Chi ha in mano il debito pubblico italiano: l’evoluzione in 30 anni.

Rimane il fatto che il debito pubblico è una montagna, ed è anche vero che di sola Austerity si muore, ma la spesa deve essere produttiva con tagli alle inefficienze ed investimenti utili mirati e lungimiranti. Quello che serve è una politica economica che sappia guardare avanti ed una europa unita non solo a chiacchiere e non dominata da sole lobby.

I dati della Banca d’Italia: nel 1988 il 57% dei titoli di Stato era in mano a risparmiatori italiani, oggi è solo il 6%. In netta crescita la porzione in mano a stranieri

 

Il primo dato a saltare all’occhio è proprio la progressiva riduzione della quota di debito, sia in termini assoluti sia in termini percentuali, in mano ai risparmiatori italiani. Contemporaneamente, e in particolare con l’adesione dell’Italia alla moneta unica, cresce la fiducia nel nostro Paese e con essa la porzione detenuta dagli investitori stranieri. Il dato cresce dal 4% del 1988 al 32% attuale. Quella degli investitori nostrani cala dal 57 al 6%. Molto evidente anche l’impatto del programma di Quantitiative Easing della Bce operativo da marzo 2015. Nel dettaglio la quota di titoli di Stato in mano alla Banca d’Italia, direttamente o attraverso la Banca Centrale Europea, passa dal 5% del 2014 al 16% attuale.

Diverso il caso delle banche. La quota di debito in mano agli istituti di credito italiani nel 2018 è di circa il 27% del totale, pari a 612 miliardi di euro. Il che spiega perché siano soprattutto gli istituti di credito a soffrire dei rialzi del differenziale. Di questi però soltanto 342 sono titoli di Stato, mentre il resto è rappresentato prevalentemente da altri prestiti. Se si considera un aggregato di banche e assicurazioni, italiane e straniere, l’ammontare è di poco inferiore ai 400 miliardi di euro. A primeggiare in questo caso è il Gruppo Poste Italiane, che tra investimenti e riserve ha in pancia oltre 121 miliardi di titoli, seguita da Generali, che al 30 settembre 2017 ne aveva oltre 63 miliardi , e Unicredit, che a fine marzo vantava 47,2 miliardi di titoli.

Spread, ecco perché può colpire le tasche degli italiani.

Sole24Ore 30 maggio 2018

Gli effetti dello Spread sull’economia reale.

È vero che uno Stato non deve inginocchiarsi alla grande finanza. Ma è anche vero che la finanza può mettere in ginocchio un intero Paese. Tutte le ultime crisi economiche e sociali sono state infatti generate da crisi finanziarie. Inclusa la recessione italiana, nata proprio dalla crisi dello «spread» del 2011-2012. Per questo non bisogna sottovalutarlo. Proprio quanto accaduto in passato può aiutare a capire perché.

Il circolo vizioso
Quando lo «spread» sale significa che – a parità di tassi ufficiali fissati dalla Bce per tutti – un Paese è costretto a pagare interessi sul debito più elevati rispetto alla Germania. Perché gli investitori lo considerano meno affidabile. Il problema, a prima vista, sembrerebbe riguardare solo lo Stato. Ma non è così. A soffrire di più sono invece le imprese. Se sale lo «spread» sui titoli di Stato, crescono infatti anche i tassi d’interesse che le banche devono pagare per reperire finanziamenti sui mercati. E se le banche sono costrette a pagare tassi più elevati (in maniera anomala), a loro volta girano questi costi sui nuovi prestiti alla clientela. È così che lo «spread» nasce nella grande finanza, ma finisce sulla pelle degli italiani.

I numeri della crisi passata lo dimostrano. Secondo uno studio della Banca d’Italia del 2013 (quando il tema era d’attualità) un aumento dello «spread» tra BTp e Bund di 100 punti base causa un incremento del costo di finanziamento delle banche sui mercati internazionali di 70 punti base in tempi normali e di 100 in tempi di crisi. Secondo uno studio degli stessi anni realizzato da Crif Decision Solutions (che ha nel suo database i dati di famiglie e imprese), questo aumento dei costi per gli istituti creditizi ha un impatto diretto su famiglie e imprese: perché le banche scaricano l’extra costo proprio su di loro.

Nel corso del 2011 – proprio a causa dello spread – le aziende italiane hanno subìto in un anno una crescita del costo del debito a breve termine di circa 80 punti base. In soldoni, le imprese italiane nel 2011 hanno sostenuto 15 miliardi di euro di oneri finanziari aggiuntivi. Causa spread. Contemporaneamente le banche hanno chiuso i rubinetti del credito, soprattutto per le aziende più deboli.

Questo ha provocato una contrazione generale degli utili, della redditività (il Roe è sceso dal 3,2% all’1,1%) e – alla fine – degli investimenti. Stesso discorso per le famiglie: calcola Crif che sui nuovi mutui le rate sono salite di circa il 4% nel 2011. E i nuovi mutui sono calati. Ripetiamo: i nuovi. Quelli esistenti oggi come allora non corrono particolari rischi. La contrazione del mercato dei mutui allora ebbe un forte impatto sul mercato immobiliare. Tutto questo nel 2011: prima dell’austerità targata Monti.

Se questi numeri sono relativi all’anno più doloroso per la crisi dello spread, gli effetti sull’economia italiana si sono visti soprattutto negli anni successivi. Secondo i dati di Bankitalia, da fine 2011 al 2017 la quantità di credito bancario alle imprese italiane si è contratta di 181 miliardi di euro. E il costo del debito è salito, fino a quando non è intervenuta la Bce. Vari fattori hanno influito, certo, ma lo spread ha rappresentato la causa scatenante.

Oggi ci sono rischi?
Oggi il mondo è molto diverso. Nel 2011-2012 non c’era la Bce a comprare titoli di Stato e la crisi greca metteva il panico in tutto il Sud Europa. Oggi i mercati (dominati da investitori passivi che seguono benchmark) hanno un tasso di “serenità” molto elevato. Per di più l’Italia ha una – pur asfittica – crescita economica e valutazioni di mercato ancora interessanti.

Ma se sul mercato si diffonde la convinzione (a torto o ragione) che l’Italia possa voler uscire dall’euro, allora lo spread potrebbe salire ancora. Perché chi ha comprato un titolo in euro (dunque ha prestato euro allo Stato italiano) vuole vedersi restituire euro: non lire che si svalutano. Per ora tutti i leader politici hanno smentito di voler uscire dalla moneta unica. Ma i loro comportamenti spesso sono equivoci. Per questo il mercato lo teme. Per questo lo spread è praticamente raddoppiato dal 15 ottobre, quando è uscita la prima bozza di contratto del Governo mai nato. Il futuro è incerto.

Recessione USA, 12 indicatori chiave per prevedere la prossima.

FinanciaLounge 30 maggio 2018

Un pò di accortezza… se basta!!!

Al momento delle 12 variabili che storicamente anticipano l’arrivo di una recessione negli USA soltanto i margini di profitto potrebbero essere a fine ciclo.

Sono 12 i fattori che, secondo l’analisi sullo stato attuale dell’economia USA anticiperanno l’arrivo di una recessione. “Per ora la nostra checklist sul rischio di recessione esprime un secco ‘no’. Si tratta di un elenco di 12 variabili che, combinate insieme, hanno anticipato le recessioni passate” spiega Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments (affiliata Legg Mason),

INDICAZIONI PREDITTIVE DI RECESSIONE

Variabili che, dalla recessione del 1969-1970 in poi, hanno fornito una indicazione predittiva molto alta sull’arrivo di una recessione. Addirittura, nelle ultime cinque recessioni (1980, 1981-1982, 1990.1991, 2001, 2007-2009), almeno 10 di questi indicatori erano in allarme e due in modalità neutrale.

MARGINI DI PROFITTO IN PRE ALLARME

Ebbene come si può constatare, attualmente soltanto i margini di profitto evidenziano un livello di attenzione per il semplice motivo che si posizionano quasi a livelli record: è probabile che siano quindi al picco del ciclo, e che potrebbero soltanto scendere come conseguenza dell’aumento dei salari, dell’inflazione delle materie prime e della maggiore spesa per gli interessi sui debiti aziendali.
“È una situazione che spesso segnala una futura recessione: questo perché in genere il management, al fine di contrastare il calo dei margini riduce sia i nuovi investimenti che le nuove assunzioni. Tuttavia, anche questa variabile, per quanto importante non presenta ancora caratteristiche da recessione, ma può semmai rappresentare un semplice monito alla prudenza” spiega Jeffrey Schulze.

Indicatori di un rischio recessione negli USA
Indicatori di un rischio recessione negli USA

NESSUN ALLARME PER GLI ALTRI 11 INDICATORI

D’altra parte le altre 11 voci dell’indicatore non mostrano, al momento, nessun allarme. La curva dei rendimenti degli Stati Uniti ha sempre mostrato una inversione (ovvero i tassi a breve hanno raggiunto rendimenti superiori a quelli a lungo termine) prima di ognuna delle 7 recessioni avvenute da metà anni ‘60 ad oggi, mentre oggi non è così. Lo spread del credito, ovvero il differenziale tra il rendimento delle obbligazioni societarie e quello dei titoli di stato equivalenti tende ad allargarsi prima di una recessione.

SPREAD DEL CREDITO TRANQUILLI

“Nel primo trimestre di quest’anno, però, mentre la volatilità azionaria ha registrato un brusco rialzo, gli spread del credito hanno evidenziato un andamento minimo, nonostante un rialzo significativo nel rendimento del Treasury decennale” sottolinea Jeffrey Schulze che, per quanto riguarda invece l’offerta di moneta non vede attualmente negli USA segnali negativi in questo senso. Al contrario, dal 2008 l’offerta di moneta è cresciuta da 8mila a quasi 14mila miliardi di dollari.

CRESCITA DEI SALARI SOTTO CONTROLLO

Altro fattore che sembra in zona ‘tranquilla’ è quello relativo alla crescita dei salari: un aumento del 4% segnala in genere le ultime fasi di un’espansione mentre ad oggi siamo al di sotto dei tre punti percentuali. Per quanto riguarda poi le materie prime, Legg Mason preferisce un basket composto dai prezzi di acciaio, legname, rame, petrolio e prodotti chimici.

FOCUS SU SPECIFICHE MATERIE PRIME

“In fasi di rallentamento della crescita, la domanda di beni crolla, compresa quella per quei materiali grezzi che le aziende trasformano in prodotti finiti. Nel caso del petrolio, un prezzo elevato rappresenta un fattore negativo per i consumatori e può portare maggior inflazione, mentre per altre materie prime (legname, acciaio, prodotti chimici e rame) un prezzo in calo segnala un domanda in declino” argomenta Jeffrey Schulze.

BENE L’EDILIZIA RESIDENZIALE

I permessi edilizi, indicatore del parametro relativo all’edilizia residenziale, nelle ultime tre recessioni hanno toccato il picco molto prima dell’inizio della recessioni, per poi scendere prima delle fasi di crisi. Ma, come fa notare l’esperto, almeno fino ad ora, nel ciclo attuale questa variabile è ancora in trend ascendente.

SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE SOTTO IL LIVELLO DI GUARDIA

Stesso discorso per le richieste di sussidi di disoccupazione oggi a quota 209mila (ben al di sotto delle previsioni e lontane anni luce dal picco di 700mila richieste del 2009). Nessun allarme neppure per le vendite al dettaglio, che hanno oscillato negli ultimi mesi, ma che a marzo (+0,6%) hanno mostrato una tendenza ancora a spendere da parte dei consumatori americani.

INDICE ISM IN TERRITORIO POSITIVO

D’altra parte, come segnalano i sondaggi, i consumatori sono ancora fiduciosi sulle loro prospettive economiche e sulla percezione complessiva sul mondo del lavoro.
E anche se il dato sui nuovi ordini dell’indice ISM abbia registrato un lieve negli ultimi mesi, si è comunque mantenuto in territorio positivo: al contrario, le recessioni sono state anticipate sempre da un trend negativo di questo dato.

TRASPORTI MERCI SU CAMION IN ACCELERAZIONE

Infine, ma non certo per importanza, figura il trasporto merci via camion. Negli ultimi mesi si è delineato un incremento con percentuali superiori al 5%, il che ci indica una robusta espansione: nei periodi delle precedenti recessioni si è invece registrata una flessione anno su anno tra lo 0% il meno 5%.

Lo scisto terrà a bada l’impennata del barile

tratto da Fondi e Sicav di Rocki Gialanella

La ripresa dell’estrazione dello shale oil è un limite all’incremento del prezzo del barile del petrolio.

Lo scisto terrà a bada l’impennata del barile

Lo scisto made in Usa produrrà un eccesso di offerta nel medio termine. Shawn Driscoll, gestore della strategia global natural resources equity, T. Rowe Price

Anche se recentemente la domanda è stata molto forte, ci troviamo da tempo in un mercato globale caratterizzato da un eccesso di offerta, trainato dall’impennata della produzione e della produttività di petrolio di scisto da parte degli Stati Uniti.

Il gestore prevede che i prezzi del greggio statunitense, come misurati dal WTI (West Texas Intermediate), si manterranno in media tra i 40 e i 50 dollari al barile nel lungo periodo. In definitiva, ciò dipenderà dal grado in cui l’innovazione tecnologica nello scisto continuerà a migliorare la produttività e a comprimere i costi di pareggio dell’estrazione.

Le previsioni del team di T Rowe Price per i prezzi del petrolio nel 2018 sono contenute. Driscoll ritiene che le stime per la produzione negli Stati Uniti siano troppo basse. Ci sono più di 7.000 pozzi trivellati e non completati che attendono di avviare la propria produzione una volta superati degli ostacoli temporanei. La produttività continua ad aumentare e ci aspettiamo che la curva dei costi continui a scendere. L’estensione dei tagli da parte dell’OPEC può aiutare a evitare un collasso dei prezzi, ma l’esperto non crede che tali tagli avranno un effetto rialzista.

Quando i prezzi del petrolio sono al di sopra del prezzo che incentiva a produrre, è molto facile saturare il mercato. L’offerta aumenta, la domanda rallenta, e tutto a un tratto ti ritrovi con il petrolio a $30 al barile. ‘Non ci sorprenderebbe se ciò accadesse quest’anno o nel 2019’, ha affermato il money manager .Questo è il futuro del petrolio, a causa di quanto la tecnologia è cambiata e di quanto velocemente si può ottenere un’offerta a basso costo.

Italia, L’incertezza vista dall’estero.

Fondi e Sicav di Rocki Gialanella
Italia, l’incertezza vista dall’estero

Italia, un futuro quanto mai incerto. Il mix di proposte formulate da M5s e Lega, sfociato nel ‘contratto di governo’, ha dato vita a un dibattito che ha coinvolto osservatori stranieri

Da una rapida analisi delle valutazioni espresse si evince che nessuno si spinge a sostenere che il piano messo a punto dalla due forze politiche sarà in grado di dare con certezza la scossa di cui il paese ha bisogno da qualche tempo. L’incertezza domina tutti commenti e le previsioni. Nessuno ha idea di cosa accadrà.

La view dei pessimisti
I più pessimisti sostengono che il Belpaese stia giocando con il fuoco e che l’allontanamento dalla disciplina di bilancio potrebbe creare non pochi problemi.


E quella degli ottimisti

I più ‘ottimisti ipotizzano che l’Italia abbia una chance importante per provare a individuare una via d’uscita valida per tutti i paesi ‘deboli’ dell’eurozona che si sono trovati a fare i conti con una moneta unica non funzionale alle esigenze di una platea di paesi così disomogenea. Secondo alcuni osservatori, l’idea di fondo coltivata dai leader del patto sarebbe quella di spingere per dare vita a un sistema in cui le grandi imprese continuino a utilizzare l’euro e gli altri possano utilizzare una moneta alternativa che sia più in linea con le esigenze delle economie periferiche dell’eurozona.

Sempre a livello internazionale, i due punti più criticati del piano M5s-Lega riguardano l’introduzione di un reddito di cittadinanza (misura che ha guidato la campagna elettorale del M5s ed ha permesso di raccogliere percentuali elevate di consenso nei collegi del Mezzogiorno) e l’adozione di una flat tax (misura che ha pilotato la campagna elettorale della Lega e che ha consentito di raccogliere percentuali elevate di consenso nei collegi del Nord).

Reddito di cittadinanza, pro e contro
La critica più dura mossa al reddito di cittadinanza è la potenziale rottura del vincolo tra lavoro e denaro, un fatto che non sarebbe in grado di aiutare nessun tipo di economia. L’altra critica all’idea del M5s riguarda le coperture finanziarie per far fronte al costo del provvedimento. L’Italia non può accedere in alcun modo alla svalutazione della divisa per far fronte a forti scossoni a livello di conti pubblici. Questo è un dato importante se si pensa che –in tempi recenti- il Regno Unito ha potuto avviare una forte svalutazione della Sterlina per ovviare ai problemi portati dalla Brexit. Nel variegato panorama internazionale non mancano quelli che danno un parere favorevole al reddito di cittadinanza e sottolineano che l’idea darebbe una forte scossa sul versante della domanda ad un’economia ormai stagnante come quella italiana.

Il regime fiscale a due aliquote. Il caso di Hong Kong
La critica più forte alla flat tax è l’eccessiva aggressività del provvedimento, che trasformerebbe l’Italia in uno dei paesi con il regime fiscale tra i più competitivi del Vecchio Continente (secondo solo all’Irlanda). Il rischio si concentra sulle probabilità di realizzare introiti fiscali tali da giustificare l’introduzione del nuovo regime a due aliquote al 15% e al 20%. Gli esperti riportano che solo in un caso l’introduzione di questo tipo di regime fiscale ha avuto successo. Si tratta di Kong Kong che, tuttavia, ha un’economia molto diversa da quella italiana.

La ricerca del buon senso perduto.

Dall’Iran alla Corea, fino all’Italia, il rischio geopolitico viene enfatizzato. Ma la storia e i numeri delle economie e dei mercati suggeriscono di stare alla larga dai luoghi comuni.

Iran, Corea del Nord e Italia sono i principali rischi geopolitici di cui l’investitore globale deve tener conto nelle sue scelte di questi tempi. Lo ha scritto qualche giorno fa l’economista di una grande banca europea. Altri preferiscono mettere nella lista dei rischi la finora immaginariaguerra commerciale scatenata da Trump al posto dell’Italia. Crediamo che la conclusione secondo cui è arrivato il momento di vendere per mettersi al riparo da queste presunte minacce sia sbagliata. Il problema è che il buon senso, altrimenti detto senso comune, sembra una merce sempre più rara, mentre tra commentatori e analisti sembra prevalere il luogo comune a cui tutti cercano di allinearsi tanto per non sbagliare. Un fenomeno che abbiamo definito ‘luogocomunismo’. Un modo di pensare disconnesso dalla realtà delle economie e dei mercati ma molto confortevole, perchè ci si ritrova in compagnia numerosa.

QUANDO L’ITALIA SEMBRAVA IL MESSICO

Cominciamo dall’Italia cercando qualche spunto dalla storia recente, che quasi mai si ripete ma spesso sussurra in rima qualche insegnamento. Le ultime crisi finanziarie risalgono al 1992, al 1994-95 e al 2011-12. Protagonista delle prime due fu la lira, svalutata e espulsa dallo SME nella prima e di nuovo svalutata nella seconda crisi che aveva come epicentro il Messico, mentre nella terza i protagonisti sono stati BTP e CCT insieme ai titoli bancari, venduti come carta straccia. In tutti e tre i casi fu una formidabile opportunità di acquisto per l’investitore, con ritorni a due cifre per chi scommetteva sull’Italia quando molti la mollavano.
Quella che dà più spunti è la seconda, di cui ci si ricorda poco. A cavallo dell’anno cadeva il primo governo Berlusconi, il cui arrivo era stato accolto con euforia dal mercato sei mesi prima, mentre dall’altra parte dell’Atlantico andava in crisi il peso messicano. Lira e titoli di stato, ormai privi dell’ombrello del sistema monetario europeo, venivano percepiti come quelli di un paese emergente, e l’onda d’urto arrivò in Italia con la stessa violenza con cui colpì l’America latina. Dini prese il posto di Berlusconi, era il suo ex ministro del Tesoro con un passato in Bankitalia e nella World Bank. Puntò a recuperare subito uno status europeo a cominciare dai conti pubblici con la riforma delle pensioni. In pochi mesi, chi aveva comprato BTP a gennaio si ritrovò con un importante doppio guadagno, sul prezzo e sulla lira in cui erano denominati. Dini gettò le basi per la qualificazione all’ingresso nell’euro, portato poi a casa da Prodi due anni dopo, che fece partire il più spettacolare rally di Piazza Affari dagli anni Ottanta. La lezione da trarre sembra che sia: senza un’àncora europea l’Italia è percepita come un paese emergente, con tutti i rischi e i vantaggi conseguenti.

APPROFONDIMENTO
Il ritornello stonato dell’euro debole

LA CAROTA OFFERTA AI CINESI

Corea e Iran, come abbiamo già scritto, sono due partite sulla stessa scacchiera. Trump ‘doveva’ rinnegare l’accordo sul nucleare con Teheran, perché altrimenti Kim avrebbe preteso come minimo le stesse condizioni. Il bastone alternato alla carota, offerta soprattutto alla Cina, sembra continui a funzionare. Ora sono i nord-coreani a implorare il vertice tatticamente cancellato da Donald, che magari nei prossimi giorni ci sorprende concedendosi graziosamente. Se va così, e se porta a casa un buon accordo, quello stesso accordo può diventare la piattaforma per trattarne uno analogo con l’Iran. La guerra commerciale è il condimento di questa politica, un’arma da usare alternativamente con Cina e Europa per farli allineare. Ne sapremo di più ai primi di giugno quando il segretario USA al Commercio Wilbur Ross vola a Pechino per riprendere i negoziati dopo il reciproco scambio di ramoscelli d’ulivo tra i due paesi settimana scorsa.

APPROFONDIMENTO
La strategia di Trump: carota con la Cina, bastone per l’Europa

ORA DI TORNARE A WALL STREET?

Sul versante delle economie globali il grande tema continua a essere il ritorno dell’inflazione. Secondo dati riportati su Seeking Alpha quasi l’80% dei gestori globali si aspetta inflazione in rialzo nei prossimi 12 mesi, un massimo da 14 anni, in un contesto che vede la Fed molti passi avanti nel cammino della normalizzazione monetaria e la BCE molti indietro. Su fronte dei mercati, la turbolenza di fine gennaio-inizio febbraio ha determinato un riposizionamento sul cash dopo la sovraesposizione sulle azioni dei mesi precedenti, con gli investitori che hanno sottopesato la Borsa USA rispetto alle altre, soprattutto Europa. Qui c’è una contraddizione che probabilmente andrà corretta, perché negli ultimi nove mesi le azioni USA hanno fatto meglio delle europee (+6%) e di quelle del resto del mondo (+5%). La ragione è nei numeri. La stagione delle trimestrali si è chiusa a Wall Street con il 78% dei titoli dello S&P 500 che hanno fatto meglio delle attese, la percentuale più alta da quando FactSet ha iniziato a raccogliere questo dato a fine 2008.

BOTTOM LINE

I luoghi comuni suggeriscono scenari catastrofici, anche perchè l’estremismo paga nei titoli di giornali e telegiornali. Il senso comune suggerisce di dare uno sguardo più attento alle azioni americane e alla situazione italiana. Nelle ultime settimane Piazza Affari, banche e BTP hanno sofferto un notevole stress. Ma ora lo scenario è in evoluzione e sembra prendere una direzione diversa. Staremo a vedere se nelle prossime settimane andrà in onda qualcosa di simile a quanto successo nel 1994-95.la

De Michelis (Frame AM): “Rischio sell-off in aumento per gli asset italiani”

Ying & Yang, crisi ed opportunità