Debito, agenzie di rating, Tria: tutti i dubbi dei mercati sull’Italia

30/09/2018 Economia e Finanza da La Repubblica

Ed adesso il vaglio delle agenzie di rating, e se la manovra non la spiegano bene nel dettaglio avoglia a dire “io dell’Europa me ne frego”…..i BTP chi se li compra?

Attesa la riapertura delle Borse dopo il venerdì nero di Piazza Affari.

 

Debito, agenzie di rating, Tria: tutti i dubbi dei mercati sull'Italia

 

MILANO – L’Italia osservata speciale dei mercati in vista della riapertura degli scambi. Venerdì, all’indomani della scelta del governo Lega-M5s di fissare il rapporto deficit/Pil al 2,4% nel prossimo triennio, la Borsa italiana ha perso il 3,7% e lo spread ha vissuto una fiammata fino a 280 punti, per poi ridiscendere in area 265. Dinamica simile sulle scadenze a più breve termine, che hanno mostrato forti rialzi poi in parte rientrati.

Gli investitori internazionali non vedono alle porte scenari catastrofici, anche perché mancano ancora tasselli importanti per giudicare il quadro di finanza pubblica tricolore e soprattutto le misure che verranno dettagliate nella Manovra. Nelle prossime ore dovrebbe esser messo nero su bianco come il Tesoro si aspetta che si evolva il rapporto tra debito e Pil, alla luce del deficit previsto, e con la Nota di aggiornamento al Def verranno pubblicate anche le tabelle che conterranno i “numerini” su avanzo primario e deficit strutturale: tutti parametri che sono osservati più strettamente a Bruxelles e dalle agenzie di rating, per capire quanto l’Italia svierà dal percorso previsto di contenimento del proprio stock di debito.

A vedere le reazioni dei grandi fondi esteri e delle banche d’affari, dalla scelta del governo – in attesa di capire ancora tutto il resto – si sollevano quattro interrogativi. Li ha riassunti Barclays, in un report dell’economista Fabio Fois: difficoltà istituzionali con Bruxelles; sostenibilità del debito e di conseguenza possibili risposte delle agenzie di rating; perdita di credibilità da parte del responsabile del Tesoro, Giovanni Tria. “Il ministro delle finanze Tria ha infine ceduto alle pressioni poste dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle, con un deficit più ampio” delle attese, ha commentato ad esempio da Fidelity il direttore degli investimenti obbligazionari Andrea Ianelli. “Il focus sulla spesa corrente piuttosto che su misure volte ad incrementare la capacità produttiva del Paese non aiuterà alla riduzione del deficit strutturale e del debito. Ciò è in contrasto con i commenti e le rassicurazioni date dal ministro Tria sia agli investitori che alla stessa Commissione Europea nelle ultime settimane”. Anche se non si dimetterà, “è inevitabile che la sua credibilità ne esca in parte danneggiata, essendosi dovuto arrendere alle pressioni delle forze politiche che costituiscono il governo”, ha aggiunto Antonio Ruggeri, gestore di SYZ AM.

Quanto al debito, Fois crede che con il rallentamento dello sforzo di disciplina fiscale – insieme a politiche di minor supporto alla crescita (quali sono quelle essenzialmente assistenziali) – l’equilibrio sul debito italiano diverrà più instabile nel medio termine con rischi non irrilevanti di tornare a vedere una crescita del rapporto sul prodotto. Questo, aggiunge Nicola Nobile da Oxford Econimcs, a fronte di una politica fiscale solo leggermente espansiva che non garantisce che effetti “limitati” sulla crescita. E di conseguenza si aprono rischi sul rating. Di nuovo Iannelli, sul punto delle agenzie: “Si attendono inoltre nelle prossime settimane le opinioni di Moody’s ed S&P sul rating sovrano. Un downgrade da parte di entrambe è probabile a questo punto, potenzialmente accompagnato da un outlook negativo”. Significherbbe arrivare molto vicini al limite di “non investment grade”, ovvero i titoli ritenuti pericolosi e dai quali molti investitori internazionali scappano per statuto (oltre che mettere a repentaglio l’ombrello della Bce, che si chiuderebbe comunque solo con tutti e quattro i giudizi delle agenzie a livello “spazzatura”).

Alcuni credono comunque che la “reazione sia stata esagerata” e che nonostante restino “le preoccupazioni sulla sostenibilità dei finanziamenti pubblici italiani” sul lungo termine, “assisteremo probabilmente al ritorno di un senso di calma” con una “riduzione degli spread tra Italia e Germania” (parola di Azad Zangana, Senior European Economist and Strategist di Schroders). Il capoeconomista di Unicredit, Erik Nielsen, nota che anche con un surplus primario in calo all’1,3 per cento e con una crescita nominale del Pil al 2,4 per cento (giustificata dal’effetto dei prezzi), e costi di finanziamento ancora in riduzione per effetto del rifianziamento dei vecchi Btp in scadenza (che erano stati emessi a tassi maggiori), il rapporto debito/Pil potrà comunque leggermente scendere. Motivo per cui, pur non apprezzando l’impostazione generale sulla disciplina di bilancio, i movimenti visti venerdì sui mercati potrebbero esser stati eccessivi.

Non resta che attendere la riapertura degli scambi per una risposta, attesa in particolare per i titoli delle banche che come sempre in queste situazioni soffrono più degli altri.

Intanto, in attesa dei documenti ufficiali, proprio Tria volerà lunedì a Lussemburgo per partecipare all’Eurogruppo ed Ecofin e avviare il confronto con i partner europei sul nuovo quadro programmatico contenuto nella nota di aggiornamento al Def. Il voto sulle risoluzioni del Parlameto è previsto il 10 ottobre, cinque giorni prima dell’invio alla Commissione europea del documento programmatico di bilancio che costituisce l’ossatura della manovra.

Pmi, la “mala” burocrazia costa 31 miliardi all’anno

30/09/2018 La Repubblica “Economia e Finanza”

A mio avviso questa, insieme alla riforma della giustizia e ad una attenta spending review  sono i punti cardine da cui ripartire per riavviare il Paese!

Secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre che cita l’ultima indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica Amministrazione su 192 territori dell’Ue, le regioni del Centro-Sud d’Italia compaiono per otto volte nella classifica dei peggiori 20

MILANO – La “mala burocrazia” italiana costa al sistema delle Pmi italiane 31 miliardi di euro ogni anno. Il dato è stato elaborato dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre in base all’ultima rilevazione effettuata dal Dipartimento della Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In particolare, la Cgia cita l’ultima indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica Amministrazione su 192 territori dell’Ue, realizzata nel 2017, in cui le principali regioni del Centro-Sud d’Italia compaiono per otto volte nella classifica dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica al 190/o posto. Il territorio italiano migliore, relegato al 118/o posto a livello europeo, è il Trentino Alto Adige, seguito a pari merito da altre due regioni del Nordest, l’Emilia Romagna e il Veneto al 127/o e 128/o posto, poi la Lombardia al 131/o posto e il Friuli Venezia Giulia al 133/o.

Dai dati della Banca Mondiale (Doing Business 2018), infine, Cgia segnala che tra i 19 paesi dell’Area Euro l’Italia si posiziona al 14/o posto sulla facilità di fare impresa. IN particolare, siamo all’ultimo posto sia per quanto riguarda il costo per avviare un’impresa (13,7% sul reddito pro capite), sia per l’entità dei costi necessari per recuperare i crediti nel caso di un fallimento (22% del valore della garanzia del debitore), al terzultimo posto sia per quanto riguarda il numero di ore annue necessarie per pagare le imposte (238) sia per il numero di giorni indispensabili per ottenere una sentenza commerciale (1.120 giorni). Occupiamo il quart’ultimo posto per giorni necessari per ottenere il permesso per la costruzione di un capannone (227,5 giorni), mentre ci collochiamo al sestultimo posto per le spese in una disputa commerciale (23,1% del valore della merce).

Italia, possibile downgrade delle agenzie di rating.

28 Settembre 2018 Focus Risparmio

Non ci sono pasti gratis, siamo pronti ad affrontare le conseguenze di questa legge di Bilancio con Deficit al 2,4%?

La proposta di un piano con un deficit del 2,4% non è in sé una catastrofe, e rientra comunque nei limiti di Maastricht

Adrian Hilton, gestore del fondo Threadneedle lux european strategic bond di Columbia Threadneedle Investments
Adrian Hilton, gestore del fondo Threadneedle lux european strategic bond di Columbia Threadneedle Investments

“Nel braccio di ferro per la definizione del Def, i primi colpi sembrano essere stati segnati dai due leader della coalizione populista, Salvini e Di Maio. La proposta di un piano con un deficit del 2,4% non è in sé una catastrofe, e rientra comunque nei limiti di Maastricht. Ma nelle ultime settimane, i mercati erano stati portati a credere, dal più moderato ministro delle finanze Tria, che una percentuale inferiore al 2% fosse più probabile, e gli spread si erano in qualche modo stabilizzati. Il tutto è cambiato in modo molto brusco ieri sera”. Adrian Hilton, gestore del fondo Threadneedle lux european strategic bond di Columbia Threadneedle Investments, prefigura le possibili ricadute dell’accordo raggiunto nel governo sulle misure da inserire nel Def.

“La prospettiva di un’uscita dell’Italia dall’Eurozona – spiega l’analista – sarebbe stata impensabile qualche anno fa; a nostro avviso, è comunque una prospettiva che continua ad essere improbabile. La nostra preoccupazione principale al momento è il possibile deteriorarsi ulteriore del contesto economico: il vero rischio per l’Italia potrebbe materializzarsi quando, senza sufficienti riserve strutturali per abbassare la crescita dei tassi, la dimensione del surplus primario richiesto per stabilizzare il rapporto debito/Pil potrebbe diventare irraggiungibile”.

Hilton sottolinea che “c’è sempre tempo per ripensare ad un bilancio eventualmente più conservativo prima che il disegno di legge venga presentato alla Commissione Europea, e la nostra opinione è che l’attuale governo possa smettere di flirtare con la prospettiva di una uscita dall’Eurozona. Ma questa volatilità non aiuta di certo il sentiment nei confronti dell’Italia e permane anche il rischio che possibili downgrade da parte delle agenzie di ratings possano aggravare ulteriormente la crisi. Columbia Threadneedle Investments – conclude l’economista – mantiene comunque per ora una posizione neutrale”.

Nessuna recessione USA in vista, ma un raffreddamento può frenare la BCE

26/09/2018 by FINANCIAL LOUNGE

A questo punto la cosa sembra divenuta ovvia! Risultati immagini per bce

ETHENEA stima che il picco dell’espansione globale sia stato toccato ma non vede rischi di recessione USA a 12 mesi, la crescita è robusta nonostante la curva appiattita dei tassi.

L’economia americana sta continuando su un percorso di crescita robusta che sembra aver accelerato ancora nel terzo trimestre mentre su scala globale il picco dell’espansione è alle nostre spalle, in un 2018 che porta a escludere nei prossimi 12 mesi una recessione negli USA. È questa in sintesi l’analisi di Guido Barthels, portfolio manager di ETHENEA, che interviene anche nel dibattito sull’appiattimento della curva dei tassi americana, vale a dire il fenomeno per cui i rendimenti a lunga si collocano appena sopra quelli a breve, che potrebbe sfociare in una vera e propria inversione, che a sua volta di solito precede una recessione di 18-24 mesi. Barthels nota che secondo molti c’è un nesso causale tra l’appiattimento e il quantitative easing ormai archiviato dalla Fed, perché gli acquisti di titoli hanno fatto salire i prezzi e scendere i rendimenti, soprattutto sulle scadenze più lunghe.

SGANCIAMENTO TRA LE CURVE USA E EUROPA

Il manager di ETHENEA nota anche una sorta di sganciamento delle curve dei tassi sulle due sponde dell’Atlantico. Mentre negli ultimi 30 anni i rendimenti hanno esibito andamenti analoghi, negli ultimi tempi la curva tedesca è rimasta ripida rispetto a quella americana, con una distanza di 100 punti base tra la parte lunga e quella a breve. Un fenomeno dovuto al fatto che il rendimento dei titoli a 2 anni è in territorio negativo. Secondo Barthels i tassi dei titoli di Stato tedeschi potrebbero restare estremamente bassi anche dopo la conclusione prevista a fine anno del quantitative easing della BCE. Anche per le persistenti incertezze sulla stabilità dell’euro, i rendimenti dei Bund a lungo termine potrebbero rimanere più bassi di quanto sarebbe giustificato in base all’andamento dell’inflazione.

SE SI ADDENSANO LE NUBI LA BCE NON ALZERA’ : Oggi le previsioni sono per un primo modesto rialzo dei tassi della BCE solo dopo l’estate del 2019, come indicato anche più volte dallo stesso Mario Draghi. Ma, argomenta Barthels, se le indicazioni fornite dalla curva dei tassi statunitensi circa la probabilità di una recessione trovassero conferma, nell’estate del 2019 potremmo assistere a un primo, significativo addensarsi di nubi sull’orizzonte economico, proprio nel momento in cui la BCE potrebbe effettuare il suo primo rialzo da oltre dieci anni. Se si verificasse questo scenario, spiega Barthels, la BCE non aumenterebbe i tassi.

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Ethenea

Manovra, il rientro delle tensioni su emergenti e dazi può aiutare a digerire il 2,4%

28/09/2018 FINANCIAL LOUNGE

A mio avviso l’ultima parola non è detta, molto deve ancora essere dettagliato….comunque tutto è ancora in evoluzione ed anche l’Europa deve cooperare di più!Crisi istituzionale italiana: Sergio Mattarella ha ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali

Non piace agli investitori il deficit fissato nel DEF ma non è allarme rosso anche perché a differenza di maggio e agosto il clima sui mercati globali è più disteso con Wall Street che assorbe i rialzi della Fed.

Dalla mattina del 28 settembre gli occhi degli investitori globali resteranno puntati sull’Italia dopo l’accordo raggiunto per un deficit al 2,4% per la manovra finanziaria, ben sopra la linea che nei giorni scorsi aveva tracciato il ministro Tria. Ma anche ben sotto il limite invalicabile del 3%, oltre che lontano dal 2,8% della Francia che era stato indicato come obiettivo possibile. La reazione immediata in termini di spread e mercato azionario non è stata positiva, ma siamo ancora abbastanza lontani dai picchi toccati dallo spread a maggio e poi ad agosto. E questo non solo perché i mercati in qualche modo si riservano il giudizio sull’Italia, in attesa di vedere in dettaglio le misure e soprattutto cosa succederà in Parlamento. Siamo lontani da quei picchi perché il contesto esterno è diverso.

UN AIUTO DA FED E WALL STREET

L’allarme spread italiano era scattato in coincidenza con l’esplosione di situazioni critiche in alcuni mercati emergenti, a cominciare da Turchia e Argentina, con timori diffusi di contagio, come avvenne con la crisi asiatica di vent’anni fa. Ora quei timori sono del tutto rientrati, la Turchia resta in parte un problema ma isolato, mentre l’Argentina è sulla buona strada con l’accordo raggiunto con il Fondo Monetario. E soprattutto Wall Street non ha interrotto la sua crescita costante. Sembra aver superato i timori della guerra dei dazi e soprattutto mostra di reggere bene ai rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, che ha ormai ‘avvistato’, per così dire, il livello di neutralità monetaria, che molti indicano in tassi al 2,75-3%. Oggi siamo al 2,25%, questo vuol dire che per raggiungere quell’obiettivo è sufficiente un altro rialzo a dicembre e altri due, non più tre come si temeva, nel 2019.

PERCHE’ L’ITALIA NON E’ LA FRANCIA : Tornando alla manovra italiana, perché un deficit al 2,8% avrebbe suscitato un allarme maggiore lo ha spiegato bene proprio su FinanciaLounge Maria Paola Toschi, di J.P. Morgan Asset Management: un decifit al 2,8% come la Francia non si può applicare anche all’Italia perché cresce meno e perché ha un debito oltre il 130%, mentre la Francia è circa al 100%. Infatti lo spread francese è a 32 punti e quello italiano ora oltre i 250. Un contesto molto più disteso sui mercati internazionali indubbiamente può aiutare mercati e investitori a digerire meglio un livello di deficit giudicato elevato, ma non a livelli di allarme rosso. È un contesto che sembra destinato a durare almeno fino a fine anno, sostenuto da un’economia americana che continua a correre ma anche da un dollaro che non si rafforza più di tanto e da tassi a lungo termine americani che non superano il 3%, nonostante i rialzi della Fed. Questi due elementi, dollaro non troppo forte e tassi USA a lunga contenuti, sono molto positivi per i mercati emergenti, perché consentono di sostenere meglio gli squilibri.

BOTTOM LINE : Il clima generale dei mercati globali tutto sommato sta dando un ‘aiutino’ a superare senza traumi eccessivi il passaggio della manovra italiana. Vedremo se nei prossimi giorni questo verrà confermato. Ora i numeri sono stati scritti. Come ha detto più volte il presidente della BCE Mario Draghi ora bisogna stare attenti a non fare altri danni con le parole.

Dopo la grande recessione del 2008 abbiamo imparato la lezione?

FinanciaLounge 6 settembre 2018

Il rischio di un crisi dura come quella del 2008 non sembra essere concreto, i warning odierni sono ben più attenti e molto più le contromisure adottate!

La crisi del 2008 ha cambiato non solo la nostra economia, ma anche l’atteggiamento degli investitori. Paras Anand (Fidelity) mette sul piatto differenze e analogie tra i mercati di oggi e quelli di allora.

Dieci anni fa il crollo di Lehman Brothers dava il la alla Grande Recessione, una crisi così potente da scuotere le fondamenta stesse dei mercati. Ma da allora, dai fatti del 2008, è cambiata soprattutto la percezione degli investitori di tutto il mondo e dei semplici cittadini.

L’INIZIO DELLA FINE

Stipendi in calo e valutazioni immobiliari in discesa, infatti, hanno impattato in maniera indelebile le economie reali e la vita quotidiana delle famiglie. A dieci anni di distanza da quegli eventi, è lecito farsi almeno due domande. Può succedere ancora? Gli investitori hanno buone ragioni per ritenere che l’economia globale sia fragile

SITUAZIONE DIVERSA

A porre questi interrogativi è Paras Anand, Head of Asset Management Asia Pacific di Fidelity International, che è convinto di una cosa: le valutazioni e le prospettive di lungo termine dei singoli titoli contano di più per gli investitori rispetto alle propensioni della Fed o all’ultimo dato sull’inflazione in Europa. Secondo l’esperto di Fidelity “un’altra crisi come quella scatenata dal collasso di Lehman Brothers non sembra probabile”. Per quale motivo? Innanzitutto perché le cause di fondo della crisi del 2008 sono state affrontate e gestite.

NUOVE REGOLE PER LE BANCHE

Non solo perché “il sistema finanziario presenta un grado di interconnessione di gran lunga inferiore” e quindi, pur in presenza di aree di turbolenza, il rischio contagio è inferiore. Ma anche perché le regole per le banche – il focolaio della crisi di dieci anni fa – sono cambiate. “Le banche – fa notare Anand – sono oggi provviste di livelli di capitale molto più elevati rispetto al portafoglio prestiti mentre i criteri per la concessione dei prestiti sono diventati più rigorosi”.

TROPPA IMPORTANZA PER LA POLITICA

Tuttavia, gli effetti della crisi del 2008 sono stati talmente potenti da influenzare anche l’atteggiamento degli operatori economici. Per esempio, sottolinea Anand, oggi viene attribuita una maggiore importanza all’analisi macroeconomica e geopolitica, elementi quasi trascurati prima della crisi. “A mio avviso – commenta l’esperto di Fidelity – il piatto della bilancia pende ormai eccessivamente in questa direzione. Nel lungo termine, la correlazione tra eventi macroeconomici, geopolitici e politici, da un lato, e la direzione dei mercati degli asset, dall’altro, è quantomeno debole”. Una teoria che, secondo Paras Anand, è confermata dalla resilienza dei mercati agli eventi potenzialmente negativi come la Brexit e l’elezione di Trump.

FASI RIBASSISTE DIVERSE

Inoltre, le fasi ribassiste non sono tutte uguali. Basta pensare alla differenza tra la bolla delle dot com del 2000, che aveva coinvolto un modesto numero di investitori senza impattare in maniera decisa sull’economia, e la crisi del 2008. Nel secondo caso, sottolinea l’esperto di Fidelity, “il legame tra economia reale e deflazione dei prezzi è risultato insolitamente forte”. “Investitori e policy maker sembrano aver imparato la lezione” conclude Anand.

Misure di stimolo dalla Cina, un appiglio per gli emergenti

Focus Risparmio 6 settembre 2018A mio parere si è sottovalutata la capacità di resilienza della Cina, con la quantità di riserve valutarie che possiede, il dirigismo economico, la quantità di consumi interni, l’età della popolazione, la nuova visione espansionistica. va ben oltre un semplice Trump, che ancora non si ben capito come ci sia arrivato e se ci resterà!

Andrew Keirle, T. Rowe Price: “Segnalando l’esistenza di una soglia al di sotto della quale la crescita non può scendere, le autorità cinesi danno un’indicazione positiva agli investitori negli emergenti”

Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Emerging Local Markets Debt Strategy, T. Rowe Price
Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Emerging Local Markets Debt Strategy, T. Rowe Price

“Dopo il calo della fiducia degli investitori nei confronti dei mercati emergenti nella prima metà dell’anno e la crescente inquietudine per la crisi finanziaria turca, il recente spostamento della Cina verso politiche di stimolo rappresenta uno sviluppo positivo”. Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Emerging Local Markets Debt Strategy, T. Rowe Price, spiega che “le autorità cinesi stanno rispondendo alle preoccupazioni sulla crescita e stanno dando un segnale chiaro, seppur cauto, nella direzione di un allentamento delle politiche monetarie, fiscali e di regolamentazione”.
Ma, precisa l’analista, “gli interventi in corso possono forse rappresentare l’inizio di un nuovo ciclo, ma non ci aspettiamo che gli stimoli raggiungano i livelli registrati in seguito alla crisi finanziaria”.

Quali conseguenze per gli investitori?
Secondo Keirle “muovendosi verso politiche di stimolo, le autorità cinesi stanno manifestando il proprio incoraggiamento agli investitori locali affinché assumano maggiori rischi non indiscriminatamente, ma con l’obiettivo che le società solide con i rating più bassi non siano tagliate fuori dal credito”.

L’esperto prevede che e il trend “che vede i titoli di stato cinesi e le obbligazioni AAA ottenere migliori performance rispetto alle obbligazioni con rating più basso dovrebbe iniziare ad arrestarsi, a mano a mano che scemeranno i timori verso i mercati emergenti”.

“Le implicazioni di quanto sta accadendo in Cina – conclude Keirle – sono molto rilevanti anche per chi investe in altri mercati, in particolare nel resto dell’Asia, dove la Cina è una significativa fonte di domanda e di mercati di esportazione. Segnalando l’esistenza di una soglia al di sotto della quale la crescita non può scendere, le autorità cinesi forniscono un’indicazione positiva agli investitori nei mercati emergenti, che per il resto quest’anno hanno avuto ben poche ragioni di essere ottimisti”.

Shroders taglia le stime sull’Eurozona. Colpa dei dazi

Focus Risparmio 6 settembre 2018

Camminare sul filo………!! vecchi fantasmi tornano di attualità!!

Manovra e rating, le 4 date chiave dell’autunno caldo dell’Italia

 

Il Sole 24 Ore 3 Settembre 2018

Una processione lunga due mesi!

Prima toccherà al governo comporre il complesso puzzle della legge di bilancio, poi arriverà la risposta delle agenzie di rating, che peserà non poco sull’andamento dello spread. Se Fitch venerdì sera ha dato tempo al governo italiano, rinviando probabilmente all’anno prossimo un’eventuale bocciatura, il giudizio di Moody’s e Standard & Poor’s incombe e, nel caso di una manovra più orientata al deficit, potrebbe tradursi in un «downgrade» capace di gettare il nostro Paese sull’orlo di un pericoloso rating «spazzatura».

Vediamo quali sono gli appuntamenti cruciali di un autunno che, come sostiene il ministro Tria, potrebbe scacciare le nubi che gravano sull’Italia o, al contrario, farle addensare ancora di più.

27 settembre: Def aggiornato 
È la data entro la quale il governo deve presentare la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Il Def potrebbe anche essere presentato con qualche giorno di anticipo rispetto alla scadenza. Il numero che tutti attendono è quello del deficit previsto nel 2019: M5S e Lega sono in pressing su Tria per alzare l’asticella e le cifre che circolano sono le più svariate.Nelle previsioni di primavera della Commissione europea il disavanzo è previsto in discesa dal 2,3% del 2017 (più alto del previsto a causa delle misure salva-banche) all’1,7% sia nel 2018 che nel 2019. Moscovici, in un’intervista al Sole-24 Ore, ha ribadito che Bruxelles chiede una riduzione del deficit strutturale dello 0,6% ma è disponibile a confrontarsi in maniera costruttiva con Roma. È chiaro che più il governo si allontanerà dalla cifra dell’1,7%, più renderà difficile la trattativa con la Commissione, e ogni tensione con la Ue a sua volta renderà più nervoso il già teso mercato dei BTp.

15 ottobre: la manovra a Bruxelles
È la scadenza fissata ogni anno dalla Commissione europea per l’invio delle leggi di bilancio da parte degli Stati membri. In quell’occasione il governo M5S-Lega dovrà dunque svelare tutte le carte di una manovra finanziaria circondata da molte attese. Si tratta del primo vero atto di indirizzo politico di un governo che in 90 giorni di vita ha prodotto finora soltanto il controverso decreto lavoro, quello che contiene un aumento dei costi dei contratti a termine. Decisivi agli occhi dei mercati, oltre all’impianto complessivo, saranno i capitoli dedicati alle pensioni – per capire in quale misura e con quali costi sarà rivista la legge Fornero – e alla riforma fiscale, con la promessa di una revisione delle aliquote attesa alla prova dei numeri reali dopo le molteplici dichiarazioni d’intenti.

26 ottobre: il giudizio di Standard & Poor’s
È atteso il giudizio di Standard & Poors’. L’ultima revisione dell’agenzia risale al 27 aprile scorso, quando ha lasciato invariato il rating a BBB – due gradini al di sopra della categoria più a rischio (junk) – con prospettive stabili. Il 27 ottobre di un anno fa l’Italia aveva addirittura incassato la sua prima promozione di rating da parte di S&P’s, salendo di un gradino dalla BBB- alla BBB con prospettive stabili. Poiché nel frattempo S&P non ha posto sotto osservazione il rating sovrano dell’Italia, non è attesa una bocciatura, ma la spada di Damocle potrebbe abbattersi in caso di una manovra troppo «generosa» sul fronte della spesa.

31 ottobre: il (temuto) giudizio di Moody’s
Il giudizio più temuto è sicuramente quello di Moody’s,dopo che il 25 maggio scorso l’agenzia americana ha minacciato il downgrade mettendo sotto osservazione la pagella italiana in vista di un possibile (anzi probabile) declassamento. Attualmente l’Italia ha un giudizio di Baa2, due gradini al di sopra del famigerato «non investment grade», cioè il famoso «junk». Il 20 agosto Moody’s ha rinviato la decisione per avere migliore visibilità sulle politiche fiscali e l’agenda di riforme del paese, spiegando che il giudizio arriverà «al più tardi» entro la fine di ottobre (dunque potrebbe arrivare anche prima del 31 ottobre). L’agenzia insomma vuole attendere la nota di aggiornamento al Def e la manovra prima di esprimersi. Toccherà dunque al governo giallo-verde persuadere Moody’s a non compiere un passo che al momento appare assai probabile: quello di un declassamento.