Un quinto del Pil europeo arriva dagli immobili. Costruzioni in discesa, servizi in salita con 400 miliardi di fatturato

25/10/2018  Sole24Ore  Scenari Immobiliari  di Evelina Marchesini

Il pericolo è che dalla storia recente si rischi di non imparare niente. Sembra tuttavia che questa volta stiamo indirizzandoci più verso i servizi che la mera produzione.

Circa un quinto del Pil dei principali Paesi europei fa capo al settore immobiliare e il peso del mattone, anziché contrarsi con la crisi degli anni passati, è in realtà aumentato. Quello che cambia con il passare degli anni è però la composizione del settore, con il mondo delle costruzioni che perde terreno e quello dei servizi immobiliari in netta ascesa. A scattare la fotografia dell’industria immobiliare è il rapporto di Scenari Immobiliari su “I servizi immobiliari in Italia e in Europa”, presentato oggi.

La situazione europea
Il settore immobiliare, insieme a quello delle costruzioni, conferma un ruolo di rilievo all’interno delle economie dei principali Paesi europei, con un peso compreso tra il 18 e il 19% e una media europea del 18,5 per cento. Solo la Germania, grazie anche alla forza delle altre componenti economiche, vede il peso delle attività immobiliari e delle costruzioni fermarsi due punti sotto la media, al 16,4 per cento.

L’Italia in particolare guida la classifica dei primi cinque Paesi europei per peso del settore immobiliare (comprendendo anche le costruzioni) con un totale del 19 per cento. Al tempo stesso, ha però anche il primato della frammentazione delle imprese, con una media di appena 1,3 addetti per società.
Con una crescita del 5,6%, l’Italia è il Paese europeo dove il peso di attività immobiliari, costruzioni e sviluppo immobiliare sul Pil nazionale è aumentato di più tra il 2013 e il 2017. Mentre il mercato immobiliare tricolore si sta riprendendo lentamente da una grave crisi, il settore dei servizi legati all’immobiliare (dalla gestione, alla consulenza, fino all’intermediazione) è cresciuto più della media europea, pari al 4,5 per cento.

Servizi in pole position
Oltre 400 miliardi di euro: è questo il fatturato dei servizi immobiliari nei cinque principali Paesi europei, secondo il report di Scenari Immobiliari. Regno Unito e Germania che rappresentano i due mercati più importanti. L’Italia si conferma in una posizione arretrata, con un mercato che è un terzo dei due mercati principali, ma anche inferiore alla metà di quello francese. Rimane superiore solamente alla Spagna, Paese con cui condivide la limitatezza anche del fatturato medio per occupato, circa 130mila euro, elemento che esprime una scarsa efficienza del settore. I mercati più produttivi si confermano quello tedesco, con 289mila euro per addetto, e quello francese, con 284mila euro.

Molto alto il numero di imprese che si dedicano specificamente ai servizi immobiliari: nei cinque Paesi (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna) ci sono oltre 945mila imprese, per un totale di 1,76 milioni di addetti diretti, corrispondente all’1,3% della forza lavoro totale. Accanto agli addetti diretti si sommano quelli indiretti, con un indotto costituito da oltre 730mila unità.

Le attività principali nei servizi
La ripartizione del fatturato tra i diversi servizi riflette in modo abbastanza lineare le proporzioni nel numero di addetti, secondo Scenari Immobiliari. Property e Facility management realizzano insieme circa la metà del fatturato dei servizi immobiliari, confermando una maggiore omogeneità tra i diversi Paesi. L’asset management genera circa il 23% del fatturato dei servizi, con una presenza più organizzata in Francia e nel Regno Unito. Il project management risulta più strutturato nel Regno Unito e in Germania, dove sono presenti società più grandi ed è più diffuso l’uso di sistemi tecnologici più avanzati.

In Italia è molto forte invece l’attività di intermediazione immobiliare, con la quota di fatturato del settore agency pari al 18%, inferiore solo alla Spagna, dove il peso dei servizi di intermediazione è pari circa a un quarto del totale dei servizi. Tale quota è minore negli altri Paesi, compresa tra il 6% della Germania e il 14%. Advisory e Valuation, infine, sono i settori che evidenziano il gap più ampio tra i Paesi considerati, sia in termini di dimensioni che di professionalizzazione delle società.

Le costruzioni in calo
A fronte di un peso medio del 18,4% del settore immobiliare nel suo complesso sul Pil in Europa, le costruzioni continuano a contrarsi e contribuiscono per circa il 5% al Pil dei Paesi considerati da Scenari Immobiliari. Resta però importante l’impatto sotto il profilo occupazionale, visto che le imprese nei cinque Paesi sono oltre due milioni e danno lavoro a 7,8 milioni di persone, pari al 5,9% della forza lavoro complessiva. La dimensione media delle imprese è di 3,9 addetti, con l’Italia a quota 2,6 addetti per ogni impresa di costruzione.

L’asset management
Tra i servizi immobiliari, oltre al property e facility management, l’asset management è particolarmente significativo, ma soprattutto in continua crescita. Come evidenziato da Scenari Immobiliari, alla fine del 2017 il settore dell’asset management immobiliare a livello globale ha segnato un nuovo record di crescita sia in termini di valore degli asset gestiti, sia in termini di performance generate dalla gestione degli stessi e il quadro positivo si è confermato anche nel 2018. Nel 2017, l’asset under management aggregato dei primi 100 gestori mondiali è aumentato del 12%, per un totale di quasi tremila miliardi di euro. Per dare ancora di più l’idea di quanto sia cresciuto il comparto, si pensi che il totale degli asset in gestione a livello globale dieci anni fa era, in termini di valore, inferiore di circa il 50% (1.450 miliardi di euro). La media degli Aum fra tutti i gestori è aumentata del 22%, rispetto al 2016, passando da 13,3 miliardi di euro a 16,2 miliardi a fine 2017.

Nella classifica mondiale, Blackstone ha incrementato il suo valore di Aum con più di 161 miliardi di euro, a fronte dei 157 del 2016, seguita da Brookfield Asset Management e PGIM, con 140 miliardi e 119 miliardi di Aum, rispettivamente. Il 47% dei gestori ha base in Nord America, mentre l’Europa cresce e arriva a rappresentare quasi il 37% del totale. Asia e Australasia insieme rappresentano poco più dell’11% del totale degli Aum nell mondo, meno dell’1% riguarda invece l’America Latina e il Medio Oriente. Focalizzandoci sull’Europa, la prima società di gestione si conferma svizzera, con Swiss Life Asset Managers che a fine 2017 deteneva un portafoglio di Aum di oltre 69,1 miliardi di euro (circa il 3% in più rispetto al 2016), seguita dal colosso francese Axa con oltre 66,3 miliardi, vale a dire circa il 7% in più rispetto a fine 2016.

In Italia i primi tre gestori sono Generali Re, con 10 miliardi di Aum, Dea Capital Re, con 9,5 miliardi e Investire Sgr, con 7,5 miliardi. Si tratta di dimensioni ancora molto limitate rispetto a quanto accade nei mercati più evoluti e di un mercato ancora molto frammentato, se si escludono le prime cinque società. Con un’aggravante: la guerra al ribasso delle fees di gestione per accapparrarsi i mandati non gioca a favore di un miglioramento del settore per quanto riguarda l’Italia, con una forte minaccia di effetto-boomerang.

Property management
In Italia è in atto un processo di aggregazione tra società di servizi, come evidenzia l’acquisizione, avvenuta nel 2017, da parte di Ipi Servizi delle società ArcoTecnica, ArcoEngineering e Groma, che ha portato alla costituzione del nuovo raggruppamento Agire. Altra importante aggregazione avvenuta nel 2017 è quella tra il Gruppo Yard e Innovation Real Estate. La società leader in Italia è Bnp Paribas, con un fatturato di 16,7 miliardi e 49 dipendenti; segue Cbre con 15,3 miliardi e 139 dipendenti; poi Agire, con 12 miliardi e 84 dipendenti. Guardando al patrimonio gestito in prima posizione svetta però Prelios Integra con 7,8 miliardi di asset, seguita da Bnp Paribas con 6,6 miliardi e Revalo con 6,389 miliardi.

Per Wall Street ottobre peggior mese dal 2009. Ecco i tre motivi che spingono giù le borse americane

27/10/2018 Sole 24 Ore Mercati di Riccardo Barlaam

Nessuna certezza, solo qualche valutazione a sostegno di uno scivolone che inizia a destare più di una preoccupazione!

 

NEW YORK -Nonostante i buoni dati sul Pil Usa del terzo trimestre aumentato del 3,5%, oltre le stime, per i mercati finanziari americani la giornata di venerdì è stata una giornata da dimenticare. Spinta da un’ondata di vendite che ha travolto i titoli tecnologici, per allargarsi al listino dei titoli industriali: Nasdaq -2%, Dow Jones -1,2%, S&P 500 -1,7%. Il mese di ottobre per gli investitori, i “grandi”, gli istituzionali, le banche, i fondi, ma anche per lo sterminato popolo dei piccoli azionisti e dei risparmiatori si sta rivelando un vero e proprio bagno di sangue: il peggiore mese per la Borsa Usa dai tempi della crisi finanziaria. Con l’indice Dow Jones che in poche settimane ha azzerato i guadagni di un anno. Ecco i tre motivi che spingono Wall Street giù.

Fine dei Qe e war trade
In generale gli investitori mostrano un crescente timore per le mosse delle banche centrali che stanno diminuendo i loro programmi di stimolo dell’economia con gli acquisti straordinari di titoli di stato, nonostante i segnali di rallentamento delle economie mondiali, e le crescenti tensioni geopolitiche per la guerra fredda commerciale di Trump, la Brexit, lo spread italiano, le prossime sanzioni all’Iran. A fronte di un aumento dei rendimenti dei titoli di stato americani delle ultime settimane che ha superato quello dei listini azionari e causato una rotazione tra azioni e bond che di certo non ha aiutato a conservare un quadro di stabilità dei mercati finanziari che fino a inizio di ottobre – in pratica senza interruzioni dall’elezione di Trump, novembre 2016 – hanno continuato a correre senza sosta.

La fine dell’era degli stimoli monetari da parte delle banche centrali, riconfermata questa settimana anche da Mario Draghi per la Bce da gennaio, ha spostato gli acquisti degli investitori dalle azioni alle obbligazioni. Ai timori per le scelte delle banche centrali si sono aggiunti i risultati di alcune trimestrali di società americane, giganti come Harley-Davidson, Caterpillar, Ford, più esposte ai venti di crisi per i dazi, che hanno mostrato i primi pesanti contraccolpi della war trade nei loro conti. Fed e Bce cercano di normalizzare le loro politiche monetarie, mentre si cominciano a vedere i primi effetti negativi della guerra dei dazi. Una fase nuova per i mercati ribattezzata da più d’uno: “La tempesta perfetta”.


Dati in % (Fonte: FactSet)

La frenata tech
Secondo motivo dello scrollone sui mercati è l’ondata di vendite sui titoli hi-tech. Da anni principale driver della crescita azionaria a Wall Street. I conti di Amazondiffusi giovedì a mercati chiusi con delle stime più prudenti sulla prossima stagione dello shopping natalizio hanno fatto crollare il titolo del colosso dell’e-commerce che oggi ha perso il 7,8%, peggiore tonfo per la società dell’uomo più ricco del mondo da due anni a questa parte. Che si è accompagnato al calo di Alphabet (-1,8%), la holding di controllo di Google, dopo conti trimestrali meno brillanti del solito.

I due titoli hanno spinto l’indice Nasdaq verso un deciso calo: -2,07%. Da ottobre l’indice dei titoli tecnologici di Wall Street ha perso circa l’11% del suo valore. Si tratta del peggiore mese dal novembre 2008. Un’altra decisa correzione per le azioni del comparto tecnologico. Partita con il crollo delle azioni dei produttori di semiconduttori, un mercato molto esposto ai problemi delle guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina. Che si è spostato nei giorni scorsi ai cosiddetti Fang, i quattro titoli leader del comparto: Facebook, Amazon, Netflix e Google. Netflix è il titolo che ha mostrato la maggiore volatilità: il 24 ottobre ha perso il 9,4% in una sola seduta, nonostante i buoni conti di pochi giorni prima. Oggi ha lasciato sul floor di Wall Street un altro -4,2%. Occhi puntati sui prossimi conti trimestrali di Facebook il 30 novembre e Apple il primo novembre. Molti analisti e trader si spingono a dire che forse è arrivato il momento giusto per comprare titoli tech.

Twin peaks
Lo S&P 500 mostra più di tutti la correzione in atto sui mercati finanziari. Nel mese di settembre ha continuato a ritoccare, seduta su seduta, i suoi valori massimi. Dal record del 21 settembre a oggi ha perso oltre il 10% del valore. Nel solo mese di ottobre l’indice delle prime 500 società americane ha perso l’8,4%: peggiore performance mensile da febbraio 2009. La stessa cosa era avvenuta all’inizio dell’anno: Wall Street a gennaio continuava a ritoccare i massimi. Mentre a febbraio aveva riportato cali simili a quelli di questo mese di ottobre per via dei timori crescenti di un aumento dell’inflazione. Un report di Rbc Capital sulla strategia azionaria Usa fa notare che questo modello dei due massimi storici, le due cime, i due picchi, chiamato “Twin peaks”, si è verificato allo stesso modo nel 1999 prima della crisi della new economy e nel 2007 prima della crisi subprime. Insomma starebbe succedendo di nuovo. Le luci di allarme lampeggiano già. Questo non vuol dire che la correzione continuerà anche nel 2019. Ma per un po’, dicono, si resterà sull’ottovolante.

Mercato azionario, la correzione apre opportunità di acquisto a Wall Street e Tokyo

Financial Lounge 12 ottobre 2018 by Zest AM Sicav

Io sono più di questo avviso, il ciclo economico non è ancora giunto al suo massimo punto espansivo.

Per Ugolini (Zest AM) l’Europa resta un’incognita e i BTP condizionati dalla politica domestica. Il dollaro rimane forte grazie al rialzo dei tassi a lungo termine, e le valute dei mercati emergenti deboli.

Negli ultimi giorni i mercati azionari hanno subito dei forti cali ma è anche vero che, mentre l’indice S&P500 lo scorso mese ha segnato nuovi massimi e l’indice Nikkei 225 della Borsa di Tokyo ha registrato una forte ripresa, gli indici europei e quelli dei mercati emergenti hanno continuato a stagnare. I motivi principali sono da ricercare, secondo Edoardo Ugolini , Portfolio Manager di Zest Asset Management e gestore del fondo Zest Absolute Return Var 4, in una politica che punta in modo esplicito ad una forte crescita economica e ad un incremento degli utili per azioni (eps) in costante rialzo. Alla luce di questa sua convinzione, mentre la situazione in Europa resta di più difficile interpretazione, l’esperto ritiene possibile che fino a novembre possano proseguire nel mercato azionario i trend rialzisti in atto a Wall Street e a Tokyo: una correzione diventerebbe pertanto una opportunità di acquisto.

EUROPA TUTTA DA DECIFRARE

Infatti, se le politiche fiscali più espansive costituiscono un supporto alla crescita, è altrettanto vero che le tensioni politiche fungono da freno: tradotto in pratica, gli investitori devono trattare l’equity Europa in maniera opportunistica. Diverso, invece, il discorso sui mercati emergenti (in particolare quello della Cina): dal momento che evidenziano attualmente valutazioni estremamente basse, devono essere seguiti con estrema attenzione se dovessero registrare un recupero del trend ribassista del 5/10%.

LE POSIZIONI AZIONARIE IN PORTAFOGLIO

Precisato questo, Edoardo Ugolini da oltre una settimana ha un’esposizione leggermente short (ribassista) sui mercati azionari europei e statunitensi per un ammontare totale del 6,5%, di cui circa il 50% sull’indice S&P 500: inoltre non sono presenti in portafoglio banche europee.

NESSUN ALLARME TASSI USA

Passando all’ambito obbligazionario, Edoardo Ugolini reputa non allarmante il recente aumento dei rendimenti dei tassi USA soprattutto nella parte a medio e lungo termine, cioè tra 5 e 30 anni. “Ci si attende un’economia solida e, di conseguenza, tassi un po’ più alti in linea con un livello di inflazione un po’ più sostenuto, in particolare per la crescita dei salari medi, sebbene si parta da livelli bassi” specifica l’esperto.

ATTENZONE AI BTP E AGLI HIGH YIELD

Il quale è convinto che i rendimenti obbligazionari dovrebbero continuare la loro ascesa visto che la Federal Reserve  resterà relativamente benigna almeno fino alle lezioni americane di mid term previste per novembre. Attenzione poi ai BTP (da maneggiare in modo opportunistico in quanto condizionati dalla politica domestica) e alle obbligazioni high yield, che dovrebbero finire sotto pressione a causa del costo di rifinanziamento in rialzo. “Abbiamo da tempo uno short (posizione ribassista) sul future BTP 3 anni pari al 10,5% a copertura della posizione in portafoglio di alcuni Bot 14/6/19 e Ctz 10/30/19: inoltre abbiamo una piccola quota short (ribassista) sia sui Bund tedeschi a 30 anni (pari al 3,3% del portafoglio) e sia sugli  OAT francesi a 10 anni (3,5%)”.

DOLLARO FORTE E MONETE EMERGENTI DEBOLI

Infine, sempre per effetto del rialzo dei tassi USA a lungo termine e allo spread (extra rendimento) che si allarga rispetto alle altre aree valutarie, il dollaro americano dovrebbe restare ben intonato. Di conseguenza, le valute dei paesi in via di sviluppo continueranno a restare deboli mentre l’andamento dell’oro dovrebbe essere laterale dal momento che non offre alcun rendimento al contrario dei Treasury bill USA che rendono il 2,25% in dollari.

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Zest Asset Management Sicav

Meglio equity di qualità che falsi asset sicuri

12 0tt0bre 2018 Financial Lounge

Condivido in pieno!

Il vero quesito adesso sta nel capire se questa crescita globale sia in grado di sopportare ulteriori rialzi dei tassi di interesse e fino a che punto questi rialzi impatteranno in maniera decisa sui prezzi dei portafogli

Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Am
Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Am

“Se escludiamo il conto corrente altri investimenti ‘sicuri’ non ne abbiamo visti. Solo poche strategie alternative sono riuscite ad ottenere rendimenti positivi in questa fase di mercato. Il vero quesito amletico adesso sta nel capire se questa crescita globale, che comunque sta proseguendo, sia in grado di sopportare ulteriori rialzi dei tassi di interesse e fino a che punto questi rialzi impatteranno in maniera decisa sui prezzi degli asset finanziari”. Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Am, società indipendente specializzata in gestioni patrimoniali a ritorno assoluto, prefigura i nuovi scenari di mercato.

“In caso di uno scenario negativo – argomenta l’esperto – mi aspetterei non una correzione, come quella che stiamo vedendo in questi giorni, ma un vero e proprio bear market, che secondo me potrebbe essere ancor più marcato sui mercati obbligazionari rispetto a quelli azionari. Non sto affermando che i benchmark obbligazionari scenderanno in termini assoluti più di quelli azionari ma mi soffermo sulle conseguenze che tale eventualità possa provocare nella psicologia di un investitore a basso rischio. Vedere -15% su un portafoglio obbligazionario governativo o investment grade, magari comprato solo due anni fa, potrebbe essere più scioccante rispetto ad un -25 % per un investitore azionario abituato al rischio di mercato. Ecco perché l’investitore obbligazionario potrebbe essere indotto a liquidare tutto”.

Le conseguenze sono facilmente immaginabili: “assenza di liquidità sul mercato e allargamenti degli spread denaro lettera tipici dei momenti di crisi. Tanti che perderanno tanti soldi e pochi che invece ne faranno tanti, come al solito. Perché come si dice in Toscana, in quei momenti si tende a “buttar via il bimbo con l’acqua sporca”, ovvero ci si disfa di tutto, anche degli investimenti buoni. Basta ricordare cosa accadde nel 2009”.

“Comunque – prosegue l’economista – la sensazione è che nell’immediato questa sia ancora una opportunità di entrata e che si possa assistere ad un’ultima gamba di rialzo, anche per motivi stagionali e una volta venuto meno l’incertezza delle politiche americane di Midterm”

“Ovviamente mi riferisco al mercato che guida gli altri, quello nord-americano. Se sale infatti forse salgono anche gli altri, se scende, scendono sicuramente gli altri. Dopodiché sarà veramente difficile capire il timing, per quello preferisco avere protezioni ed equity di qualità che falsi asset sicuri”, conclude De Michelis.

Perché i mercati azionari di tutto il mondo stanno crollando e di chi è la colpa (anche dell’Italia)

Business Insider Italia 14/10/2018 by Jim Edwards

Il sospetto è come si possa passare nell’arco di sole 2 settimane, da una “esuberanza non irrazionale” basata su concreti dati di crescita del mercato USA (+4,2%), addirittura con la disoccupazione ai minimi dal 1969, da una buona crescita mondiale; ad un avvitamento improvviso, basato solo su schermaglie su dazi commerciali non ancora entrati nel vivo nelle loro applicazioni, critiche motivate ma ancora acerbe a politiche di singoli Paesi seppure gravati da debiti importanti come l’Italia, ripercussioni a fenomeni come Brexit ancora in fase di definizione, primi aumenti ai tassi d’interesse (peraltro ancora molto lontani dal configurarsi), dopo una politica drogata delle banche centrali basata sul QE e durata 10 anni che ha invece anestetizzato il debito pubblico rendendolo quasi gratuito. Verrebbe quasi il sospetto di una mega manipolazione del mercato ! Da euforia a pessimismo in 15 giorni.

  • I mercati azionari stanno crollando in tutto il mondo, ma questo non dovrebbe sorprendere nessuno
  • Dalla guerra commerciale del presidente statunitense Donald Trump al debito pubblico della Cina, i mercati globali sono esposti a trappole che stanno per scattare
  • La colpa è anche vostra. Tutte quelle posizioni in ETF che avete aperto senza pensarci troppo in vista di quando andrete in pensione hanno innescato un boom insostenibile sui mercati azionari
  • È possibile che la Federal Reserve stia commettendo un errore storico nell’interpretazione dell’indicatore della curva dei rendimenti obbligazionari
  • Inoltre, probabilmente sarete sorpresi quando leggerete che le grandi società statunitensi devono ripagare 2,5 mila miliardi di dollari di rischiosi leveraged loans (prestiti a rischio condiviso).

 

I mercati azionari di tutto il mondo stanno subendo una flessione così rapida che è difficile star dietro alle cifre.

  • L’indice statunitense Dow Jones Industrial Average ha perso il 3,2% questo mercoledì
  • In Cina, lo Shanghai Composite si è deprezzato del 5,2% da un giorno all’altro
  • Quasi tutti gli indici europei giovedì sono arretrati di oltre l’1,5%
  • L’indice FTSE 100 delle blue-chip britanniche giovedì è calato dell’1,6% nel midday trading.

Non si tratta di coincidenze.

È da qualche tempo che si sta preparando una correzione significativa sui mercati degli asset. Abbiamo avuto dieci anni di crescita dopo la grande crisi finanziaria del 2008, e una fase rialzista di durata quasi identica sui mercati azionari. È un periodo lungo in termini di cicli economici, e avevamo superato già da un po’ il punto previsto per la “regressione verso la media”, come la chiamano gli esperti di statistica.

Ma non si tratta semplicemente della naturale oscillazione del pendolo.

Undici fattori hanno distorto i mercati di tutto il mondonegli ultimi anni, preparando il terreno per una brusca frenata dell’economia globale.

Ecco a chi dovrete dare la colpa se questa correzione si trasformerà in una débacle a pieno titolo o, nella peggiore delle ipotesi, una recessione:

1. Trump, per aver dato inizio a una guerra commerciale globale

L’America ha votato a favore della “race to the bottom” prevista dalla strategia commerciale del presidente Donald Trump, e adesso ci siamo arrivati.

Innalzare barriere per impedire l’ingresso di beni esteri che fanno concorrenza a quelli di produzione interna, e tassare i servizi prestati da altre nazioni, può sembrare fantastico nel breve periodo. Chi non vuole proteggere i lavoratori domestici dai competitor esteri a buon mercato? Tuttavia, il risultato nel lungo periodo è che la produzione domestica diventa più costosa, le importazioni anche, l’inflazione aumenta, l’attività sul fronte del commercio internazionale diminuisce a livello globale e gli investitori riducono le proprie aspettative – e gli investimenti che realizzano in concreto – per il futuro. La torta globale da spartire diventa più piccola, ed è proprio a questo che i mercati stanno finalmente reagendo.

2. Il governo cinese e la sua passione per i furti

La guerra commerciale non è sbucata fuori dal nulla. C’è un motivo per cui Trump è arrabbiato. Per anni, la Cina ha permesso alle proprie aziende di rubare tecnologie occidentali e copiare proprietà intellettuale occidentale. Per anni, l’Occidente non ha mosso un dito al riguardo. Alla fine l’amministrazione Trump è entrata in guerra con la Cina per la sua abitudine di farsi beffa delle norme sul commercio internazionale. E noi adesso ne stiamo subendo le conseguenze.

3. Il governo cinese e la sua passione per il debito

Pantheon Macroeconomics

Il debito della Cina, sommando tutte le varie tipologie, arriva quasi al 320% del suo prodotto interno lordo, secondo Pantheon Macroeconomics. Al tempo stesso l’incremento del Pil è rallentato. Il governo cinese ha permesso per anni ai suoi enti pubblici e ai settori dell’economia che ricevono il suo supporto di ottenere crediti a buon mercato, per alimentare la crescita. Ciò ha innescato un miracolo economico che ha dato la spinta all’economia cinese, facendola diventare la più importante del pianeta.

Tuttavia, un debito rimane un debito. Non sparisce nel nulla. Qualcuno deve ripagarlo (e diventare più povero) o andare in default (e diventare più povero). I debiti non fanno altro che spostare i problemi più avanti nel futuro. A mano a mano che il debito della Cina è aumentato, la crescita che il paese ha ottenuto grazie a esso è diminuita. Così oggi si ritrova con un’economia in via di rallentamento, ma una pila di debiti molto più alta di quella che aveva dieci anni fa. Gli investitori non apprezzano la situazione, di conseguenza i titoli delle società asiatiche sono in difficoltà.

 

Pantheon Macroeconomics

4. Venture capital: le valutazioni eccessive delle società non quotate in Borsa hanno dato vita a un mercato opaco e illiquido

SoftBank, grande società giapponese di venture capital, vuole investire 50 miliardi di dollari all’anno perlopiù in startup tecnologiche. Per poterlo fare intende raccogliere 100 miliardi ogni certo numero di anni in modo continuativo. Dieci anni fa un investimento di 10 milioni di dollari in una startup di San Francisco o di Londra era considerato un affare di grossa entità. Oggi le aziende faticano a fare notizia se non ricevono iniezioni di liquidità nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari.

100 milioni qui, 100 milioni là, e ben presto iniziamo a parlare di somme considerevoli.

Per supportare e giustificare questi investimenti, le valutazioni delle società sono salite alle stelle. Esistono così tanti “unicorni” – società tecnologiche non quotate in borsa con un valore di almeno 1 miliardo di dollari – che se ne è perso il conto.

Il problema è che tutto questo sta avvenendo sul mercato delle aziende non quotate in Borsa. È difficile per gli esterni ottenere informazioni su queste società. Hanno successo? Realizzano profitti? Sono in crescita? Il loro modello di business ha senso se lo si analizza alla luce del giorno (case study: Tesla)?

Le aziende finanziate mediante venture capital possono permettersi le valutazioni che hanno perché le società di venture capital ci dicono che hanno valore. Il mercato del private equity è illiquido e opaco. Questo sistema funziona bene in un mercato in cui i prezzi salgono. Ma in un’eventuale fase di correzione sarà molto difficile vendere alcune di queste partecipazioni. Così, molti soldi iniettati da grandi istituti – banche, fondi pensione – sono bloccati in investimenti illiquidi di venture capital. In bocca al lupo a tutti!

5. Private equity: i leveraged loans stanno ricreando la crisi dei junk bond dei primi anni Novanta

 

The Bank of International Settlements

Il totale dei leveraged loans, i crediti a rischio condiviso, è arrivato a livello globale a circa 2,5 mila miliardi di dollari. La Bank of International Settlements, che segue i regolamenti internazionali, è preoccupata al riguardo. La Bank of England è preoccupata al riguardo. Credit Suisse ha inviato recentemente una lettera ai propri clienti difendendo i suoi investimenti in quest’area. Eppure poche persone comuni, al di fuori del mondo dei geek della finanza, sanno che cosa siano.

Sostanzialmente si tratta di crediti ad alto rischio e di bassa qualità. Poiché le banche centrali hanno mantenuto i tassi d’interesse quasi a zero per anni, il private equity è andato a caccia di investimenti con tassi molto più elevati. Ma i tassi più elevati comportano rischi maggiori.

Ecco un tipico esempio di leveraged loan: una società di private equity trova un’azienda che ha già contratto dei debiti ma è ancora in difficoltà. Magari è un’azienda di vecchia data che è stata gestita male. Ha bisogno di essere ristrutturata, e potrebbe riuscirci se ricevesse un’iniezione di liquidità. Così la società di private equity avvia una partnership con una banca che appresta un credito, lo sottoscrive e magari lo inserisce in un bundle insieme a un’obbligazione. La società di private equity successivamente aggiunge al pacchetto i propri capitali e assume il controllo dell’azienda. A questo punto la ristruttura, il che è un eufemismo per dire che licenzia un sacco di dipendenti, caccia il management in carica e liquida le parti superflue. Dopo un po’ di tempo la società di private equity si trova a gestire un’azienda più piccola ma più funzionale con un futuro davanti a sé. A quel punto la vende, o la offre ad altri quotandola in Borsa. Grazie all’operazione la società di private equity si arricchisce e la banca ottiene indietro i propri soldi.

Il problema dei leveraged loans è che hanno un rating di credito basso, e tale rating viene resettato – al ribasso – se i tassi d’interesse salgono. E i tassi d’interesse ora stanno salendo. Molti investitori vendono automaticamente le proprie posizioni se subiscono un downgrade; siamo quindi in presenza di una pila di 2,5 mila miliardi di dollari in debiti ad alto rischio esposti a una serie di trigger che potrebbero farne scendere il rating.

Se questa situazione vi sembra molto simile alla crisi dei junk bond avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, è perché lo è.

6. Voi e la vostra ETF-dipendenza: gli acquisti irrazionali hanno innescato un boom sui mercati azionari basato sullo slancio del momento, non sui fondamentali

Bernstein Research

Probabilmente avrete un fondo pensione: negli Stati Uniti è diffusissimo quello chiamato 401(k), nel Regno Unito si opta invece per i fondi privati. E all’interno di quel conto di risparmio, probabilmente riversate ogni mese una percentuale del vostro salario in un ETF (exchange-traded fund), un investimento che si limita a seguire l’andamento di un indice azionario di rilievo come l’S&P 500.

Si tratta di buoni investimenti. La maggior parte dei gestori di fondi con uno stile “attivo” non riesce a battere ogni anno la performance dell’indice di riferimento, dunque un ETF garantisce un rendimento pari a quello del mercato. Per anni, il mercato è andato bene. Quanto migliore è la sua performance, tante più persone investono in ETF. È un boom basato sullo slancio del momento, e nessuna delle persone che hanno investito in un ETF esamina davvero i titoli azionari che ne fanno parte per verificarne il valore o le lacune a livello dei fondamentali.

Qualunque boom prima o poi ha fine, naturalmente, e lo slancio può cambiare di segno. È possibile che stiamo assistendo proprio a questo sviluppo.

7. La Federal Reserve, che era stata avvertita dei rischi associati a una lettura sbagliata della curva dei rendimenti obbligazionari

La curva dei rendimenti obbligazionari è tristemente nota come fattore predittivo delle recessioni. Una sua inversione – ovvero il fatto che il rendimento dei titoli di Stato a due anni salga al di sopra di quello dei titoli a dieci anni –  è spesso seguita da una recessione, perché la sua inversione suggerisce che gli investitori siano molto preoccupati per l’andamento a breve termine dell’economia. Ma il presidente della Fed Jerome Powell ha detto di recente che l’appiattimento della curva era meno importante del tasso d’interesse neutrale. Molte persone autorevoli lo considerano un errore, o perlomeno una versione del famigerato “stavolta è diverso”. La curva dei rendimenti sta seguendo un trend che punta a un’inversione, e molti pensano che la Fed stia interpretando questo segnale in modo scorretto.

Federal Reserve Bank of St. Louis

 

8. L’Italia, per la mancata riforma della sua politica o delle sue banche

L’Italia è la terza economia in ordine di grandezza in Europa e la nona a livello mondiale, eppure è una nazione disastrata. Il suo sistema bancario è pervaso di debiti di dubbia qualità. E la sua economia non sta crescendo in modo sufficientemente rapido da risolvere i problemi delle banche.

Il governo eletto in Italia si trova in rotta di collisione con l’Unione Europea in materia di bilancio. L’Ue vuole costringere il paese ad approvare un budget che non accetta. L’Italia non può chiamarsi fuori dall’euro senza andare in default. E la popolazione si è rifiutata di votare a favore di una riforma del sistema elettorale che potrebbe porre fine alla governance notoriamente sclerotica del paese.

L’Italia sta andando verso una crisi, e non ha né la voglia né la capacità di cambiare rotta. Questo di per sé è un problema enorme. Ma in un periodo come quello in corso rappresenta un ulteriore strato di incertezza che comunica agli investitori che è meglio darsela a gambe.

Pantheon Macroeconomics

9. Regno Unito: la Brexit ha lasciato la quinta economia mondiale senza un piano da seguire

Il Regno Unito è la quinta economia del pianeta, eppure non ha un piano economico o commerciale efficace da seguire dopo il mese di marzo del 2019, in cui è prevista la sua uscita dall’Unione Europea.

È una follia.

10. I nodi che stanno venendo al pettine in Turchia, Argentina, Venezuela e Pakistan

Potete dare ai governi di tutti questi paesi del gruppo dei mercati emergenti la colpa della rispettiva crisi economica, ma sarebbe come incolpare gli alberi perché fanno parte della foresta. La realtà di base è che tutti questi mercati emergenti hanno contratto grossi debiti denominati in dollari per realizzare investimenti interni, e via via che la Fed ha rafforzato la valuta statunitense quei debiti hanno raggiunto costi gravosi.

Le crisi valutarie non nascono dal nulla. Nel breve periodo la situazione è negativa per ogni singolo paese. Ma nel lungo periodo lo è anche per gli Stati Uniti e l’Occidente. I paesi del gruppo dei mercati emergenti crescono più velocemente delle economie sviluppate, e se tale crescita viene meno anche le economie più grandi rallenteranno.

11. Il prezzo del petrolio, che sta arrivando a 100 dollari al barile

Ogni dollaro in più speso per bruciare petrolio è un dollaro di cui non si fa un uso migliore altrove. Inoltre gli aumenti di prezzo del petrolio contribuiscono all’inflazione. Il brent costa oggi più di 81 dollari al barile, e questo metterà un freno alla crescita economica, a parere di Louis Mullen e Gabriel Sterne, analisti di Oxford Economics.

I due hanno scritto ai clienti giovedì mattina: “Noi stimiamo che l’incremento dei prezzi in corso dalla metà del 2017 ridurrà l’incremento del Pil globale di 0,2 punti percentuali quest’anno, rispetto a uno scenario caratterizzato da un prezzo del petrolio di 50 dollari al barile dopo la metà del 2017. La situazione potrebbe peggiorare. Se il brent dovesse continuare ad aumentare arrivando a 100 dollari al barile, le nostre simulazioni mostrano che avverrebbe un’ulteriore riduzione dell’incremento del Pil globale di 0,3 punti percentuali in media nel 2019 e nel 2020 rispetto ai nostri valori baseline”.

Principali economie verso una crescita più lenta ma più equilibrata nel 2019

2/10/2018 Financial Lounge by PIMCORisultati immagini per scalatori immagine

Non sembra sia ancora il momento di uno stravolgimento, è ancora tempo di normalità!

 

PIMCO continua a reputare abbastanza probabile una recessione, ma non nell’arco dei prossimi 12 mesi, bensì in un periodo più lontano compreso tra 3 e 5 anni.

Gli investitori, spesso, sono inclini a non guardare oltre le previsioni di brevissimo termine sebbene, il più delle volte, si dimostrino meno significative di quelle di medio periodo. A questo proposito, per discutere di quali siano le prospettive per le economie e per i mercati nell’orizzonte ciclico di sei-dodici mesi, PIMCO ha riunito a Newport Beach, per il Cyclical Forum di settembre, i professionisti degli investimenti e molti dei propri consulenti senior di fiducia.

I BRUSCHI RISVEGLI DEGLI ULTIMI MESI

“Come hanno osservato fin da subito alcuni partecipanti, negli ultimi mesi si sono manifestati alcuni dei ‘bruschi risvegli’ che erano stati inseriti nel tema di lungo periodo scaturito dal nostro Secular Forum annuale di maggio” fanno sapere da PIMCO. Il riferimento è, in particolare, alla progressione delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino, all’incremento della conflittualità tra l’Unione Europea e il governo populista italiano e alle recenti turbolenze nei mercati emergenti: tutti elementi che avvalorano l’approccio di PIMCO di lungo periodo che predilige la prudenza e la liquidità.

CONDIZIONI MONETARIE MENO ACCOMODANTI

In particolare, è la sottolineatura degli esperti di PIMCO, questi recenti sviluppi politici e di mercato hanno determinato condizioni finanziarie globali molto meno accomodanti e, al contempo, hanno alimentato le incertezze politiche ed economiche: un mix micidiale che potrebbe compromettere la fiducia delle imprese e dei consumatori a livello mondiale. Alla luce di tutto questo, nello scenario di riferimento ciclico di PIMCO, la divergenza economica di quest’anno cederà il passo a una decelerazione più sincronizzata della crescita nel 2019.

CRESCITA 2019, PIÙ LENTA MA PIÙ EQUILIBRATA

“Nelle nostre previsioni, le tre grandi economie mondiali – Stati Uniti, Eurozona e Cina – dovrebbero registrare nel 2019 un’espansione del PIL inferiore a quella di quest’anno: ancora in crescita, ma più lenta e più equilibrata” spiegano i professionisti di PIMCO. Una tesi che parte dalle prossime mosse della FED. Dopo il praticamente ‘scontato’ rialzo a settembre dei Fed Fund al 2,0-2,25%, le aspettative di PIMCO sono per un FOMC (Federal Open Market Committee, il comitato interno alla Fed che governa i tassi statunitensi) che proceda con tre ulteriori rialzi entro la fine del 2019, allineando così i tassi alla stima media del tasso neutrale di lungo periodo formulata dai propri membri, collocata intorno al 2,75% – 3%.

BCE FOCALIZZATA SULL’INFLAZIONE CHE NON C’È

In parallelo, sempre secondo le previsioni di PIMCO, la BCE potrebbe addirittura rinviare oltre la seconda metà del 2019 il primo rialzo del tasso sui depositi (attualmente fissati a -40 punti base, cioè a -0,40%) qualora l’inflazione della zona euro non registri un’accelerazione nella misura attualmente prevista dall’Eurotower. Nel caso invece della Banca del Giappone (BOJ) è invece plausibile l’adozione di un’ulteriore modifica della politica di controllo della curva dei rendimenti nel corso del prossimo anno, con l’obiettivo di agevolare un maggiore irripidimento della curva in modo da fornire un supporto alle istituzioni finanziarie giapponesi.

DAZI COMMERCIALI, L’AGO DELLA BILANCIA

In questo scenario, per PIMCO la politica commerciale resta il principale fattore di svolta in senso positivo o negativo. Lo scenario di guerra commerciale più sfavorevole potrebbe prevedere Washington che introduce tariffe su tutte le importazioni dalla Cina e sulle importazioni di auto e componenti da diversi paesi, i partner commerciali che rispondono con misure analoghe e Pechino che orienta un brusco deprezzamento dello yuan. Nel caso più favorevole, invece, finirebbero le ostilità sui dazi internazionali con la sigla di nuovi accordi commerciali che riducano le tariffe di recente introduzione. Nel primo scenario sarebbe plausibile un significativo rallentamento della crescita negli Stati Uniti e a livello globale sebbene senza una recessione mentre nello scenario più favorevole la crescita globale potrebbe proseguire al ritmo attuale nell’orizzonte ciclico di PIMCO.

ALTRI RISCHI IN DISCUSSIONE

Per quanto riguarda gli altri rischi discussi nel corso del forum, sono da segnalare l’acuirsi del conflitto tra il governo populista italiano e Europa e i potenziali rischi al rialzo per gli investimenti delle imprese negli Stati Uniti in risposta alla crescita sostenuta degli utili, alla deregolamentazione e al crescente utilizzo della capacità.

NESSUNA RECESSIONE ALL’ORIZZONTE

“In ogni caso, prevediamo di rimanere nella fase avanzata del ciclo ancora per qualche tempo perché non intravediamo una recessione il prossimo anno anche perché, finora, non si è verificato alcuno degli squilibri interni che precedono tipicamente le recessioni: consumi eccessivi, investimenti esorbitanti, bolla immobiliare o crescita smisurata dei salari” sottolineano da PIMCO. A patto, tuttavia, che la Fed non spinga i tassi nettamente al di sopra del livello neutrale cosa che per PIMCO non dovrebbe materializzarsi almeno non il prossimo anno: la banca centrale americana dovrebbe fermarsi al livello pressappoco neutrale del 2,75-3,00%, e concludere il ridimensionamento del bilancio alla fine del 2019.

 

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Pimco

Trumponomics a pieno ritmo, l’Italia si conferma il rischio per l’Europa

3/10/2018 Financial Lounge by Ethenea

Il tema di una finta democrazia come la nostra è che è in mano ai tecnocrati, non attribuisce reali libertà a nessuno, finisce per scivolare nel populismo per sfinimento del popolo e mina la fiducia nel futuro. Non sarebbe ora di passare ad una repubblica presidenziale???

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Trump ha rifatto il trucco all’economia USA ritardando la fine del ciclo economico, mentre in Europa, ancora una volta, bisogna fare attenzione all’Italia: l’analisi di Ethenea.

La Trumponomics ha guidato lo strappo degli USA nei confronti del resto del mondo, ma il ciclo economico americano è in una fase avanzata, la cui conclusione è stata posticipata con successo dal presidente USA. È questo uno dei passaggi dedicati all’economia USA nell’aggiornamento dello scenario per il terzo trimestre dell’anno firmato da Yves Longchamp, Head of Research Ethenea Independent Investors, che si sofferma anche sull’Europa (in particolare sull’Italia) e sugli emergenti. Le previsioni di Ethenea restano abbastanza favorevoli, nonostante il rallentamento dell’Europa e le difficoltà dei paesi emergenti più fragili, e Longchamp suggerisce, in questo contesto, di restare focalizzati su azioni e obbligazioni privilegiando qualità e liquidità. Ma come è arrivato a questa conclusione l’esperto di Ethenea? Vediamolo nel dettaglio.

TRUMPONOMICS: PARLANO I NUMERI

“Che piaccia o meno – commenta Longchamp – al momento la Trumponomics sta dando i suoi frutti, come dimostrano i dati su PIL e occupazione, oltre ai massimi assoluti raggiunti dagli indici azionari. Il presidente Trump sta rimpatriando i dividendi della crescita globale mischiando le carte in tavola sul palcoscenico internazionale, una strategia che solo la prima potenza economica mondiale può permettersi”. Lo scatto americano ha mandato nel dimenticatoio l’idea di ciclo economico globale sincronizzato di moda fino all’inizio del 2018.

UNA STRATEGIA A BREVE TERMINE

Ma Longchamp, preso atto della risposta entusiastica dei mercati alle politiche di Trump, evidenzia alcuni punti. “Trump sta ipotecando il futuro con una strategia a breve termine – afferma l’esperto di Ethenea – perché finanziare la spesa pubblica facendo ricorso al debito significa imporre maggiori spese alle generazioni future. Non esistono pasti gratis, afferma un noto adagio, e prima o poi giungerà il momento della delusione”. Quando? Secondo l’analisi di Ethenea “nel prossimo decennio”. Intanto, riconosce Longchamp, l’economia USA si gode “le modifiche di carattere estetico al ciclo in corso, che rimane in una fase avanzata”.

ITALIA PUNTO DEBOLE DELL’EUROZONA

Anche sul versante europeo, nonostante il rallentamento, non mancano alcune buone notizie dal fatto che “l’Eurozona è cresciuta a un tasso superiore al suo potenziale” con disoccupazione in diminuzione e inflazione in lieve aumento. Secondo Longchamp la frenata europea proseguirà nei prossimi trimestri in modo graduale “senza suscitare timori circa la normalizzazione della politica monetaria”. L’esperto di Ethenea ribadisce che l’Italia costituisce il principale rischio sistemico per l’Eurozona. Innanzitutto perché l’economia italiana, Grecia esclusa, è la peggiore in termini di crescita “e non ravvisiamo alcun segnale di recupero”. Inoltre, secondo Longchamp, alla luce del rapporto debito PIL al 151% (dati OCSE) il rendimento del 2,9% dei titoli governativi italiani decennali non è sostenibile, essendo ben al di sopra del range ritenuto idoneo da Ethenea compreso tra lo 0,6% e l’1,6%.

LA NUOVA POLITICA MONETARIA

A livello globale, Longchamp osserva un rallentamento generalizzato con alcune brusche frenate (per motivi diversi) in paesi come Argentina, Turchia, Venezuela, Brasile, India e Russia. La Cina, invece, ha effettuato un deleveraging pilotato per rafforzare i fondamentali economici. Nel frattempo, soprattutto negli USA, la politica monetaria sta diventando meno accomodante: “Nessuno può prevedere le implicazioni – spiega Longchamp – se tuttavia si ritiene che il Quantitative easing e i tassi bassi abbiano svolto una funzione di supporto, allora il Quantitative tightening e i tassi più alti eserciteranno un’azione di freno”.

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da Ethenea