L’angolo del consulente – Lettera aperta ai clienti

 Citywire Italia di Anna Baldassari    6 Novembre 2018

Il compito del consulente è aiutare il cliente nella pianificazione finanziaria di solito totalmente assente, finalizzare i risparmi, programmare degli obiettivi,  diversificare, limitare i rischi, condividendo il piano e gli obiettivi;  non predire il futuro quasi si trattasse di un cartomante.

L'angolo del consulente - Lettera aperta ai clienti

Parlando con i miei colleghi diciamo sempre come sarebbe bello lavorare in America o in Inghilterra, Paesi con una educazione finanziaria di lunga data, tutt’ora inesistente da noi.

Sapete perché?

L’italiano “tipo” infatti si aspetta un elevato e costante rendimento dai suoi investimenti, assolutamente senza rischio. Non ridete, è proprio così.

Il primo dogma: ad ogni rendimento si associa un livello di rischio ben maggiore, è assolutamente ignorato.

In sostanza se voglio guadagnare 2% dovrò accettare – più o meno – sbalzi di prezzo del 6%: la realtà è questa; e più si sale con il rendimento atteso più la volatilità aumenterà in modo più che proporzionale.

Come si valuta un buon investimento? Da che oscillazioni ha per raggiungere un certo risultato.

Esempio: il Btp a 10 anni, oggi ha un rendimento di poco superiore al 3%, ma ha una volatilità del 15%, non è certo un esempio di efficienza, se si pensa che a 10 anni le aspettative di rendimento di una linea prudente 30% azionario+70% obbligazionario sono molto simili, ma con volatilità 5-7%, cioè si ottiene lo stesso risultato con metà rischio.

Non solo: secondo voi è più sicuro avere un solo titolo di un solo Paese, o avere una quantità incredibile – dell’ordine di molte centinaia – di titoli di tipologie diverse, in tutti i Paesi del mondo, gestita attivamente con continui scambi? Personalmente non ho dubbi.

Si comincia a capire che l’educazione finanziaria deve partire da alcuni concetti base: quello del rapporto rischio/rendimento, che deve far sì che le aspettative siano realistiche, per non incappare in inevitabili delusioni è sicuramente il primo.

Un’altra nozione base da tenere sempre presente è la differenza tra rischio inteso come variazioni di prezzo e il pericolo di perdere i propri soldi in investimenti sbagliati: azioni/obbligazioni di banche, società o paesi che falliscono.

A parte i casi famosi di Parmalat, Cirio, Argentina, Monte Paschi – non dimentichiamo che questa banca non ha rimborsato le obbligazioni né pagato le cedole due anni fa – delle banche venete e Lehman Brothers, non tutti sanno che un paese che rappresenta il top della sicurezza come la Germania, negli ultimi 100 anni è fallita ben 4 volte, per cui l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

La diversificazione ci salva anche da questo pericolo, in assoluto il più drammatico, e ci fa capire che è molto meno rischioso un portafoglio con le sue oscillazioni piuttosto che un’obbligazione che non verrà mai rimborsata perché l’emittente fallisce.

Dicevo all’inizio che sarebbe molto bello lavorare in Paesi con una cultura finanziaria radicata, in cui incrementare le posizioni azionarie sui minimi è prassi comune, noi siamo ancora alle prese con l’ansia dei clienti che quando i prezzi calano vorrebbero diminuire la già modesta percentuale di azionario presente nei loro portafogli. Questo è il comportamento peggiore in assoluto, più dannoso: chiaro che se si vende sui minimi si perdono soldi!

 

Ci tocca quasi a giustificarci per l’andamento dei mercati, come se dipendesse da noi.

Non esiste “indovinare” il momento di uscire o entrare dagli investimenti: vanno fatti quando si hanno i soldi e lasciati fermi, incuranti dell’andamento dei mercati; vanno modificati solo se cambiano le nostre esigenze.

Le correzioni sono da mettere in conto quando si fa un portafoglio, perché è normale che si ripresentino periodicamente; non è possibile invece indovinare quando succederà.

Vent’anni fa i clienti si arrabbiavano quando i mercati scendevano, dicendo che dovevamo avvisarli che sarebbero scesi. Incredibile ma vero: un consulente doveva indovinare il futuro! Si chiedeva una sola cosa: guadagnare il più possibile, senza tener conto, o forse senza essere consapevoli dei rischi che correvano. Ma far guadagnare il più possibile non è il primo must, bisogna prima di tutto non esporsi a pericoli!

Nel periodo delle obbligazioni argentine – che io non ho mai collocato, e che ho fatto vendere ai miei clienti che le avevano nelle banche, prima del fallimento – mi veniva rinfacciato che con me guadagnavano molto meno che con questi super bond che avevano comperato in banca.

Che fatica spiegare che in certi periodi per guadagnare ci si devono assumere dei rischi che un consulente serio non farebbe mai correre ai clienti.

In tutti questi anni con la prudenza non abbiamo mai avuto “incidenti di percorso”, dovuti alla rincorsa dei rendimenti, molto frequenti invece nel mondo bancario.

Da qui si comincia a capire cosa è giusto/non è giusto aspettarsi da un bravo consulente:

NO

-predire il futuro, cioè sapere cosa faranno i mercati. Quindi un consulente non è un cretino se non “indovina” come andranno le cose

-ottenere rendimenti costanti: ci sono anni buoni e anni negativi, non è colpa di nessuno, e non c’è niente da fare

-ottenere rendimenti senza volatilità (NB non pericoli, ma semplici sbalzi di prezzo), perché non esiste un solo bene che mantenga stabilmente il valore nel tempo: oro, immobili ecc. ce lo insegnano

SI

-serietà e prudenza nelle scelte, quindi massima diversificazione che fa sì che non si corra nessun rischio legato a fallimenti di emittenti, banche ecc..

-protezione dal rischio paese: investimenti in Lussemburgo, Irlanda, Svizzera

-un rapporto rischio/rendimento di lungo periodo realistico e concordato ( 5-7% linea prudente, 7-11% linea moderata)

-una attenta pianificazione successoria

-una disponibilità rapida nel fornire risposte alle richieste del cliente

-un supporto nei momenti difficili

Precari, part-time e partite Iva: ecco chi non arriverà mai alla pensione

Inchiesta  2/11/2018  L’ESPRESSO  di Gloria Riva

E’ evidente, l’Inps segna oramai il passo a causa di un sistema a ripartizione non assistito adeguatamente da contributi continuativi, è inutile dire che la previdenza complementare rappresenta una strada obbligata che va incrementata con chiarezza e supporto da parte del governo.

Milioni di italiani rischiano di non ricevere mai l’assegno dell’Inps. Perché non hanno accumulato abbastanza mesi di contribuzione nel corso della vita. Una bomba che esploderà nei prossimi anni

Precari, part-time e partite Iva: ecco chi non arriverà mai alla pensione

Pulire i pavimenti, apparecchiare i tavoli della mensa, servire i pasti. Una volta che gli alunni sono tornati in classe, sparecchiare, lavare, portare fuori la pattumiera. In tre ore. Certo, è un lavoro che lascia molto tempo libero, ma se a farlo è una signora di 72 anni con la schiena a pezzi rischia di essere alquanto pesante.

Questa signora, che abita a Novate Milanese, profondo e ricco Nord, ha avviato una battaglia legale contro l’Inps per difendere il suo diritto alla pensione: «Ha iniziato a lavorare nel 1961, nel 1971 si è dedicata alla famiglia, si è rimessa all’opera sette anni dopo. Dal 2000 lavora con un contratto part time ciclico nelle mense scolastiche. L’Inps per via di un’errata e discriminatoria interpretazione della legge, ritiene non abbia maturato l’anzianità di servizio, cioè i 20 anni di contributi, per accedere alla pensione. Nel frattempo la signora ha avuto problemi di salute ed essendo in malattia da parecchio tempo, rischia il licenziamento», racconta all’Espresso l’avvocato Daniela Manassero.

Com’è possibile che a 72 anni suonati non ci si possa concedere una serena pensione dopo aver sgobbato decenni? «Nel solo settore scolastico ci sono 100 mila persone in questa situazione. È il personale che si occupa delle pulizie, della ristorazione, della manutenzione degli edifici, dell’assistenza agli alunni disabili. Dovranno continuare a lavorare ben oltre i settant’anni per avere una pensione misera. Ed è solo la punta di un gigantesco iceberg che si infrangerà sull’Inps non appena i lavoratori flessibili e quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il ’95, cioè con l’introduzione del sistema contributivo e l’avvento dei contratti precari, avranno i capelli bianchi», spiega il sindacalista della Cgil Giorgio Raoul Ortolani.

Il ticchettio di una bomba sociale che esploderà fra un decennio. E mentre l’Italia si guarda l’ombelico, presa fra reddito di cittadinanza e quota 100, il tempo per disinnescare l’ordigno si riduce. In base all’indagine condotta dal ricercatore della Sapienza Michele Raitano e pubblicata nel Rapporto sullo Stato Sociale, il 44 per cento delle persone entrate nel mondo del lavoro dopo il ’95 ha avuto un salario inferiore ai 12 mila euro lordi per tre anni su dieci, un altro 20 per cento ha trascorso sei anni su dieci in questa stessa condizione. Solo il 36 per cento di chi è entrato nel mondo del lavoro da vent’anni ha una storia contributiva piena.

Rispetto al lavoratore medio, che percepisce circa 21 mila euro annui, solo il 22,7 per cento ha una contribuzione maggiore, mentre il 44,5 per cento ha accumulato meno di 12 mila euro. Se questo 44,5 per cento della popolazione non comincerà subito (e per i successivi 15/20 anni) a guadagnare, si ritroverà con una pensione al di sotto del reddito di povertà: «Sotto questa soglia c’è il 51 per cento delle donne, il 35 per cento dei laureati, il 42 per cento dei diplomati e il 58 per cento di chi si è fermato alla scuola dell’obbligo», dice Raitano.

Il caso dei centomila addetti delle scuole è emblematico per capire quello che sta per succedere a metà della popolazione lavorativa italiana. Nonostante abbiano lavorato 20 anni, per l’Inps non hanno accumulato sufficienti mesi di contribuzione. È il caso della signora settantaduenne di Milano, difesa dall’avvocato Manassero contro l’Inps: «L’ente di previdenza ritiene che questa signora debba continuare a lavorare ancora per tre anni e sette mesi per raggiungere il minimo di vent’anni contributivi». Questo perché l’Inps non considera i mesi estivi (quelli in cui le mense scolastiche sono chiuse) nel conto degli anni di lavoro, nonostante avesse un contratto a tempo indeterminato di tipo part time “ciclico verticale” (cioè si sta a casa per un determinato periodo dell’anno).

Il sindacalista Ortolani racconta che nella sola Lombardia ci sono 2.500 lavoratori pronti a passare alle vie legali: «L’Inps sta perdendo tutte le cause e viene regolarmente condannato a pagare 9.200 euro per i tre gradi di giudizio. Per le sole spese di lite l’Inps dovrebbe sborsare 23 milioni».

Oltre al settore scolastico, si trova nella stessa situazionel’intero sistema di cura e assistenza sanitaria, l’ambito delle pulizie, i lavori stagionali e la ristorazione, gli assistenti di volo e gli addetti al turismo, dipendenti di imprese private con contratti a tempo parziale o a singhiozzo, persino qualche dipendente part-time dello stesso Inps ha fatto causa e ci sono sempre più spesso i metalmeccanici stagionali in questa condizione: tutti con voragini contributive. «Persino gli stagionali della Piaggio di Pontedera sono in questa stessa situazione», dice il sindacalista, confermando un fenomeno generalizzato.

A sollevare il problema erano stati nel 2010 gli assistenti di volo di Alitalia che avevano lavorato oltre vent’anni con un contratto part time “ciclico verticale”, quindi alcuni mesi sì e altri no. Dopo che l’Inps aveva negato il loro diritto alla pensione, si erano rivolti alla Corte di Giustizia Europea, che aveva dato loro ragione, per un principio di non discriminazione dei lavoratori a tempo parziale. «Del resto, chi ha questi contratti non ha diritto ad alcuna indennità di disoccupazione, perché si tratta di un tempo indeterminato», fa notare l’avvocato Manassero, che sta seguendo decine di pratiche nei settori più svariati. L’Inps non sana la questione perché è compito del governo prendere provvedimenti. Nella scorsa legislatura erano stati presentati in Finanziaria 2018 due emendamenti, uno da parte del Pd, l’altro del Movimento 5 Stelle, ma il governo Gentiloni non aveva consentito il voto. Stavolta Lega e 5 Stelle si sono impegnati a trovare le risorse per risolvere il problema, ma nella manovra di quest’anno non se ne fa cenno.

«Se per questi lavoratori è possibile trovare una soluzione legale, facendo leva sul contratto a tempo indeterminato, per tutti gli altri precari, segnati da carriere discontinue, non sarà così facile», continua il sindacalista Ortolani. Infatti ogni lavoratore deve guadagnare almeno 200 euro a settimana, per un totale di 10.440 euro l’anno per vedersi accreditare l’annualità ai fini della pensione: «È una soglia che neppure i lavoratori part-time che lavorano 12 mesi l’anno raggiungono se non superano le 24 ore lavorative settimanali». Nel caso in cui il lavoratore non la raggiunga, il numero di settimane considerate al fine pensionistico si riduce. «I minimi contributivi sono stati definiti nel 1992, quando il lavoro era una certezza. Oggi oltre il 25 per cento dei lavoratori dipendenti è part time e quei minimi sono per molti inavvicinabili». Tutti i precari, i lavoratori a singhiozzo, quelli a termine e intermittenti, le partite Iva da fame dovranno fare i conti con quella che si può definire una bomba sociale.

Racconta Giuliano Benetti, direttore del patronato Inca della Cgil di Brescia che: «C’è molto malcontento. Arrivano molte donne, sessantenni, che continuano a fare lavori duri per raggiungere la soglia dei 20 anni di contributi che da diritto alla pensione di anzianità di 750 euro. Mi chiedono se vale la pena continuare a lavorare, se tanto avranno il reddito di cittadinanza».

Il collega di Milano, Francesco Castellotti, racconta di ultrasessantenni scioccati per l’entità misera delle pensioni che riceveranno: «Si mangiano le mani per non aver fatto un fondo complementare, una pensione secondaria, e spesso decidono di continuare a lavorare, pur avendo diritto alla pensione. Ci sono persone di 70 anni che, per via di buchi contributivi, non raggiungono i 20 anni di contributi e domandano quanto dovrebbero versare, volontariamente, perché sanno bene che nessuno sarà disposto a offrire un lavoro a un anziano».

Mauro Paris, segretario regionale dei patronati Inca della Cgil, racconta di muratori di 65 anni che chiedono se potranno sfruttare la quota 100 caldeggiata dal ministro dell’Interno: «Ma sarà necessario avere entrambi i requisiti di età (almeno 62 anni) e di anni contributivi (devono essere 38) con non più di due anni di contributi figurativi. Si capisce che gli aventi diritto non saranno molti». E poi ci sono i 75 mila giovani che sempre all’Inca lombardo non chiedono la pensione, ma l’assegno di disoccupazione: «Sta crescendo il numero degli under 35 che non riesce a entrare stabilmente nel mondo del lavoro e in loro c’è molta disillusione». Siamo sicuri che il reddito di cittadinanza e la quota 100 siano gli strumenti adatti per sostenere una gioventù scoraggiata?

L’Europa resta indietro ma tiene. America forte, accelera il Giappone

Financial Lounge 23 Ottobre 2018

Easy Watch

 

Risultati immagini per economia globale

L’economia dell’Eurozona non riesce a recuperare velocità ma smette di arretrare, si conferma nel terzo trimestre la forza americana. Rallenta ma resta robusta la Cina, forte recupero di investimenti efiducia nel Sol Levante

Inervosismi autunnali dei mercati finanziari Economic Index di settembre è salito dello 0,5% non contagiano per ora le economie globali che a conclusione del terzo trimestre presentano un quadro di crescita, anche se non sincronizzata, poco variato rispetto a quello di fine giugno. L’ultimo report del FMI fotografa la situazione con stime di crescita globale per il 2018-2019 leggermente riviste al ribasso al 3,7% per entrambi gli anni, lo 0,2% in meno rispetto alle stime di aprile e luglio.

L’economia USA continua a godere di eccellente salute con un PIL che viaggia intorno al 4% anche nel terzo trimestre dopo lo spumeggiante 4,2% messo a segno nel secondo. L’Empire State Index di ottobre è rimbalzato a 21,1 dopo un minimo di 5 mesi a settembre mantenendosi in territorio positivo per 24 mesi consecutivi, mentre il Leading  a 111,8 accelerando rispetto a 111,2 di agosto quando aveva superato per la prima volta da sempre quota 111 con otto delle dieci componenti in rialzo. La produzione industriale cresce dello 0,3% al mese con l’attività manifatturiera misurata dall’indice PMI resta robusta ad ottobre con l’indice oltre quota 55 e i servizi poco dietro. Gli ordini di beni durevoli continuano a salire insieme alla spesa per consumi. Il principale punto critico resta il deficit federale alimentato dal costo dello stimolo fiscale, con il bilancio dell’anno fiscale 2018 chiuso al 30 settembre con un disavanzo a $779, il rosso più ampio da sei anni.

Nell’Eurozona il quadro resta quello di un marcato rallentamento rispetto al boom della seconda parte del 2017 ma con una tenuta che induce istituzioni

e osservatori a considerare la bilancia dei rischi in sostanziale equilibrio. L’attività manifatturiera misurata dagli indici PMI di ottobre segnala una distanza consistente rispetto ai picchi toccati otto-nove mesi fa ma con livelli intorno a 53, ben sopra la linea di demarcazione tra contrazione e espansione che si colloca a 50. Si sta deteriorando anche qui in modo contenuto anche la fiducia degli investitori misurata dall’indice Sentix arretrato a ottobre a 11,4 dai 12 punti di settembre, con la componente aspettative che segnala tuttavia un miglioramento. L’inflazione al consumo resta nei dintorni del 2% annuo, un livello che dovrebbe consentire alla BCE di procedere con l’interruzione del QE a partire da gennaio.

Per motivi profondamente diversi i due paesi accusano qualche problema in più del resto d’Europa. In Germania il problema si chiama tensioni commerciali, le esportazioni hanno accusato una frenata estiva mentre la fiducia nell’economia è passata in negativo a ottobre ai  minimi dal 2012 mentre anche l’indice Ifo continua a scivolare. Il governo di Berlino ha tagliato le stime di crescita per il 2018-2019 all’1,8% dal 2,3% e 2,1% precedenti. In Italia il problema si chiama tensioni con Bruxelles sulla manovra e spread, che sta cominciando a impattare l’economia, con Bankitalia che abbassa allo 0,1% dallo 0,2% le stime di crescita del terzo trimestre sul secondo.

Un PIL in crescita dell’1,6% sul trimestre e del 6,5% sull’anno, vendite al dettaglio che viaggiano oltre il 9%, produzione industriale in crescita appena sotto il 6%. Lo chiamano rallentamento? Sì se siamo in Cina. Dove i dati parlano anche di investimenti fissi in crescita del 5,4% e  disoccupazione urbana al 4,9%. L’export resta robusto, soprattutto verso gli USA, nonostante la guerra dei dazi.

Note molto positive dal Giappone: indice di fiducia Tankan in aumento, ordini per l’acquisto di macchinari in crescita del 6,8% con la componente core che segna +11% e intenzioni di investimento nei prossimi mesi molto positive.

 

Credito più costoso

Il dollaro forte e i tassi americani in rialzo hanno reso più costoso l’indebitamento dei paesi emergenti, specialmente per quelli con un merito di credito più basso.

Fonte: Bloomberg Finance L.P. e stime del Fondo Monetario Internazionale

minimi dal 2012 mentre anche l’indice Ifo continua a scivolare. Il governo di Berlino ha tagliato le stime di crescita per il 2018-2019 all’1,8% dal 2,3% e 2,1% precedenti. In Italia il problema si chiama tensioni con Bruxelles sulla manovra e spread, che sta cominciando a impattare l’economia, con Bankitalia che abbassa allo 0,1% dallo 0,2% le stime di crescita del terzo trimestre sul secondo.

Un PIL in crescita dell’1,6% sul trimestre e del 6,5% sull’anno, vendite al dettaglio che viaggiano oltre il 9%, produzione industriale in crescita appena sotto il 6%. Lo chiamano rallentamento? Sì se siamo in Cina. Dove i dati parlano anche di investimenti fissi in crescita del 5,4% e disoccupazione urbana al 4,9%. L’export resta robusto, soprattutto verso gli USA, nonostante la guerra dei dazi. Note molto positive dal Giappone: indice di fiducia Tankan in aumento, ordini per l’acquisto di macchinari in crescita del 6,8% con la componente core che segna +11% e intenzioni di investimento nei prossimi mesi molto positive.

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L’economia globale va, ma i mercati sono vulnerabili.

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Financial Lounge 23 Ottobre 2018

EasyWatch
N° 9 – anno 2018

 

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Le prime due economie del mondo, USA e Cina, crescono rispettivamente al 4% e al 6,5% e anche l’Europa sembra aver superato la fase di rallentamento. Ma i nervosismi politici rendono vulnerabili i mercati

È una strana fine d’anno quella che un governo percepito come populista e sovranista

stanno vivendo le economie e i mercati globali. Le prime sembrano aver raggiunto un plateau di crescita stabile, anche se nel complesso meno veloce di quella precedente la grande crisi del 2007-2008. I secondi invece stanno nuovamente sperimentando i nervosismi e le vulnerabilità che erano già affiorati con una certa violenza tra fine gennaio e inizio febbraio. Vulnerabilità non tanto dovute a timori o rischi di mutamento negativo dei fondamentali economici, nessuno sta avvistando recessioni all’orizzonte, ma riconducibili a un groviglio di incertezze e turbolenze politiche, dalla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, fino al riemergere di criticità sul debito in Europa innescate dall’avvento in Italia di dagli altri partner dell’Unione. Il tutto è condito dalla combinazione di tassi americani in rialzo e dollaro forte, che dalla scorsa estate stanno deteriorando, anche se in modo non generalizzato e non contagioso, le condizioni di accesso al credito di alcune economie emergenti.

In un recentissimo report Tobias Adrian, Financial Counsellor al Fondo Monetario, osserva che politiche monetarie ancora decisamente espansive continuano a supportare la crescita globale, ma negli ultimi sei mesi i rischi a breve termine del sistema finanziario globale si sono in qualche modo accentuati a causa dell’escalation delle tensioni commerciali, delle incertezze politiche in diversi paesi, mentre alcune economie emergenti cominciano a sentire pressione sui mercati finanziari. Finora una robusta propensione al rischio ha sostenuto i prezzi degli asset nei principali mercati con condizioni finanziarie sostanzialmente favorevoli, nonostante la stretta in atto da parte della Federal Reserve. Ma la combinazione di dollaro forte e di tassi americani in rialzo ha reso più costoso l’indebitamento per le economie emergenti, soprattutto quelle con maggior necessità di credito e condizioni economico-politiche più deboli.

Andando a guardare più da vicino le principali aree osserviamo una Cina che nel terzo trimestre rallenta un po’ ma mantiene una solida crescita del Pil al 6,5% dopo il 6,8% del primo semestre, mentre gli Stati Uniti continuano a viaggiare al 4% dopo il 4,2% del secondo trimestre e l’Europa che sembra aver superato la fase di rallentamento della prima parte dell’anno con indicatori produttivi stabilizzati su livelli elevati. Il Giappone mantiene il passo di una crescita lenta ma stabile, mentre nell’universo degli emergenti le crisi più acute, come quelle di Turchia e Argentina, sembrano quanto meno stabilizzate se non avviate sul cammino della risoluzione. Certo, se la pressione sugli emergenti dovesse allargarsi e intensificarsi, aumenterebbe sensibilmente il rischio di instabilità finanziaria. Ma lo stesso FMI stima solo al 5% le possibilità che i mercati emergenti possano sperimentare fughe rilevanti degli investitori dal debito, nell’ordine dei 100 mld di dollari o più.

La bottom line è che l’economia globale può continuare il suo percorso di crescita relativamente sostenuta accompagnata da condizioni monetarie ancora molto favorevoli, anche se l’America sta ormai avvicinandosi a una situazione di tassi di interessi neutrali e non più di sostegno all’economia. Sui mercati invece il pendolo della propensione al rischio continua a oscillare in un movimento che viene misurato in maniera inversa con una certa precisione dal rendimento dei titoli a lungo termine del Tesoro americano. La politica resta il principale fattore di incertezza soprattutto in Europa e Stati Uniti, destinato a perdurare negli ultimi mesi del 2018 e nella prima parte del 2019.

 

• Nella sua terza lettura del 2018 il FMI abbassa leggermente le stime di crescita globale al 3,7% per quest’anno e il prossimo, lo 0,2% in meno rispetto a luglio e aprile.

• L’economia USA continua a viaggiare con una crescita del PIL intorno al 4% nel terzo trimestre dopo lo spumeggiante 4,2% del secondo.

• Il Leading Economic Index americano ha accelerato a settembre a 111,8 andando a ritoccare il record di 111,2 toccato ad agosto.

• L’Eurozona continua a crescere ma non riesce a recuperare il deciso rallentamento della prima parte dell’anno.

• L’attività manifatturiera resta su livelli elevati ma in ulteriore anche se lieve rallentamento

anche a ottobre mentre cala anche l’indice di fiducia Sentix.

• In Germania le esportazioni languono e anche la fiducia degli investitori misurata dagli indicatori ZEW e Ifo rilevati a ottobre.

• Continua a rallentare l’economia italiana secondo le stime Bankitalia, che puntano a una crescita dello 0,1% nel terzo trimestre dallo 0,2% nel secondo.

• Rallenta leggermente la Cina ma con un PIL al 6,5% nel terzo trimestre, consumi in crescita al 9,2% e produzione appena sotto il 6%.

• Investimenti in aumento in Giappone, con quelli in macchinari a + 6,8%. Cresce anche la fiducia degli investitori.

Differenza di produttività tra Italia e Germania.

Ponete l’attenzione almeno sulla differenza tra Italia e Germania . E’ impressionante quando si guarda a ore lavorative annuali. La Germania è lontana dall’Italia in termini di PIL pro capite e produttività ed è il paese con le più basse ore lavorative annuali. I tedeschi hanno molto più tempo libero degli italiani, ma producono di più e  guadagnano di più.  Comprendiamo tutti che i vincoli reali provengono dalla mancanza di una produttività adeguata in Italia o in paesi simili?

La crescita felice è la crescita guidata dalla produttività ed è felice quando si lavora di meno, ma si ottiene di più. Questo può dipendere solo R&S, investimenti innovativi, prodotti e processi produttivi all’avanguardia, il resto signori sono tentativi vani di risollevare le sorti di un paese da una china inarrestabile.