Paul Krugman risponde ai cittadini: i dazi, Trump e gli effetti sull’economia.

Sole24ore 25 marzo 2018  di Paul Krugman

Spesso le notizie filtrate dai media ci concedono una visione parziale del quadro d’insieme. Forse le conoscenze di un nobel per l’economia possono fotografare meglio la realtà.

(Afp)

Una serie di domande da «uomo della strada» sul tema dei dazi fatti scattare da Trump su numerosi prodotti importati dalla Cina. Si scopre così che spesso – come nel manifatturiero o nell’hi-tech – l’effetto della barriera tariffaria ha effetti negativi anche per chi la innalza. Introdurre dazi sull’acciaio e sull’alluminio può proteggere l’industria siderurgica americana, ma rischia di avere effetti negativi a valle – sull’industria dell’auto per esempio – con perdita di posti di lavoro.

Paul Krugman ha risposto alle domande dei lettori sul commercio internazionale dopo l’annuncio del presidente Trump sull’introduzione di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Ecco le risposte ad alcune delle centinaia di domande ricevute.

Ogni articolo di consumo di piccole dimensioni è fabbricato in Cina. Come è stato possibile arrivare a questo?

– Nick Van Kleek, Tucson (Arizona)

È una sorta di illusione ottica, in parte. La Cina ha un ruolo dominante nell’assemblaggio di molti beni grazie a una combinazione di salari (ancora) bassi e di un’estesa «ecologia» industriale di aziende di supporto. Ma gran parte del valore del bene in realtà viene da altri posti. Gli iPhone, per esempio, sono «fabbricati» in Cina, ma la Cina conta meno del 4% nel loro prezzo.

Che effetti avrà questo dazio sugli operai siderurgici americani? Ho sentito alla radio pubblica il capo di un sindacato di settore che era felice di questo dazio, e da come parlava sembrava che le sue preghiere avessero trovato risposta!

James C. Brooklyn

Guadagneremo qualche posto di lavoro nell’industria siderurgica. Ma perderemo posti di lavoro in molti altri settori «a valle», come l’industria automobilistica. Quasi tutti gli studi sui dazi sull’acciaio del 2002 indicano che al netto hanno fatto perdere posti di lavoro. Perciò sì, gli operai siderurgici hanno qualcosa da guadagnarci, ma a quale costo per gli altri lavoratori?

Io vivo vicinissimo a un enorme stabilimento siderurgico arrugginito, il Bethlehem Steel a Steelton, Pennsylvania. Sono venuto qui 44 anni fa e aveva già cominciato il lungo e triste percorso verso la sua attuale obsolescenza. Esiste qualche vaga possibilità di rivitalizzare queste vecchie industrie? Riportare indietro i posti di lavoro della Rust Belt non è troppo costoso?

– C.C., New Cumberland (Pennsylvania)

Non c’è alcuna possibilità di riportare indietro tutte quelle fabbriche siderurgiche e tutti quei posti di lavoro, anche se bloccassimo completamente le importazioni. In parte perché un’economia moderna non usa così tanto acciaio, in parte perché possiamo produrre acciaio usando molti meno lavoratori e in parte perché i vecchi stabilimenti con forno a suola sono stati sostituiti da minifabbriche che usano rottami ferrosi e sono collocate in altre zone. Insomma, è soltanto una fantasia.

Quanta parte dell’aumento della disuguaglianza di reddito nell’ultimo mezzo secolo attribuisce al libero scambio?

– JG in CT, Greenwich (Connecticut)

C’è una parte di verità nel sostenere che la crescita degli scambi commerciali ha contribuito all’aumento della disuguaglianza: se le importazioni di manufatti dai Paesi in via di sviluppo fossero ancora basse com’erano, per esempio, nel 1970, i salari reali degli operai probabilmente sarebbero più alti di qualche punto percentuale.

Ma il livello di protezionismo che servirebbe per riavere indietro quei pochi punti percentuali avrebbe moltissime conseguenze collaterali. Se vogliamo aiutare gli operai – e lo vogliamo – ci sono modi migliori.

Ricorderete forse che Bernie Sanders usava come esempio la Danimarca. È un buon esempio: salari molto più alti, una rete di sicurezza sociale molto più forte, una forza lavoro in gran parte sindacalizzata. Ma la Danimarca ha la stessa nostra apertura agli scambi commerciali. Sono le politiche interne, dalla tassazione e dalle decisioni di spesa alle politiche in favore dei lavoratori nel settore dei servizi, che fanno la differenza. L’assistenza sanitaria universale e il diritto di organizzarsi sindacalmente contano molto più della politica commerciale, per i lavoratori.

Perché il presidente degli Stati Uniti ha il potere di prendere decisioni (come l’imposizione di dazi) che hanno effetti significativi sull’economia, i commerci, i rapporti con gli alleati ecc., impunemente, senza che il Congresso possa dire nulla?

– Ricky, Saint Paul (Minnesota)

In realtà è stato il Congresso a limitare volontariamente il proprio ruolo, per proteggersi dalle intromissioni delle lobby. Approva o respinge i grandi accordi commerciali in un’unica votazione, poi se ne tiene fuori. Ma data la realtà delle tensioni commerciali, il sistema ha bisogno di alcune «valvole di sfogo», metodi per garantire un alleviamento temporaneo nei casi più difficili. Per questo il presidente ha a disposizione alcune strade per imporre dazi: se emerge che un settore è danneggiato da un’impennata delle importazioni, se è in gioco la sicurezza nazionale o se dei Paesi stranieri adottano pratiche scorrette.

Tuttavia, questi poteri teoricamente non dovrebbero essere usati in modo arbitrario: dovrebbe esserci uno studio indipendente sull’argomento e il presidente dovrebbe agire sulla base di esso. Quello che sta succedendo è che Trump sta abusando di questa procedura: il dipartimento del Commercio ha tirato in ballo la sicurezza nazionale (in modo palesemente falso) per giustificare dei dazi che Trump voleva imporre per altre ragioni. Insomma, abbiamo un processo che lascia al presidente una certa discrezionalità, per ragioni piuttosto sensate. Il problema è che è un processo che dà per scontato che il presidente agirà in modo onesto e responsabile, e se hai a che fare con una persona come Trump tutto il meccanismo va all’aria.

Sarà possibile cancellare questa cosa quando gli elettori cacceranno questa amministrazione? O ha troppi effetti sul lungo periodo?

– Stephanie Minister, Hingham
(Massachusetts)

La presidente Oprah Winfrey, o chi per lei, potrà cancellare questi dazi con un tratto di penna. Ma prima che ciò avvenga c’è il rischio di ritrovarci in una guerra commerciale a tutto tondo; e in ogni caso gli Stati Uniti hanno già perso la loro reputazione come partner negoziale affidabile.

La mia domanda è: quale ruolo gioca il libero scambio nella disuguaglianza di reddito e nella concentrazione della ricchezza nell’economia mondiale?

– Tom Stoltz, Detroit

Ci sono stati moltissimi studi su questo argomento nel corso degli anni. Nel lontano 1995, calcolavo che i commerci allargavano il divario tra lavoratori con titolo di studio universitario e gli altri del 3%. E da allora quella percentuale è cresciuta, anche se magari solo di un paio di punti. Tra l’altro, gli aspetti negativi colpiscono moltissime persone, non solo un piccolo gruppo.

Riteniamo anche che l’impennata delle importazioni fra il 2000 e il 2007 abbia fatto perdere il posto a qualcosa come un milione di lavoratori. La maggior parte di questi lavoratori alla fine ha trovato un altro posto, ma molti hanno dovuto accettare salari più bassi e alcune comunità sono state colpite pesantemente. Insomma, non è un tema che gli economisti non affrontano. È solo che bisogna cercare di capire qual è il modo migliore per aiutare i lavoratori, e raramente la risposta sono i dazi.

Un disavanzo commerciale perenne è auspicabile e anche semplicemente sostenibile nel lunghissimo periodo? Gran parte del nostro debito oggi è nelle mani di altri Paesi (Cina e Giappone, per esempio). Non stiamo rinunciando al controllo della nostra ricchezza in favore dei nostri partner commerciali? Io sono favorevole al libero scambio, ma questo disavanzo commerciale che aumenta da decenni mi ha sempre lasciato perplesso.

– Costa Glaretas

In sostanza, abbiamo disavanzi commerciali persistenti perché abbiamo un tasso di risparmio basso e rimaniamo un posto attraente per gli investitori stranieri. E il risultato è che gli Stati Uniti, che erano un Paese creditore prima di cominciare a registrare disavanzi persistenti, nel 1980, ora sono debitori netti. Ma bisogna mantenere la giusta prospettiva. La nostra «posizione netta sull’estero» – le attività in altri Paesi meno le passività – è intorno al -45% del Pil, che tutto sommato non è una grossa cifra. Per esempio, è meno del 10% della nostra ricchezza nazionale. E l’idea che questo dia agli stranieri un grande potere sull’America inverte l’ordine dei fattori. È il contrario, perché in un certo senso li rende nostri ostaggi: la Cina ha tantissimi soldi vincolati in America. Supponiamo che cerchino di portarli via: il peggio che potrebbe succedere sarebbe una caduta del dollaro, che sarebbe positiva per l’industria americana e infliggerebbe una perdita di capitale ai nostri creditori. Sono tante le cose che mi preoccupano: il nostro debito non è in cima alla lista.

Quali sono le peggiori ripercussioni possibili di questi dazi, quando i nostri partner commerciali reagiranno?

– Donald Ferruzzi, Centereach (New York)

Nel breve termine, ci saranno sconvolgimenti enormi: alla fine guadagneremo posti di lavoro nei settori che sono in concorrenza con i prodotti di importazione, ma nell’immediato perderemo tantissimi posti di lavoro nei settori che esportano (compresa l’agricoltura) e in quei settori che attualmente sono parte di catene logistiche globali, come l’automobile e l’elettronica. Nel più lungo periodo, l’economia sarebbe semplicemente meno efficiente: invece di concentrarci sulle cose che sappiamo fare particolarmente bene, faremmo da soli tantissime cose ad alta intensità di manodopera. Non ho ancora visto una stima valida di quanto saremmo più poveri, ma sicuramente sarebbe peggio della Brexit, che secondo le stime più diffuse renderà la Gran Bretagna più povera di circa il 2 per cento.

Non stiamo parlando della fine del mondo, e nemmeno di una depressione grave. Solo un gran pasticcio nell’immediato e una zavorra sulla crescita economica nel lungo periodo.

Ricordo che nel 1964, quando frequentavo l’università, studiai la legge per l’espansione dei commerci promulgata dal presidente Kennedy, del 1962. Era all’interno di un corso di economia politica. Qual era la rilevanza di quella legge, ed era bipartisan? Le sarei grato se mi consigliasse anche qualche testo da leggere sull’economia politica?

– Morgan Rauch, Houston (Texas)

Era bipartisan, e sostanzialmente si iscriveva nel solco del processo di liberalizzazione reciproca degli scambi cominciato nel 1934 sotto Franklin Delano Roosevelt. Quello che cambiò con il «Kennedy Round» fu che, essendosi esaurite le opportunità più scontate per fare accordi commerciali, passammo a formule concordate a livello internazionale: tagliare tutte le tariffe doganali dell’X per cento, poi negoziare le esenzioni. Ma il grosso della riduzione delle tariffe doganali c’era già stato.

Forse c’è qualcos’altro dietro. Per esempio, l’acciaio e l’alluminio sono industrie chiave a Pittsburgh (sede dell’Alcoa). Non potrebbe esserci la necessità di bloccare una sfilza di vittorie democratiche nelle elezioni di metà mandato dietro alla scelta del momento e degli obiettivi di questi dazi?

– Peter, San Mateo (California)

È sicuramente possibile. Sappiamo che questo era il motivo per cui George W. Bush impose dazi sull’acciaio nel 2002. Ma secondo me in questo caso è più che altro la necessità di Trump di far vedere che è un duro. La mia idea è che lo scandalo Stormy Daniels ha pesato più della vittoria a sorpresa dei Democratici nelle suppletive per la Camera dei rappresentanti in Pennsylvania.

È evidente che i commerci mondiali sono una materia troppo complicata per Donald Trump. Ma per Paul Krugman? No. Non sono una materia troppo complicata. E allora: faccia finta di essere nella posizione di Trump, ma con le conoscenze e le idee che ha lei. Che cosa farebbe riguardo ai commerci? Mi dica le tre mosse principali.

– Jack, Nashville

Sostanzialmente la politica commerciale degli Stati Uniti va bene. I tempi andati, con tanti lavori nell’industria, non torneranno, qualunque cosa facciamo, e cercare di salvarne qualcuno stracciando le regole commerciali mondiali avrebbe moltissimi effetti collaterali spiacevoli. Io ero contrario al Partenariato transpacifico, ma non perché voglia un ritorno al protezionismo: il problema del Partenariato transpacifico era che non riguardava i commerci, ma più che altro la proprietà intellettuale (per esempio i brevetti farmaceutici) e la risoluzione delle controversie (più potere alle grandi aziende). Quello di cui abbiamo bisogno è impegnarci di più per l’assistenza sanitaria universale, fare molti più investimenti nelle infrastrutture, varare politiche per aiutare le famiglie e tornare a politiche che diano potere ai sindacati, specialmente nel settore dei servizi. Dire che il problema sono i commerci internazionali è solo un modo per schivare le soluzioni reali.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-03-24/paul-krugman-risponde-cittadini-dazi-trump-e-effetti-sull-economia-192633.shtml?uuid=AEkaOFNE