Super-indebitamento delle imprese, mattone e banche ombra: le tre bolle che spaventano il Fmi

La Repubblica 28 Aprile 2019 di Roberto Petrini.

 

Alert, Warning, Achtung!!! Gli allarmi che aleggiano sull’economia mondiale sono molti e c’è sempre un rischio ulteriore che questa volta un possibile, “Cigno nero”, funga solo da deflagratore, creando un nuovo 2008 . Cosa fare? Prima di tutto; crearsi un proprio piano di investimenti, valutando al meglio la propria propensione al rischio, allungando per quanto possibile l’orizzonte temporale; attenersi con disciplina ad un metodo serio. Poi investire diversificando al massimo, puntare sull’economia reale, sugli asset alternativi, sullo stock picking delle azioni. Appare chiaro a questo punto che il fai da te è necessariamente divenuto molto più complicato.

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Secondo il Fondo monetario la “vulnerabilità finanziaria” è ai massimi storici: basta un detonatore per scatenarsi la crisi. Dazi, elezioni europee, recessione o Brexit potrebbero accendere la miccia.

 

WASHINGTON – Tre bolle galleggiano sull’economia internazionale. Sono di dimensioni enormi e, se dovessero scoppiare, porterebbero l’economia mondiale sull’orlo di una nuova crisi. Si chiamano super-indebitamento delle imprese, boom dei prezzi degli immobili e shadow banking. I tre elementi di rischio, tre debiti “gemelli” che danzano a braccetto sul pianeta, non vengono denunciati da bizzarri analisti di mercato o da economisti in cerca di notorietà, ma da una delle maggiori istituzioni del pianeta: il Fondo monetario internazionale.

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Il Global Financial Stability Report, pubblicato quest’anno in occasione degli Spring Meetings di Washington, non a caso ha già in copertina, nel sottotitolo, l’indicazione del tema cruciale: la “vulnerabilità” delle nostre economie. L’introduzione, firmata dallo specialista dell’Fmi per le questioni finanziarie, Tobias Adrian, spiega che l’indagine è basata su 29 grandi epicentri sistemici del mondo, che prende in considerazione i dati a partire dal 2000 e che è in grado di valutare il tasso di rischio su “una parte significativa dell’economia globale”. Ebbene il giudizio finale è che siamo in presenza di una “elevata vulnerabilità finanziaria”, ai massimi storici, che può scatenarsi nel momento in cui si materializzasse uno shock: potrebbe essere una caduta dell’economia più forte di quanto ci aspettiamo, una escalation della guerra dei dazi, una evoluzione drammatica della Brexit, oppure – si può aggiungere – un esito inaspettato delle elezioni europee.

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Il primo settore da tenere strettamente sotto controllo è quello delle imprese. L’Fmi calcola che il gruppo di paesi, a rilevanza sistemica, che rappresenta il 70 per cento del Pil mondiale ha “livelli elevati” di indebitamento “corporate”: un tasso alto di rischio se si pensa che ai tempi del grande crack del 2007-2008 i paesi con alto indebitamento erano il 40 per cento del Pil globale. Oggi la situazione è ritenuta critica, soprattutto negli Usa e in Cina: complessivamente, dai tempi della crisi lo stock di obbligazioni corporate con rating “spazzatura” si è quadruplicato e, soprattutto negli Usa, l’erogazione di credito a clientela di bassa qualità si è raddoppiata. E’ ovvio, commenta l’Fmi, che un rallentamento dell’economia o un aumento dei tassi metterebbero a rischio molte imprese che non sarebbero più in grado di far fronte al loro indebitamento.

Il secondo “cattivo gemello” che danza sul pianeta si chiama “shadow banking”, il rapporto del Fondo ne fa cenno, ma se si vuole un allarme dettagliato sul fenomeno basta sfogliare un altro rapporto assai importante: il “Global Report on Non-Bank Financial Intermediation”, pubblicato solo un paio di mesi fa dal Financial Stability Board, il braccio operativo del G-20, già presieduto da Mario Draghi, con sede a Basilea nato per monitorare la stabilità finanziaria e potenziato dopo la crisi del 2009.

Super-indebitamento delle imprese, mattone e banche ombra: le tre bolle che spaventano il Fmi

Ebbene il rapporto, che aggiorna la situazione al 2017, calcola in 51,6 trilioni di dollari, in crescita dell’8,5 per cento nell’ultimo anno preso in considerazione, gli asset finanziari sparsi per il globo attribuibili a prestiti erogati fuori dal sistema bancario e delle banche centrali: si tratta di società finanziarie, hedge fund, crediti Fintech, società-veicolo per cartolarizzazioni e emissione di Abs, credito al consumo, factoring e leasing. Un universo di operatori che da una parte ha beneficiato della liquidità abbondante del quantitative easing e che si approvvigiona regolarmente dal sistema bancario e che dall’altra presta denaro con leva assai alta a chi ha basso merito di credito. Un meccanismo che non può portare nulla di buono e che anche l’Fmi segnala: i crediti erogati sul rischioso “leveraged loan market”, definiti “cov-lite”, cioè con basse garanzie legali per chi eroga il prestito, vengono abbandonati dal sistema bancario (sono scesi all’8 per cento) mentre obbligazioni spazzatura e shadow banking sono saliti dal 47 al 60 per cento di questo pericoloso mercato.

Ma non è finita. Purtroppo quando si fa l’elenco delle bolle non può mancare quella immobiliare. Il Global Financial Stability Report la mette in evidenza che c’è il “rischio di una correzione”, nel giro di tre anni, nel recente e rapido aumento dei prezzi sul mercato immobiliare. L’Fmi ricorda sibillinamente che negli ultimi decenni la maggioranza delle 50 crisi bancarie è stata preceduta da una bolla immobiliare. E soprattutto mostra gli incrementi dei prezzi degli immobili negli ultimi cinque anni che, sottolinea, sono cresciuti in modo sincronizzato in tutto il mondo con vette a Dublino, Auckland e Sydney e con l’unico caso di contrazione a Roma.

Utili in calo e debito in aumento preparano la correzione

24 Aprile 2019 Financial Lounge

Gli operatori sono molto più accorti, però è chiaro che con l’imposizione dei dazi sul petrolio, aumenterà l’inflazione, il costo degli interessi sul debito sovrano e si raffredderà il ciclo economico. Si naviga a vista, pronti a soluzioni alternative.

 

Hedge Invest Sgr vede uno scenario complesso con i mercati supportati dalle banche centrali, ma gli utili in rallentamento potrebbero non sostenere i livelli di debito aprendo la strada a una correzione

Lo scenario macro nei prossimi mesi si presenta molto complesso: la completa inversione di marcia delle banche centrali continua a supportare i mercati azionari facendo passare in secondo piano il rallentamento degli utili societari, alimentando la speranza che le politiche monetarie accomodanti portino prima o poi a una ripresa delle economie. Ma l’indebitamento societario ha continuato a salire a livelli estremi, dalla Cina agli Stati Uniti: se gli utili dovessero smettere di crescere o iniziare a calare, i flussi di cassa sarebbero insufficienti a sostenere gli attuali alti livelli di debito, portando downgrade a cascata e inasprendo le condizioni finanziarie e creditizie. Situazione che a sua volta potrebbe facilmente causare una recessione, in una classica spirale negativa per i mercati, che andrebbero inevitabilmente incontro a una correzione. Sono le conclusioni cui giunge l’analisi di Lorenzo Di Mattia, gestore del fondo HI Sibilla Macro, Hedge Invest Sgr.

VICINO UN NUOVO TEST O SUPERAMENTO DEI MASSIMI

Secondo l’esperto, la politica estremamente accomodante delle banche centrali potrebbe sostenere la crescita ancora per un certo periodo e gli investitori, ancora scossi dalle estreme oscillazioni del mercato e del sentiment degli ultimi quattro mesi, potrebbero essere indotti a sfruttare il percepito ritorno di uno scenario ‘goldilocks’, in cui tutto va per il meglio. E questo ha portato ad un re-test con superamento dei massimi per l’S&P500. Secondo Di Mattia, è possibile che vedremo entrambi gli scenari quest’anno: una fase ‘goldilocks’ che porterà a guadagni addizionali, seguita da una fase ribassista. Visto che il mercato è piuttosto vicino a prezzare il primo scenario, il re-test dei massimi è già realtà, prima che si materializzi qualunque correzione significativa degli asset a rischio. Ma poi il gestore di Hedge Invest si aspetta che la crescita degli utili si arresti e che vi saranno aspettative disattese nella seconda metà dell’anno.

MA POI PUO’ SCATTARE LA CORREZIONE

Tutto questo, sempre secondo l’analisi di Di Mattia, gestore del fondo HI Sibilla Macro, Hedge Invest Sgr, “condurrà ad una correzione di circa il 10-15%, a seconda di quanto saranno cresciuti nel frattempo gli asset rischiosi”. Dal punto di vista dei tassi di interesse, Hedge Invest si aspetta che si abbassino a livello strategico, anche se prima potrebbe verificarsi un ritracciamento tattico al rialzo. In Europa, le elezioni per il Parlamento di fine maggio potrebbero provocare qualche turbolenza di mercato, mentre l’esperto resta convinto invece che la Brexit sia solo una fonte di volatilità nel breve termine e non un evento strategicamente negativo, a meno che il leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn non vinca eventuali elezioni anticipate, un evento su cui oggi non si ha visibilità.

LUNGHI SULLE BANCHE EUROPEE MA NON SUI BTP

In ogni caso il gestore di Hedge Invest mantiene una posizione “lunga” sulle banche europee, che stanno scambiando già ora a livelli da crisi o da recessione, e che potranno invece godere di sviluppi positivi come il nuovo programma di Tltro in arrivo da parte della Bce, una possibile fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank, e una marginale ripresa in Cina. La casa è invece “corta” sui Btp italiani, che rappresentano a suo avviso l’unico ‘tail risk’ in Europa. Infine, Hedge Invest crede che investire nei metalli preziosi rimanga uno dei modi migliori per affrontare la fine del Quantitative Tightening della Fed e l’introduzione del nuovo ‘price level targeting’ più avanti in corso d’anno.

Debito emergente in valuta forte o locale: ce n’è per tutti i gusti

22 Aprile 2019 Financial Lounge

La ricerca di rendimento impone l’esplorazione di nuovi territori, ma l’analisi è a mio avviso ben supportata!

 

Sembra confermata la previsione di J.P.Morgan AM secondo la quale il differenziale di crescita tra mercati emergenti e sviluppati è destinato ad aumentare fino al 2020: un contesto che favorisce il debito emergente

Il debito emergente è stato uno degli investimenti che ha fruttato di più negli ultimi 10 anni. Ma non si è trattato di un andamento positivo senza soluzione di continuità. Gli investitori devono pertanto essere consapevoli di avere a che fare con un’alta variabilità dei corsi nel breve termine per poter incamerare l’extra rendimento atteso nel medio lungo termine. Con questo approccio anche le perdite accusate nel 2018 dai possessori di titoli del debito emergente possono essere superate grazie anche a due fattori: il miglioramento del contesto economico dei paesi in via di sviluppo e il sostegno delle principali banche centrali ritornate in modalità accomodante.

DOMANDA SU LIVELLI SOSTENUTI

A questo proposito il Team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management, ritiene che le condizioni relative al debito emergente possano rimanere positive con la domanda di obbligazioni societarie che resterà su livelli sostenuti. “I titoli di stato e le obbligazioni societarie in valuta forte dei mercati emergenti offrono interessanti opportunità” premette il Team. “Dal momento che adesso siamo leggermente più positivi sulla duration (scadenza media dei titoli in portafoglio che determina la sensibilità all’andamento dei tassi, ndr) siamo disposti ad incrementare l’esposizione ai bond societari di migliore qualità con scadenze più lunghe”, aggiungono gli esperti. Per quanto riguarda invece il debito emergente in valuta locale, secondo il Team, può esercitare appeal soprattutto negli investitori che puntano su rendimenti potenziali più elevati ma solo a condizione di adottare un approccio selettivo.

UN OTTIMO MIX DI FATTORI DI SUPPORTO

Insomma, nell’ambito del debito emergente, in valuta forte o locale, ce n’è proprio per tutti i gusti, in virtù di un ottimo mix di fattori fondamentali, tecnici e valutati a sostegno dell’asset class. D’altra parte le previsioni del Team sui mercati emergenti stanno volgendo al bello stabile. “Da marzo in poi i nostri indicatori interni delle sorprese economiche dei paesi in via di sviluppo hanno cominciato a indicare segnali di netto miglioramento dei dati e delle previsioni. Inoltre il nostro indicatore anticipatore dell’andamento economico evidenzia una fase di recupero consistente dopo una lunga fase di debolezza” puntualizza il Team.

LE PREVISIONI DELL’FMI

Da segnalare che l’FMI, nel suo ultimo World Economic Outlook, ha confermato di fatto la previsione del Team, secondo la quale per quest’anno si delinea un incremento del differenziale di crescita tra mercati emergenti e quelli sviluppati con un trend in ulteriore aumento nel prossimo anno: un contesto che favorisce il debito emergente.

VALUTE EMERGENTI BEN INTONATE

Resta l’incognita delle valute della regione. L’indice delle monete emergenti è in ribasso del 7,81% dai primi del 2018. A questo proposito, secondo il Team, sussistono le condizioni necessarie per una buona performance delle valute emergenti. Una previsione che si basa sul raffreddamento della forza del dollaro, frenato sia dall’orientamento accomodante della Fed e sia dal ritmo di crescita meno impetuoso degli USA: un biglietto verde meno esuberante rende meno onerosi gli interessi del debito emergente e rafforza le dinamiche delle valute locali.

LIQUIDITA’ PRONTA AD ESSERE INVESTITA

Per quanto riguarda infine i fattori tecnici, i dati dei flussi di investimento della prima settimana di aprile potrebbero segnalare un certo scetticismo da parte degli investitori sulle prospettive per i fondi specializzati sul debito emergente. Ma è importante segnalare due aspetti. In primo luogo, i livelli di investimento a livello globale in questa asset class restano ancora al di sotto di quelli dell’aprile 2018. In secondo luogo, si notano ingenti capitali attualmente parcheggiati in liquidità che mostrano di essere pronti ad essere investiti non tanto sul mercato primario, visto che l’offerta di titoli di Stato dei mercati emergenti è sempre relativamente contenuta, quanto piuttosto nel mercato secondario, andando a supportare le quotazioni.

Ciclo economico: è il momento di attenuare il rischio?

18 Aprile 2019 Financial Lounge di Chiara Merico

Una riduzione graduale dell’esposizione agli asset rischiosi è consigliabile in questa fase. Tuttavia, secondo Paul Jackson di Invesco, non è ancora ora di arretrare su posizioni ultra-difensive

La recessione non sembra in vista quest’anno, ma la maggior parte delle economie si trova nella fase finale di espansione del ciclo: di conseguenza, “potrebbe essere giunto il momento di ridurre gradualmente le esposizioni al rischio e prepararsi a una recessione che prima o poi è destinata ad arrivare”. Lo rivelano gli esperti del team di ricerca multi asset di Invesco nella loro ultima analisi di mercato trimestrale, The Big Picture. Dopo un inizio di anno soddisfacente, infatti, i mercati devono ora fare i conti con dati economici più deboli del previsto, una crescita monetaria a malapena adeguata e rendimenti inferiori.

RECESSIONE ANCORA IMPROBABILE

Tuttavia, secondo Paul Jackson, Head of multi asset research Emea Etfs di Invesco, “due fattori ci inducono a ritenere che non sia il momento di arretrare su una posizione ultra-difensiva. Il primo è che a nostro giudizio l’economia statunitense non sta per andare in recessione, e il secondo è che le autorità stanno adottando misure elusive”. Il trend di utili e investimenti in Usa sembra essere ancora ascendente, segnale che indica come improbabile una recessione. E’ infatti monitorando l’andamento di questi fattori che si può andare alla ricerca di eventuali segnali di deterioramento.

QUATTRO ASSET DA TENERE D’OCCHIO

In questo contesto, sono quattro gli asset che secondo gli esperti di Invesco dovrebbero offrire buoni rendimenti a medio termine, ma che presentano anche potenziale nel breve: le azioni giapponesi, il real estate e il debito governativo dei mercati emergenti, e la liquidità in dollari Usa. Per le prime tre asset class, su un orizzonte di cinque anni, le attese sono di un rendimento totale annualizzato in dollari Usa del 14%, 11% e 4%. La liquidità in dollari Usa, utilizzata come strumento di diversificazione, dovrebbe invece generare un rendimento totale annualizzato del 3% su cinque anni.

 

IL DRAGONE AL CENTRO

Sul fronte geopolitico, la Cina si conferma al centro del quadro. Se infatti Fed e Bce si stanno mostrando più accomodanti rispetto al passato, per il team multi asset research di Invesco le misure di allentamento adottate dal governo e dalla banca centrale di Pechino avranno un impatto maggiore di quelle degli istituti centrali occidentali. Quindi, via via che le autorità cinesi ricorrono a tutti gli strumenti disponibili per stimolare la crescita, le attese sono di un rimbalzo dell’economia del Dragone nel primo semestre dell’anno, ancora più probabile nel caso in cui Cina e Usa raggiungano un accordo sulla disputa commerciale.

LA CRESCITA FRENA MA DOVREBBE REGGERE

Nel 2019 l’economia globale dovrebbe registrare una decelerazione, ma una crescita intorno al 3%, secondo gli esperti di Invesco, potrebbe essere sufficiente a sostenere i mercati, di modo che la Fed possa aumentare i tassi per contrastare la crescita dei salari. Nessun’altra banca centrale, prevedono i ricercatori, dovrebbe procedere a una stretta delle politiche monetarie nel prossimo anno.

BENE GLI ASSET AZIONARI E IMMOBILIARI

In un contesto che vede gli investitori “intrappolati tra bassi rendimenti obbligazionari e delusioni economiche”, per il team multi-asset research di Invesco gli asset azionari e immobiliari possono offrire rendimenti a medio termine migliori rispetto agli strumenti obbligazionari. Come rileva Jackson, i rendimenti da dividendi azionari sono più elevati dei rendimenti dei titoli di Stato nella maggior parte delle regioni e, in alcuni casi, anche dei rendimenti investment grade locali, con rendimenti immobiliari (Reit) ancora superiori.

PREFERENZA PER LE AZIONI DI GIAPPONE E UK

Sul fronte azionario, la preferenza degli esperti di Invesco va alle azioni giapponesi e britanniche, in quanto la crescita dei dividendi in Giappone sembra destinata a proseguire e gli asset britannici avrebbero scontato più notizie negative del dovuto; c’è invece pessimismo sui rendimenti delle azioni di Usa ed Eurozona. Per quanto riguarda il reddito fisso, le preoccupazioni riguardano il debito societario Usa, mentre il debito dei mercati emergenti in valuta locale continua a offrire uno spread interessante rispetto alle medie globali. Infine, le materie prime, che a giudizio del team multi asset research sono da evitare, in quanto si collocano ampiamente al di sopra dei livelli storici.

Dolcetto o scherzetto, Brexit rimandata ad Halloween

16 Aprile 2019 Focus Risparmio di Laura Magna

Esiste una possibilità, remota, di accordo prima delle elezioni europee del 23 maggio. Nel frattempo la situazione di stallo frena gli investimenti e deprime l’economia. Impendendo alla BoE di agire sui tassi

 

Non sarà ancora Brexit. La Commissione europea ha concesso altro tempo al Regno Unito per uscire (oppure no) dall’Unione. In uno scenario che appare quasi surreale e in cui monta l’incertezza, con effetti potenzialmente devastanti per l’economia locale: la deadline ultima è ora al 31 ottobre, ma in realtà si tratta di una scadenza flessibile, nel senso che il tutto si potrebbe concludere prima, a patto di trovare un accordo in seno al Parlamento britannico. Ma gli analisti ritengono che si tratti più di un prolungamento dell’agonia e non è detto neppure che sia l’ultimo.

Gli occhi sono puntati, nel breve termine, sulle elezioni del Parlamento europeo del 23 maggio a cui, a questo punto, non è dato sapere se il Regno Unito parteciperà oppure no. Si tratta di un elemento di forte criticità, perché di fatto il Paese continuerà ad avere voce in capitolo in seno all’Unione pur stando almeno sulla carta con un piede fuori. E non a caso, il presidente francese Emmanuel Macron avrebbe espresso preoccupazione sulla possibilità che Londra possa interferire con gli affari dell’Unione Europea, per esempio votando contro l’approvazione del budget annuale (e quindi avrebbe quindi spinto per un’estensione molto più ridotta: tuttavia, come è noto, al momento la posizione prevalente è stata quella di Angela Merkel). La stessa Theresa May continua a sperare nella rettifica del Withdrawal Agreement prima del 22 maggio, che porterebbe a una Brexit anticipata al primo giugno. Ma le possibilità che ciò si verifichi sono davvero remote.

Silvia Dall’Angelo, senior economist di Hermes Im
Silvia Dall’Angelo, senior economist di Hermes Im

Al contrario, il rischio è che un minore senso di urgenza offerto dal prolungamento porti a una situazione di stallo nei mesi a venire. Il nuovo rinvio di Brexit infatti “in teoria dovrebbe dare al Regno Unito abbastanza tempo per riorientare la sua strategia e raggiungere una soluzione – dice Silvia Dall’Angelo, senior economist di Hermes Im – In pratica, non è chiaro se cambierà le posizioni consolidate del governo e dei parlamentari. L’estensione non fornisce alcuna chiarezza sugli scenari della Brexit per il futuro. È possibile che il governo e il partito di opposizione raggiungano un compromesso su una soft Brexit, compreso l’accordo di uscita di Theresa May e l’impegno per un accordo di unione doganale con l’Ue (e/o accesso al mercato unico)”.

La flessibilità prevista dalla proroga – che consente al Regno Unito di uscire prima della nuova scadenza del 31 ottobre se si raggiunge una soluzione in tempi più brevi – crea un incentivo in questa direzione. “Tuttavia – prosegue Dall’Angelo – le posizioni sono molto distanti e radicate, per cui sembra più probabile che lo stallo proseguirà e sarà necessario un cambiamento più deciso per rompere gli schemi. In particolare, sono possibili una crisi di governo ed elezioni generali anticipate, che riporterebbero il dibattito sulla Brexit al punto di partenza, con tutte le opzioni sul tavolo – compreso il no-deal. Per il momento, l’unica certezza è che l’estensione significa più incertezza per un periodo più lungo. Ciò continuerà a pesare sulle decisioni delle imprese – in particolare sugli investimenti – che a loro volta si tradurranno in una crescita economica lenta e scarse prospettive di una produttività già depressa”.

Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders
Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders

E lo scenario è destinato a peggiorare. “I sondaggi sulle imprese suggeriscono un contesto di crescita debole, con la maggior parte dell’attività concentrata sull’accumulo di scorte in preparazione alla Brexit, piuttosto che essere rivolta alla domanda attuale – spiega Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders – A un certo punto l’accumulo raggiungerà un limite e l’output inizierà a rallentare per adeguarsi alla crescita più debole dei consumi e degli investimenti. Per quanto riguarda la politica monetaria, la Bank of England avrebbe voluto alzare i tassi, portandoli a livelli più normali, ma è stata frenata dai rischi di downside per l’economia legati alla Brexit. Vi è ora la possibilità che, con un rinvio più lungo, la BoE decida di alzare i tassi a maggio – una probabilità che stimiamo al 20%. Tuttavia, è più probabile che si attenda il completamento della Brexit. Ciò implica che il rialzo da noi previsto per agosto sarà posticipato, potenzialmente a novembre o più tardi ancora, data la possibilità di un’ulteriore estensione oltre ottobre”.

Quando finirà il limbo della Brexit?

17/04/2019 di Advisor Professional

Certamente le incertezze non aiutano i mercati.

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi? Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, non basta, perché non ebber battesmo, ch’è porta de la fede che tu credi; e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio: e di questi cotai son io medesmo. Per tai difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio. (Dante Alighieri, Inferno, Canto IV)

I versi della Divina Commedia raccontano dell’ingresso di Virgilio e Dante nel limbo. Viene da chiedersi se a far compagnia ai cittadini privi di battesimo si debba aggiungere anche la Brexit, di cui sembra non scorgersi il termine, o se, come accaduto per i patriarchi nel testo dantesco, possiamo ancora sperare in una sua fuoriuscita dallo stallo… Il Regno Unito ha ottenuto una seconda estensione della deadline stabilita dall’Articolo 50, evitando la Brexit ‘no-deal’ che si sarebbe verificata il 12 aprile. Ora il Paese avrà tempo fino al 31 ottobre per approvare il Withdrawal Agreement attuale, sebbene vi siano state delle divergenze tra gli Stati dell’UE su quanto a lungo concedere al Regno Unito di rimanere nell’Unione. Nonostante il Primo Ministro Theresa May avesse formalmente richiesto un’estensione fino alla fine di giugno, la maggior parte dei leader dell’UE avrebbero preferito un rinvio più lungo e hanno spinto per un’estensione fino alla fine dell’anno o addirittura oltre. Tuttavia, il Presidente francese Emmanuel Macron ha espresso preoccupazione sulla possibilità che Londra interferisse con gli affari dell’Unione Europea, ad esempio votando contro l’approvazione del budget annuale. Macron avrebbe quindi spinto per un’estensione molto più ridotta. Se lo stallo dovesse continuare, il Regno Unito dovrebbe partecipare alle elezioni parlamentari del 23 maggio e fare marcia indietro a luglio. Theresa May continua a sperare che ciò possa essere evitato con la rettifica del Withdrawal Agreement prima del 22 maggio, che porterebbe ad una Brexit anticipata. A giugno verranno esaminati i progressi sulla Brexit in UK e le possibili interferenze da parte di Londra negli affari dell’UE. Tuttavia, è probabile che questo passaggio servirà semplicemente a confermare una data anticipata per la Brexit se il Regno Unito avrà fatto abbastanza progressi. È improbabile che venga anticipata la nuova scadenza rigida del 31 ottobre o che vi siano sanzioni per comportamenti scorretti. Guardando avanti, sebbene un rinvio sia preferibile ad una Brexit ‘no-deal’ per l’economia e per la sterlina, la mancanza di condizioni nella concessione dell’estensione ha indebolito gli incentivi per il Parlamento britannico a trovare una soluzione.

Theresa May si è resa conto che la divisione nel suo partito rende necessario trovare un’intesa con il principale partito di opposizione, il Labour Party. Per questo motivo il Primo Ministro si è offerta di mettere in discussione i piani per i futuri rapporti con l’UE, dato che i laburisti hanno richiesto un legame più stretto di quanto previsto dai piani del Governo. Theresa May ha offerto di tenere una serie di voti da decidere di comune accordo, nel caso in cui i due partiti non riescano a raggiungere un compromesso che porti all’approvazione del Withdrawal Agreement. La probabilità che le discussioni tra il Primo Ministro e il Labour Party portino ad un accordo sono molto basse.

Theresa May di recente ha rivelato di volersi dimettere dal proprio incarico una volta completata la Brexit. Ciò significa che la prossima fase delle negoziazioni potrebbe essere condotta da un nuovo Primo Ministro del Partito Conservatore, con una visione potenzialmente molto diversa da quella di May. Di conseguenza, ricorda il team di Schroders, la fiducia tra i due partiti è molto bassa. Difficile immaginare cosa potrebbe sbloccare l’impasse. Vi è un’elevata probabilità che in occasione della review di giugno vengano richieste azioni più decise, prima che un’altra riunione di emergenza dell’UE possa concedere un’ulteriore estensione alla fine di ottobre.

Nel frattempo, l’economia continua a soffrire. I sondaggi sulle imprese suggeriscono un contesto di crescita debole, con la maggior parte dell’attività concentrata sull’accumulo di scorte in preparazione alla Brexit, piuttosto che essere rivolta alla domanda attuale. Ad un certo punto l’accumulo raggiungerà un limite e l’output inizierà a rallentare per adeguarsi alla crescita più debole dei consumi e degli investimenti. Per quanto riguarda la politica monetaria, la Bank of England avrebbe voluto alzare i tassi, portandoli a livelli più normali, ma è stata frenata dai rischi di downside per l’economia legati alla Brexit. Vi è ora la possibilità che, con un rinvio più lungo, la BoE decida di alzare i tassi a maggio – una probabilità che stimiamo al 20%. Tuttavia, spiegano gli esperti di Schroders, è più probabile che si attenda il completamento della Brexit. Ciò implica che il rialzo da noi previsto per agosto sarà posticipato, potenzialmente a novembre o più tardi ancora, data la possibilità di un’ulteriore estensione oltre ottobre.

Altro che Faang: è tempo di puntare sui Dang

15 Aprile 2019 da Focus Risparmio

Periodicamente vengono siglati nuovi acronimi per indirizzare gli investimenti. A mio avviso il senso del tutto è che non si può trascurare alcun settore, ma considerarne la rotazione periodica. Questo è un compito dei gestori professionali.

DowDuPont, AbbVie, Nestlé e General Motors (Dang): ecco su che cosa puntare secondo gli esperti di Capital Group

 

Alan Berro, equity portfolio manager di Capital Group
Alan Berro, equity portfolio manager di Capital Group

Nel 2018, nessun titolo si è mostrato sensibile alle oscillazioni del mercato più di quelli delle maggiori aziende tecnologiche, tra cui i cosiddetti “Faang” (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e la controllante di Google, Alphabet). “Il settore tecnologico ha trainato il mercato sia nei periodi di crescita che in quelli di flessione e, nel 2019, ha finora registrato un recupero significativo, di pari passo con i beni di consumo e l’economia nel suo complesso. Gli investitori, tuttavia, farebbero bene a mantenere comunque un approccio prudente, poiché la conclusione del ciclo economico negli Stati Uniti, le tensioni commerciali irrisolte e la crescita degli utili più lenta delle attese lasciano presagire che i mercati conserveranno l’attuale andamento discontinuo”, spiegano Alan Berro e Chris Buchbinder, equity portfolio manager di Capital Group.

Sebbene le correzioni siano fisiologiche, lo sconforto degli investitori per la volatilità è comprensibile, rassicurano gli esperti. Ecco dunque che la parola d’ordine è diversificazione. “Nel 2018, alcuni dei segmenti più difensivi del mercato, che offrono dividendi significativi, hanno mostrato una buona tenuta. Tuttavia società appartenenti a un’ampia gamma di settori e industrie stanno creando ricchezza offrendo prodotti e servizi convincenti. Se consideriamo otto importanti fasi di ribasso passate, andando indietro fino al 1987, è evidente come molte delle aree più resistenti abbiano pagato dividendi generosi. A titolo di esempio – argomentano Berro e Buchbinder -, diamo uno sguardo rapido ai titoli che abbiamo denominato Dang, acronimo che sta per DowDuPont, AbbVie, Nestlé e General Motors. Sebbene operino su settori di mercato diversi e rappresentino una gamma eterogenea di prospettive imprenditoriali, potenziali di profitto e sfide, sono tutte società blue chip consolidate che hanno staccato dividendi significativi e che costituiscono un valore potenziale per gli investitori di lungo termine”.

Il report parte da DowDuPont: 1+1 può fare 3?, si chiedono gli analisti. “Il colosso chimico DowDuPont è nato nell’agosto 2017 dalla fusione di Dow Chemical e DuPont, con l’idea che l’unione delle due società generasse per gli investitori un valore superiore alla mera somma delle due parti. Nel corso di quest’anno, è stato pianificato il suo scorporo in tre società indipendenti, operanti rispettivamente nel settore agricolo, in quello dei prodotti chimici di base, in particolare plastica per imballaggi, e in quello dei prodotti chimici speciali, con la produzione di Kevlar e componenti automobilistici. Dopo la fusione, il titolo ha subito le pressioni di svariati fattori esterni, tra cui il rallentamento dell’economia cinese e la diminuzione della domanda di materiali. Riteniamo che quando le nuove società saranno formate il mercato riconoscerà loro un valore superiore alle attuali valutazioni. Nel frattempo, gli investitori possono beneficiare di dividendi corposi, il che significa che sono sostanzialmente pagati per attendere”.

Segue AbbVie, un franchise affermato che ha potenzialità di innovazione. “Nel segmento healthcare, i produttori farmaceutici costituiscono degli investimenti difensivi, in quanto tipicamente la domanda di farmaci non è sensibile alle fluttuazioni economiche. Alcune case farmaceutiche mostrano inoltre un significativo potenziale di crescita, grazie ai progressi nel campo delle biotecnologie che rendono più vicino il traguardo di una cura per il cancro. Una di esse è AbbVie, produttrice del farmaco per l’artrite reumatoide Humira®, che ha effettuato investimenti significativi nello sviluppo di potenziali terapie oncologiche. AbbVie ha una pipeline di potenziali trattamenti antitumorali. Non solo la società sta registrando ottimi risultati, ma crediamo che il suo potenziale di crescita futura sia fortemente sottovalutato dagli investitori, aggiunge. Oltre a questo, se domani l’economia entrasse in recessione, le prospettive per AbbVie si manterrebbero tendenzialmente immutate”.

Terzo, Nestlé. Per la quale gli esperti parlano di oltre un secolo di resilienza. “Nestlé, la multinazionale svizzera operante nel settore degli alimenti confezionati (tra cui pet care, caffé e latte artificiale) è operativa da oltre 150 anni. Contraddistinta da un forte spirito innovativo, la società ha inventato, tra le altre cose, il caffè istantaneo e il dado da cucina, e ha recepito con tempismo i cambiamenti nei gusti dei consumatori. La società non taglia i dividendi da decenni, e ha mostrato un impegno ad accrescerne il valore nel corso del tempo. Un cambiamento ai vertici potrebbe essere ciò di cui la multinazionale ha bisogno per tornare a crescere. Il CEO Mark Schenider, il primo esterno a capo del gruppo dal 1922, ha in programma di dare impulso alla crescita sia attraverso l’abbandono di settori meno profittevoli, come quello delle carni lavorate, dello skincare e del cioccolato negli USA, sia con un aumento del focus su prodotti quali latte artificiale, pet care, caffè e prodotti per la nutrizione clinica. La società intende raggiungere il proprio obiettivo di crescita del 5% circa entro il 2020, indipendentemente dalle condizioni economiche”.

Infine, General Motors, che spinge sull’acceleratore dell’innovazione. “Quando si pensa ai veicoli autonomi – conclude il report -, il primo nome con la ‘G’ a venire in mente è Google, poiché la società di Cupertino sta fortemente investendo in tale tecnologia. Ma anche General Motors, un’azienda di stampo tradizionale con una lunga storia alle spalle, ha a sua volta mosso passi nel settore con l’acquisizione della start-up Cruise Automation. Alla fine del 2018, la società disponeva di circa 180 automobili a guida autonoma in fase di test, principalmente a San Francisco. Gm sta accumulando dati con grande rapidità, e riteniamo che potrebbe diventare il secondo operatore nel mercato statunitense delle auto a guida autonoma. Le valutazioni di mercato non sembrano riflettere, se non marginalmente, il valore di tale area di attività, in parte per via dell’attuale contesto di fine ciclo, in parte a causa delle preoccupazioni relative al commercio globale. Sono convinto che Gm sia in una buona posizione per trarre vantaggio da un trend tecnologico di primaria importanza che potrebbe trasformare l’industria nei prossimi 5-10 anni”.

 

Borse, perché è più vantaggioso restare sempre sui mercati

Il Sole 24 Ore  18 Aprile 2019 di Andrea Gennai.

 

Valutare al meglio la propria propensione al rischio, porta a risultati migliori. Si dice che in borsa nessun pasto è gratis; questo significa che più o meno costantemente una certa percentuale del proprio patrimonio deve essere investito in Equity. Fondamentale per capire quanta parte è conoscere il proprio grado di sopportazione della volatilità.

 

 

 

Il sogno di ogni investitore è cavalcare i trend sul mercato azionario per ottimizzare le performance. Un sogno comune a molti risparmiatori visto che gli acquisti e vendite di fondi di investimento o Etf si muovono spesso sull’onda emotiva di rialzi e ribassi in Borsa, con risultati non particolarmente soddisfacenti. Capita spesso che le vendite avvengano sui minimi e gli acquisti sui massimi. Azzeccare la giusta tendenza del mercato è complesso oltre a essere oggettivamente difficile e in soccorso di questa tesi ci sono le statistiche sulle performance dei mercati.

A CONFRONTO
Le performance di 10mila euro investiti sull’indice Msci Europe tra il 2004 e il 2018 con i ritorni % annualizzati. (Fonte: elab. su dati Jp Morgan Am )

Dentro o fuori

L’ultimo report trimestrale sui mercati di Jp Morgan AM analizza l’andamento delle Borse del Vecchio Continente, e nello specifico l’indice Msci Europe, dal 2004 al 2018. Chi avesse investito 10mila euro 15 anni fa, restando sempre sul mercato, oggi si ritroverebbe in portafoglio oltre 20mila euro con un ritorno annualizzato del 5,3per cento: una performance di tutto rispetto visto che in questo lasso di tempo si è verificato anche il crollo 2007-2009 sull’onda della crisi subprime. Il risultato muta drasticamente se il risparmiatore fosse rimasto fuori alcuni giorni dal mercato, nell’ipotesi di sfruttare il market timing migliore di ingresso.

Ad esempio perdere i 10 giorni migliori di rialzo durante l’anno avrebbe significato azzerare le performance con un progresso ridotto al +0,5 per cento. Questo significa che durante l’anno ci sono delle sedute, poche per la verità, che per intensità di guadagno possono cambiare radicalmente le performance dell’investitore. Perdere queste giornate significa alterare il bilancio del proprio investimento. Addirittura restare fuori i 30 giorni migliori significa accumulare una perdita annualizzata di poco più del 4 per cento. O si è abili nell’individuare gli esatti punti di inversione del mercato oppure è decisamente meno stressante e più efficiente restare investiti.

LE DUE OPZIONI
L’esito i 5mila euro investiti sull’indice Msci Europe tra il 1986 e il 2018 con e senza dividendi reinvestiti. (Fonte: Elab. su dati Jp Morgan Am)

Il fattore dividendi

Per ottimizzare ancora di più la performance di lungo periodo il report analizza anche lo scenario di investimento con il reinvestimento o meno dei dividendi incassati. Con l’aumento degli anni di osservazione il divario diventa notevole. Ad esempio 5mila euro investiti nel 1986 avrebbero reso circa 73mila euro nel 2018 con i dividendi reinvestiti. Senza questo incremento periodico la performance si sarebbe limitata a circa 27mila euro. Una differenza notevole che dimostra un punto importante: chi investe sull’azionario in ottica di lungo termine, anche con piani di accumulo, per avere alla fine una rendita ad esempio deve ottimizzare la propria strategia reinvestendo le cedole. Rinuncia a un flusso periodico di entrate ma questo consente, grazie al principio dell’interesse composto, di avere il massimo risultato alla fine del piano.

Debito pubblico, la patrimoniale più insidiosa è quella che non vediamo

Il Sole 24 Ore 7/4/2019

di Giuseppe Maria Pignataro.

Una analisi spietata.

 

Le prospettive di deterioramento delle finanze pubbliche hanno riacceso l’ipotesi che si vada verso un prelievo di capitale della ricchezza privata come misura eccezionale di riequilibrio dei conti pubblici e di mantenimento delle condizioni di sostenibilità del debito.

Nel nostro paese molti definiscono in termini dispregiativi questa soluzione in quanto è catalogata come una modalità molto invasiva di appropriazione dei risparmi dei cittadini e del capitale delle imprese ed incute timore anche perché ad essa vengono associati una serie di effetti collaterali deleteri quali: fughe di capitali, pesanti effetti recessivi, accentuazione del clima di sfiducia nel futuro.
Per tali ragioni tutti, più o meno, forze di opposizione e di governo, trovano agevole ripudiare a priori l’idea.

Molti detrattori assumono questa posizione in quanto credono che si possa eludere il problema dell’eccesso di debito o addirittura ritengono che esistono “free lunch” come l’abbassamento generalizzato delle imposte come misura idonea a promuovere effetti taumaturgici generalizzati.

Purtroppo per un paese che viaggia pericolosamente senza alcuno spazio di manovra per fronteggiare shock avversi e nuove crisi globali si tratta di illusioni dall’alto contenuto ingannevole e fuorviante.

Ostinarsi quindi a non mettere mai in discussione le proprie certezze dogmatiche e a non voler considerare che dopo le crisi finanziarie e dei debiti sovrani dell’ultimo decennio sono cambiati sia la percezione dei rischi che le modalità di gestione delle criticità dei debiti pubblici, è un approccio altamente improduttivo perché non fa emergere una dura realtà, rappresentata dal fatto che nel nostro paese non sussiste più alcuna possibilità di ricondurre il rapporto debito/pil su una traiettoria discendente in forma stabile ed adeguata se non si aggredisce come base di partenza il disequilibrio macrostrutturale finanziario più penalizzante sui livelli della pressione fiscale, rappresentato dal volume della spesa per interessi che grava sul bilancio statale (3.8 % del PIL , contro l’1.6 % dell’area euro).

Occorre quindi acquisire la consapevolezza che la nostra crisi è prima di tutto paradigmatica e va affrontata in quanto tale. Solo così e con una buona dose d’ingegno potrà essere possibile trovare la giusta formula per riuscire a tonificare in modo virtuoso le nostre finanze pubbliche e riuscire a spezzare il circolo vizioso in cui l’austerità penalizza la crescita e la mancanza di una crescita adeguata perpetua l’esigenza di nuova austerità.

Se tale valutazione è fondata, e per chi scrive evidentemente lo è, anche alla luce dei due lustri di assenza di luce in fondo al tunnel susseguita alle alchimie cervellotiche delle manovre convenzionali, la via d’uscita può essere trovata solo pensando di mobilizzare le ricchezze private in modo efficace ed equilibrato. Scartando comunque l’idea delle “patrimoniali” secche che sono una soluzione inefficiente perché puntano ad un mero riequilibrio contabile di carattere temporaneo ed effimero, poiché lasciano irrisolto l’altro pilastro fondamentale del risanamento rappresentato dalla crescita.

Le ricchezze private (e non solo) peraltro, in presenza di finanze pubbliche contraddistinte da persistenti alti livelli di sofferenza e di vulnerabilità che non migliorano, sono sottoposte a pesanti erosioni di valore che si traducono in “patrimoniali” più consistenti di quelle finalizzate a realizzare gettiti di entrate per lo Stato. Un dato questo costantemente e imprudentemente trascurato da molti.

Nell’ultimo decennio, soprattutto nelle fasi più acute delle crisi, così come sapientemente certificato dalla Banca d’Italia, i valori dei patrimoni privati hanno subito decurtazioni per centinaia di miliardi di euro a cui si è aggiunto una marcata ristrettezza del grado di liquidabilità degli asset immobiliari.

Sono pertanto i possessori di ricchezze che dovrebbero, più di altri e prima di giungere sull’orlo del baratro, rivolgere le loro attenzioni verso chi propone piani che danno certezze evidenti di risanamento dei conti dello Stato, basati su due pilastri fondamentali:
-l’abbassamento drastico della vulnerabilità finalizzato anche a non essere sopraffatti da situazioni contingenti di particolare avversità;
-la elaborazione di un piano di rilancio di medio termine davvero capace di sbloccare il paese dalla sua oramai cronica incapacità di progredire.

Non prenderne finalmente atto può portare, nella migliore delle ipotesi, ad un solo risultato: continuare ad elaborare manovre su manovre, contraddistinte da interventi caotici e disarticolati che non conducono a nessuno sbocco risolutivo e che pertanto contribuiscono ad alimentare un continuo ed inesorabile regresso collettivo.

Cernobbio, il livello record del debito: l’Italia come ai tempi di guerra

Corriere della Sera 6/4/2019 di Federico Fubini

L’Italia è un paese in guerra con se stesso!

Studio European House-Ambrosetti per il Forum di oggi con alcuni protagonisti europei, dal governatore francese François Villeroy de Galhau al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Gli aumenti velocissimi degli anni 80 e il calo nei primi anni dell’euro

Palazzo Koch, sede centrale della Banca d’ItaliaPalazzo Koch, sede centrale della Banca d’Italia
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Come italiani – consumatori, contribuenti, e soprattutto imprenditori – siamo così abituati a convivere con la minaccia del debito pubblico che non ci rendiamo neanche più conto di quanto i nostri comportamenti ne sono condizionati. Il rischio di una crisi sempre dietro l’angolo permea le scelte di un’intera collettività nazionale. A maggior ragione è illuminante lo studio che The European House Ambrosetti ha preparato per il Forum che riunirà oggi a Cernobbio alcuni dei protagonisti europei, dal governatore francese François Villeroy de Galhau al ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Lo studio di Ambrosetti muove da una constatazione: oggi il debito pubblico italiano è alto come se il Paese fosse appena uscito da un drammatico, prolungato conflitto. Per la precisione è del 22% superiore ai livelli immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale (in rapporto al reddito nazionale) e appena del 18% più basso rispetto ai livelli della fine della Grande guerra. La sola differenza è che il livello di esposizione dello Stato è per l’Italia di oggi il risultato di una sorta di guerra economica con se stessa. Lo mostra la suddivisione delle stagioni del debito che Ambrosetti propone sui decenni recenti. La fase che ha gettato basi molto profonde ai problemi attuali è un decennio al quale oggi curiosamente si guarda con nostalgia, quasi fosse stato un momento d’oro dell’economia italiana: gli anni 80, quando il debito passa dal 56% del governo di Arnaldo Forlani, al 101% con cui si chiude l’ultimo governo di Giulio Andreotti. Un raddoppio in un decennio, o poco più, fino a quando la crisi del 1992 spazza via molte illusioni. In sostanza la crescita degli anni 80, come ha detto di recente il presidente della Bce Mario Draghi, è stata presa in prestito dai decenni successivi. La stiamo ancora pagando. Ambrosetti mostra anche un altro dettaglio che può far riflettere: quell’aumento e l’impennata successiva fino al 1994 fu dovuta moltissimo al costo degli interessi, astronomico visti i tassi ai quali era costretto a indebitarsi il governo con la lira.

Segue poi una stagione di calo del debito pubblico (del 17% per Pil) fra il 1995 e il 2007, quando il peso dell’onere torna attorno al 100% e dunque più o meno ai livelli del 1945. L’Italia ce l’aveva quasi fatta, dodici anni fa aveva finalmente quasi liquidato la pesante eredità degli anni 80. Era sulla soglia di una normalizzazione quando la crisi finanziaria globale la rigetta drammaticamente indietro. Dal 2008 al 2012 il debito sale del 21% del Pil, in parte per il peso degli interessi del passato e per un’altra parte importante (6,3%) perché l’economia crolla. Segue un nuovo aumento limitato negli ultimi cinque anni, malgrado interessi sul debito sempre più bassi, proprio perché l’economia resta molto debole. Ora dunque che siamo in recessione, non è neanche il caso di chiedersi cosa potrebbe accadere se mosse poco accorte di questo o un futuro governo facessero di nuovo salire gli interessi.

Lo studio Ambrosetti mostra che l’Italia non può permettersi di restare in guerra finanziaria con se stessa. Ridurre il debito è il solo modo di rimuovere la nube che da troppo tempo pesa ogni giorno sulle scelte di un’intera nazione.