Borsa, ecco le 50 società che in 25 anni hanno sempre pagato dividendi

15 marzo 2019  ilsole24ore

L’importanza del Dividend Premium nel lungo periodo.

(Adobe Stock)
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Tra le varie strategie di investimento una delle più accreditate è quella di puntare sui dividendi. Quando si investe in Borsa, acquistando delle quote (azioni) di una società, teoricamente lo si fa perché si crede nel potenziale di crescita di quella azienda e pertanto la si finanzia con l’obiettivo primario di partecipare agli utili. È questa la strategia degli investitori cassettisti, quelli che puntano sul lungo periodo e si focalizzano pertanto sulle società che hanno una buona storia alle spalle (e buone prospettive per il futuro) in termini di cedole distribuite agli azionisti.

Non ragionano in questi termini i trader e, più in generale, gli investitori che si muovono solo in funzione del prezzo di un’azione. L’obiettivo in questo caso è vendere (anche presto) le azioni a un prezzo più alto rispetto a quello d’acquisto. Oppure, per chi punta a guadagnare sui futuri ribassi di un titolo, la strategia è opposta e consiste nel vendere allo scoperto: prima si vendono le azioni e poi le si ricomprano quando il prezzo è sceso. Anche in questo caso ci si muove nella logica della plusvalenza, puntando quindi sul capital gain.

Le oscillazioni del prezzo sono certo importanti, ma molto meno per chi invece punta sul lungo periodo e si orienta su società che hanno un elevato standing di dividendi. Se si aggiunge il dividendo alle variazioni di prezzo si ottiene il total return. Il Grafinomix di giornata dimostra quanto sia più elevata la performance storica dell’indice S&P 500 di Wall Street se si calcola il total return (ovvero plusvalenza da prezzo + dividendi).

In questo ambito può essere utile analizzare un multiplo di Borsa, tra i più seguiti dagli investitori: il rapporto prezzo/utili o price/earning. Indica in parole semplici quanti anni occorrono per recuperare, solo attraverso i dividendi, il valore dell’investimento iniziale (capitale).

Ovviamente il rapporto prezzo/utili può cambiare nel tempo (in base alle variazioni delle due variabili) ma offre una dimensione interessante per avere un’idea del ritorno dell’investiment0 e del tempo necessario con cui, solo attraverso la leva delle cedole incassate, si recupera il capitale impiegato. Per chi affitta un immobile vale lo stesso principio calcolando quanti anni di locazione occorrono per incamerare l’esborso iniziale.

Tornando alla Borsa e ai dividendi è bene sapere che non tutte le società li distribuiscono. Oppure non tutte li distribuiscono sempre. Anche per un’azienda ci possono essere nel tempo momenti belli e brutti e può capitare che in quelli brutti (magari in concomitanza con una recessione economica) un’azienda non faccia più utili, oppure ne faccia meno e/o decida di non distribuire i dividendi (che rappresentano la fetta di utili che un’azienda decide di non reinvestire nell’attività e di pagare agli azionisti; la percentuale che ne deriva si chiama payout) o di tagliarli rispetto all’anno precedente.

“Nella classifica delle prime 50 società al mondo ci sono perlopiù multinazionali. In questo momento al primo posto, con un rendimento del dividendo superiore all’8% c’è la britannica Vodafone. Segue la svedese Hennes & Mauritz ”

Queste variabili confluiscono nella formula sulla base della quale il fondo Lapis Global Top 50 Dividend Yield List, di Valeur asset management, inserisce i titoli nel portafoglio. «La strategia del fondo è di investire solo sulle prime 50 società, tra quelle che hanno una capitalizzazione di almeno 25 miliardi di dollari, che negli ultimi 25 anni hanno sempre distribuito, e mai tagliato, cedole agli azionisti – spiega Fabiola Banfi, responsabile investimenti Valeur asset management -. Se una società, anche solida, per un anno non distribuisce oppure taglia la cedola, esce dal portafoglio. Per rientrare occorrerebbero altri 25 anni di cedole consecutive e mai riviste al ribasso. La nostra filosofia è che quando un’azienda riduce la cedola o non la distribuisce è probabile che stia attraversando un momento di difficoltà e pertanto preferiamo venderla dal paniere».

Nella classifica delle prime 50 società al mondo che rispondono a questi requisiti e che in questo momento hanno il più elevatodividend yield (il rendimento del dividendo effettivo, calcolato dal rapporto tra dividendo e prezzo dell’azione) ci sono perlopiù multinazionali. In questo momento al primo posto, con un rendimento del dividendo superiore all’8% c’è la britannica Vodafone. Segue (7,47%) la svedese Hennes & Mauritz. Sul podio anche la statunitense At&t (6,59%) tallonata da Philip Morris (6,46%).

LE PRIME 50 SOCIETÀ AL MONDO CHE DA 25 ANNI DISTRIBUISCONO DIVIDENDI CRESCENTI
Il paniere dei titoli selezionato da Lapis Global Top 50 Dividend Yield Index (Fonte: Valeur asset management)

Su 50 società oltre la metà (26) sono statunitensi. Al secondo posto – un po’ a sorpresa – c’è il Canada che annovera sette aziende in classifica, perlopiù banche. Giappone e Gran Bretagna sono appaiate al terzo posto con quattro colossi. Seguono Svizzera (3) e Germania (2).

Dieci lezioni contrarian per sfruttare la volatilità.

FinanciaLounge 15 marzo 2019

Per un risultato vincente , è sicuramente importante poter utilizzare ogni strategia conosciuta, che varia anche a seconda del diverso momento del ciclo economico che si sta attraversando. sapete a chi rivolgervi?

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Per Mike Clements di SYZ AM il ritorno della volatilità sta creando opportunità da sfruttare, ma metterà anche duramente alla prova le competenze e i nervi dell’investitore, che deve saper guardare lontano.

Il ritorno della volatilità è stato il leit motiv del finale del 2018 e potrebbe proseguire anche nel resto del 2019. In questa situazione, per l’investitore contrarian fare meglio del mercato è una sfida intrigante ma che bisogna saper cogliere praticando la virtù della pazienza e la capacità di saper guardare a un orizzonte temporale a lungo termine, in modo da dare alle buone idee il tempo necessario per concretizzarsi in un ritorno interessante. Nei mercati di oggi l’ investitore contrarian è per definizione destinato ad attraversare periodi di sottoperformance, ma il segreto è non soccombere alle pressioni emotive e alle reazioni di riflesso dei mercati, sapendo misurare e valutare correttamente la portata del rischio. Sono regole fondamentali per la generazione di alpha, un ritorno superiore sostenibile a lungo termine.

SAPER AFFRONTARE AVVERSITÀ E CAPRICCI DEL MERCATO

Sono le conclusioni a cui giunge Mike Clements, Head of European Equities e Portfolio Manager di SYZ Asset Management nelle sue ’10 lezioni’ destinate all’investitore determinato a sfidare le turbolenze e i capricci del mercato. Nel 2018, le tensioni commerciali e i problemi sui mercati emergenti hanno colpito i mercati globali, creando periodi di volatilità nel corso di tutto l’anno. In Europa i dati economici e la crescita degli utili restano solidi ma il mercato azionario è stato colpito ripetutamente da ondate di vendite indiscriminate dovute al prevalere di tempeste geopolitiche. In quanto investitori con un approccio bottom-up a bassa rotazione, l’attenzione di SYZ va ai fondamentali, nel contesto di mercati che mandano segnali sempre più asimmetrici: le azioni sono diventate più sensibili alle sorprese negative sugli utili mentre gli impatti positivi non sono remunerati adeguatamente. Questo modifica la dinamica rischio/rendimento, e impone di valutare continuamente la gestione del rischio in rapporto alle dimensioni.

PUNTI DI ENTRATA

In un mercato altamente sensibile, una strategia più incrementale di costruzione delle posizioni potrebbe essere premiante in termini di dividendi, consentendo una maggiore flessibilità tra i punti critici di volatilità. Secondo Clements la buona notizia è che anche i trend top-down e bottom-up che hanno risvegliato la volatilità stanno creando opportunità di sfruttare i flussi di mercato e trarre vantaggio da punti di entrata interessanti. È un mercato che mette alla prova le competenze di un investitore. La prima lezione dell’esperto dice di ampliare il proprio orizzonte temporale e staccarsi dalla folla. Come? Visto che una massa di informazioni e analisi crescente è sempre più disponibile, la soluzione è l’adozione di un orizzonte temporale più a lungo termine, in modo da dare alle buone idee il tempo necessario per concretizzarsi.

ALLACCIARE LE CINTURE

La seconda lezione è non innervosirsi se ci sarà turbolenza, una cosa fastidiosa ma non deleteria. Episodi di sottoperformance possono cogliere gli investitori contrarian troppo in anticipo. È in questi frangenti, raccomanda Clements, che bisogna “avere il coraggio delle proprie convinzioni”. Essere momentaneamente dal lato sbagliato del mercato è spesso il prezzo che un investitore deve pagare per ottenere alpha a lungo termine. L’investitore contrarian per definizione attraverserà periodi di sottoperformance. Il segreto è “non soccombere alle pressioni e alle reazioni di riflesso dei mercati”.

IMPARARE DAI PROPRI ERRORI

La terza lezione è imparare dai propri errori, non basta solo essere contrarian, bisogna reagire ai cambiamenti del mercato, perché misurare e valutare correttamente la portata del rischio è fondamentale per la generazione di alpha. Anche un’idea contrarian ottima sulla carta va considerata tenendo conto dei rendimenti, della volatilità e della diversificazione del portafoglio.

POTREBBE VOLERCI UN PO’ PER AVER RAGIONE

Un’altra lezione dice che a volte può volerci più tempo del previsto prima che il mercato si allinei alle anomalie di valore o alle valutazioni errate. Bisogna adattare il modo di pensare ai cambiamenti del mercato e capire se e quando possa essere venuto il momento di iniziare a considerare la possibilità di uscire. La pazienza è una virtù fondamentale da praticare per acquistare a valutazioni basse e rivendere a prezzi alti. Sembra semplice, ma nasconde l’amara verità che è più facile a dirsi che a farsi. E’ richiesta una buona dose di coraggio per resistere alla pressione ed evitare titoli in voga, ma costosi. Bisogna saper attendere un calo del mercato e trovare un buon punto di ingresso, sapendo che a volte si aspettano anni prima che il mercato cambi idea. E poi saper anticipare l’andamento del mercato, che può essere premiante anche in termini di dividendi, ma anche evitare le trappole di valore, vale a dire titoli che sembrano a buon mercato ma che in realtà soffrono di un deterioramento strutturale del proprio modello di business. Qui serve competenza, accurate ricerche analitiche e scientifiche per comprendere i fattori della performance e saper fare simulazioni “scenario più sfavorevole”.

SCONTATO MA NON TROPPO

L’ottava lezione di Clements dice di identificare vantaggi competitivi sostenibili applicando due ‘regole d’oro’: acquistare titoli di elevata qualità, e comprarli a una valutazione interessante. Sembra scontato ma anche qui è più facile a dirsi che a farsi. Il vantaggio competitivo deve essere fondamentalmente sostenibile, vale a dire un brand solido, una posizione dominante sul mercato, pricing power, vantaggio tecnologico. Per individuare il gestore di successo deve concentrarsi sulla generazione di free cash flow, meno esposto a maquillage contabili. Poi bisogna comprendere perché il titolo è a buon mercato. Le ragioni possibile, spiega l’esperto di SYZ, sono tre: sentiment negativo per il paese o il settore, per motivi ciclici, timori sul modello di business. Dopo aver capito il motivo alla base della bassa valutazione si può determinare se è giustificata.

LA VIRTU’ DEI FORTI

Infine la decima lezione che sintetizza tutte le altre: pazienza e nervi saldi sono il segreto del successo. Come tutte le idee valide, anche l’approccio contrarian fa affidamento sul buon senso e sembra relativamente semplice. Ma, spiega Clements, quello che è apparentemente facile richiede in realtà duro lavoro, coraggio e disciplina. Un gestore realmente contrarian e in grado di generare alpha si distingue per nervi saldi e investitori fedeli. E quando sarà il momento verrà ricompensato da una notevole sovraperformance e da una bassa volatilità.

Alla ricerca dell’alpha perduto.

Advisor Professional 15 marzo 2019

Investire ricercando l’alpha 

 

Prima di andare al nocciolo della questione facciamo un piccolo ripasso di finanza: che cosa indica l’alpha? Questa, in finanza, non rappresenta solo la prima lettera dell’alfabeto greco ma esprime l’attitudine di un titolo a variare indipendentemente dal mercato. Ma un gestore dovrebbe mirare ad un alpha positivo o negativo? Sicuramente positivo in quanto indicherebbe che il titolo è in grado di generare autonomamente (a prescindere dall’andamento del mercato) un rialzo.

Un piccolo esempio può aiutare a comprendere tale concetto:

  • Ipotizziamo che un fondo azionario abbia un rendimento del 30%, mentre il mercato di riferimento abbia realizzato un rendimento del 10%, e che il fondo azionario di cui parliamo abbia un Beta di 2 (il che vuol dire che è due volte più rischioso del mercato di riferimento). Sarebbe quindi ‘normale’ che questo rischio sia compensato aumentando per un fattore di 2 il rendimento del mercato di riferimento: il 10% diventa così 20%. Ma il nostro fondo azionario ha realizzato un rendimento del 30% (al di là dell’investimento ‘sicuro’). La differenza fra il 30% e il 20% è un 10%, e quindi l’alpha è il 10 per cento.

 

Ma non perdiamoci nella teoria e andiamo al sodo, per quale motivo il team di GAM Investments, alla luce dell’attuale scenario di riferimento, ritiene che sia essenziale per gli investitori diversificare i loro investimenti, evitando beta e rischi e aumentando le posizioni in strategie a bassa correlazione e che ricercano alpha? Scelte di questo tipo potrebbero lasciare perplessi gli investitori. Specie dopo anni in cui le strategie orientate alla generazione di alpha hanno incontrato difficoltà a causa degli effetti distorsivi del QE. Ma il vento, rassicurano gli eseprti di GAM Investments, sta cambiando. Nel nuovo contesto i fattori trainanti e le valutazioni dei fondamentali rivestiranno un’importanza maggiore rispetto ai principali fattori di rendimento. Ci saranno ancora crisi legate a variabili esogene e tweet arbitrari da leggere, ma secondo gli specialisti, questo è un motivo in più per concentrarsi su strategie liquide che dipendono meno dal beta.

 

Ma quali sono, nello specifico, i temi che hanno catturato l’attenzione del team svizzero? Attualmente gli esperti hanno identificato 4 “Key Points” da monitorare con attenzione:

  1. La curva dei rendimenti statunitense appare troppo piatta;  la Fed è stata lenta a muoversi e vorrebbe vedere un’inflazione in aumento.
  2. Le obbligazioni britanniche sono costose, senza che il rischio degli investitori venga remunerato.
  3. In Messico, l’inflazione in calo dovrebbe sostenere i tassi d’interesse, che attualmente hanno raggiunto o si stanno avvicinando al valore massimo.
  4. La corona norvegese sta attraversando una fase di debolezza, anche se la crescita rimane solida e l’indice dei prezzi al consumo è superiore al target. Inoltre, l’intenzione della Norges Bank di alzare i tassi a marzo contrasta con le politiche delle altre banche centrali. Per concludere, la curva swap statunitense e quella svedese mostrano una considerevole divergenza.

    5 marzo 2019

    Secondo Adrian Owens di GAM Investments, il recente cambiamento nell’orientamento politico della Federal Reserve potrebbe dare impulso all’attività economica nei prossimi mesi. Owens rimane ottimista circa le prospettive di crescita globale e intravede interessanti opportunità negli approcci che realmente cercano di estrarre alpha dai mercati.

    Cosa possiamo aspettarci dal 2019?

    Ultimamente abbiamo assistito a un cambiamento nell’orientamento della Federal Reserve. Il presidente Jerome Powell dice di voler assistere a un ulteriore incremento della partecipazione al mercato del lavoro e sembra che, prima di tornare ad alzare i tassi, la Fed voglia aspettare che l’aumento dei salari faccia salire l’inflazione.

    Ci aspettiamo che questo diverso orientamento politico sostenga i mercati del rischio e dia impulso all’attività economica nei prossimi due o tre mesi. Il rallentamento della crescita globale, in particolare nell’area euro e in Cina, continuerà a legittimare il cambio di rotta della Fed. Negli Stati Uniti la crescita rimane in linea con le recenti dinamiche e la domanda nel mercato del lavoro resta alta. Il grafico 1 riportato di seguito evidenzia come oggi ci siano più posizioni di lavoro aperte che lavoratori disponibili.

    Siamo dell’avviso che la Fed riuscirà a ottenere ciò che vuole, e questa si rivelerà essere una sorta di “pausa rinfrescante” piuttosto che la fine della stretta monetaria.

    Grafico 1: Ridotta capacità inutilizzata nell’economia statunitense

    Fonte: Bureau of Labor Statistics, Haver Analytics, gennaio 2019

    I rischi per la crescita a breve termine provengono ancora in gran parte dalla Cina, poiché le tensioni commerciali hanno ostacolato il buon funzionamento dell’economia globale. La componente dell’indice PMI cinese relativa alle importazioni è leggermente risalita, mentre a nostro avviso l’indice PMI manifatturiero Caixin/Markit segnala ancora che la produzione industriale statunitense è assai inferiore.

    Pressioni sui prezzi

    Anche gli indicatori di inflazione sembrano sostenere l’obiettivo della Fed; secondo l’indice dei prezzi al consumo, l’inflazione complessiva negli Stati Uniti è infatti destinata a diminuire nei prossimi mesi. Permane una stretta correlazione tra il prezzo del petrolio e i valori dell’indice dei prezzi al consumo, e i recenti ribassi del prezzo del greggio suggeriscono che l’inflazione complessiva si attesterà attorno all’1%. Tuttavia, le pressioni sottostanti sui prezzi sono in aumento: è verosimile che la flessione del prezzo del petrolio stimolerà i consumi e crediamo che, sempre per effetto dell’inflazione sottostante, si assisterà a un’accelerazione degli aumenti salariali.

    È nostra opinione, infatti, che i salari, rettificati in base alla produttività, costituiscano il principale motore dell’inflazione statunitense a medio termine. Se nei prossimi mesi la crescita della produttività non mostrerà una forte ripresa, e al momento non ci sono segnali in tal senso, la Fed potrebbe veder svanire gli effetti positivi iniziali derivanti dalla diminuzione del prezzo del petrolio, probabilmente verso metà anno, che saranno superati dagli effetti negativi connessi alle pressioni salariali sottostanti. Pertanto, a meno che l’economia statunitense non rallenti improvvisamente, riteniamo che la Fed dovrà riprendere coi rialzi dei tassi.

    Dal punto di vista degli investitori ciò è particolarmente preoccupante, poiché non è quello che i mercati sembrano aspettarsi. Gli investitori sono stati rapidi a recepire il nuovo orientamento della Fed e ora si scontano dei modesti tagli ai tassi d’interesse negli Stati Uniti entro il primo trimestre del 2020.

    La crescita dovrebbe dissipare la tempesta

    Guardando al futuro, la Cina e l’area euro appaiono più vulnerabili rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, la Cina ha allentato la propria politica (1% del PIL nel 2018 e 1% previsto per il 2019) e l’ultimo intervento della Fed darà un ulteriore contributo. Nel frattempo, la crescita nell’area euro è ancora in calo e permangono evidenti rischi, ma i recenti interventi della Fed e dei cinesi dovrebbero sostenere l’attività economica. A fronte di una politica ancora molto accomodante, pensiamo che il momento peggiore legato al rallentamento della crescita sia ormai passato

    Inoltre, alcuni rischi esogeni, come la prolungata sospensione dei servizi federali negli Stati Uniti e la guerra commerciale, dovrebbero ridursi. Soprattutto per quanto riguarda la Cina avvertiamo un impegno reale, che si è concretizzato nell’incontro del leader cinese Xi Jin Ping con il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti Robert Lighthizer e il Segretario al Tesoro Steve Mnuchin, prima del suo incontro con il presidente Trump. Riteniamo ovviamente che qualsiasi allentamento nelle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina sarà di notevole giovamento.

    Pertanto, anche se quest’anno la crescita globale potrebbe mantenersi su livelli apprezzabili, come testimoniato dal 2018, con la Fed che sottrae liquidità e la Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of Japan (BoJ) che non immettono più liquidità, a nostro avviso è probabile che le prospettive per i mercati rimangano più incerte del solito.

    Il mercato del reddito fisso sta già scontando i tagli dei tassi e probabilmente dovrà fare i conti con un consistente aumento dell’offerta e con l’incremento dell’inflazione sottostante. Allo stesso tempo, gli investimenti obbligazionari della Fed continuano a diminuire nell’ordine di 50 miliardi di dollari al mese: 30 miliardi di dollari in Treasury e 20 miliardi di dollari in obbligazioni ipotecarie. Nel frattempo, le azioni appaiono costose sulla base di un rapporto tra prezzo e utile (P/E) corretto per il ciclo. Secondo i dati economici relativi al quarto trimestre, quasi completi, il 70% delle aziende sta ottenendo risultati superiori alle aspettative, un dato in calo rispetto al 90% del secondo trimestre e all’80% del terzo trimestre. Gli utili sono in rapida flessione, dal 28% su base annua nel terzo trimestre al 16% nel quarto trimestre, e anche il credito non è a basso costo. Da quando è stato introdotto il quantitative easing (QE) abbiamo assistito a uno spostamento strutturale verso livelli più elevati di credito in portafoglio, un segnale della caccia al rendimento. Se però scaviamo più a fondo, rileviamo l’importo più elevato di sempre di obbligazioni societarie accompagnato dai livelli di leva finanziaria più alti che si siano mai registrati al di fuori dei periodi di recessione. Allo stesso tempo, l’indice covenant quality di Moody’s è vicino al suo minimo storico. Mentre nell’ultimo decennio la quantità di debito investment grade è più che raddoppiata, i titoli con rating BBB sono quadruplicati.

    La principale considerazione attorno alla quale ruota il nostro pensiero può forse essere così sintetizzata: dopo anni di contrazione dei salari reali l’occupazione è in aumento, mentre i ritorni nei mercati dei capitali si scontreranno probabilmente con un contesto sempre più difficile.

    Opportunità di alpha

    Di fronte a uno scenario in cui molti mercati tradizionali sono costosi e la politica monetaria, dopo questa tregua temporanea da parte della Fed, tenderà a essere meno accomodante, riteniamo che sia essenziale per gli investitori diversificare i loro investimenti, evitando beta e rischi e aumentando le posizioni in strategie a bassa correlazione e che ricercano alpha.

    Anche se negli ultimi anni alcune di queste strategie orientate alla generazione di alpha hanno incontrato difficoltà a causa degli effetti distorsivi del QE, crediamo che il vento stia cambiando. È quindi probabile che i fattori trainanti e le valutazioni dei fondamentali rivestano un’importanza maggiore rispetto ai principali fattori di rendimento. Ci saranno ancora crisi legate a variabili esogene e tweet arbitrari da leggere, ma a nostro avviso questo è un motivo in più per concentrarci su strategie liquide che dipendono meno dal beta.

    Attualmente ci sono diversi temi che attirano il nostro interesse. La curva dei rendimenti statunitense ci sembra troppo piatta; la Fed è stata lenta a muoversi e vorrebbe vedere un’inflazione in aumento. Inoltre, le obbligazioni britanniche sono costose, senza che il rischio degli investitori venga remunerato. In Messico, riteniamo che l’inflazione in calo dovrebbe sostenere i tassi d’interesse, che attualmente hanno raggiunto o si stanno avvicinando al valore massimo. La debole crescita del credito privato e una maggiore stabilità del peso e del prezzo del petrolio suggeriscono che l’indice dei prezzi al consumo potrebbe diminuire nel corso dell’anno. Ultimamente la corona norvegese sta attraversando una fase di debolezza, anche se la crescita rimane solida e l’indice dei prezzi al consumo è superiore al target. Inoltre, l’intenzione della Norges Bank di alzare i tassi a marzo contrasta con le politiche delle altre banche centrali. Per concludere, la curva swap statunitense e quella svedese mostrano una considerevole divergenza. Fino a questo momento, la corona svedese non ha reagito alla congiuntura economica come avremmo sperato, ma continuiamo ad aspettarci che ciò avvenga, anche se più lentamente di quanto previsto in precedenza.

Elezioni europee, ai mercati servirà tempo per digerirle.

FinancialLounge 15 marzo 209

Warning altra volatilità alle porte!

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Secondo gli esperti di Amundi si avrà un quadro chiaro solo nel 2020. Nel frattempo attenzione agli spread sovrani e posizionamento sul value nell’azionario. Possibile anche un indebolimento dell’euro

Le elezioni europee del 23-26 maggio stanno diventando una sorta di referendum sul progetto dell’Unione e un test politico chiave per molti paesi, con i sondaggi che puntano a un Parlamento più frammentato, con peso crescente dei partiti populisti. Sembra improbabile una coalizione euroscettica mentre PPE e Socialisti continueranno ad essere i maggiori partiti e potrebbero cercare di allearsi con formazioni minori come i Verdi. Ci vorrà comunque tempo per trovare un equilibrio e formare la nuova Commissione che non sarà pienamente operativa prima del 2020, quando una nuova coalizione “anti-populista” potrebbe aprire la strada a un’agenda più pro-Europa. Tutto questo per l’investitore vuol dire attenzione al movimento degli spread e dell’euro e posizionamento sul Value nel mercato azionario. Sono le conclusioni cui giungono gli esperti di Amundi in un’analisi a tre voci di Didier Borowski, Head of Macroeconomic Research, Isabelle Vic-Philippe, Head of Euro Govies and Inflation, e Kasper Elmgreen, Head of Equities.

GRAN PARTE DELL’INCERTEZZA GIÀ SCONTATA

Per quanto riguarda le implicazioni per gli investimenti, infatti, i tre esperti dicono che dal punto di vista del reddito fisso nel breve termine un indebolimento dell’integrazione potrebbe determinare un aumento dell’incertezza, un indebolimento dell’euro, volatilità e maggior attenzione agli spread, mentre le prospettive di lungo termine dipenderanno da un accordo sulla Commissione e dal ruolo dei partiti pro-Europa. Dal punto di vista azionario, invece, per Amundi gran parte dell’incertezza appare già scontata dai mercati, salvo una Brexit senza accordo o un’ulteriore marcata decelerazione dell’economia, che al momento non rientrano nella view della grande casa d’investimento. Per questo gli esperti ritengono che le opportunità nell’ambito delle azioni Value siano le più interessanti.

L’IMPATTO SULLE AGENDE DEI GOVERNI NAZIONALI

Ma quali potrebbero essere, nello specifico, le implicazioni dell’incertezza sul reddito fisso? Gli esperti di Amundi mettono a fuoco tre punti: la moneta unica potrebbe deprezzarsi riflettendo l’incapacità del Parlamento di prendere decisioni coraggiose per una maggiore integrazione; gli spread e le obbligazioni periferiche potrebbero essere impattate con tassi più bassi; invece per gli attivi più sicuri come i Bund, un indebolimento dell’integrazione e dell’euro significherebbe concentrarsi sulla valutazione della solidità fiscale di ciascun paese, che probabilmente si rifletterebbe sugli spread. Ma gli stessi esperti avvertono che l’impatto delle elezioni non si concretizzerà subito, anche se le conseguenze potrebbero essere significative nel medio periodo.

MENO DIFENSIVI SUL REDDITO FISSO

Dopo essere stata difensiva sull’obbligazionario nel 2018, Amundi si è spostata con cautela verso un posizionamento neutrale e leggermente più positivo in termini di duration. Secondo gli esperti di Amundi l’attuale livello dei tassi è molto basso e un aumento della duration dei bond governativi funge da copertura contro il rischio di credito in fasi turbolente. La principale convinzione sul reddito fisso continua ad essere l’appiattimento della curva dei tassi, una tendenza che secondo Amundi proseguirà in un movimento di “bull flattening” a meno che non ci sia una normalizzazione da parte della Bce che potrebbe dar luogo a un movimento di “bear flattening”, con tassi a breve in salita. Inoltre Amundi vede spazio per sfruttare le opportunità di valore relativo tra gli attivi: ad esempio, tra le obbligazioni governative, predilige Spagna e Portogallo che offrono premi di rendimento insieme a un continuo miglioramento dei fondamentali.

SELEZIONE SULLE AZIONI CICLICHE, PUNTARE SUL VALUE

Passando invece all’azionario, gli esperti di Amundi ritengono che molte delle incertezze siano già scontate. Dopo una partenza d’anno molto forte, la view favorevole ai titoli ciclici rispetto ai difensivi sembra in parte meno convincente, ma resta comunque positiva. Ad esempio, le aspettative nel settore auto e trasporti sembrano particolarmente basse e qui si identificano opportunità selettive. In generale, Amundi ritiene che il contesto di maggiore incertezza, minor correlazione intra-settoriale e maggiore dispersione a livello di titoli sia ideale per la selezione di titoli all’interno di un processo bottom-up concentrato sulla ricerca di aziende solide a livelli di valutazione giusti e interessanti. La selezione dei titoli e la costruzione del portafoglio dovrebbero essere senza bias per ogni scenario politico possibile, bilanciando la necessità di attenuare il rischio di downside e la ricerca di opportunità che potrebbero emergere se il rischio che pesa sulle azioni europee dovesse attenuarsi. Gli esperti notano anche che un esito favorevole di eventi come la Brexit potrebbero portare a una prospettiva migliore per le azioni europee, restando ferma la convinzione che le opportunità nell’ambito Value siano le più interessanti.

Buoni fruttiferi postali, la Cassazione: lo Stato può cambiare il tasso di interesse quando vuole

ECONOMIA & FINANZA con Bloomerg di Federico Formica 12/3/2019

Se questa è parità di trattamento per i diversi investitori ed emittenti? E che ne dite della trasparenza?

La Corte di Cassazione ha stabilito che per i Buoni sottoscritti prima della legge del 1999 basta un decreto ministeriale perché il rendimento cambi, anche in modo retroattivo. E senza che l’investitore venga informato

Buoni fruttiferi postali, la Cassazione: lo Stato può cambiare il tasso di interesse quando vuole

 

Cattive notizie in arrivo per chi ha investito in Buoni fruttiferi postali prima del 1999. Lo Stato infatti può cambiare le regole del gioco in corsa, anche in modo retroattivo. Giusto o ingiusto che sia, è una condotta che la Cassazione ha appena legittimato con una sentenza.

Fino a pochi giorni fa infatti, i risparmiatori potevano sentirsi protetti dallo “scudo” dei giudici di piazza Cavour. Ma oggi le cose sono cambiate. E in modo radicale. Il provvedimento dell’11 febbraio, emesso dalle Sezioni Unite della Cassazione, ha infatti smentito una sentenza dello scorso 2007. In quel frangente gli ermellini affermarono che sottoscrivere un buono (compreso il tasso di interesse) equivale, in tutto e per tutto, a firmare un contratto. E quell’accordo non può essere modificato in corsa.

“Oggi la Cassazione arriva alla conclusione opposta. E quel che è peggio, per il povero risparmiatore, è che lo fa affermando espressamente di non contraddire il proprio precedente” spiega Aldo Bissi del comitato scientifico di Ridare, portale di Giuffrè Francis Lefebvre che affronta tutte le tematiche in materia di risarcimento del danno e responsabilità civile.

Ecco cos’è successo. In origine, l’investimento in Buoni fruttiferi postali era regolato dall’articolo 173 del Codice Postale, risalente al 1973. Che però, spiega Bissi, è stato abrogato nel 1999 dal decreto legislativo 284. Quest’ultima legge ha precisato che i rapporti in essere, libretti e buoni fruttiferi postali, continuavano a essere regolati secondo le leggi anteriori. Cioè dal Codice Postale, che consente allo Stato di cambiare le carte sul tavolo. La Corte ha quindi messo una pietra tombale su chi ha acquistato i Buoni prima del 1999: per loro vale la vecchia legge.

Il risultato, sottolinea l’avvocato in modo sarcastico, “è un capolavoro”. Se il tasso di interesse viene cambiato a sfavore del consumatore, i suoi Buoni vengono considerati come “rimborsati” con il tasso stabilito in origine e “convertiti in titoli della nuova serie con il relativo tasso di interesse”.

Resta, però, la possibilità di recedere dal contratto, incassando quanto spetta secondo il tasso di interesse originario e più vantaggioso.

Il problema, secondo l’esperto di Ridare, è che dal 1973 a oggi le cose sono cambiate. “La Cassazione non ha dato alcuna rilevanza al fatto che oggi Poste Italiane è un soggetto di diritto privato, ritenendo invece di evidenziarne la discendenza storica da un’azienda autonoma dello Stato, diventata poi Ente pubblico economico”. Un aspetto tutt’altro che secondario: equiparando le Poste a un soggetto statale, infatti, la Cassazione giustifica l’entrata a gamba tesa sul piccolo investitore, visto che in questo caso “la disciplina a tutela dei consumatori è inapplicabile”, continua la Suprema Corte.

I cittadini che sottoscrivono i Buoni fruttiferi postali dovrebbero quindi tenere gli occhi bene aperti. Anche perché le Poste, secondo la Corte, non sono obbligate a fargli firmare un’informativa che spieghi in modo dettagliato dettagli e rischi dell’operazione (compreso il fatto che il tasso d’interesse potrebbe variare in modo retroattivo), ma sarà sufficiente la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle norme che disciplinano la collocazione dei Buoni.

 

La distruzione creativa avanza anche nel commercio e nella politica

Financial Lounge 4 marzo 2019

Questa nuova attitudine rappresenta sicuramente un interessante nuovo punto di vista!

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Da fonti autorevoli cominciano a circolare analisi non convenzionali che vedono aspetti positivi sia nel protezionismo di Trump che nel sovranismo in Europa. Sta arrivando un’ondata di distruzione benefica?

L’approccio adottato dal presidente Trump di sbloccare con l’imposizione di dazi i contenziosi commerciali è stato all’inizio bocciato come una strategia sventurata e pericolosa. Ma ora sono sempre più quelli che pensano che possa servire come una ‘distruzione benefica’ che aiuterà a resettare le relazioni commerciali internazionali su fondamenta più solide. A parlare, anzi a scrivere, non è un falco scalmanato dell’amministrazione di The Donald ansioso di mandare a picco l’industria europea dell’auto e i colossi high-tech cinesi, ma un insospettabile economista che per la sua posizione dovrebbe essere agli antipodi della visione trumpiana: Mohamed A. El-Erian, Chief Economic Adviser di Allianz. L’economista espone la sua tesi in una column su Project Syndacate, sito noto per il suo equilibrio e moderazione, sotto il titolo significativo: “La dialettica della politica del commercio mondiale, distruzione benefica”. La premessa è che la svolta protezionista USA potrebbe rappresentare il classico rischio che racchiude un’opportunità perché potrebbe aver aperto una finestra per migliorare il funzionamento di economie e commercio globali.

LO SCHEMA DEL GIOCO COOPERATIVO NON FUNZIONA PIÙ

Seguiamo brevemente il ragionamento di El-Erian, che parte dalla considerazione che oggi c’è un ampio consenso su quattro punti. Il primo è che un sistema commerciale libero e leale sia nell’interesse di tutti, ma non sufficiente a garantire una prosperità inclusiva. Secondo, il miglior schema per ottenere benefici reciproci è il ‘gioco cooperativo’. Ma un accumulo di legittime contestazioni sta minando l’ideale e anche la realtà del fair trade, soprattutto in materia di barriere non tariffarie, che riguardano il furto di proprietà intellettuale, la trasformazione in armi commerciali degli strumenti di politica dello sviluppo, l’inadeguatezza di istituzioni multilaterali credibili e un ordine economico e finanziario meno stabile. Il tutto comporta che risolvere queste problematiche si è mostrato sinora un processo esasperatamente lento. Trump ha cambiato il gioco e cominciato a usare dazi e tariffe per modificare i comportamenti scorretti e indesiderati. Secondo l’economista i casi di Canada, Messico, Corea e, a suo avviso, inevitabilmente anche Cina, mostrano che funziona e porta a risolvere le vertenze.

DA UNA TESTA UN VOTO ALLA CONTA DELLE AZIONI

Insomma, e qui non parla più El-Erian, il gioco della guerra, se resta un gioco, funziona meglio del gioco della cooperazione. Funziona perché i negoziati, se non sono accompagnati dalla minaccia di penalizzare i comportamenti scorretti, diventano rituali lunghissimi e inconcludenti con set di regole condivise che sembrano fatte apposta per essere aggirate. Come se si introducesse per legge un certo reato senza prevedere sanzioni. Certo, questo porta a un sistema che somiglia più a quello di una società per azioni, dove chi ne ha di più comanda, che a una cooperativa, dove ogni testa conta un voto per quanto piccola sia. Ma se il risultato è un’economia globale che cresce di più e riduce il rischio di instabilità finanziaria con il risultato di una prosperità più inclusiva, forse ci si può stare. Ci chiediamo: il modo di ragionare di El-Erian si può applicare anche alla geopolitica? In altre parole, come il protezionismo di Trump, anche il sovranismo, che sta emergendo in Europa e potrebbe affermarsi alle elezioni di fine maggio, potrebbe essere una ‘distruzione benefica’?

ALL’EUROPA PUÒ SERVIRE UNA DISTRUZIONE DALL’INTERNO

Per trovare una risposta chiediamo aiuto al columnist del WSJ Joseph C. Sternberg che qualche giorno fa ha scritto che l’Europa può salvarsi con una ‘distruzione dall’interno’. L’editorialista parte da un recente documento del Council on Foreign Relations, un organismo dichiaratamente pro-EU, titolato: “Come gli anti europei vogliono fare a pezzi l’Europa e cosa si può fare per fermarli”. Il modo migliore per salvare l’Unione, secondo Sternberg, è ‘lasciarli fare’. I partiti oggi al governo in Europa in Commissione e al Parlamento, centro-destra e centro-sinistra, secondo questa analisi sono in stato di ‘denial’, vale a dire che negano una realtà che non vogliono vedere. Sternberg invece ‘vede’ dei distruttori che a differenza della vecchia guardia sono capaci di ‘energizzare’ gli elettori e mobilitarli, e messi insieme potrebbero portare a casa un terzo dei seggi nel Parlamento che uscirà dalle elezioni di fine maggio. Una minoranza di blocco importante, se fosse una società per azioni, che potrebbe influenzare le relazioni con la Russia e il contenzioso commerciale con gli USA. Lo sbaglio, prosegue il ragionamento, è pensare che sia un male. Intanto perché i distruttori non sono, o non sono tutti, euroscettici. E poi una loro forte rappresentanza darebbe vita a un Parlamento più vivace e più connesso agli elettori con i ‘distruttori’ destinati a scoprire che la risposta alle loro istanze in materia ad esempio di immigrazione o di politiche fiscali e di bilancio è più integrazione, e non meno. E a portare avanti politiche vantaggiose per gli europei e non solo per le istituzioni europee.

BOTTOM LINE

Il trumpismo commerciale potrebbe aprire una nuova fase, dove un multilateralismo contrattato tra le grandi potenze economiche prende il posto di un mondialismofatto di tante regole che restano solo scritte. E la forza distruttiva dei sovranisti potrebbe costringere l’Europa a incamminarsi verso un’integrazione più sostanziale e meno cristallizzata nei formalismi dei riti comunitari. E’ possibile, anzi molto verosimile, che centro-destra e centro-sinistra europei siano costretti dai numeri a dar vita a una grande coalizione per mantenere il potere. Speriamo che trovino la creatività per inventarsi qualcosa di meno banale. E pericoloso.