Borsa, valutazioni ai minimi dal 2013. Tempo di comprare a prezzi di saldo?

IL Sole 24 Ore di Andrea Franceschi 18 Dicembre 2018

Difficile distinguere tra l’anticipazione di una crisi o  una importante contrazione delle borse se non ex post; ma pensare che l’economia mondiale procedeva con il vento in poppa, ai massimi degli ultimi 10 anni, solo pochi mesi fa ed ora tutto viene messo in discussione solo per ragioni politiche, come i dazi protezionistici, allora vuol dire che si trattava di un’anatra zoppa. Comunque se è vero che la politica è basata e creata nell’ interesse dei Governi, sarà lo stesso interesse “capitalistico” che alimenta le borse a trovare un limite all’azione politica e porci rimedio.

L’ultimo trimestre dell’anno è stato decisamente negativo per il mercato azionario mondiale. L’indice Msci World che monit l’andamento di tutti i maggiori listini al mondo ha perso il 10,5% negli ultimi tre mesi e per Wall Street si preannuncia addirittura il peggior mese di dicembre dagli anni ’30. Seppure i conti trimestrali di alcune big abbiano contribuito a rafforz questa ondata generalizzata di vendite sul fronte dei risultati societari i numeri, e le previsioni per il futuro, continuano ad essere piuttosto buoni. Il risultato è quindi che le valutazioni del mercato (fotografate dal rapporto tra i corsi di borsa e gli indicatori di bilancio come gli utili o il patrimonio) ora si sono fatte decisamente più interessanti.

Calcola Facset che oggi il rapporto tra prezzo e utili attesi delle Borse mondiali si è drasticamente ridotto rispetto ai livelli di inizio anno. Allora si viaggiava su un multiplo di 16 volte, oggi stiamo a 13,3. Siamo ai minimi da 5 anni a questa parte.

 

L’INDICE DI SCONTO DELLE BORSE EUROPEE
Differenza percentuale tra il multiplo prezzo/utili degli indici S&P Europe 350 ed S&P 500. Dati in percentuale. Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati S&P Market Intelligence

 

Questo calo delle valutazioni non è stato uniforme per tutte le principali piazze globali e, nonostante il tema della sopravvalutazione riguardasse in primo luogo Wall Street e il settore tecnologico, è soprattutto su altri listini che i multipli d Borsa si sono ridimensionati. Ad esempio nel Vecchio Continente: oggi il rapporto prezzo utili attesi dell’indice S&P Europe viaggia in media a quota 12 come non accadeva da giugno 2013. Le Borse europee trattano storicamente a sconto rispetto a Street ma questo sconto è oggi piuttosto significativo dato che si attesta al 20% contro una media storica del 15 per cento.Il discorso riguarda in particolar modo Piazza Affari, una delle Borse più svalutate in assoluto rispetto ai fondamentali delle società del listino principale.
Come già accaduto nel 2017, le società del listino Ftse Mib faranno il pieno di utili con numeri che non si vedevano da prima della grande crisi. Prendendo le stime di consensus della banca dati S&P Market IntelligenceIl Sole 24 Ore ha calcolato per quest’anno un totale di 41 miliardi di euro. Nel 2017, quando già Piazza Affari si era distinta per la crescita dei profitti, il mo utili è stato solo marginalmente superiore. Il dato aggregato risulta stabile ma se si fa il calcolo al netto del settore finanziari più rappresentativo e anche il più soggetto ai saliscendi dello spread, il monte utili risulta in crescita da 19,6 a 24,3 miliardi euro

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CORPORATE USA
Wall Street nella trappola di buyback e super debito

La rinnovata capacità di fare profitti si è accompagnata a bilanci più sani perché, da una parte le banche hanno fatto pulizia crediti deteriorati dall’altra le società non finanziarie hanno ridotto il loro indebitamento. Questo trend è andato consolidan in particolare nell’ultimo biennio. Se tuttavia nel 2017 il mercato ha chiaramente preso atto del processo in corso premiando Borsa italiana con un rialzo del 13,6% a fronte di un +7% del resto d’Europa quest’anno è andata diversamente: dopo una partenza brillante (+12% nei primi quattro mesi) il Ftse Mib ha invertito la rotta fino ad arrivare oggi un poco onorevole sald negativo di oltre 14 punti percentuali da inizio anno. Una performance su cui pesa ovviamente la componente del rischio politico. Soprattutto nel caso del settore bancario, storicamente molto ben rappresentato sulla piazza di Milano. Ma non solPiazza Affari a forte sconto la Borsa italiana è a forte sconto. Basti pensare che in media il rapporto prezzo/utili attesi è di 8,7 volte. Nettamente al di so sia della media europea (12.3 volte) sia della media storica degli ultimi 10 anni del listino (12 volte). Alle attuali quotazioni la Borsa di Milano garantisce un rendimento medio (dividend yield) del 4% che è superiore sia alla media europea (3,8%) sia al dividend yield medio medio del listino nell’ultimo triennio (2,86%).

AZIONI
I 5 pesi massimi di Borsa che hanno perso più del 30% dai massimi 2018

A fronte di questi numeri c’è da chiedersi se questo non sia il momento giusto per tornare a comprare. Sia sul listino italian che su altre piazze. «Il 2018 è stato un anno molto anomalo sui mercati – spiega Alessandro Allegri ad di Ambrosetti AM SIM perché tutte le principali classi di investimento hanno registrato performance negative. Per quanto riguarda l’azionario la domanda da farsi è: è stato scontato tutto quello che c’era da scontare oppure c’è mettere in conto ancora volatilità per il fut Gli elementi di incertezza restano ma è anche vero che, a fronte di numeri ancora piuttosto buoni sul fronte dei conti, le valutazioni iniziano a diventare interessanti per tornare a comprare. Ovviamente tenendo conto dei rischi che una scelta del genere comporta».

«Nel 2019 – spiega Gilles Guibout, gestore di AXA Investment Managers – il focus degli investitori a livello macro sarà sull’andamento della crescita mondiale. Si teme un rallentamento della crescita globale molto più forte di quanto previsto. P c’è un rischio di cui non si parla tanto, ma che potrebbe avere un impatto sulla politica monetaria: l’aumento degli stipendi negli Stati Uniti. Un aumento dei salari potrebbe – insieme alla guerra commerciale – pesare molto sui margini delle società americane. In questo contesto è importante riuscire a mantenere della liquidità sottostante in portafoglio. Oggi le valutazio sono tornate su livelli bassi in Europa (e soprattutto in Italia) e questo ci fa pensare che con un minimo di miglioramento ci sarebbe spazio per un rialzo nel 2019. Ora sembra che ovunque ci siano rischi, ma un miglioramento lascerebbe spazio a un’inversione dei mercati».

Azioni, non è il momento di essere troppo pessimisti per il 2019

Financial Lounge 18 Dicembre 2018

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Secondo Schmitt (Ethenea) mentre i tecnologici sono ritornati su valutazioni corrette, è il momento di passare dai titoli ciclici ai difensivi, come alimentari, healthcare e beni per la casa 

Se si volesse scattare una fotografia della situazione dei mercati finanziari alla fine del 2018, si potrebbero mettere da una parte i fattori negativi che procurano incertezze e preoccupazioni agli investitori e, dall’altra, gli elementi di supporto. Nella prima trovano posto la Brexit, l’aspra contrapposizione tra il governo italiano e la commissione europea sulla proposta di bilancio 2019, le dispute commerciali globali, il picco nei tassi di crescita, il processo di normalizzazione monetaria avviato dalla Fed e preannunciato da altre principali banche centrali. Sul versante dei fattori positivi, invece, figurano la crescita continua dei profitti aziendali, un’economia che resta nel sentiero espansivi, tassi di interesse ancora bassi, stimolo fiscale in potenziale crescita.

SFIDA ALLA PARI TRA OTTIMISTI E PESSIMISTI

Secondo Christian Schmitt, co-lead portfolio manager del fondo Ethna-DYNAMISCH di Ethenea Independent Investors S.A, queste forze, nel loro insieme, si bilanciano e consentono di sostenere le rispettive posizioni sia agli ottimisti e sia ai pessimisti. L’esperto, pur ammettendo che la severa correzione di ottobre e novembre ha riportato le valutazioni in Europa e Asia prossime ai minimi raggiunti in passato, resta tuttavia convinto che finchè le attuali incertezze resteranno sullo scacchiere internazionale, difficilmente l’azionario potrà risalire in modo strutturale. D’altra parte risulta piuttosto evidente come le tre maggiori regioni economiche del mondo (Stati Uniti, Cina ed Europa) abbiano seri problemi su cui lavorare.

COSTRUTTIVI SULL’AZIONARIO

“A differenza del crollo delle dot.com nel marzo del duemila o della grande crisi finanziaria di 10 anni fa, i problemi attuali hanno connotati politici e non economici. Molte di queste incertezze derivano dalle politiche aggressive di leader o stati populisti e, se rientrassero, permetterebbero una soluzione ai problemi. Ecco perchè pensiamo che non sia il momento di essere troppo pessimisti sul mercato azionario nel 2019” sostiene Christian Schmitt.

LA ROTAZIONE SETTORIALE

L’esperto, entrando nello specifico delle scelte di portafoglio, parte dalla rotazione settoriale che ha visto a partire dallo scorso mese di febbraio, il passaggio del testimone tra i settori ciclici (che avevano firmato una straordinaria sovraperformance dalla metà del 2016) e quelli più difensivi. Tra i primi hanno svolto un ruolo di primo piano i titoli della tecnologia statunitense, che hanno registrato perfomance superiori alla media di mercato con continuità per circa un decennio ma che, negli ultimi mesi, hanno accusato pesanti correzioni soprattutto per aspettative e valutazioni eccessive.

IL RITMO DELLA TECNOLOGIA RESTA SOSTENUTO

“Una situazione che si è rimarginata nella seconda metà del 2018 mentre però la solida crescita strutturale delle aziende della tecnologia avanzata mantiene un ritmo sostenuto. Di conseguenza non prevediamo una significativa sottoperformance dei titoli tecnologici statunitensi nel 2019” puntualizza Christian Schmitt.

Idee di investimento – Azioni – 24 dicembre 2018

Financial Lounge 24 Dicembre

 

 

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La volatilità in questo momento è molto alta, ma non potrà rimanere a lungo su questi livelli….ed allora bisognerà avere delle idee chiare per selezionare gli investimenti con delle logiche chiare e lungimiranti!

Non sembra il momento di essere troppo pessimisti sul 2019: si può aumentare il peso nelle azioni guardando ai temi del futuro e alle opportunità settoriali in Europa

IL NUOVO TREND (NEGATIVO) DI WALL STREET

Tra le possibili spiegazioni di questo nuovo trend (negativo) di Wall Street figurano i recenti dati dell’economia reale statunitense che hanno deluso le aspettative. In particolare, come fanno notare nell’articolo Segnali di maggiore affinità tra economia reale e mercati gli esperti di Euromobiliare Sgr, gli indici di fiducia delle imprese americane sia manifatturiere che dei servizi hanno sorpreso in modo significativo al ribasso. Se a questo aggiungiamo che nessuna notizia positiva sia giunta dalle altre aree geografiche importanti (né dalla Cina e nemmeno dall’Europa) ecco che il quadro in negativo della situazione è completo.

COSTRUTTIVI SULL’AZIONARIO

Secondo Christian Schmitt, co-lead portfolio manager del fondo Ethna-DYNAMISCH  di Ethenea Independent Investors S.A, a differenza del crollo delle dot.com nel marzo del duemila o della grande crisi finanziaria di 10 anni fa, i problemi attuali hanno connotati politici e non economici. “Molte di queste incertezze derivano dalle politiche aggressive di leader o stati populisti e, se rientrassero, permetterebbero una soluzione ai problemi. Ecco perchè pensiamo che non sia il momento di essere troppo pessimisti sul mercato azionario nel 2019” sostiene Christian Schmitt. L’esperto, entrando nello specifico delle scelte di portafoglio, parte dalla rotazione settoriale che ha visto a partire dallo scorso mese di febbraio, il passaggio del testimone tra i settori ciclici (che avevano firmato una straordinaria sovraperformance dalla metà del 2016) e quelli più difensivi. Tra i primi hanno svolto un ruolo di primo piano i titoli della tecnologia statunitense, che hanno registrato perfomance superiori alla media di mercato con continuità per circa un decennio ma che, negli ultimi mesi, hanno accusato pesanti correzioni soprattutto per aspettative e valutazioni eccessive. “In tutti i casi, resta sempre valido un approccio basato sulla selezione delle singole aziende di alta qualità a prezzi equi. Titoli di compagnie che offrono un interessante rapporto rischio/rendimento nel medio termine e permettono agli investitori di svincolarsi dalla dipendenza dello sviluppo e delle aspettative economiche future, come avviene in altri settori” conclude nell’articolo Azioni, non è il momento di essere troppo pessimisti per il 2019 Christian Schmitt.

I GUSTI DEI MILLENNIAL GUIDANO I SETTORI

A proposito di settori, nell’articolo Vendita al dettaglio, sono i Millennials a dettare le regole alle aziende si spiega perché, dopo il lusso, l’elettronica, i beni di consumo e l’abbigliamento, i Millennials conquistano quote di mercato anche nei settori casa e arredamento. Nell’ambito della vendita al dettaglio l’influenza dei millennials (i nati fra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta) cresce in modo strutturale al punto da condizionare lo studio del mercato, l’analisi dello specifico settore e l’interazione dei consumatori con l’impresa. L’offerta delle aziende è inevitabilmente indotta ad adattarsi al profilo del nuovo consumatore e i millennial, che si muovono in assoluta libertà e familiarità tra tablet, smartphone e negozio, mostrano di essere più interessati alle esperienze piuttosto che ai beni materiali. Lo rivelano fonti, del dicembre 2017, dello US Bureau of Economic Analysis e McKinsey, in base alle quali il processo di acquisto è di per sé un’esperienza per i millennials, che sia online o in negozio. Non a caso, i brand del lusso, che per primi si sono mossi lungo questa direttrice di offerta multicanale, vedono la crescita delle vendite alimentate per l’85% da consumatori millennials (dati a maggio 2018; fonti: Altagamma, Bain & Company).

TEMI DI INVESTIMENTO DI LUNGO TERMINE

Guardare all’evoluzione dei millennial può essere una delle chiavi per posizionarsi sui temi di lungo termine a cui Philip Dicken, Responsabile azionario Europa di Columbia Threadneedle Investments suggerisce di rivolgere l’attenzione in vista del 2019.
Soprattutto in una fase come questa caratterizzata da instabilità e da volatilità che fanno affiorano le inefficienze e consentono ai gestori attivi di lungo termine di catturare occasioni interessanti. Peraltro, come fa notare Philip Dicken, già adesso è possibile individuare occasioni di lungo periodo. Per esempio, se è vero che la globalizzazione ha creato implicazioni negative in alcune economie, è altrettanto vero che gli investitori, le aziende e i consumatori possono beneficare di straordinarie opportunità. “Grazie alle nuove tecnologie condivisibili, il modo in cui le persone lavorano, fanno acquisti, vivono e si spostano è profondamente cambiato, spesso con vantaggi non indifferenti: basti pensare a quanto sia economico comprare tecnologia o abbigliamento, o viaggiare nel mondo” spiega nell’articolo Aumentare l’esposizione azionaria guardando ai temi di lungo periodo Philip Dicken aggiungendo come, in ambito industriale, invece, i nuovi materiali o le nuove normative sul controllo delle emissioni stiano dettando le linee guida per un futuro più sostenibile.

ASSICURAZIONI, INFRASTRUTTURE, TELECOM E AUTO

Rory Bateman, Head of UK & European Equities e James Sym, Fund Manager, European Equities di Schroders, relativamente al mercato azionario europeo suggeriscono invece di seguire specifiche tipologie di aziende, a mano a mano che l’inflazione aumenterà. “I titoli finanziari potrebbero trarre beneficio dal nuovo contesto inflazionistico, perché possono trasferire sui tassi ai clienti sui prestiti e sugli altri prodotti” puntualizzano nell’articolo Mercati azionari: nessun rally di fine anno, ma tante occasioni per il 2019 i due esperti che, all’interno di questo settore preferiscono i titoli assicurativi mentre continuano ad essere selettivi nelle scelte delle banche europee. “Anche le infrastrutture e il settore delle telecomunicazioni dovrebbero trarre beneficio dall’inflazione più elevata. Inoltre i settori dei consumi ciclici, come i produttori di automobili, ora risultano convenienti e potrebbero essere favoriti nel 2019 dalla maggiore fiducia sul fronte dei consumi” concludono Rory Bateman e James Sym.

2018 anno nero per la finanza: in rosso bond, azioni, oro e petrolio

Il Sole 24 Ore 7 Dicembre 2018 di Vito Lops

Il 2018 si avvia ad una conclusione monocorde, dove non c’è stata una singola asset class che abbia rappresentato una ancora di salvezza. Eppure i macro economisti non sembrano propendere per un immediato cambiamento dello scenario congiunturale, se non supportato da inopportune scelte politiche. Come dire, ognuno è artefice del proprio destino….dalla Brexit, ai dazi troppo vigorosi….alla politiche di crescita basate sulla concorrenza sleale.

 

Il 2018 potrebbe entrare nel guinness dei primati: tutte le principali classi di investimento a livello globale (azioni, obbligazioni, oro e petrolio) sono in rosso. In questo contesto estrarre valore dai mercati finanziari per un gestore è diventato quasi impossibile . Molti risparmiatori, scottati, si chiedono ora se ci sarà un recupero a fine anno e come tutelare il portafoglio da ulteriori ribassi vista la forte volatilità (l’indice Vix è tornato sui massimi da febbraio).

«Una combinazione eccezionale che non ricordo da almeno 20 anni. Vedere l’andamento simultaneo di tutte le principali classi investimento in ribasso è sicuramente un evento raro sui mercati finanziari». Lo scenario descritto da Massimo Terrizzano, top manager di Bnp Paribas am, è quello che, salvo un clamoroso recupero nelle ultime tre settimane che ci separano dal 2019, si va profilando. Le curve dei principali indici globali evidenziano un corale passivo da iniziano anno: le azioni (indice Msci world) perdono il 5%, le obbligazioni (indice Jp morgan gbi global) il 3 per cento. Il petrolio (qualità Brent) è in calo del 10 per cento. E anche il bene rifugio per eccellenza, l’oro, quello che dovrebbe compensare gli investitori dai ribassi dei titoli più rischiosi, ha perso terreno da inizio anno (-5%).

«Siamo in un contesto in cui il mercato azionario si sta preoccupando per le prospettive di un rallentamento economico sempre più marcato – spiega Terrizzano -. E allo stesso tempo le obbligazioni, gonfiate da anni di politiche espansive delle banche centrali, non stanno funzionando come paracadute, come solitamente accade quando le azioni scendono. È saltata la correlazione inversa che storicamente lega azioni e bond e così i risparmiatori stanno perdendo su entrambi i fronti. Oltre che sulle materie prime». I mercati avevano già digerito a metà anno i segnali di rallentamento provenienti da Europa e Paesi emergenti ma fino ad allora si sono retti sui dati entusiasmanti arrivati dagli Stati Uniti. Il castello delle aspettative è crollato ad ottobre quando anche le aziende statunitensi – presentando i conti del terzo trimestre – hanno dipinto un quadro di incertezza sulle prospettive di fine anno e per il 2019. A quel punto è venuto meno anche l’ultimo pilastro, la crescita Usa, e questo ha spaventato gli investitori.

Ora i risparmiatori si chiedono se ci possa essere, se non il canonico rally di fine anno, almeno un parziale recupero. «Perché questo accada – conclude l’esperto di Bnp Paribas am – ci dovrebbero essere due sorprese: la prima dalle banche centrali, Fed e Bce in primis, che segnalino in maniera convincente che sono già pronte a rivedere in senso più accomodante le proprie politiche. La seconda sorpresa sarebbe la fine dello scontro in corso tra Usa e Cina sui dazi, al momento sempre più incerta considerato anche la vicenda Huawei. In caso contrario, ci sarebbero ulteriori margini di ribassi per l’azionario. Ai risparmiatori consiglio di posizionarsi su titoli di Stato di buona qualità, su scadenze medie dai 3 ai 5 anni, perché potrebbero beneficiare di un appoggio delle banche centrali».

Va detto che il 2018, per quanto deludente sul piano generale, ha offerto un’àncora di salvataggio ai risparmiatori dell’Eurozona che hanno puntato su asset in dollari. Il biglietto verde da inizio anno si è apprezzato del 6% nei confronti dell’euro e questo porta in positivo il bilancio per un italiano che ha acquistato le azioni di Wall Street. «Ma non è detto che dal cambio arrivi lo stesso bonus anche per il 2019 – spiega Fabiola Banfi, responsabile investimenti di Valeur am -. È vero che il dollaro è favorito dal differenziale dei tassi tra Usa ed Eurozona ma è probabile che il cambio si mantenga stabile. A mio avviso però – spiega – c’è eccessivo pessimismo in questo momento sull’azionario. Nel 2019 sarà possibile estrarre valore, ma solo attraverso un’attenta selezione delle singole società che si dimostreranno resilienti al rallentamento. Per questo motivo siamo usciti dai settori ciclici, in particolare tecnologia e poi auto. Mentre consigliamo i settori difensivi, come il farmaceutico e quello dei beni di prima necessità».

2019, moderato rialzo dell’azionario

Focus Risparmio 6 Dicembre

Avanti piano, al momento qualche dubbio ma nessuna tempesta!

Dufossé (Candriam): “Le probabilità di una recessione su un orizzonte prevedibile sono ridotte. In tale contesto, gli utili delle imprese dovrebbero continuare a registrare una crescita positiva”

Nadège Dufossé, cfa, head of asset allocation di Candriam

“C’è sempre una forte tendenza a proiettare il trend di fine anno sull’anno successivo. Dopo la severa correzione del mese di ottobre 2018, il timido rimbalzo di novembre e consapevoli degli importanti eventi in programma a dicembre, gli investitori hanno assunto un atteggiamento molto prudente. Dobbiamo aspettarci un ribasso dei mercati per l’anno prossimo?”. Questa è la domanda da cui parte Nadège Dufossé, cfa, head of asset allocation di Candriam, nel suo outlook per il 2019.

L’analista spiega che ci sono “validi motivi per adottare un approccio più cauto: il contesto economico sarà probabilmente meno positivo, le banche centrali dei Paesi sviluppati proseguiranno la stretta monetaria e i margini di manovra della politica fiscale e monetaria sarebbero limitati, se dovesse emergere una crisi. Il nervosismo sta prendendo piede sui mercati. La volatilità si sta diffondendo in tutte le asset class rischiose, con movimenti sempre più rapidi e ampi. Il livello di convinzione degli investitori sembra basso, e oscilla tra pessimismo e ottimismo nell’arco di pochi giorni”.

Da quale lato penderà la bilancia? “Le valutazioni dei mercati azionari – argomenta l’esperta – stanno già scontando un rallentamento economico e integrano un premio di rischio più elevato. Le probabilità di una recessione su un orizzonte prevedibile sono ridotte. In tale contesto, gli utili delle imprese dovrebbero continuare a registrare una crescita positiva. Le banche centrali adotteranno un approccio pragmatico, adattando il ritmo della stretta monetaria alle condizioni economiche”.

“Di conseguenza – conclude Dufossé – il nostro scenario di base continua a prevedere un rialzo moderato dei mercati azionari l’anno prossimo. Come ogni anno, i rischi sono numerosi e potrebbero influire negativamente sulla fiducia e sulla crescita, come è successo nel 2018. Tuttavia, il 2019 potrebbe rivelarsi diverso dal 2018”.

Emergenti, verso una crescita eccezionale

Focus Risparmio 6 Dicembre

Certamente i dati vanno letti sempre da una doppia prospettiva, ad esempio  il calo del mercato  azionario cinese da inizio 2018 di oltre il 23%, potrebbe essere una pessima notizia ma anche una grande opportunità di investimento.

Semple (VanEck): “In futuro questo periodo potrà considerarsi in assoluto una delle migliori opportunità d’investimento per i temi strutturali fortemente ridotti”

David Semple, portfolio manager di VanEck

“Nonostante il contesto attualmente impegnativo dovuto ai fattori macroeconomici e alle turbolenze politiche, le prospettive di lungo termine per i Paesi emergenti sono positive”. Lo afferma David Semple, portfolio manager di VanEck per il comparto azionario dei Paesi emergenti, che per il futuro a lungo termine pevede “una crescita eccezionale”.

Nonostante le correzioni dell’ultimo trimestre, si reputa soddisfatto della capacità di resistenza dei risultati relativi ai paesi emergenti. Semple ritiene “che in futuro questo periodo potrà considerarsi in assoluto una delle migliori opportunità d’investimento per i temi strutturali, fortemente ridotti”.

Per questo “gli investitori non devono lasciarsi disorientare e chiedersi perché stiano investendo proprio nei Paesi emergenti. Per queste aree si persegue l’obiettivo di investire in trend strutturali di crescita dei mercati emergenti, a prezzi convenienti. Si prevede pertanto che nei prossimi anni la crescita nei paesi emergenti aumenti, in particolare rispetto ai paesi industrializzati”.

“Negli scorsi 15 anni – sottolinea l’esperto – abbiamo osservato che i mercati tendono a capovolgersi e raggiungere nuovi apici. Secondo i dati del Fmi, si prevede per esempio che l’India cresca del 7-8% e la Cina di circa il 6%. Una crescita sostenuta principalmente dalla domanda interna. In base ai dati di McKinsey, entro il 2025 i consumi dei Paesi emergenti dovrebbero salire nel complesso a 30 miliardi di dollari. A titolo di paragone, nel 2010 tale cifra era di 12 miliardi di dollari”.

Semple spiega che negli emergenti “molti settori sono ancora in fase iniziale, ad esempio l’e-commerce, le operazioni di pagamento, i social media, l’intrattenimento e le energie rinnovabili. Negli scorsi 25 anni è uscito dalla povertà oltre un miliardo di persone, prevalentemente nell’Asia meridionale e in quella orientale”.

L’infinita guerra commerciale e i tre motivi del crollo globale dei mercati

Il Sole 24 Ore 7 Dicembre 2018 di Morya Longo

Certamente ex-post ogni movimento ha una sua logica, tra le ragioni alla base di questo calo, condivido forse che i mercati cinese e statunitense escono da anni di crescita ininterrotta ed anche che la globalizzazione va razionalizzata, per non creare nel prossimo futuro una desertificazione dove sino ad ieri c’è stata la crescita industriale !

 

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è il maggior rischio percepito dagli investitori globali. E, secondo un sondaggio di Bank of America, è al primo posto da ben sei mesi. Eppure se si chiede agli investitori di quantificare questo pericolo, le stime che emergono sono basse: secondo i calcoli di Pictet Am le tariffe attuali provocano un potenziale calo del Pil cinese dello 0,3% e di quello Usa dello 0,1%. Nulla di drammatico. L’impatto delle tariffe potenziali future sarebbe maggiore, certo, ma sul mercato in pochi credono davvero che Trump e Xi Jinping possano arrivare a una guerra commerciale totale.

Allora perché ogni evento che riguarda Stati Uniti e Cina, come l’arresto della figlia del fondatore di Huawei, crea tracolli così violenti nelle Borse? Le risposte plausibili sono tre.
Uno: a pesare più delle tariffe è l’incertezza che lo scontro Usa-Cina crea.
Due: il timore è che la guerra commerciale sia solo la punta di un iceberg di una battaglia più profonda tra le due super-potenze.
Tre: i mercati hanno un malessere di fondo e, dopo dieci anni di rally, ormai cercano solo un pretesto per sgonfiarsi.

Incertezza globale
La politica è sempre più fonte di preoccupazione per i mercati. Secondo il Policy uncertainty index, l’incertezza politica a livello globale è su livelli storicamente molto elevati: dalla fine degli anni 90 solo una volta questo indice è stato più alto. Responso simile arriva da un indicatore elaborato da Natixis sui rischi percepiti dai mercati: attualmente questo indice sta a 80,5 (in una scala che va da zero a 100). La guerra commerciale, creando una continua sensazione di incertezza sugli esiti finali, contribuisce ad alimentare questo clima di paura generale. In pochi credono che si possa davvero arrivare a un’escalation tariffaria, ma tanti si tutelano da questo rischio sui mercati. Esattamente come pochi credono che l’Italia possa voler mai uscire dall’euro, ma questo pericolo è ugualmente il principale motivo che tiene elevato lo spread dei BTp. Perché l’incertezza ha un costo. E la politica ormai produce incertezza. Smarrimento.

Guerra fredda 2.0
Anche perché la prova muscolare tra Usa e Cina sui dazi pare essere parte di uno scontro ben maggiore. La paura è l’escalation. «La Cina sta usando i suoi poteri per estendere l’influenza e per interferire con la politica interna del nostro Paese», tuonava poche settimane fa il vicepresidente Usa Mike Pence. In quel discorso Pence citò anche il fatto che «la spesa militare cinese è oggi pari a quella del resto dei Paesi asiatici messi insieme», affermando che «la sua priorità è di erodere la supremazia militare statunitense». Pence parlò della guerra tecnologica e di tanti altri temi che separano Usa e Cina. Che dimostrano quanto lo scontro tra le due potenze sia ampio. Profondo. Per questo l’arresto di ieri, che è stato letto come una mossa politica, ha pesato in Borsa.

Il pretesto e il male ignoto
In questo contesto incerto c’è però un elemento che rende i i mercati più sensibili: il fatto che, dopo quasi un decennio di rally, tutti si domandano quanto possa ancora durare il vento favorevole. Sia sull’economia, sia sulle Borse. «Il mercato sembra affetto da una malattia ad ora sconosciuta», commenta Andrea Delitala di Pictet Am. Cioè ha una crescente percezione di alcuni rischi (non tutti), anche quando i rischi effettivi non sono così grandi (come nel caso della guerra commerciale Usa-Cina). Questo, forse, è il vero problema: dopo anni di denaro facile e di potenziali bolle (visibili più sui bond aziendali che in Borsa per la verità), la sensazione che la pacchia stia finendo è sempre più diffusa.