? Stesso copione.

Anzi, paradossalmente stiamo assistendo alla riprova pratica dell’attualità della teoria di Noam Chomsky riguardo la mitica “rana bollita”, ovvero la capacità del potere di narcotizzare a tal punto l’opinione pubblica – attraverso cortine fumogene e dissimulazioni del reale con il percepito – da renderla incapace di prendere atto dell’aumento della temperatura. Se non quando è ormai troppo tardi.

Una riprova arriva direttamente da questi tre grafici

Bureau of Labor Statistics/Zerohedge

Cnbc

Bloomberg/Zerohedge

capaci di sintetizzare alla perfezione l’ultima giornata del mese di aprile. Quel giorno, infatti, altri 3,839 milioni di americani hanno inoltrato richiesta per un primo sussidio di disoccupazione, portando il numero di nuovi senza lavoro nelle ultime sei settimane a un totale di 30,31 milioni. Un dato che non solo è 12 volte peggiore del precedente record negativo a cinque settimane di crescita continuativa negli ultimi 50 anni, ma – come mostra la prima immagine – porta a oltre 8 milioni lo scarto in negativo fra i posti di lavoro bruciati in un mese e mezzo e quelli creati in totale dal 2010 a oggi. Gli altri due grafici mostrano come, in contemporanea, lo Standard&Poor’s 500 mettesse a segno il miglior mese di contrattazioni dal 1987 e Wall Street nel suo complesso si dimostrasse per l’ennesima volta l’unica diretta beneficiaria delle mosse della Federal Reserve, stante la correlazione ormai imbarazzante fra stato patrimoniale della Banca centrale (appena giunto al record di 6,6 trilioni di dollari) e corsi azionari.

Ed ecco che questi altri due grafici

Bloomberg

United States Department of Agriculture

paiono confermare in pieno la teoria del famoso linguista e filosofo dell’MIT: non solo l’ultimo sondaggio Gallup mostra come per la maggioranza degli statunitensi adulti interpellati, l’attuale gestione della Fed sia la migliore addirittura dai tempi di Alan Greenspan ma come la retorica martellante della Casa Bianca e dei media sia in grado di silenziare vere e proprie bombe potenziali innescate sotto il potere d’acquisto di un Paese che in sei settimane ha visto sparire 30 milioni di posti di lavoro.

Facendo simbolicamente seguito al grido d’allarme – The supply chain is breaking – lanciato da un colosso dell’alimentare Usa come la Tyson Foods, attraverso un’intera pagina di inserzione a pagamento sul New York Times,  il prezzo della carne di manzo negli Usa sempre il 30 aprile ha sfondato il record storico di 330,82 dollari alla libbra, un aumento del 62% dai minimi registrati solo a febbraio scorso. Diretta conseguenza della chiusura di ben 16 stabilimenti di macellazione e lavorazione della carne in tutto il Paese a causa del Covid-19. E che la situazione stia velocemente andando fuori controllo lo conferma il fatto che il presidente, Donald Trump, abbia firmato un ordine esecutivo in ossequio addirittura al Defense Production Act per obbligare quei siti a restare aperti. “Il ritorno all’operatività è questione di giorni, non settimane”, ha dichiarato il segretario dello United States Department of Agriculture (Usda), Sonny Perdue. A fronte però di almeno 20 addetti morti e oltre 6.500 contagiati, stando ai dati forniti dalla United Food and Commercial Workers Union.

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In condizioni politiche e finanziarie normali, verrebbe da chiedersi se le pressioni inflazionistiche su beni di largo consumo continuassero a salire, quale sarebbe il rischio potenziale cui va incontro un Paese alle soglie di una recessione con pochi precedenti e dove ampi strati di popolazione sono armati (con la benedizione della Nra e della Casa Bianca). Di più, come potrebbero reagire lavoratori terrorizzati dal virus ma altrettanto dalla prospettiva della disoccupazione crescente di fronte a una scelta make or breakcome quella che l’ordine esecutivo del Presidente ha messo nelle mani dei datori di lavoro del settore alimentare?

La risposta sta nel fatto che ormai viviamo nel new normal del percepito e del social, persino in un ambito pragmatico e basato su fredde cifre come l’economia. E questo ultimo grafico

Bloomberg/Zerohedge

ne è la conferma: mostra l’andamento di Wall Street del 29 aprile, giorno in cui veniva diffuso il dato del Pil statunitense del primo trimesre, un -4,8% che sanciva la peggior lettura della crescita proprio dai tempi della crisi post-Lehman. Con tempismo degno del Warp speed, mr. Scott! di Star Trek, ecco che in perfetta contemporanea con la pubblicazione di quel dato che certificava di fatto l’ingresso in una depressione economica profonda, il professor Anthony Fauci, novello deus ex machina di ogni respiro di sollievo e caduta in depressione del Paese, annunciava il suo ottimismo riguardo i primi test compiuti sul farmaco Remdesivir, il quale pur essendo nella prima fase sperimentale, a detta dell’immunologo potrebbe puntare all’approvazione da parte della Food and Drug Administration entro pochi giorni. Quite good news, confermava ottimista il professore alle agenzie di stampa. Questo nonostante si tratti del medesimo prodotto che, a detta di Lancet, avrebbe fallito una sperimentazione precedente e che, per ammissione degli stessi ricercatori, avrebbe come unico risultato accertato in fase embrionale quello di abbassare il tasso di mortalità dal’11% all’8%. Non esattamente la pozione magica di Panoramix il Druido.

Poco importa, già le indiscrezioni al riguardo da parte della casa produttrice Gilead erano riuscite a depotenziare prima e neutralizzare poi il fall-out del Pil sugli indici di Borsa: le parole di Anthony Fauci hanno fatto il resto. Almeno fino alla conferenza stampa di Jerome Powell, il quale dopo aver deluso Wall Street con il niente di fatto sui tassi, ha ampiamente recuperato con un’unica frase, indirizzata a un giornalista che chiedeva conto del deficit montante a causa dei programmi di sostegno: Now is not the time to worry about debt. La reazione pavloviana della Borsa è plasticamente esposta nel grafico.

La rana, almeno per ora, continua a sguazzare nell’acqua, incurante del calore che aumenta e ulteriormente irretita dall’irruzione sulla scena mediatica del ritorno in grande stile della disputa contro la Cina, questa volta a colpi di accuse al laboratorio di Wuhan per le sue presunte responsabilità nella pandemia. Il nemico, il capro espiatorio, il nuovo evil empire, è servito. Un solo problema: quanto tempo ci vorrà prima che, sempre ricorrendo a Vietnow dei Rage Against The Machine, gli americani smettanno di aver paura e comincino a chiedersi Is all the world jails and churches? A quel punto, basterà la Fed e la fiducia che gli americani spaventati le stanno ancora accordando per evitare il sequel del capolavoro di Joe Dante? E quando lo stesso Joe Biden, pur ricorrendo strumentalmente all’artificio retorico dell’iperbole, comincia a chiedersi se nelle intenzioni dell’amministrazione Trump non vi sia quella di rimandare il voto presidenziale di novembre, qualche sospetto sullo stato di salute della democrazia Usa nel suo complesso fa capolino.

 

Analisi : Perché la monetizzazione del debito è così rischiosa

25 Aprile 2020

Il Sole 24 Ore di Riccardo Sorrentino

Vi segnalo un articolo interessante dove si può cercare di comprendere meglio gli effetti della così detta “Monetizzazione del debito”, teoria oggi tanto in voga, in molti circuiti economici, liberisti sovranisti.

Semplicemente, non funziona! Forse per piccole quantità o brevi periodi, ma bisognerebbe saperne fare buon uso, come la morfina!

A differenza dei quantitative easing, il finanziamento diretto dei Governi crea moneta indipendentemente dalle necessità dell’economia, e scatena così inflazione senza per questo garantire una bassa disoccupazione.

(Unsplash)

«Stampiamo moneta!». Per molte persone – alcune vicine alla destra sovranista, altre alla sinistra radicale – la soluzione alla crisi dei debiti pubblici che potrebbe accompagnare la prossima ripresa, dopo i grandi e inevitabili sforzi per affrontare l’epidemia, è semplice: bisogna pagare con moneta creata dal nulla dalle banche centrali, che devono acquistare titoli di Stato direttamente dai governi, versare loro liquidità e, magari, azzerare i debiti pubblici. Facile, semplice, senza costi, ma con un corollario importante: non si può avere una banca centrale come la Bce – o la Fed – alla quale è vietato operare in questo modo.

Moneta, beni e servizi
È davvero così? Il buon senso inviterebbe a rispondere di no: la ricchezza, il risparmio – cos’altro è un debito se non risparmio futuro speso oggi – non si creano da nulla. La moneta ha valore se riflette quello dei beni e servizi prodotti. Anche per questo motivo, per esempio, i teorici più attenti della Modern Monetary Theory (Mmt), che sembra dare una veste rispettabile a queste idee, sottolineano come l’obiettivo debba essere una garanzia di piena occupazione e non il semplice finanziamento delle spese pubbliche, quali che siano.

Ortodossi ed eretici
Se Larry Randall Wray, il fondatore della Mmt, ha ritenuto necessario prendere le distanze dall’idea dello “stampare moneta” (la Mmt «è scettica su queste politiche», ha recentemente scritto), diventa chiaro che il ragionamento dei sovranisti di destra e sinistra non può essere così semplice, né è così facile confutare i risultati della scienza economica mainstream.

Moneta e prezzi
Gli economisti ortodossi invitano a considerare un fatto importante. Aumentare la quantità di moneta in circolazione fa aumentare i prezzi, a meno che l’economia non reagisca compensando l’aumento della liquidità, per esempio rallentando la velocità con cui ogni euro viene scambiato, oppure accelerando l’attività economica. Nel breve periodo può anche accadere che la crescita aumenti a causa di un maggior stimolo monetario – per questo le banche centrali abbassano i tassi, quando temono una recessione – ma nel lungo periodo, continuano, questo non avviene. È vero?

Un esperimento naturale
Difficile a dirsi: nel lungo periodo avvengono troppe cose. I modelli esistenti sono estremamente complessi e non riescono a proiettarsi troppo nel futuro. La storia economica offre però un esperimento naturale molto concreto: il caso della Guinea Bissau. Il Paese ha avuto una moneta propria fino a maggio 1997, poi ha adottato il franco Cfa (Uemoa) rinunciando a una politica monetaria autonoma.

GUINEA BISSAU

Inflazione e crescita: due reazioni diverse
Cosa è successo alla sua economia, negli anni? Molto poco sul fronte dell’attività economica. Prima dell’adesione la sua crescita è stata pari al 3,1% medio annuo, mentre dal 2000 in poi – dopo un colpo di Stato che ha mandato l’economia in recessione – la crescita ha raggiunto il 3,5% medio. L’inflazione, invece, è passata dal 52,6% annuo al 2,2%. Il mutato regime monetario ha inciso sull’inflazione, meno sulla crescita.

Moneta e prezzi
Un’economia più complessa potrebbe comportarsi in maniera diversa, ma la relazione fondamentale è questa evidenziata dal caso Guinea Bissau. La prima obiezione alla monetizzazione è appunto questa: troppa moneta “creata dal nulla” farebbe aumentare l’inflazione, e tanto. È così? La relazione tra la “moneta della banca centrale” e l’inflazione può non essere diretta. Non si spiegherebbe altrimenti perché la Bce, la Fed, la Banca del Giappone abbiano aumentato questa base monetaria senza risolvere il problema della bassa inflazione.

L’ARGENTINA “STAMPA MONETA”

Il caso dell’Argentina
Esistono però molti casi in cui le cose sono andate diversamente. Uno di questi è quello dell’Argentina. Il Paese ha, a più riprese – l’ultima volta durante la presidenza Kirchner – monetizzato il proprio debito pubblico, esattamente come vorrebbero fare i sovranisti. La sua base monetaria è quindi aumentata a ritmi sempre più rapidi. Tra gennaio 2010 e febbraio 2020 è aumentata del 1.300 per cento. L’inflazione ha risposto subito. Dal 7,7% del 2009 è passata al 53,8%. Un paniere di beni che costata 1000 pesos a inizio 2019, e costava più di 1.500 alla fine dell’anno.

IL VENEZUELA INONDATO DI MONETA

Il caso del Venezuela
Il processo potrebbe essere anche molto rapido. In Venezuela, per esempio, la base monetaria a gennaio 2015 era pari a 8 milioni di bolivares, mentre a gennaio 2020 era salita a 38.200 miliardi (con un incremento del 475.000.000%). L’inflazione del Paese, che già era al 180%, è salita fino al 130.000% nel 2018 ed è poi “calata” al 15.000 per cento. Diverse foto hanno mostrato banconote gettate per strada, come spazzatura: il loro valore era quasi nullo.

Iniezioni dirette e indirette
Come è possibile che la stessa cosa non sia accaduta in Giappone, in Eurolandia, negli Stati Uniti, dove le banche centrali hanno forzato la creazione di base monetaria con massicci programmi di acquisti di titoli di Stato? Le differenze sono tante.

Le autorità monetaria, in queste economie, hanno acquistato titoli di Stato sul mercato e non direttamente dal governo: la moneta così creata è stata versata al sistema finanziario (dove ha creato inflazione, facendo salire le quotazioni), il quale ha generato offerta di moneta per l’economia reale solo lentamente, in stretta relazione con la domanda di credito delle imprese e delle famiglie e quindi – con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso – con le necessità dell’economia. Un governo finanziato dalla banca centrale, invece, immette subito tutta la moneta in circolazione, e in dipendenza da scelte solo politiche.

BASI MONETARIE A CONFRONTO

Proporzioni diverse
Sono diverse anche le proporzioni. Le massicce iniezioni di liquidità delle banche centrali occidentali sono poca cosa rispetto alla massa creata dalla Banca centrale dell’Argentina. Posta uguale a 100, per tutti, la base monetaria del febbraio 1999, tra fine 2019 e inizio 2000 questa moneta è arrivata a 737 negli Stati Uniti, a 741 in Eurolandia, a 886 in Giappone e a 15.699 a Buenos Aires. La perdita di valore della moneta “vale” anche per un’autorità monetaria, che è costretta a creare sempre di più base monetaria per ottenere effetti sempre meno intensi.

Un meccanismo esplosivo
Superata una certa soglia di inflazione, il meccanismo diventa quindi esplosivo. Il nodo della questione è proprio qui. In circostanze particolari, come potrebbe essere questa epidemia, una limitata monetizzazione del debito potrebbe anche essere fattibile. Si discute molto di Helicopter money, per esempio, concetto che racchiude diverse forme di monetizzazione delle spese pubbliche (o di tagli fiscali) mentre il governo britannico ha deciso di estendere l’uso della facility messa a disposizione dalla Bank of England (ma le risorse dovranno essere restituite a fine anno e quindi è una monetizzazione temporanea).

Governi disciplinati?
Tutto si può fare, con le circostanze giuste e in quantità moderate. Quale governo ha però l’autodisciplina di contenere la propria fame di risorse apparentemente “gratuite”, non così impopolari come le imposte né costose come i titoli di Stato? Una volta aperta la porta – è il timore di molti – non si chiuderà mai più. In Argentina, in Venezuela – e in diversi altri Paesi – la porta non si è più chiusa.

Chi danneggia l’inflazione?
Poco male, dicono i sostenitori della monetizzazione. Anche se ci fosse inflazione elevata dove sarebbe il danno? A qualcuno sfugge davvero che un aumento dei prezzi (non previsto) penalizza tutti i “creditori” in senso lato e quindi i lavoratori dipendenti, i pensionati e i risparmiatori (mentre aiuta i debitori, aziende e governi). A volte esistono sistemi di indicizzazione per salari e pensioni, ma è sconsigliabile un recupero pieno dell’inflazione perché un simile sistema alimenta il rialzo dei prezzi, in una corsa senza fine. Una pensionata argentina che veda la sua spesa aumentare – per esempio – da 1.000 a 1.500 pesos (o anche a 1.200, come capitava in Italia negli anni 80), senza che il proprio reddito aumenti con la stessa intensità non può trovare nulla di buono dall’inflazione.

Prezzi e disoccupazione
Altri, in modo più accorto, segnalano invece che a una bassa inflazione si accompagna un’alta disoccupazione. Meglio veder erodere il proprio stipendio – sembra essere il loro ragionamento – invece di perderlo del tutto. È un’argomentazione astratta, però, che non tiene conto del fattore tempo il quale, una volta inserito nell’equazione, rende questo un argomento contro la monetizzazione e non a suo favore.

Una malattia subdola
Una volta che l’inflazione è aumentata c’è un solo – doloroso – modo perché rientri a livelli accettabili: spingere l’economia in recessione alzando i tassi, far fallire le aziende “marginali”, quelle più deboli, distruggere posti di lavoro. È un compito che in teoria somiglia a un intervento chirurgico – si uccidono cellule (aziende, posti di lavoro) malate, perché siano sostituite da altre sane – ma che in realtà si traduce sempre in una tragedia, per molte persone.

Per questo motivo i banchieri centrali temono l’inflazione, che è molto subdola: le sue cause si accumulano quasi inavvertite e poi, quando è troppo tardi, i prezzi esplodono, con molto ritardo (due anni almeno, prima della bassa inflazione, oggi anche di più).

DISOCCUPAZIONE E INFLAZIONE NEL LUNGO PERIODI

Il nesso inesistente
Se però l’inflazione resta bassa, nulla impedisce di avere anche piena occupazione. Se guardano alle economie nel lungo periodo – facendo astrazione quindi dalle oscillazioni cicliche – non si trova nessuna relazione particolare tra inflazione e disoccupazione. Non c’è da cercare un compromesso tra i due fenomeni: a un certo valore di disoccupazione può corrispondere qualsiasi livello di inflazione, e viceversa. Sono elementi diversi per natura: uno è reale, l’altro monetario.

Austria, Svizzera e Porto Rico
Se si esamina l’andamento nel lungo periodo (1990-2019) dei Paesi con inflazione inferiore al 2% si nota – esattamente come accade al campione completo dei paesi del mondo – che non c’è alcuna correlazione con la disoccupazione. Per un Porto Rico che ha un’inflazione all’1,9% e una disoccupazione del 13% si oppongono Singapore, Taiwan, Svizzera, Giappone, Austria tutti Paesi ricchi e con disoccupazione inferiore al 5%. Il complesso delle economie avanzate, con un’inflazione di lungo periodo dell’1,9%, ha una disoccupazione del 6,7%, dato che risente molto della disoccupazione strutturale dei Paesi europei.

Solo tre di questi Paesi con bassa inflazione hanno una percentuale di senza lavoro decisamente elevata: Kosovo, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Paesi segnati da una storia recente molto travagliata. All’opposto, e sempre nel lungo periodo, un’inflazione superiore al 5%, o anche al 2%, non è garanzia di bassa disoccupazione.

Nel lungo periodo saranno vivi figli e nipoti
Facile l’obiezione: «Nel lungo periodo, saremo tutti morti». Non necessariamente. Chi aveva 16 anni nel 1980 ne ha 56 oggi, spesso ha figli e si aspetta di avere nipoti. Nessun aforisma fu mai infelice come quello del Trattato sulla riforma monetaria di John Maynard Keynes, che – come mostra la sua conferenza più amata e spesso replicata, Considerazioni economiche per i nostri nipoti – in realtà disprezzava molto poco il lungo periodo (e non avrebbe mai accettato bilanci pubblici fuori controllo).