Capital Group : Outlook per il secondo semestre 2018!

Una occhiata al prossimo futuro!

da Advisor professional 25/07/2018

Capital Group: outlook per il secondo semestre 2018

di Advisor Professional

LA NEWS

Quest’anno la crescita mondiale sarà la più elevata degli ultimi sette anni.L’espansione economica continua, dunque, a presentarsi robusta e molto solida, con un innalzamento annuo del PIL mondiale che, nelle aspettative del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe raggiungere il 3.9% nel 2018.I motivi di questa accelerazione sono sostanzialmente tre:

  • Un momento positivo sui mercati
  • Politiche monetarie accomodanti
  • Lo stimolo della riforma fiscale americana

In un contesto così favorevole, che coinvolge i 3/4 della produzione mondiale, risalta, come unica eccezione rilevante, il Giappone, il quale, per il 2019, potrebbe riportare una crescita inferiore all’1%.

Da QE a QT

Le banche centrali, come noto, hanno avviato la fase di inasprimento delle proprie politiche monetarie, inaugurando la stagione del cosiddetto Quantitative Tightening (QT).

La prima è stata la Federal Reserve. Nel 2015, infatti, annunciò il primo rialzo dei tassi dopo la crisi finanziaria, e proseguì, nel 2017, con l’avvio della riduzione del proprio bilancio di oltre 4000 miliardi di dollari di asset.

La scelta di modificare gli stimoli monetari prosegue, tuttora, in Europa con la BCE che negli ultimi mesi ha annunciato l’avvio della conclusione del suo programma di acquisti, e con la Bank of England che, a fine 2017, ha avviato il rialzo dei tassi.

In Giappone, infine, la banca centrale ha deciso la riduzione degli acquisti di titoli, pur non avendo dichiarato esplicitamente una data di scadenza per il suo programma di stimoli.

 

 

Quali saranno le difficoltà a cui andranno incontro gli asset con una politica monetaria meno accomodante?” si chiedono gli analisi di Capital Group.

Il quesito è destinato a rappresentare uno dei temi cruciali dei prossimi anni.

Prezzi troppo alti?

I prezzi sono molto elevati un po’ ovunque. Le valutazioni dei titoli statunitensi hanno, ormai, raggiunto il livello massimo degli ultimi 15 anni. Un situazione simile è riscontrabile anche sul mercato obbligazionario, dove gli spread creditizi ai minimi.

Gli asset che hanno avuto una straordinaria performance grazie agli allentamenti monetari, oggi si ritrovano ad avere, davanti a sé, prospettive incerte.

 

Come investire?

In una fase di mercato di questo tipo, gli analisti di Capital Group consigliano una selezione di titoli di tipo bottom-up.

Potrebbe, inoltre, essere utile trarre beneficio dai trend che, attualmente, stanno emergendo, quali:

  • l’aumento della spesa infrastrutturale, che potrebbe essere un ottimo stimolo per il business delle imprese del settore delle costruzioni e delle infrastrutture
  • la crescita della domanda di chip, che sta favorendo il mercato delle aziende di semiconduttori e microprocessori
  • date le valutazioni elevate sui mercati statunitensi, gli analisti di Capital Grouppreferiscono investire in mercati diversi dagli USA
  • per il mercato obbligazionario, è preferibile focalizzarsi sui titoli di più elevata qualità, tenendo presente i rischi di una eccessiva concentrazione di titoli corporate high yield in portafoglio

Zerah (Carmignac): “Emergenti, ecco perché è sbagliato suonare la campana a morto”

Tratto da FocusRisparmio 30 Luglio 2018

Il futuro passa ancora da lì!

Risultati immagini per paesi emergenti

Posizioni lunghe su treasury e bond inflation-linked. Selettività sul credito, prediligendo bancari e “fallen angel”. Il barometro dei mercati obbligazionari secondo Charles Zerah, gestore del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond.

Charles Zerah, gestore del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond
Charles Zerah, gestore del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond

Cautela: è la parola d’ordine per chi investe nei mercati emergenti (EM), sottoposti a una pressione che non si vedeva dal 2013, l’anno del taper tantrum che fece seguito al primo annuncio della Fed a trazione Bernanke della riduzione del programma di acquisti obbligazionari.

Il primo segnale lo ha dato il mercato dei cambi, con le valute emergenti che nel secondo trimestre del 2018 hanno registrato il peggior calo in sette anni. A questo ha fatto seguito un’emorragia di capitali dai paesi in via di sviluppo verso le grandi economie mondiali, America in primis: sia gli investitori azionari che quelli obbligazionari hanno prelevato denaro dagli EM per 10 settimane consecutive.

Per gli investitori in mercati emergenti è tempo di invertire definitivamente la rotta? Non secondo Charles Zerah, gestore del fondo Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond, uno dei comparti di maggior successo della casa francese con asset in gestione per 1,2 miliardi di euro (fonte: fact sheet mensile, giugno 2018).

Quali sono le prospettive degli emergenti e come si riflettono sull’allocazione del fondo che gestisce?
Il sentiment relativo ai mercati emergenti è stato influenzato da un numero crescente di fattori contrari legati a variabili esterne (tassi dei treasury statunitensi più alti, dollaro USA più forte e crescenti tensioni commerciali guidate dagli Stati Uniti), e l’inversione di rotta del sentiment ha, a sua volta, ostacolato le performance delle asset class.

Tuttavia riteniamo che i mercati emergenti continuano ad avere maggiore qualità dal punto di vista macroeconomico rispetto al passato, quando il dollaro era forte e il tapering era in corso negli USA. Per questo motivo gli investitori possono essere certi del fatto che i mercati emergenti dovrebbero essere resilienti a tale fattore di rischio.

Nonostante stiamo monitorando attentamente i potenziali effetti della politica monetaria statunitense sull’universo sui mercati emergenti, siamo pronti ad aumentare la nostra esposizione a questa asset class, visto che le valutazioni sia del debito locale che estero stanno diventando interessanti.

Quali sono, a livello globale, le sue principali convinzioni di investimento sul lato buy e sell?
Abbiamo implementato una posizione lunga sui titoli del tesoro USA e sulle obbligazioni statunitensi indicizzate all’inflazione, in quanto offrono rendimenti interessanti rispetto ad altre obbligazioni dei mercati sviluppati e costituiscono una garanzia in caso di deterioramento dell’ambiente macroeconomico. Manteniamo anche il nostro scenario di medio termine, che auspica un aumento dei tassi tedeschi e degli spread creditizi in Europa, a fronte di un modesto aumento delle aspettative di inflazione a medio termine, una maggiore offerta di debito e valutazioni più ampie.

Inoltre gli asset dei mercati emergenti sono stati penalizzati dal triplice impatto del dollaro forte, maggiori rendimenti negli USA e l’incremento dei prezzi del petrolio (soprattutto per i paesi importatori). Abbiamo deciso di ridurre la nostra allocazione al debito dei mercati emergenti, ma siamo pronti ad aumentarla di nuovo man mano che le valutazioni diventeranno più interessanti.

Infine, i mercati del credito sono troppo costosi, fattore che porta a privilegiare i margini del mercato. Ci piacciono in particolare i fallen angel che sono stati eccessivamente penalizzati dal sell-off forzato in seguito al declassamento del rating del credito. A noi piace ancora il credito bancario, che trae beneficio dalla tendenza pluriennale di riduzione del rischio e della leva finanziaria, oltre che dalla nuova ondata di regolamentazione che ha interessato il settore.

A 10 anni dalla crisi, i titoli finanziari europei non sono ancora completamente usciti dalla “danger zone”. In particolare, oggi destano preoccupazione i piccoli istituti di credito italiani e il colosso tedesco Deutsche Bank. Qual è la sua opinione sul settore, e come è investito?
Tatticamente, abbiamo realizzato profitti sulle obbligazioni finanziarie, visto che le valutazioni si sono ampliate negli ultimi mesi. Tuttavia riteniamo che la situazione del credito bancario europeo rimanga interessante e, fino a quando continuiamo a selezionare in maniera ottimale le emissioni, l’esposizione al settore dovrebbe continuare a offrire rendimenti interessanti. Infatti, la riduzione del rischio all’interno del bilanci bancari fa ben sperare per la parte investita in credito del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond.

Già nel 2012 abbiamo rafforzato questa componente del fondo, quando ci siamo resi conto che le banche europee stavano attraversando un periodo di ristrutturazione. Da allora, abbiamo investito in tutta la struttura del capitale, passando dai covered bond al debito senior e a quello subordinato, comprese le obbligazioni contingent convertible (CoCos). Negli ultimi anni questi strumenti non solo hanno ottenuto risultati estremamente positivi, ma continuano a presentare fondamentali interessanti, se selezionati con cura.

La valuta cinese si è svalutata bruscamente nei confronti del dollaro nelle ultime settimane. L’ultima volta che la Cina ha sorpreso i mercati con una svalutazione, nell’estate del 2015, l’evento ha innescato una svendita globale delle attività a rischio. La situazione desta preoccupazione, oppure stavolta la svalutazione avrà un impatto minore sui mercati azionari?
Anche se ci aspettiamo un deprezzamento del renminbi, allo stesso tempo riteniamo che non si ripresenteranno le stesse conseguenze dell’estate 2015 dovute all’intervento delle autorità cinesi che, all’epoca, hanno provocato un sell-off a livello globale. Infatti, l’economia locale del paese ha registrato un lieve rallentamento, ma continuiamo a vedere il sostegno del governo, grazie all’iniezione di liquidità attraverso un taglio di 50 punti base dei requisiti stabiliti per le riserve bancarie, fattore che incrementa la divergenza rispetto alla politica monetaria statunitense. Inoltre, contrariamente alle altre valute dei mercati emergenti, il renminbi ha subito un apprezzamento dall’inizio dell’anno e ci aspettiamo che la divisa si svaluti e raggiunga il livello delle altre monete dei mercati emergenti.

Infine, stiamo anche prestando la massima attenzione al crescente conflitto commerciale tra Trump e Cina, che potrebbero avere un impatto sulla valuta cinese. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha incrementato l’incertezza a livello globale, e ci sono timori in merito alla possibilità di un’ulteriore escalation o di un contagio che possa portare il livello dei dazi sulle importazioni dalla Cina oltre gli attuali 34 miliardi di dollari.

“Alla ricerca di ‘Alpha’” è la rubrica di FocusRisparmio.com dedicata a investimenti, mercati e all’attualità economico-finanziaria. Ogni lunedì, con l’aiuto degli esperti del settore, vengono messi sotto la lente i fatti recenti più significativi e gli appuntamenti che avranno effetti sul medio e lungo termine.

Mercati, alcuni indizi ricordano la crisi del 1998

27 Luglio 2018 Financial Lounge

A mio avviso, più che una crisi alla fine quella si rivelò una salutare correzione dei mercati!

L’appiattimento della curva dei rendimenti USA, la forte correzione dei mercati emergenti e la sovraperformance dei levered quant funds ricordano quanto accaduto nel 1998 al fondo LTCM.

Alla luce dell’attuale contesto che vede un appiattimento della curva dei rendimenti (cioè del differenziale di rendimento tra il titolo di stato USA a 2 anni e quello a 10 anni), una forte correzione dei mercati emergenti e una sovraperformance dei fondi a leva quantizzati (levered quant funds) affiorano, secondo gli analisti Bank of America Merrill Lynch (BAML), “echi del 1998″.

IL CROLLO NEL 1998 DEL FONDO LTCM

Il riferimento è al crollo nel 1998 di LTCM, il più grande fondo speculativo al mondo nel cui board figuravano prestigiosi protagonisti del mondo economico internazionale. La crisi della Russia nel 1998 e l’uso esponenziale della leva finanziaria da parte di LTCM resero il collasso del fondo drammatico al punto di rendere necessario l’intervento della Federal Reserve per evitare conseguenze disastrose sul sistema economico. Proprio il fallimento improvviso di LTCM ha rappresentato un perfetto esempio di evento critico in ambito obbligazionario nel tardo ciclo economico, che  ha provocato un crollo del mercato con l’accelerazione del deleveraging (processo disordinato di smantellamento delle posizione a leva nei portafogli).

I FLUSSI DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI

Un campanello d’allarme, quello degli analisti BAML, che si basa anche sui dati dei flussi degli investitori internazionali. Alla fine del secondo trimestre molti investitori hanno aggiustato le allocazioni di portafoglio, adottando un’importante rotazione dalle azioni verso le attività più sicure come i titoli di stato o la liquidità. È quanto risulta dal flusso di dati elaborati da BAML. Gran parte del riposizionamento è stato determinato dal cambiamento del contesto: dalla politica monetaria più rigida da parte della Federal Reserve all’aumento dei prezzi dell’energia, dalle tensioni geopolitiche alle crescenti politiche protezionistiche in tutto il mondo.

DEFLUSSI PER 30 MILIARDI DAI FONDI AZIONARI

Basti pensare che nell’ultima settimana di giugno gli investitori hanno ritirato quasi 30 miliardi di dollari dai fondi azionari globali: si tratta del secondo più grande deflusso settimanale registrato secondo le statistiche degli analisti BAML. Più in particolare, il maggior deflusso di capitale è stato registrato dai fondi azionari statunitensi (-24,2 miliardi di dollari, il terzo più grande deflusso di sempre) mentre quello dalle azioni europee si è fermato a -3,9 miliardi: sottoscrizioni nette positive, invece, a favore dell’azionario Giappone (+2,6 miliardi).

FLUSSI VERSO TECNOLOGIA E LIQUIDITA’

Da notare, inoltre, che i riscatti hanno riguardato tutti gli stili di azioni e tipologia di società: growth, value, large cap e small cap. Soltanto due categorie di asset hanno registrato afflussi netti positivi: i titoli tecnologici (19 miliardi) e la liquidità (27 miliardi). Ancora più rilevante è l’annotazione degli analisti BAML riguardo alle preferenze dei clienti che evidenziano un aumento delle partecipazioni in titoli di stato, al punto che tale esposizione è salita al massimo degli ultimi 10 anni. Soltanto nel 2007 (dopo i primi scricchiolii della crisi dei mutui subprime americani) e nel 2008-2009 (al culmine dalla grande crisi economico – finanziaria), l’esposizione degli investitori verso i titoli di stati USA era stato altrettanto significativa.

FUGA DAI MERCATI EMERGENTI

Un altro fenomeno segnalato dagli analisti BAML riguarda i disinvestimenti da parte degli investitori dalle azioni e dalle obbligazioni dei mercati emergenti che, dopo un avvio d’anno sostenuto, da maggio sembrano preferire rinunciare a queste asset class. I rimborsi derivanti dalle attività dei mercati emergenti sono stati pari a 8 miliardi a maggio e a 18 miliardi a giugno. Si tratta della decima settimana consecutiva di deflussi per il debito emergente mentre siamo all’ottava consecutiva per i deflussi dai fondi obbligazionari high yield.

AZIONI IN PORTAFOGLIO VICINE AL MASSIMO STORICO

Al contrario gli investitori hanno acquistato obbligazioni municipali (400 milioni), e titoli di stato protetti dall’inflazione (900 milioni). Resta comunque il fatto che l’asset allocation complessiva monitorata dagli analisti di BAML vede ancora prevalere il rischio, con la liquidità che si attesta ad un minimo record (9,9%) e le quote azionarie al 61,1% (vicine al massimo del 62,5%).

Le azioni superano le obbligazioni: gli investimenti di fondi sovrani e banche centrali

25 Luglio 2018 da Focus Risparmio

Fondi sovrani e banche centrali non sono dilettanti! Il comune risparmiatore avrebbe da riflettere!

Lo rivela la sesta edizione del Global Sovereign Asset Management Study, il report annuale di Invesco sul comportamento di investimento condotto tra 126 tra investitori sovrani e responsabili delle Banche Centrali di tutto il mondoRisultati immagini per fondi sovrani e banche centrali

“L’allocazione media alle azioni è salita al 33% dal 29% del 2017. L’incremento delle allocazioni azionarie è riconducibile a svariati fattori, tra i quali la fase rialzista dei mercati azionari. Gli intervistati hanno risposto che il rendimento dei mercati azionari in cui hanno investito è stato pari all’8,7%, supportando in misura significativa risultati robusti a livello di portafoglio (9,4% nel 2017, in rialzo dal 4,1% del 2016)”. È quanto emerge dalla sesta edizione del Global Sovereign Asset Management Study di Invesco.

Per quanto riguarda le future allocazioni azionarie, sulla scia dell’aumento di queste negli ultimi cinque anni, “quasi la metà degli investitori sovrani ora sovrappesa in misura incrementale o sostanziale le azioni. Sebbene numerosi investitori sovrani intendano mantenere il sovrappeso, alcuni non sono soddisfatti dello status quo. Oltre un terzo (35%) prevede di ridurre i sovrappesi azionari nel medio termine, nell’ottica complessiva di apportare riduzioni modeste anziché tagli significativi. Molti di coloro che intendono ridurre le posizioni sono spinti dalla convinzione che le valutazioni azionarie siano elevate, sia in termini assoluti che relativi e che i mercati siano a rischio di correzioni per questioni geopolitiche o legate ai cicli economici. Tra i fattori specifici che incidono negativamente sui mercati azionari vi sono preoccupazioni macro, come la possibilità di una guerra commerciale, Cina, valutazioni e inflazione”.

Alex Millar, Head of EMEA Sovereigns, Middle East and Africa Institutional Sales di Invesco, spiega così questa evoluzione: “Sebbene gli investitori sovrani siano impegnati in misura crescente sul fronte delle azioni, come growth asset primario, all’interno di questi portafogli azionari si è registrato un autentico cambiamento, di cui hanno principalmente beneficiato le strategie passive. Sebbene le strategie passive siano state i maggiori beneficiari, lo spostamento non è stato proporzionale e netto, bensì sfumato”.

“In prospettiva – conclude l’analista di Invesco – le strategie fattoriali dovrebbero beneficiarne maggiormente. Gli investitori sovrani considerano infatti tali strategie come un terzo pilastro tra la tradizionale gestione attiva e passiva”.

Azimut Holding, Giuliani: “Risultati meglio delle aspettative, non dobbiamo spiegare il perché”

Tratto da Wall Street Italia 26 luglio 2018 di Alessandro Chiatto

In Italia siamo ancora preda di chiacchiere, notizie costruite ad arte ed influenze di lobby concorrenti che si sentono minacciate, ma quando un management è abile, ha chiarezza di visione,  precisi progetti, riesce a creare uno spirito interno collaborativo ed armonioso  e la crescita non è demandata alla casualità, allora i risultati arrivano e con essi i numeri in borsa non possono ritardare indefinitamente……Azimut Holding, Giuliani:

“Lascio alla fantasia e/o alla malevolenza degli “operatori di mercato, la spiegazione del perché il nostro utile netto è superiore del 50% di quello previsto dal consenso”. Parola di Pietro Giuliani (nella foto), presidente di Azimut, dopo la pubblicazione della semestrale di Azimut Holding: “La nostra priorità è produrre performance per i nostri clienti e per i nostri azionisti, non spiegare perché i nostri risultati siano molto maggiori di quelli che il mercato si aspettava“. I conti del primo semestre del 2018 vedono un utile netto consolidato pari a 72,6 milioni (erano 121,2 milioni nello stesso periodo del 2017). I ricavi consolidati sono pari a 375,7 milioni (rispetto ai 415,4 della prima metà del 2017). Il reddito operativo è pari a 98,8 milioni (rispetto ai 149,8 milioni dei primi sei mesi dell’anno scorso).

Il totale delle masse gestite a fine giugno 2018 raggiunge i 40,8 miliardi; il dato comprensivo del risparmio amministrato e gestito da case terze direttamente collocato arriva a 51,6 miliardi. La raccolta netta nei primi sei mesi dell’anno è stata di circa 2,4 miliardi, di cui una buona parte dal business estero che oggi rappresenta il 25% del patrimonio complessivo di gruppo.

Numeri non molto brillanti per quanto riguarda il complesso dei primi sei mesi ma, come spiega Sergio Albarelli, CEO del gruppo “i risultati del secondo trimestre mostrano un’evoluzione positiva rispetto ai tre mesi precedenti nonostante il perdurare dell’incertezza e della volatilità sui mercati finanziari. A questi risultati hanno contribuito in modo rilevante le attività estere il cui sviluppo sarà sempre più una leva strategica per la crescita del gruppo.”

Infine, il CdA ha deliberato di procedere con una nuova tranche di acquisto di azioni proprie per un controvalore indicativo fino a 10 milioni di euro, e un corrispettivo massimo per azione pari a 30 euro. Questa nuova tranche si aggiunge alle altre tre già completate nel precedente programma per un controvalore complessivo di 100 milioni: “Per quanto riguarda alcune fantasiose ipotesi sul futuro/valore di Azimut – prosegue Giuliani – commento solo reiterando il fatto che porteremo il valore del titolo a 50 euro (anche senza contributi che potrebbero sembrare fatti “pro domo propria”). Ricordo che non più tardi di un mese fa 1200 colleghi che lavorano in Azimut hanno investito in un’operazione di LBO ulteriori 100 milioni di euro, affiancati da un fondo di private equity che ha investito ulteriori circa 60 milioni, per un totale di circa 160 milioni di euro“.

La Posizione Finanziaria Netta consolidata a fine giugno 2018 risultava negativa per circa 57 milioni, in diminuzione rispetto ai 134,9 milioni di fine dicembre 2017. Nel semestre sono stati pagati dividendi ordinari per circa 131 milioni, è stata eseguita l’ultima tranche di buyback per circa 30 milioni e sono state fatte acquisizioni per circa 17 milioni. La PFN include anche versamenti per circa 80 milioni per acconti d’imposta, bollo virtuale e riserve matematiche.

Positiva l’attività di reclutamento in Italia di consulenti finanziari e private banker: nel primo semestre del 2018 il gruppo e le sue divisioni hanno registrato 119 nuovi ingressi, portando il totale del Gruppo Azimut a fine giugno a 1719 unità.

Le case degli italiani: sono 75 milioni, crescono le abitazioni “medie” e scendono quelle di “lusso

La Repubblica 14 Luglio 2018 di Antonella Donati

Una semplice considerazione e domanda: su cosa si basa la ricchezza di un paese? Sulla capacità di produrre ricchezza, beni industriali, beni durevoli, di lusso, sulla filiera dell’agroalimentare, sui beni destinati specialmente all’export,  poi sulle infrastrutture, strade, autostrade, aeroporti, ferrovie, porti, ponti, opere pubbliche, ospedali, stazioni, rete idrica, elettrica, telefonica, internet; capaci di modernizzare il paese ed attrarre turismo; oppure su un parco di abitazioni in gran numero maggiore rispetto alle esigenze della popolazione residente. Se siamo 60 milioni di cittadini e viviamo in nuclei di 2 o tre persone che ci facciamo con tutte queste case? Il tedesco medio non è proprietario nella nostra stessa percentuale eppure i dati delle rispettive economie a confronto sono impietosi. Il declino del nostro paese dipende dalla capacità degli italiani di rinnovarsi volgendo il nostro pensiero verso ciò che è veramente destinato a produrre ricchezza e business. Per questo i giovani fuggono all’estero, con questa mentalità qui non vedono futuro!

I dati dell’Osservatorio dell’Agenzia delle entrate rilevano sempre più nuove costruzioni. In aumento anche il numero di edifici industriali. Crescono gli immobili in decadenza per non pagare l’Imu

Più villini e meno ville. Più abitazioni di media categoria e meno case di lusso. Cambia così lo stock immobiliare nel 2017, comunque in crescita crescita rispetto all’anno precedente. Gli immobili censiti, infatti, aumentano di oltre mezzo milione, arrivando a quasi 75 milioni di unità, per l’88% di proprietà privata. A fotografare l’andamento del mattone la pubblicazione annuale curata dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate.

Case su, uffici giù. In dettaglio nello scorso anno lo stock immobiliare italiano è aumentato dello 0,8%, con circa 548.000 unità in più del 2016, raggiungendo un totale di 74.985 milioni.  La crescita ha rigurdato tutto il territorio. Poco meno della metà del totale, ossia 35 milioni di immobili, sono a destinazione abitativa con una crescita di circa 114.000 unità rispetto a quelle rilevate l’anno prima. Si tratta in gran parte di nuove costruzioni, a dimostrazione che nononostate le difficoltà nelle vendite il settore non si ferma. Nel dettaglio delle singole categorie, sono aumentate le abitazioni nelle categorie A/2, A/3 (abitazioni  civili e di tipo economico), A/7 (villini) e A/11 (abitazioni ed alloggi tipici dei luoghi, +2,2%). Sono diminuite invece le abitazioni signorili (A/1), le abitazioni popolari (A/4), le ville (A/8), i castelli e i palazzi di pregio (A/9) e, con tassi superiori al 2%, le abitazioni di tipo ultrapopolare e rurale (A/5 e A/6). Un andamento delle nuove costruzioni, quindi, sempre più orientato verso una fascia media. Crescono anche le unità censite come pertinenze e negozi, mentre diminuisce il numero di uffici (- 0,2%).

Più immobili industriali. A far segnare invece un aumento dell’1,6% è il numero degli immobili destinati ad uso produttivo che ora raggiungono quasi quota 1,6 milioni. Si tratta di immobili censiti nelle categorie D/1 (opifici, 495mila circa), D/10 (edifici a uso agricolo, 420mila circa), D/7 (edifici a uso industriale, 293mila circa) e D/8 (edifici a uso commerciale). Le unità del gruppo D rappresentano una rilevante quota di rendita del patrimonio immobiliare italiano, il 28% circa, a fronte di una quota di solo il 2,4% in termini di numero di unità.

Crescono anche le rendite catastali. Quando alle rendite catastali dopo il calo dell’1,1% dello scorso anno, il totale torna a crescere dello 0,4%. L’aumento interessa tutti i gruppi ad eccezione delle unità immobiliari adibite ad uffici (A/10), in calo dello 0,6%. La rendita catastale è salita dunque a 37,3 miliardi di euro, per la maggior parte (61%) relativa ad immobili di singoli proprietari. Proprio per loro però pagare o meno l’Imu sulla prima casa può fare la differenza. E così, ancora una volta, dalle statistiche del catasto dell’Agenzia delle Entrate, emerge come il patrimonio immobiliare italiano sia in movimento, sempre più spostato verso le categorie di abitazioni o in generale immobili su cui l’imposta sulla prima casa non si paga, a scapito di quelle, tendenzialmente di lusso, su cui invece tocca pagare le tasse. Secondo le ultime statistiche catastali, dopo l’aumento già registrato nel 2016, lo scorso anno sono non a caso cresciuti del 3,2% gli immobili “non idonei a produrre reddito” e quindi non soggetti ad alcuna tassa. Confedilizia evidenzia come dal 2011, cioè nel periodo pre Imu, ad oggi il numero degli immobili abbandonati al degrado sia quasi raddoppiato, passando da 278 mila a 520 mila unità, con un balzo dell’87%. “Si tratta di immobili per i quali i proprietari non sono in grado di far fronte alle spese di mantenimento e alla abnorme tassazione patrimoniale Imu-Tasi – denuncia il presidente dell’associazione Giorgio Spaziani Testa – e che raggiungono condizioni di fatiscenza per il semplice trascorrere del tempo o, addirittura, a causa di atti concreti dei proprietari, che mirano così a liberarsi almeno degli oneri che comportano”.

In acque inesplorate con Powell al timone.

FinanciaLounge 9 luglio 2018

Le acque inesplorate dell’economia, annunciata a colpi di tweets.

La portaerei americana si avvicina al porto della normalità monetaria, e il Forex anticipa uno scenario di dollaro meno forte a vantaggio di euro e oro. Mentre il prezzo del rischio politico in Europa resta contenuto.

Fare il banchiere centrale è proprio un bel mestiere! Almeno se ti chiami Jay Powell e siedi sulla poltrona di presidente della Federal Reserve. In carica da sei mesi, ha parlato meno di quanto faceva in mezza giornata la sua predecessora Janet Yellen. Ma le mani sul timone che stanno portando l’America nel porto della normalità monetaria sono salde. In sei mesi ha alzato i tassi due volte, il doppio di quanto fatto da Janet nell’intero 2016, e si prepara a raddoppiare prima di Natale. A fine anno saremo al 2,5% e per metà 2019 probabilmente al 3%, vale a dire alla ‘missione compiuta’. Un’economia in forma strepitosa lo accompagna. Il dato di venerdì scorso sul lavoro è stato più che stellare. Non solo sono stati creati a giugno altri 213.000 posti dopo un maggio ben sopra 200.000, ma la disoccupazione è salita al 4% dal 3,8% del mese precedente. Perché anche questa è una buona notizia? Perché dice che 600.000 americani che avevano abbandonato l’idea di trovare un posto si sono messi a cercarlo, allargando il bacino della forza lavoro potenziale, su cui si misura appunto la disoccupazione.

GUERRA DEI DAZI A IMPATTO ZERO

Anche fare il presidente degli Stati Uniti d’America non è male. Con il dato di giugno il numero di americani che hanno un lavoro aumenta in modo consistente per la decima volta in 17 mesi di presidenza, portando il totale oltre 155,5 milioni, con la disoccupazione ai minimi di sempre per gli ispanici, un record già battuto dai lavoratori afro-americani un paio di mesi fa. Si allarga anche il bacino della forza lavoro, a oltre 162,1 milioni, calmierando le pressioni al rialzo sui salari, che restano contenute al 2,7%. Ma come, le guerre commerciali non dovevano essere un boomerang che avrebbe messo in ginocchio per prime le imprese americane? Il WSJ, che in primavera non aveva smesso di battere questo tasto, sabato 7 luglio deve ammettere che “la salute dell’economia incoraggia il gioco duro di Trump con la Cina. È vero che i dazi di solito sono negativi per l’economia, ma almeno sinora è veramente difficile sostenere che lo scontro con la Cina stia avendo un qualche impatto a livello macro”.

LA VISTA LUNGA DEL FOREX

Intanto il dollaro sembra aver smesso di correre mentre l’euro ha rialzato la testa. Una contraddizione, visto che l’America va alla grande e l’Europa rallenta? Forse no, le mani forti che muovono il Forex appartengono a gente che ha la vista lunga. Abbiamo detto che i tassi dei Fed Fund potrebbero arrivare al target del 3% più o meno verso metà 2019. A quel punto, lo ‘zio Jay’ dovrebbe fermarsi perché ha messo in cascina un margine sufficiente per allentare in caso l’economia lo richieda. Quindi dal 2020 in poi la mossa successiva potrebbe anche essere un ribasso. Per la BCE è vero l’esatto contrario. A dicembre finisce il QE e le previsioni di mercato puntano a una prima mossa sui tassi proprio tra 12 mesi, o giù di lì. Questo può dare appeal all’euro e toglierlo al dollaro. Ovviamente chi muove i fantastiliardi che si scambiano sul Forex non sta ad aspettare che succeda, ma comincia a posizionarsi per tempo. Questo spiega non solo il recupero dell’euro ma anche la tenuta dell’oro. Dalla fine del gold standard nel 1971, il metallo giallo rappresenta un’alternativa al biglietto verde. Se si cerca un’alternativa un po’ d’oro vicino alla moneta europea ci può stare.

L'andamento del cambio euro/dollaro USA da marzo (Fonte: investing.com)
L’andamento del cambio euro/dollaro USA da marzo (Fonte: investing.com)

L’INFLAZIONE NON FA PAURA

E la curva dei tassi americani? Ce ne siamo occupati una settimana fa per osservare che la congiuntura astrale che la mantiene piatta è benigna. Ma se i Fed Funds arrivano al 3% tra un anno e i rendimenti dei T-bond a 10 anni restano dove sono, vale a dire sotto quel livello, allora è un’inversione bella e buona della curva, che dagli anni ’70 in poi ha sempre segnalato recessione in arrivo. Forse è anche questa una teoria da rivedere. Economia che corre e assenza di inflazione sono due cose che possono anche stare insieme, come è successo nella prima metà degli anni ’60 del secolo scorso. E in questo caso curva invertita, vale a dire tassi a breve più alti di quelli a lunga, non preannuncia per forza recessione. Stiamo navigando in acque abbastanza inesplorate, e quelli che in passato sono stati campanelli d’allarme magari oggi non segnalano pericoli. Aspettative di inflazione molto bassa nel medio lungo termine possono giustificare tassi a 10 e a 30 anni poco sotto e poco sopra il 3%, anche se la Fed continua a alzare. Il mercato sa che lo fa più per ricostruire margini di intervento che perché vede all’orizzonte il rischio inflazione.

BOTTOM LINE

Le acque inesplorate che stiamo navigando non sono solo quelle rilevate dalla bussola dei dati macro e degli indicatori tecnici. Sono anche quelle della politica, che in Europa dopo la scomparsa o quasi del centrosinistra comincia a segnalare che anche il centrodestra sta diventando una specie di fantasma, vedi i casi May e Merkel. Il rischio prezzato dai mercati da quando tutto è cominciato con la Brexit due anni fa resta contenuto e può ancora rappresentare uno sconto interessante di cui approfittare per comprare Europa. Anche perché se l’edificio comunitario dovesse cedere, il problema non saranno le quotazioni delle banche o lo spread che si allarga.

Kane (TCW): “Global bond, è tempo di alzare le difese. Default e allargamento degli spread all’orizzonte”

Focus Risparmio 9 luglio 2018

E’ necessaria grande perizia ed accortezza. La via si è fatta stretta!

Addio vecchie ideologie, lo scontro in atto riguarda la globalizzazione

Financial Lounge by Gam Investment 4 Luglio 2018

Avanza la democrazia illiberale in risposta agli eccessi della globalizzazione 

Nessuno scontro tra Est e Ovest: oggi è la Cina a insidiare gli USA in ambiti in cui la leadership americana è stata incontrastata. Ma la vera sfida riguarda la globalizzazione e i suoi effetti, spiega Benetti di GAM

Come negli anni Trenta, e poi negli anni della Guerra Fredda, è in atto uno scontro ideologico che però nulla ha a che fare con le ideologie del passato. Lo fa notare Carlo Benetti, Head of Market Research and Business Innovation di GAM (Italia) SGR, nell’Alpha e il Beta del 2 luglio 2018.

LE CRITICHE ALLA GLOBALIZZAZIONE

Da una parte si schiera chi indica nel libero scambio, nella circolazione di merci, capitali e persone, la causa dell’impoverimento dei ceti più fragili come conseguenza della globalizzazione. Dall’altra figurano invece i sostenitori accaniti dell’ordine liberale e della collaborazione multilaterale guidata da organismi internazionali quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario, l’Organizzazione del Commercio Mondiale.

LA GUERRA PER IL PRIMATO TECNOLOGICO

Ma, in realtà, la vera posta in gioco è nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e, più in particolare nel primato tecnologico. Oggi Pechino sfida Washington in ambiti (difesa e tecnologia) in cui la leadership americana è stata fino ad oggi incontrastata. L’obiettivo cinese ‘Made in China 2025’ prevede per quell’anno l’autosufficienza, per almeno il 70%, negli ambiti Information Technology, robotica, auto elettriche e sistemi di guida autonoma.

LA RICERCA DI LEADER FORTI

Resta il fatto che, come negli anni Trenta, la semplificazione della politica conduce al leaderismo. “L’Economist riporta che meno di un terzo dei giovani americani ritiene essenziale vivere in democrazia. Avanza la tentazione dell’uomo forte – Duterte, Erdogan, Al Sisi, Putin, Maduro, Orban – che parla tranquillamente di ‘democrazia illiberale’” sottolinea Carlo Benetti. Secondo l’esperto, sebbene l’attuale contesto non sia certo paragonabile a quello degli anni ’30, sarebbe tuttavia rischioso sottovalutare alcuni segnali.

LO SCUDO DEL REALISMO ECONOMICO

“Il nemico del populismo nazionalista non è il globalismo elitario, scrive l’economista Kaletsky, ma il realismo economico” specifica Carlo Benetti il cui riferimento è anche a quanto accaduto 5 anni fa e a quanto sta avvenendo oggi. “Nel maggio 2013, l’allora presidente della Fed, Ben Bernanke, annunciava l’avvicinarsi della svolta nella politica monetaria della Fed (il cosiddetto taper tantrum): la reazione dei mercati fu immediata e violenta, con il forte rialzo dei tassi dei Treasury e il sell-off (vendite sul mercato senza limitazione né di prezzo né di quantità, ndr) su valute e obbligazioni emergenti. Cinque anni dopo, e dopo il settimo aumento dei tassi dal dicembre 2015, le reazioni del mercato sono molto diverse” illustra l’esperto.

POWELL SENSIBILE ALL’ECONOMIA DOMESTICA

Certo l’attuale presidente della Fed, Powell, è più sensibile alle condizioni dell’economia domestica che alle ripercussioni internazionali delle sue scelte, e la Fed aumenterà ancora i tassi quest’anno e proseguirà l’anno prossimo: ma il tutto a condizione che la disoccupazione resti bassa e la crescita economica prosegua. Intanto sia la crescita debole della forza lavoro che il flebile incremento della produttività potrebbero costituire fenomeni strutturali di lungo termine nelle economie avanzate tali da ostacolare il rialzo dei rendimenti.

RENDIMENTI BASSI ANCHE DOPO I QE

“Non si può escludere la possibilità che i rendimenti restino bassi anche dopo il termine dei QE, un’eventualità con implicazioni per i portafogli e gli investitori” è la riflessione finale di Carlo Benetti. Che poi aggiunge alcune preziose indicazioni: “L’inflazione e l’occupazione restano le grandezze da tenere d’occhio, il dollaro, sostenuto dal doppio drenaggio di liquidità di banca centrale e Tesoro, metterà sotto pressione le valute e gli asset delle economie emergenti”.

Calma e gesso (e piani di accumulo)!

Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Giu – Lug 2018 |

Una parte delle decisioni dovrebbe essere scollegata dall’emotività del momento aiuterebbe non poco nel medio periodo.

 

La finanza comportamentale spiega come evitare le trappole mentali che portano a scelte perdenti. Cervellati (Università Ca’ Foscari di Venezia): “Meglio affidarsi agli automatismi”

Enrico Maria Cervellati, professore associato di finanza aziendale all'Università Ca' Foscari di Venezia ed esperto di finanza comportamentale
Enrico Maria Cervellati, professore associato di finanza aziendale all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto di finanza comportamentale

Esistono diversi fattori che influenzano gli investitori, portando a scelte poco ponderate e a conseguenze negative: come attendere troppo per iniziare a risparmiare, perdere soldi per una reazione dettata da errori emotivi e cognitivi o da scorciatoie mentali, perdere delle occasioni di guadagno per paura di nutrire dei rimpianti successivamente sulle decisioni prese, lasciare i soldi sul conto corrente ragionando in termini nominali, senza capire che così nel tempo si possono perdere cifre molto elevate a causa dell’erosione del potere d’acquisto. A spiegarlo è Enrico Maria Cervellati, professore associato di finanza aziendale all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed esperto di finanza comportamentale.

Quali sono i fattori che influiscono in modo sbagliato sul modo di investire? 

Le basi sono alcuni macroelementi. I bias, cioè gli errori, che possono essere sia emotivi (comportamenti dettati da euforia o da panico), sia cognitivi, cioè basati sul modo di ragionare e a false convinzioni: per esempio, la percezione che i titoli di Stato siano sicuri, perché danno le cedole e prevedono il rimborso finale. Un altro fattore importante sono le euristiche, che potremmo definire come scorciatoie mentali: per esempio, la familiarità, che ci porta a preferire le azioni di società italiane. E, ancora, gli effetti framing, ragionamenti in base a un quadro in grado di distorcere la realtà, per cui per esempio una perdita ci pesa di più di un guadagno dello stesso ammontare.

Come si è evoluta la finanza comportamentale?

La prima generazione si è occupata sopratutto degli errori cognitivi e delle euristiche decisionali, e ha stilato una lista di errori tipici. La seconda ha anche dato delle soluzioni. Il recente premio Nobel Richard Thaler ha elaborato una soluzione alla miopia dell’autocontrollo, per cui le persone non risparmiano per la pensione e tendono a procrastinare: il piano save more tomorrow. Può sembrare un controsenso, ma in realtà se si dice a un 20enne di iniziare a risparmiare, non lo farà, perché in base al cervello emotivo, che vive di gratificazioni immediate, il giovane non vuole pensare alla pensione; una meta lontana che innesca pensieri negativi, associati alla vecchiaia. Allora Thaler suggerisce di non obbligarsi a risparmiare oggi, ma di farlo in futuro in modo automatico quando arriverà un aumento di stipendio, e quindi ci peserà meno.

Quali sono gli altri metodi per evitare errori comportamentali?

In fasi di volatilità come quella attuale, le persone possono cedere al panico o illudersi di controllare la situazione con trading compulsivo. Il metodo più efficace è capire che quando arriverà l’emozione non saremo in grado di gestirla, quindi affidarsi a metodi automatici. Per esempio, i piani di accumulo, con cui si entra sul mercato in maniera programmata a prescindere da ciò che accade. Così si evita l’errore di non entrare in fasi di mercato ribassista, in cui conviene anzi comprare di più. Quando poi i prezzi scendono, c’è chi si fa prendere dal panico e vende, o chi si blocca nella speranza che il titolo risalga, allargando la perdita. Anche qui servono regole automatiche di stop loss; occorre darsi delle soglie tecniche oltre le quali vendere. La soglia è molto personale, bisogna valutare quanto si riesce a reggere e possibilmente farsi aiutare da un professionista. Ovviamente, questa regola vale quando si è investito per esempio in un titolo azionario, non quando si è investito in un fondo o si è esposti sul mercato nel suo complesso in caso di fase ribassista: in quel caso è bene aspettare che il mercato risalga.