Crescita, inflazione e tassi: il 2019 secondo Schroders.

15/01/2019  da  Advisor Professional

Previsioni dl 2019 secondo Schroders.

Secondo il team di Schroders il 2019 sarà l’anno peggiore dopo la crisi.

Globalmente il PIL rallenterà con una crescita intorno al 2,9% e, sempre secondo gli esperti, questa flessione verrà ribadita nel 2020 quando la crescita scenderà al 2,5%. Il motivo? Semplice, il raffreddamento  a stelle e strisce. Scopri di più nell’infografica completa qui sotto!

Eurozona: rallentamento, ma non fine ciclo

15/01/2019  da  Advisor Professional

 

Presunto malato sotto osservazione.

La crescita ha rallentato sensibilmente il passo negli ultimi trimestri.

 

Gran parte di tale rallentamento è stato ’’importato dall’estero’’ cioè riflette il calo dell’export frutto dell’indebolimento della domanda mondiale. A ciò si sono aggiunti una serie di fattori di debolezza specifici di alcuni paesi, quali i problemi temporanei nel comparto auto in Germania, le proteste dei ‘‘gilet gialli’’ in Francia e l’incertezza sulla politica di bilancio in Italia.

I fondamentali restano di supporto ad una prosecuzione della fase di espansione economica, anche se a ritmo più moderato che negli anni scorsi. La crescita troverà supporto nei bassi tassi di interesse, nella ripresa dell’occupazione e dei salari che insieme al petrolio a basso costo sosterranno i consumi. Inoltre la politica fiscale diverrà più espansiva nel corso del 2019. Tuttavia, molti elementi di incertezza (relative all’esito di Brexit, alle intenzioni di Trump sui dazi e alla tenuta dei conti pubblici in Italia) rischiano di deprimere la fiducia delle imprese inducendole a congelare i piani di assunzione e gli investimenti. Per questo la BCE sarà molto prudente nel normalizzare la politica monetaria.

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S&P Global Ratings: nessun rischio recessione nel 2019

14/01/2019 di Eugenio Montesano

View di S&P sul 2019

Per l’Italia ci attendiamo una crescita al ritmo dello 0,7% nel 2019 e dello 0,9% nel 2020, con consumi stabili ma prospettive più basse, soprattutto rispetto agli altri paesi europei, per quanto riguarda gli investimenti”. Lo sottolinea Sylvain Broyer, capoeconomista per l’Europa di S&P Global Ratings in un incontro con la stampa.

 

Broyer definisce “ottimistiche” le stime ufficiali del governo per l’anno in corso (+1%). Per l’economia italiana “rimane comunque un trend di crescita”, afferma l’esperto, “pur nel contesto di un rallentamento per l’intera congiuntura europea a causa di fattori che si ritiene siamo principalmente di natura temporanea, come la frenata del comparto auto dopo l’introduzione dei nuovi test per rilevare i gas di scarico”.

 

L’economia dell’eurozona, aggiunge Broyer, è avviata verso un anno di crescita più bassa e normalizzata, in cui continuerà a beneficiare della politica della Bce che resterà fortemente accomodante.

 

Il capoeconomista vede un aumento dei tassi sui depositi overnight a settembre, quando dovrebbero passare dall’attuale -0,40% a 0%, mentre il primo aumento dei tassi principali (MRO – Main Refinancing Operations) dovrebbe arrivare a dicembre con un intervento di 25 punti base che li porterà alla neutralità. “La normalizzazione della politica monetaria della Bce sarà molto graduale: prevediamo che i tassi principali raggiungeranno la soglia dello 0,75% solo entro fine 2020”, precisa Broyer.

 

Ciò detto, la previsione per il pil dell’eurozona di S&P Global Ratings è di +1,6% sia quest’anno (più bassa delle stime ufficiali e di consenso dell’1,9%) che il prossimo. “Usando una metafora”, spiega Broyer, “non sta arrivando l’inverno ma l’autunno – ossia una fase discendente del ciclo – ma siamo ancora lontani, nello scenario base, da una recessione e anche da una stagnazione a meno che i fattori temporanei che hanno pesato sulla produzione nei mesi scorsi si rivelino permanenti”.

 

A tal proposito, non giungono segnali positivi dalle ultime rilevazioni Eurostat sulla produzione industriale a novembre, in calo dell’1,7% rispetto a ottobre nella zona euro, e in calo dell’1,3% nella Ue a 28 membri. A ottobre era aumentata di 0,1% in entrambe le aree.

 

Su base annuale è crollata del 3,3% nell’area euro e del 2,2% nella Ue-28. Il calo più ampio si registra in Irlanda (-7,5%), Portogallo (-2,5%), Germania e Lituania (-1,9%). Mentre in Italia l’istituto europeo di statistica conferma il calo di 1,6%, dato già pubblicato dall’Istat lo scorso venerdì.

 

Banche: crescita e funding, nodi da sciogliere

Quali implicazioni avrà per le banche italiane il rallentamento della crescita del paese a 0,7%? Secondo Mirko Sanna, director financial institution della società di rating, quel livello di crescita “è ancora sufficiente a procedere con il recupero e il miglioramento della qualità del credito”, e basterà a tenere sotto controllo gli NPL, i crediti deteriorati, i cui livelli “rimangono elevati”. Con la differenza che, rispetto alla crisi, le banche hanno migliorato i fondamentali attraverso la dismissione di molti crediti problematici (lo stock è diminuito dai 338 miliardi del 2015 ai 208 del 2018), l’aumento degli accantonamenti e il miglioramento della redditività, col risultato che la loro la resilienza è aumentata notevolmente.

 

Ciononostante, i tempi di recupero degli NPL da parte delle banche italiane rimangono più elevati della media UE, e seppure lo stock di crediti incagliati è dato in ulteriore calo nei prossimi 18 mesi – fino a raggiungere una media del 10% sul totale degli impieghi – questo valore rimane pur sempre il doppio della media UE, costringendo le banche italiane ad accantonamenti più rapidi e ingenti rispetto ai peer europei, spiega Sanna.

 

Oltretutto, aggiunge lo specialista, il costo del funding bancario è aumentato. “Le operazioni straordinarie della Bce come il QE e il TLTRO hanno mitigato i problemi di accesso al mercato dei capitali”, spiega Sanna. Allo stesso tempo, l’attesa normalizzazione della politica monetaria dell’eurotower – per quanto graduale – e i sommovimenti dello spread cominciati dopo le elezioni politiche di aprile, hanno determinato un aumento dei costi di finanziamento.

 

“Le banche italiane sono molto esposte ai titoli di Stato e oggi emettono obbligazioni a costi molto più elevati, slegati dal merito di credito” osserva Sanna. Questo, assieme alle incognite sul destino dei 250 miliardi di esposizione che la Bce possiede verso le banche italiane, rappresenta “un fattore di rischio anche in chiave redditività – già sotto la media europea – che potrebbe incidere sui rating degli istituti di credito”, precisa lo specialista.

Il 2019 secondo PIMCO in 5 punti.

14/01/2019 di Greta Bisello

View di PIMCO sul 2019.

“Il superamento del picco di crescita del ciclo economico, la continua riduzione del supporto delle banche centrali e la presenza di un rischio politico per diversi Paesi, sono alcuni dei temi affrontati d Joachim Fels, consulente economico globale di PIMCO, nel report che prende in esame il primo trimestre del 2019, dal titolo “Il Rallentamento Sincronizzato: lo scenario di PIMCO per il 2019 in 5 punti”. 

Nell’outlook per l’anno appena iniziato cinque macro-dibattiti si caratterizzano per importanza e potrebbero influenzare lo scenario economico e di mercato nel 2019.

 

Quanto avanzato è il ciclo?

L’andamento dell’economia statunitense sarà uno dei temi più caldi del 2019. Secondo l’esperto di PIMCO, i più recenti modelli quantitativi indicano che la probabilità di una recessione statunitense nei prossimi 12 mesi è salita a circa il 30% di recente, il valore più elevato dall’inizio di questa fase espansiva che dura da nove anni. Il segnale proveniente dai modelli, tuttavia, è di allerta e non di allarme.

 

La fine dell’eccezionalismo economico americano?

Nell’anno che verrà il divario di crescita tra gli Stati Uniti e il resto del mondo sviluppato tenderà a ridursi. La crescita statunitense si “sincronizzerà al ribasso” in quanto l’inasprimento delle condizioni finanziare comincerà a farsi sentire, gli effetti dello stimolo fiscale si attenueranno e i recenti ribassi petroliferi andranno a vantaggio di Europa, Giappone e Cina più che degli Stati Uniti, diventati esportatori netti di energia.

 

L’inflazione tornerà prima o poi?

Per quando riguarda le previsioni di inflazione, il quadro tracciato da PIMCO sembra piuttosto chiaro: il 2019 sarà caratterizzato da una inflazione di fondo sostanzialmente piatta o leggermente in aumento negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone rimanendo quindi ancora al di sotto del target. Certo, per effetto del calo della disoccupazione è possibile un’accelerazione salariale tale da trasferirsi ai prezzi al consumo. Tuttavia, la tesi ultima di PIMCO è che crescenti aumenti di produttività dovrebbero verosimilmente attenuare le pressioni sul costo unitario del lavoro, e la maggiore concorrenza e trasparenza nei mercati dei beni riconducibili all’effetto Amazon dovrebbero mantenere sotto controllo l’inflazione dei beni al consumo.

 

Pausa della FED e poi?

Nel primo trimestre del 2019 la Federal Reserve deciderà di interrompere l’aumento dei tassi? E dopo la pausa eventuale, riprenderanno i rialzi o la mossa successiva dopo un intervallo più o meno breve sarà quella di abbassare i tassi? Secondo PIMCO sarebbe complicato comunicare una pausa senza che i mercati saltino alla conclusione che siamo alla fine del ciclo dei rialzi e che la mossa successiva sarà al ribasso. Tuttavia, dal momento che il rischio di recessione tende a salire, la ripresa dei rialzi dei tassi dopo un’eventuale interruzione sarebbe relativamente improbabile.

 

USA vs Cina: tregua o pace?

I rapporti tra Washington e Pechino rappresenteranno un altro tema caldo del 2019. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina ha radici profonde ed esula la sola dimensione economico – commerciale. Per questi motivi, i complessi rapporti tra Pechino e Washington potrebbero continuare a rappresentare una fonte di incertezza, anche nel caso in cui si raggiungesse un accordo sul fronte commerciale.

Novelli (Lemanik): “Europa a rischio stagnazione, non ci sarà alcun Quantitative Tightening”.

Petrolio e Wall Street, correlazione più intensa durante le correzioni di mercato.

FinancialLounge 16 gennaio

Le correlazioni sono ancora valide?

 

Dal 3 ottobre la correlazione tra i prezzi del greggio WTI e quelle dell’indice S&P500 si è intensificata, fino a sfiorare il 90% in dicembre. Perché alcuni esperti sovrappesano ora il settore energia

Da quando è partita l’attuale correzione dei mercati azionari, i principali indici di Borsa hanno subito severi ridimensionamenti. Dall’Eurostoxx (-11%) allo Stoxx 600 (-10%), dall’S&P500 (-13%), al Nasdaq Composite (-16%), dal Nikkei 225 (-12%) all’MSCI Emerging markets (-8%). Il fatto che tutti gli indici azionari siano scesi più o meno della stessa intensità non è certo una novità. Quello che invece alcuni analisti hanno notato è che, in corrispondenza di questa correzione, è aumentata la correlazione tra le quotazioni del petrolio e l’indice S&P500 di Wall Street.

UNA CORRELAZIONE CHE HA SFIORATO IL 90%

In particolare, in base a uno studio di Leo Chen, portfolio manager e strategist quantitativo presso Cumberland Advisors, una boutique finanziaria indipendente degli Stati Uniti, i prezzi del greggio WTI (West Texas Intermediate, il benchmark del mercato petrolifero statunitense) sono risultati correlati al 79% con quelli dell’S&P 500 da quando è iniziato il selloff (vendita senza limitazione di prezzo e di quantità, ndr) di ottobre fino alla fine di dicembre. Si ricorda che una correlazione del 100% significherebbe che i prezzi si muovono in perfetta sincronia tra loro. Non solo: Leo Chen ha osservato che la correlazione si è intensificata nel mese di dicembre, raggiungendo addirittura un picco dell’89,7%.

UNA REPLICA DEL 2015-2016

L’aspetto interessante è che lo stesso comportamento si era manifestato tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, quando il petrolio ha accelerato al ribasso mentre le azioni statunitensi avevano iniziato l’anno con un significativo calo per raggiungere un minimo ai primi di febbraio dal quale (come abbiamo poi visto) l’indice S&P600 ha però saputo risalire fissando successivamente nuovi record storici.

PETROLIO, INDICATORE PER L’ECONOMIA

Leo Chen ha rivelato che la ricerca di Cumberland Advisors specifica che la correlazione tra i prezzi petroliferi e l’S&P500 tende ad aumentare durante le forti correzioni dei mercati, il che può essere spiegato dal fatto che molti investitori usano la domanda di petrolio come indicatore della crescita economica globale, ovvero come indicatore di timori sulle prospettive di crescita.

SOVRAPPESO NEL SETTORE ENERGIA

Infatti, al di fuori delle fasi di forte correzione di Borsa, la relazione tra petrolio e mercati azionari risulta piuttosto instabile nel tempo, con rapidi capovolgimenti di fronte tra correlazioni positive e negative: per esempio dal 2011 fino alla fine del 2017, la correlazione tra le quotazioni del greggio WTI e l’indice S&P 500 è stata addirittura negativa per il 63,7%. “All’inizio del 2016 abbiamo aggiunto posizioni in portafoglio nel settore energetico e lo stesso stiamo facendo attualmente con un sovrappeso nel settore per sfruttare le basse valutazioni di mercato”, ha concluso Leo Chen, in una risposta via email a MarketWatch.

Comincia il gran ballo del 2019, ma lo stress sembra rimasto nel 2018

FinancialLounge 16 gennaio

In punta di piedi nel nuovo anno.

Si comincia con il voto sulla Brexit e si va avanti con il negoziato sui dazi e con le trimestrali USA che daranno la misura della tenuta di utili ed economia, mentre la Fed raggiunge il traguardo storico dei tassi reali positivi.

Il pettine del 2019 si prepara a sciogliere o tagliare tutti i nodi che si sono andati aggrovigliando da un paio d’anni a questa parte, ma il mercato si avvicina alle scadenze non attraversato da particolari tensioni o timori, anzi. Martedì 15 la prima scadenza, il voto del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto da Theresa May con Bruxelles sulla Brexit. È un voto talmente incerto che potrebbe persino saltare all’ultimo minuto. È persino possibile che la May riesca a superarlo con l’aiuto dell’opposizione laburista di Jeremy Corbyn pur avendo contro una bella fetta del suo partito conservatore. Si votano due documenti, l’accordo di separazione vero e proprio, che è legalmente vincolante, e un documento politico, che indica le linee per i futuri rapporti con l’Europa dopo l’uscita. Se si arriva al 29 marzo senza un voto del Parlamento di Londra si va alla hard, o alla crash se preferiamo, Brexit. Ma neppure questo è detto. La Corte di Giustizia europea ha lasciato una porticina socchiusa ai britannici, possono ritirarsi unilateralmente dall’articolo 50, quello che hanno invocato dopo il referendum per uscire dall’Unione.

LA GUERRA DEI DAZI SI INTRECCIA CON LE TRIMESTRALI

Un mese e mezzo dopo, il primo marzo, arriva al pettine il secondo nodo che tiene il mondo col fiato sospeso. Scade il termine della tregua dei dazi tra USA e Cina e, senza un accordo, scatta un rialzo dal 10% al 25% delle tariffe su beni cinesi per 200 mld importati in USA. I commenti che finora arrivano dalle due parti sedute al negoziato sono positivi, e tutto sommato il percorso sembra molto meno accidentato rispetto a quello su cui sta camminando la Brexit. In mezzo tra i due appuntamenti c’è la stagione delle trimestrali, prima americane e poi europee. Le attese sono per il quinto trimestre consecutivo di crescita a due cifre per le società dello S&P 500, ma poco sopra il 10%, mentre il rapporto prezzi/utili a 12 mesi viaggia poco sopra le 15 volte, sotto la media degli ultimi 5 anni ma sopra quella a 10 anni. Più che i numeri attuali, gli occhi di tutti saranno per la guidance e per i possibili warning, anche questi strettamente collegati all’andamento delle trattative commerciali con la Cina. Un rallentamento è atteso e scontato, la domanda è quanto sia già prezzato in quotazioni di titoli che dai massimi di inizio ottobre hanno già subito perdite vicine al 20%.

LA SVOLTA DEI TASSI REALI POSITIVI

E poi c’è la Fed, che si sta avvicinando, ma in pratica lo ha già raggiunto, a un traguardo storico, quello di riportare dopo una decina d’anni i tassi di interessi reali sopra il livello dell’inflazione. Questo vuol dire, come ha sottolineato il recente outlook di SYZ Asset Management, che mantenersi liquidi sulle scadenze più brevi dei Treasury Bill non vuole più dire, come solo cinque-sei mesi fa, rassegnarsi a vedersi erodere capitale dall’inflazione. Per trovare un rendimento che compensi almeno in parte la crescita dei prezzi non bisognerà più andarsi a posizionare sui Treasury a 10 anni. Non è una buona notizia per i bond investment grade, ma lo è abbastanza per le azioni. Ma soprattutto, il ritorno a tassi reali ‘positivi’ vuol dire che non sarà più la banca centrale a ‘costringere’ in qualche modo gli investitori a cercare un minimo di rendimento in certe categorie di asset. Ora, almeno sul mercato americano, tutti gli asset sono uguali, compresa la liquidità, perché anche quest’ultima riesce a offrire protezione dall’inflazione. Vediamo se alla conferenza stampa che seguirà il FOMC del 29-30 gennaio, da cui non è attesa alcuna decisione sui tassi, Jerome Powell troverà il modo e le parole per ufficializzare l’arrivo della nuova era.

NEI NUMERI DELLA FRENATA ECONOMICA CI SONO ANCHE LUCI

Infine ci sono le economie globali. I termini ‘rallentamento e frenata’ la fanno da padroni, accompagnati frequentemente dalla parola ‘recessione’. La Banca Mondiale ha limato le previsioni di crescita globale ad appena sotto il 3%. Lo stesso livello a cui la Fed di Atlanta colloca le stime di crescita americane nel quarto trimestre. In Europa è uscito qualche numero negativo, come lo scivolone della produzione industriale tedesca e italiana a novembre. Ma sempre in Germania l’ultimo scorcio del 2018 ha anche segnato un netto rimbalzo di attività nelle costruzioni. E se le sette settimane che ci separano da fine marzo ci regalassero una Brexit e lieto fine e uno ‘storico’ accordo commerciale tra americani e cinesi? Nessuno di questi due esiti è prezzato oggi, né dai mercati né dalle stime di crescita, e la spinta al rialzo, sia in termini di valutazioni che di fiducia, sarebbe notevole.

BOTTOM LINE

Insomma, finalmente ci siamo. Tutto quello su cui ci siamo arrovellati nel 2018 comincia ad avvicinarsi al momento della verità e si capirà se gli scenari peggiori erano delle previsioni attendibili. Mercati ed economie si avviano a una serie di passaggi storiciapparentemente senza stress, evidentemente lo hanno consumato tutto nel 2018 e ora possono guardare in faccia la realtà preparati ad accettarla.