Beni non pignorabili dal Fisco: quali sono

di Luana Galanti

E’ sempre bene conoscere i limiti delle amministrazioni fiscali.

 

Tutti gli sprechi del Parlamento UE: 2 miliardi all’anno per tre sedi

 

 

A mio avviso sono dati che meritano di essere conosciuti!

 

In Italia parlare di costi alti della politica è abituale, visto che la spesa calcolata su ogni singolo cittadino per mantenere in piedi le istituzioni è di 25 euro all’anno. Tuttavia il problema si sta presentando anche per l’Unione Europea. Gli organi dell’entità politica continentale costano sempre di più a ogni legislatura, con lo sforamento nel prossimo 2019, per la prima volta, dei 2 miliardi di euro di budget.

Nel 2014 il budget stanziato fu di 1,79 miliardi di euro, spesa che dunque andrà ad aumentare considerevolmente, con 200 milioni di euro in più nonostante ci sia l’uscita della Gran Bretagna in vista. I parlamentari infatti saranno meno (705 conto 751), ma il Parlamento Europeo costerà 4,22 euro all’anno per ogni singolo cittadino europeo. Questa spesa è però solo la punta dell’iceberg: gli sprechi europei sono derivati soprattutto dalla distanza che c’è tra le tre sedi attualmente in funzione.

Sono 436 i chilometri che separano Bruxelles, luogo nel quale si riuniscono le commissioni e i funzionari, da Strasburgo, città del Parlamento Europeo. In mezzo c’è Lussemburgo, con il palazzo Robert Schuman sede amministrativa con gli uffici del segretariato generale. Queste distanze e la delocalizzazione sono contestate per l’alta spesa e per lo spreco anche in termini di inquinamento, quando i funzionari viaggiano da un punto all’altro. Nel 2014 la Corte dei Conti europea stimava i soli costi dei trasferimenti in 114 milioni di euro: lungo l’asse che divide le due città principali si muovono oltre cinquemila persone diverse volte al mese.

Nel 2017 agli eurodeputati andavano complessivamente 114 milioni di euro, il prossimo anno diventeranno 120 milioni di euro. Il costo dei funzionari salirà da 680 a 732 milioni di euro. All’elenco degli sprechi va aggiunta la realizzazione della nuova sede di Strasburgo, che è costata 600 milioni di euro ma rimane chiusa per 321 giornil’anno visto che le sessioni vere e proprie sono relativamente poche.

Oltre a questi danni economici, ci sono anche le beffe: i fondi messi a disposizione di partiti e fondazioni politiche in vista della campagna elettorale per la prossima legislatura europea, che comincerà appunto nel 2019, sono prossimi ai 50 milioni di euro. L’aumento rispetto al biennio 2013-14 è di oltre 17 milioni.

La posta in gioco per il 2018: prepararsi alla prossima crisi finanziaria

 26 Aprile 2018  Financial Lounge
**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Amundi

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La nuova normalità

 

Dai rendimenti del mercato obbligazionario che restano eccessivamente bassi, alla bolla del credito in Cina. Dalle valutazione tirate di alcuni mercati azionari ai possibili difetti di comunicazione delle politiche monetarie da parte delle banche centrali. Da un’improvvisa ripresa delle aspettative d’inflazione alla possibile escalation di una guerra commerciale su scala globale. Sono tanti i fattori che potrebbero scatenare una crisi finanziaria attraverso il repricing dei premi per il rischio. Senza trascurare altri fattori tecnici che potrebbero accelerare lo sviluppo di una crisi a cominciare dalla ridotta liquidità dei mercati obbligazionari, e alla eccessiva concentrazione delle posizioni nei portafoglio degli investitori.

PREPARARSI ALLA PROSSIMA CRISI

“Lo scenario che ci appare più probabile per il 2018 non è tanto uno scenario di crisi, quanto di maggior nervosismo” puntualizza Philippe Ithurbide, Global Head of Research di Amundi alla luce di una evoluzione del contesto di mercato. La posta in gioco per il 2018 per Philippe Ithurbide è chiara: prepararsi alla prossima crisi finanziaria. Che non vuol dire che la probabilità che questa sia imminente sia alta ma che gli investitori devono essere consapevoli che può materializzarsi in modo improvviso e che, di conseguenza, è bene essere consapevoli dei pericoli a cui si va incontro. Precisato questo, Philippe Ithurbide delinea tre possibili scenari.

FREQUENTI SBALZI DI UMORE SUI MERCATI

Lo senario con la maggiore probabilità (75%) è quello in cui la volatilità sarà su livelli superiori rispetto al recente passato, con frequenti sbalzi d’umore dei mercati finanziari. Sebbene sia difficile prevedere se ci sarà una crisi finanziaria di grandi dimensioni come quella del 2000 o del 2008, emergono alcuni fattori rassicuranti. In primis le banche risultano adesso ben capitalizzate, con un livello di leva finanziaria ragionevole e con ricavi più stabili. In secondo luogo la situazione macroeconomica appare ancora favorevole con un’inflazione moderata che sembra non dare segnali di preoccupazione.

TASSO DI INTERESSE NEUTRALE PIU’ BASSO

D’altra parte le economie mostrano una minore sensibilità ai prezzi al consumo. Inoltre, il tasso di interesse “neutrale” (cioè al netto dell’inflazione) più basso che in passato dovrebbe significare che è più facile riassorbire il gap rispetto all’attuale livello dei tassi. Infine, non meno importante, le banche centrali sono ritenute dagli operatori di mercato ancora credibili, prevedibili, con una buona capacità di comunicazione.

I FATTORI CHE GIOCANO A SFAVORE

“Tuttavia, altri fattori giocano a sfavore” sottolinea Philippe Ithurbide, il cui riferimento è alla fine delle politiche monetarie che hanno spinto i tassi a zero e sotto zero, al fatto che il grande periodo di disinflazione sia alle spalle e che i programmi di QE stiano per esaurirsi.

IL ‘REPRICING’ DEI PREMI DEL RISCHIO

“Tutto ciò significa che il ‘repricing’ dei premi per il rischio porterà inevitabilmente a periodi di maggior volatilità, con un rialzo dei tassi a breve e a lungo termine, con un ampliamento degli spread creditizi e senza dubbio shock ripetuti sui mercati azionari” sostiene Philippe Ithurbide. Il manager attribuisce invece un 15% di probabilità al secondo scenario, quello con un anno di una forte crisi finanziaria, che, tuttavia, non è lo scenario centrale per Amundi.

SCARSA LIQUIDITA’ SUI MERCATI

Ma, nel caso dovesse materializzarsi, altri due fattori concorrerebbero a peggiorare il contesto: la scarsa liquidità dei mercati e il posizionamento simile di molti portafogli. Inoltre le politiche monetarie nei Paesi più avanzati non sarebbero in grado di sostenere le economie e i mercati finanziari nel caso di una nuova crisi financiaria, a meno che non tornassero a varare nuovi programmi di QE.

APPROFONDIMENTO
Sanzioni Russia, adesso c’è il rischio di una ripetizione del 2014

IL 2018 NON SARA’ COME IL 2017

Il terzo e ultimo scenario è quello che vede un altro anno di “grande moderazione” con volatilità ridotta, stabilità della crescita e dei prezzi al consumo, inflazione e tassi di interessi contenuti. Uno scenario, al quale Philippe Ithurbide attribuisce un 10% di probabilità, difficile infatti da realizzarsi dal momento che la situazione economica sta cambiando velocemente. “Gli output gap (i differenziali tra crescita effettiva e crescita potenziale) si riassorbiranno nei prossimi mesi, i tassi di disoccupazione ritorneranno ai livelli strutturali. Tutto ciò per dire che la crescita dovrebbe rallentare e che i rischi d’inflazione, anche se moderati, sono evidenti” rivela Philippe Ithurbide convinto che la situazione che verrà a delinearsi agevolerà le banche centrali (a cominciare dalla Federal Reserve americana) nel continuare a ricostruire lo spazio di manovra.

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Private Banking, in lieve calo la soddisfazione del cliente

 Anche i ricchi piangono.

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Risparmi, come evitare le scottature del fai-da-te.

Il Corriere della Sera 9 Aprile 2018 di Piermillo Gadda

Non so come è la figura del consulente in generale, so come mi comporto io con i miei clienti.
Il consulente è un alleato, esperto, dotato di esperienza, di etica professionale ed empatia, fa emergere bisogni e obiettivi, talvolta non ancora chiari. Salvaguarda il cliente e lo guida nei guadi pericolosi, traghettandolo nel tempo fino a raggiungere le mete prefissate.

 

Il 73% di chi ha provato a rivolgersi ad un consulente finanziario ha le idee più chiare

In Italia c’è un divario di consapevolezza, netto e crescente, tra i risparmiatori che hanno già sottoscritto prodotti d’investimento e quelli che ne sono totalmente estranei. Le preoccupazioni per il futuro sono le medesime, a cominciare dalle pensioni. Secondo una ricerca condotta da Swg per Cnp Partners su un campione di mille individui di età compresa tra 35 e 70 anni, che sarà presentata in occasione del Salone del Risparmio e di cui L’Economia è in grado di anticipare alcuni risultati, l’81% dei rispondenti teme che il futuro assegno dell’Inps possa essere insufficiente, il 78% di essere colpito da un evento capace di mettere in difficoltà economiche la propria famiglia e il 73% di non riuscire a mantenere l’attuale tenore di vita. I timori Il senso di inadeguatezza, però, aumenta tra coloro che non possiedono alcun prodotto d’investimento. E soprattutto il modo differente di affrontare l’incertezza espone a rischi maggiori proprio chi è meno attrezzato dal punto di vista finanziario a gestire eventuali imprevisti in grado di stravolgere la capacità della famiglia di generare reddito e quindi far fronte alle spese future. Da una parte, chi frequenta il mondo degli investimenti mostra una certa coerenza tra le motivazioni dell’investimento — il desiderio di proteggere il futuro della famiglia (31%), di ottenere un rendimento più appetibile rispetto alla remunerazione del conto corrente (27%), o di garantirsi un’entrata aggiuntiva che lo metta nelle condizioni di godersi la vecchiaia (18%) — e le caratteristiche dei prodotti su cui preferisce investire: orientati in prevalenza, dice la ricerca, alla protezione del capitale (27%), del reddito (18%), e alla fruizione di una rendita periodica (18%). Dall’altra, le ragioni di chi non investe testimoniano una grave incompetenza in materia: oltre la metà non ha mai pensato di sottoscrivere un prodotto d’investimento, il 27% perché dichiara di «non essere interessato», mentre il 25% preferisce «tenere i soldi liquidi sul conto per far fronte a potenziali imprevisti come malattia o perdita di lavoro».

Punti di vista

«È un approccio scorretto. Con il giusto supporto consulenziale, si possono aiutare i risparmiatori a proteggersi dai rischi in modo molto più efficiente, senza immobilizzare somme significative e mettendoli quindi nelle condizioni di destinare maggiori risorse a eventuali prodotti d’investimento, in ottica di crescita del capitale o integrazione del reddito», spiega Francesco Fiumanò, responsabile commerciale di Cnp Partners in Italia. Al tempo stesso, osserva Fiumanò, c’è ampio spazio per accrescere la cultura finanziaria di chi già investe. Basti pensare che, secondo la ricerca di Swg, il 70% preferisce gestire personalmente i propri investimenti e tra chi possiede almeno un prodotto, il 64% non si avvale della consulenza di un professionista del settore. Quattro intervistati su dieci invece si confrontano con l’avvocato o il notaio, più o meno regolarmente, per avere qualche suggerimento a proposito di questioni finanziarie.

Strade diverse

Eppure tra coloro che si sono rivolti a un consulente specializzato, sembra prevalere un giudizio positivo: quasi tre su quattro ritengono che tale relazione abbia consentito di definire meglio i propri obiettivi (73%), pianificare gli investimenti in base alle esigenze attuali e future della famiglia (74%) e, più in generale, sviluppare maggiore consapevolezza sulle aspettative di rendimento (73%) e sui rischi dell’investimento (75%). Al tempo stesso, molti risparmiatori manifestano l’esigenza di ottenere un supporto più ampio rispetto alla pura gestione degli asset finanziari. Il 33% reputa interessante l’opportunità di essere seguito dal proprio consulente anche in materia di coperture assicurative, il 38% nell’analisi della propria situazione previdenziale, il 28% nella pianificazione successoria, e una percentuale analoga nella valutazione del proprio patrimonio immobiliare. «Le famiglie sentono la necessità di ottenere una consulenza a 360 gradi, ma non sempre trovano interlocutori capaci di supportali in un percorso di ampio respiro, che abbracci i bisogni di tutti — conclude Fiumanò —. Serve più formazione anche per i consulenti». I quali, dice, dovrebbero sforzarsi di riconciliare la fisiologica asimmetria temporale tra l’orizzonte del risparmiatore, spesso focalizzato sul breve termine, e quello necessario per impostare una corretta pianificazione finanziaria: il lungo termine.

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Il Fondo monetario lancia l’allarme bolla finanziaria

Business Insider Italia  22 Aprile 2018

Quando simili alert su possibilità al momento remote,prendono forma, allora a tendere, diviene essenziale aumentare sensibilmente la selezione dei titoli, la diversificazione e l’utilizzo di strategie alternative. Il timore può essere governato.

 

Sui mercati finanziari torna l’allarme bolla. A lanciarlo è il Fondo monetario internazionale nel suo Global Financial Stability Report, il documento preparatorio del vertice di primavera del Fondo, in corso in questi giorni a Washington.

  • Secondo il principale organismo mondiale di cooperazione finanziaria, l’attuale fase dei mercati ricorda in maniera inquietante gli anni precedenti la grande crisi del 2008, quella dei sub-prime e del fallimento di Lehman Brothers.
  • Gonfiati da un grande eccesso di liquidità, i valori delle Borse e degli altri asset restano stretched(letteralmente “tirati”) anche dopo la brusca correzione subita dai mercati a cavallo tra gennaio e febbraio, inoltre si possono notare nel settore del credito “alcune dinamiche che ricordano il periodo pre-crisi”.
  • Drastica la conclusione dell’analisi: “La vulnerabilità finanziaria accumulata in anni  di tassi estremamente bassi potrebbe mettere a rischio la crescita”.

Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale – foto Agf
Christine Lagarde, la direttrice del Fondo monetario internazionale, ha deciso di indossare un doppio abbigliamento in questo mese di aprile per accogliere a Washington i ministri finanziari e i banchieri centrali dei 189 Paesi, convenuti nella capitale americana per il summit del Fmi. Aiutata dalla sua naturale eleganza, si è trovata bene sia con i vestiti sgargianti con cui ha segnalato un ritocco al rialzo delle previsioni di crescita per l’economia globale, sia con i panni della Cassandra che lancia moniti sul crescente rischio di bolle finanziarie.

Le buone notizie sono la previsione che sia quest’anno che nel 2019 la crescita mondiale sarà pari al 3,9%. A questo buon risultato contribuisce sensibilmente l’accelerazione dell’economia americana, ora prevista in espansione per il 2018 a un tasso del 2,9% (rispetto a una previsione di +2,3% lo scorso ottobre) e  del 2,7% l’anno prossimo (da una precedente stima di +1,9%). Anche in Europa le cose stanno andando meglio e il Fmi alza la previsione di crescita del 2018 a +2,4% (da +1,9%) e +2% (da +1,7%) per il 2019.

Le cattive notizie sono la crescita dei rischi per l’economia globale e per i mercati finanziari innescati dalle politiche protezionistiche e di possibili conflitti commerciali. Si tratta di nuovi rischi che vanno ad aggiungersi a quelli che secondo il Fondo già esistono da tempo, a causa delle politiche super-espansive delle banche centrali e del conseguente eccesso di liquidità. 

Incuranti delle ferite ancora aperte fra molti investitori dopo la brusca correzione subita dalle Borse a cavallo fra fine gennaio e gli inizi di febbraio, costata all’indice S&P500 circa il 10%, gli economisti del Fondo monetario sottolineano che le quotazioni sono ancora troppo elevate rispetto ai fondamentali, sia per le azioni (soprattutto quelle Usa), sia per i corporate bond.

Questi i dati sui rialzi delle Borse. Negli ultimi 12 mesi l’indice americano S&P500 ha meso a segno una performance positiva del 13%, ma da inizio anno è in calo dello 0,9%. Più  brillante il Nasdaq, in rialzo in 12 mesi del 22% e positivo da inizio anno (+2,4%). Quanto all’Europa, lo Stoxx 600 segna da inizio anno un calo dell’1,8% e un risultato sostanzialmente piatto rispetto a 12 mesi fa.

Probabilmente quello che preoccupa Lagarde e gli economisti del Fmi sono i potenti rialzi messi a segno dalla Borsa americana in periodi più lunghi: negli ultimi cinque anni il Nasdaq è più che raddoppiato (+137%), l’S&P500 è salito  del 70%. Per le Borse europee non c’è stato un balzo così potente: dal 2013 lo Stoxx 600 è salito del 27%.

Tobias Adrian, direttore del dipartimento Capital-Markets del Fmi, sottolinea il passaggio difficile che attende nei prossimi mesi i banchieri centrali, che dovranno gestire il ritorno graduale dei tassi di interesse a livelli normali, un compito che richiederà grande abilità di comunicazione da parte del nuovo presidente della Fed, Jerome Powell, di Mario Draghi e degli altri loro colleghi, per evitare di innescare un inasprimento troppo drastico delle condizioni finanziarie.

Secondo il Fondo monetario, gli investitori non stanno tenendo conto del rischio di un netto rialzo dell’inflazione nei prossimi anni, il che rappresenta un altro punto di vulnerabilità dei mercati. Sotto i riflettori è soprattutto l’inflazione americana, che nell’ultimo mese è salita al 2,4%, sopra le attese degli economisti. Per contrastarla la Fed dovrà accelerare sul cammino del rialzo dei tassi? E come influiranno le nuove misure protezionistiche adottate dall’amministrazione Trump? Dopo i dazi su acciaio e alluminio, il prezzo dell’alluminio è balzato del 20%. Per non parlare del petrolio, salito in questi giorni ai livelli massimi degli ultimi tre anni  anche  a causa della minaccia di nuove sanzioni Usa verso l’Iran.

Infine, per il Fondo monetario anche i Bitcoin e le altre criptovalute sono un elemento di allarme. Secondo Adrian, ci sono investitori che hanno costruito posizioni rischiose andando “a leva” su questi strumenti (hanno comprato criptovalute con capitali presi a prestito), che vengono scambiati su piattaforme informatiche che mostrano elementi di debolezza tecnologica, con forti rischi di frode e alta volatilità.

Azioni: l’importanza di non farsi distrarre dai rumori di fondo.

FinanciaLounge  19 aprile 2018

Una importante raccomandazione.

Concentrare l’attenzione sui fondamentali di medio-lungo termine è cruciale per cogliere le occasioni. Come, per esempio, lo spazio “tattico” presente in Europa.
Dopo un 2017 trascorso in relativa tranquillità, i mercati finanziari hanno offerto aspetti assolutamente antitetici che potrebbero disorientare i risparmiatori nelle strategie di portafoglio da intraprendere. Infatti mentre il mese di gennaio è stato caratterizzato da un ambiente calmo e da indici azionari in deciso rialzo, da febbraio sono iniziate le turbolenze di Borsa con i mercati in correzione di circa 10 punti percentuali.

FIDUCIA DEI RISPARMIATORI INCRINATA
Sebbene i dati macroeconomici non siano, almeno per il momento, compromessi, la fiducia degli investitori si è incrinata per almeno quattro ordini di motivi: tassi di interesse in aumento, inflazione che potrebbe sorprendere al rialzo, dazi commerciali e possibile escalation della guerra in Siria. Queste ragioni hanno oscurato sia i buoni dati macroeconomici più recenti che – sebbene in decelerazione rispetto al periodo compreso tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 – si mantengono nel territorio dell’espansione, e sia i profitti aziendali che hanno sorpreso al rialzo (soprattutto, ma non solo, negli Stati Uniti).

OBBLIGAZIONI, NEGATIVITA’ STRATEGICA
Alla luce di questo nuovo scenario di mercato, Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management, e Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management nel loro aggiornamento mensile di aprile 2018 sulla strategia di investimento segnalano una sostanziale ‘negatività strategica’ sulla componente obbligazionaria dei portafogli osservando che, in ambito azionario, le valutazioni si sono riportate su valori più accettabili. Tuttavia, tengono a precisare i due manager, il recente rialzo dei rendimenti obbligazionari ha ricreato un’opportunità tattica sui tassi, almeno in ottica di costruzione di portafoglio mentre all’interno del mercato azionario sembra persistere un elemento di fragilità.

TRUMP STRIZZA L’OCCHIO AI FALCHI
“Come si è potuto vedere nel mese scorso, le correzioni come quella attuale, durano per qualche settimana/mese ed è importante non lasciarsi fuorviare da falsi segnali (in entrambe le direzioni)” sottolineano Andrea Delitala e Marco Piersimoni convinti che le recenti iniziative sui dazi commerciali promosse dall’amministrazione Trump non siano affatto casuali ma risultino in linea con un preciso programma che strizza l’occhio ai ‘falchi’ che lo circondano. In ogni caso, l’intensificarsi dei toni rappresenta, secondo i due manager, non tanto la volontà di una vera e propria guerra commerciale quanto piuttosto un pre-posizionamento tattico in vista di un negoziato.

GUERRA COMMERCIALE, PROBABILITA’ AL 20-25%
Tutto considerato Andrea Delitala e Marco Piersimoni stimano ad un 20-25% la probabilità di una “guerra tariffaria”, ma nel caso in cui lo scenario di rischio di un’escalation commerciale si materializzasse la situazione cambierebbe in modo brusco. “Avremmo immediatamente un incremento dell’inflazione, ma con prospettive ridotte per la  crescita e l’inflazione future: esattamente il contrario dello scenario tratteggiato a fine 2017 (crescita stabile e diffusa, inflazione in moderato rialzo ma sotto gli obiettivi delle banche centrali, aumento graduale dei tassi)”. Secondo Andrea Delitala e Marco Piersimoni a questo punto le trimestrali statunitensi che stanno entrando nel vivo dovrebbero fornire indicazioni più chiare sulle prospettive relative all’andamento dei mercati nel corso della primavera.

UNO SPAZIO TATTICO PER L’AZIONARIO EUROPA
“Per quanto riguarda in particolare il mercato azionario europeo, c‘è da segnalare come da marzo stia registrando un extra rendimento di quasi tre punti percentuali rispetto all’indice S&P500 di Wall Street grazie all’andamento negativo del settore dell’alta tecnologia USA. Inoltre questo e il prossimo mese è il periodo in cui la maggior parte delle società stacca dividendi e complice un posizionamento ancora scarico da parte degli investitori internazionali, pensiamo ci sia ancora dello spazio tattico per l’Europa” concludono Andrea Delitala e Marco Piersimoni.

http://www.financialounge.com/azienda/pictet/news/azioni-rumori-fondo/

Fmi: debito globale record a 164mila miliardi, mercati più vulnerabili

Sole24Ore 18 aprile 2018

Guardando i dati globali, i mali di casa nostra presentano un gravità relativa.

Due rapporti per lanciare l’allarme sul debito globale e sulla stabilità finanziaria, anche di breve termine. Il Fondo monetario internazionale ha pubblicato oggi i due attesi report che indicano le prospettive per la finanza pubblica e per gli investitori.

Cominciamo dall’allarme debito: nel mondo ha raggiunto «i massimi storici, essendo arrivato al picco record di 164mila miliardi di dollari nel 2016, equivalente al 225% del Pil mondiale». Nel suo Fiscal Monitor, il rapporto pubblicato oggi nell’ambito degli Spring Meetings in corso a Washington, l’istituto guidato da Christine Lagarde spiega che «attualmente il mondo è più indebitato del 12% del Pil rispetto al picco precedente raggiunto nel 2009, con la Cina che fa da capofila».

Più rischi per la stabilità finanziaria

«I rischi di breve termine alla stabilità finanziaria – sostiene l’Fmi – sono cresciuti e i rischi nel medio termine continuano a essere elevati. Le vulnerabilità finanziarie, che si sono accumulate durante anni di tassi e volatilità estremamente bassi, potrebbero rendere accidentata la strada andando avanti e potrebbero mettere a rischio la crescita». Nel suo Global Financial Stability Report (Gfsr), l’istituto aggiunge che nelle economie avanzate, «lo slancio forte della crescita e lo stabilizzarsi dell’inflazione hanno fatto venire meno una sfida chiave per le banche centrali: mantenere accomodante la politica monetaria e allo stesso tempo fare i conti con le vulnerabilità finanziare di medio termine».

I ribassi febbraio in Borsa sono un monito
Il Fondo sottolinea però che anche una ripresa dell’inflazione porta con sé rischi in quanto potrebbe spingere le banche centrali a stringere la cinghia più rapidamente del previsto. Ciò renderebbe più stringenti le condizioni finanziarie con conseguenze anche sui prezzi degli asset più rischiosi. «Per minimizzare questi rischi, le banche centrali dovrebbero continuare a normalizzare gradualmente la loro politica monetaria e a comunicare le loro decisioni in modo chiaro per sostenere la ripresa dell’economia». Agli investitori il Fondo manda a dire di non essere troppo rilassati dopo il sell-off osservato a inizio febbraio perche’ un rialzo dei tassi e una maggiore volatilità non sono da escludere.

La mina cinese sul debito
Tornando all’indebitamento, la Cina ha contribuito da sola al 43% del rialzo registrato dal 2007, ha fatto notare Vitor Gaspar, direttore del dipartimento degli Affari fiscali del Fondo. Nelle economie avanzate – dove la politica fiscale dovrebbe essere «leggermente espansiva» nel 2018 e nel 2019 – il debito è in media al 105% del Pil, «un livello che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale».

Il dato è visto scendere al 100% circa nel 2023. Solo nel 2017, ha calcolato l’Fmi, oltre un terzo delle economie avanzate aveva un debito superiore all’85% del Pil, «un numero di Paesi tre volte superiore rispetto al 2000». Nei mercati emergenti e in quelli a reddito medio, il debito è in media vicino al 50% del Pil, un valore visto l’ultima volta durante la crisi del debito degli anni ’80 del secolo scorso.

Troppi Paesi indebitati
«Un quinto di questi Paesi lo scorso anno aveva un debito sopra il 70% del Pil, un livello simile a quello di inizio anni 2000 sulla scia della crisi asiatica», ha sottolineato l’Fmi. L’istituto ha spiegato che queste dinamiche del debito si spiegano in tutti i Paesi con ampi deficit primari, «che hanno raggiunto un record nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo». Tutto ciò è fonte di preoccupazione per l’Fmi, perché «i Paesi con un debito pubblico elevato sono vulnerabili a un’improvvisa stretta delle condizioni finanziarie globali, cosa che potrebbe alterare l’accesso ai mercati e mettere a repentaglio l’attività economica». Deficit e debiti alti, inoltre, «aumentano la profondità e la durata di una recessione perché i governi non sono in grado di avere a disposizione lo spazio fiscale necessario per sostenere la crescita».

Gli Usa nel 2023 avranno un debito più alto dell’Italia
Per questo urge la creazione di quello spazio fiscale ora, anche alla luce del fatto che il debito nel settore privato è a livelli record e continua a crescere. Il grado di aggiustamento fiscale necessario varia da Paese a Paese, ha detto il Fondo. Nel caso degli Stati Uniti, per esempio, l’Fmi sostiene che la politica fiscale debba essere ricalibrata per garantire che il rapporto debito/Pil scenda nel medio termine. In Usa – il cui outlook fiscale sta guidando quello delle economie avanzate – sono stati adottati stimoli fiscali mentre l’economia è vicina alla piena occupazione, cosa che dovrebbe tenere il deficit sopra i mille miliardi di dollari, o oltre il 5% del Pil, dal 2018 al 2023. Il debito/Pil Usa è visto passare al 107,8% del 2017 al 116,9% nel 2023 (superiore persino al 116,6% dell’Italia).

In Italia debito in graduale discesa…

E a proposito di Italia, il Fondo ha migliorato le sue stime sul rapporto tra il debito e il Pil in Italia tra il 2018 e il 2022. Come già anticipato nel World Economic Outlook pubblicato ieri, dopo avere chiuso il 2017 al al 131,5%, il ratio visto scendere al 129,7% nel 2018 per poi portarsi al 127,5% nel 2019 e al 116,6% nel 2023 (l’anno a cui si fermano i calcoli del Fondo). A ottobre (quando le previsioni arrivavano al 2022), l’Fmi aveva previsto un debito/Pil al 131,4% nel 2018 dopo il 133% del 2017 e al 128,8% nel 2019. Nel 2017, tra le economie avanzate ad avere fatto peggio dell’Italia secondo il Fondo è stato ancora una volta il Giappone con un debito/Pil al 236,4% seguito di nuovo dalla Grecia (181,9%). A fare leggermente meglio del nostro Paese c’e’ stato nuovamente il Portogallo (125,6%). Queta fotografia restera’ tale, secondo l’Fmi, per tutto il periodo considerato e al termine del quale il ratio ellenico e’ visto al 165,1%.

… ma pareggio di bilancio rinviato di un anno
L’Fmi ha invece posticipato di un anno il raggiungimento del pareggio di bilancio in Italia. Tuttavia, il nostro Paese sarà l’unico a vantare un pareggio tra le principali economie dell’Eurozona, fatta eccezione della Germania che continuerà a vantare un avanzo. Il rapporto deficit/Pil nell’anno in corso dovrebbe attestarsi all’1,6% e non piu’ all’1,3% calcolato in autunno dopo un -1,6% visto nel 2017 (dato ritoccato da un -2,2%). Nel 2019 il dato e’ atteso allo 0,9% e non piu’ allo 0,3%. Dal Fiscal Monitor odierno si apprende che il pareggio e’ stato posticipato di un anno al 2021 rispetto alle previsioni dell’ottobre 2017, quando l’Fmi prevedeva il raggiungimento di un pareggio già dal 2020.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-04-18/fmi-debito-globale-record-164mila-miliardi-oltre-picco-2009-153507.shtml?uuid=AEytWgaE&refresh_ce=1