India, vince il riformismo di Modi. E il mercato esulta

Focus Risparmio 23 Maggio 2019. 

Per gli esperti di WisdomTree e Aberdeen Standard Investments, l’esito delle urne è un segnale a favore di un forte sviluppo economico

 

 

Grazie a una vittoria schiacciante, l’India si accinge a conferire il suo secondo mandato a Narendra Modi, rendendolo così il secondo primo ministro che riesce ad essere rieletto consecutivamente, in quelle che sono state le elezioni più costose, e che hanno coinvolto più persone, mai tenute nella storia dell’umanità. Si attendono ancora i risultati finali, ma le proiezioni mostrano una maggioranza di Modi più che solida. È la prima volta dal 1971 che il governo uscente viene confermato dal popolo per un secondo mandato.

Gaurav Sinha, asset allocation strategist di WisdomTree
Gaurav Sinha, asset allocation strategist di WisdomTree

“Questo voto è da interpretarsi come un segnale a favore di un forte sviluppo economico e potrebbe incoraggiare Modi a spingere sull’acceleratore per riforme più radicali – commenta Gaurav Sinha, asset allocation strategist di WisdomTree -. La ‘demonetizzazione’ e l’implementazione della tassa sui beni ed i servizi (la Gst) avevano provocato grandi instabilità, ma il risultato fortemente favorevole ci fa credere in uno slancio per le riforme più difficili. Ci aspettiamo che nei prossimi cinque anni ci si concentrerà sull’acquisizione di terreni, sulle riforme del lavoro, sulla ‘monetizzazione’ delle imprese statali e sulla continua digitalizzazione dell’economia. Gli indici indiani Sensex e Nifty hanno risposto aprendo per la prima volta nella loro storia a livelli record rispettivamente di 40.000 e 12.000, mentre la rupia si è rafforzata rispetto al dollaro”.

Sulla stessa linea gli esperti di Aberdeen Standard Investments. “Una conferma del programma di riforme strutturali del primo ministro Modi fornirebbe un impulso all’economia e alle imprese indiane. Probabilmente sarebbe anche una buona notizia per il mercato azionario”, spiega  Kristy Fong, asian equities investment director. “Possiamo aspettarci che il governo continui a investire in alloggi a prezzi accessibili e nelle infrastrutture di trasporto, un elemento positivo per il settore delle costruzioni, per quello immobiliare e potenzialmente anche per i consumi nelle aree rurali – aggiunge -. Tutto ciò potrebbe innescare un nuovo ciclo di spesa in conto capitale e sarebbe un ammortizzatore rispetto a elementi avversi esterni, compreso un deterioramento del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina e l’eventuale aumento del prezzo del petrolio”.

“La continuità politica non fa che rafforzare le nostre opinioni positive sull’India – sottolinea Fong -, le cui prospettive di crescita sono sostenute da una popolazione giovane e da una classe media in espansione. Vediamo un’enorme opportunità di investimento in aziende che hanno la capacità di determinare i prezzi dei beni venduti ai consumatori indiani. L’india, inoltre, ha un mix diversificato tra campioni nazionali ben gestiti e presenza di multinazionali, il tutto sostenuto da una cultura imprenditoriale e rivolta all’innovazione. Le tradizionali forti competenze tecnologiche e ingegneristiche rispondono bene alla tendenza verso la digitalizzazione che vediamo a livello globale”.

Quanto al mercato obbligazionario, secondo Leong Lin-Jing, investment manager, fixed income, Asia di Aberdeen Standard Investments, il mandato più forte conferito al partito Bharatiya Janata accelererebbe certamente il ritmo con cui Modi può attuare le sue riforme strutturali. “Da un punto di vista puramente obbligazionario del mercato – chiarisce -, ciò gli consentirebbe di mantenere la propria posizione di consolidamento fiscale. E questo significa garanzia di un atteggiamento prudente nei confronti della spesa sociale, ulteriori privatizzazioni del settore pubblico e proseguimento degli sforzi per semplificare e rafforzare la tassazione su beni e servizi. Potenzialmente, un’ampia maggioranza del Bjp potrebbe addirittura vedere nuovi sforzi per introdurre la legge sull’acquisto di terreni, che rafforzerebbe i diritti di proprietà, e persino riformare le arcaiche leggi sul lavoro che frenano la produttività nel settore manifatturiero. Il successo dell’implementazione delle norme su insolvenza e fallimento, oltre alle azioni correttive per contenere i crediti in sofferenza nel settore bancario pubblico, consentirebbe agli istituti finanziari di sostenere il prossimo ciclo di crescita del credito. Se Modi riuscirà ad attuare il resto delle proprie misure di riforma durante il suo secondo mandato, il potenziale di crescita dell’India aumenterà certamente”.

Trade war, Pechino non si piegherà. Ecco perché

24 Maggio 2019 Focus Risparmio

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Le puntate sono aperte !

 

“Gli stimoli in arrivo dalla Cina risponderanno al rallentamento dell’economia interna e agli effetti dei dazi”. La view di Gam Investments

 

Tra Washington e Pechino, è Pechino ad avere il coltello dalla parte del manico. Ne è convinto Charles Hepworth, investment director di Gam Investments, secondo cui è ormai evidente che più il presidente Donald Trump alza i toni nei suoi tweet, meno sono credibili. “Una delle ultime tempeste su Twitter da lui innescate, insistendo sul fatto che la Federal Reserve debba ‘replicare’ a qualsiasi reazione da Pechino all’imposizione di barriere tariffarie, è piuttosto assurda anche per lui: tagliare i tassi e rischierare in campo il quantitative easing non è indicato in questa fase del ciclo, secondo noi”, assicura.

A detta dell’esperto, il fatto che il presidente sostenga che gli Stati Uniti avranno la meglio nell’ambito di qualsiasi accordo commerciale verrà negoziato è la conferma che una risoluzione delle controversie non sembra essere alle porte. “La Cina potrebbe semplicemente decidere di aspettare che il tycoon esca di scena nella tornata elettorale del prossimo anno. Questo, peraltro, potrebbe essere letto come uno sviluppo preoccupante poiché le aspettative sul raggiungimento di un accordo commerciale hanno incoraggiato una forte risposta dei mercati nel corso di quest’anno”, afferma.

Tuttavia, per quanto i dazi non siano il miglior esito auspicabile, giustificano veramente il disagio accusato dal mercato azionario nell’ultima settimana? “I dazi sono costi aggiuntivi a carico dei consumatori del paese importatore, in questo caso gli Stati Uniti – spiega Hepworth -. Trump ha aumentato le barriere su 200 miliardi di dollari di merci cinesi dal 10% al 25%, raccogliendo quindi altri 30 miliardi di dollari di ‘tasse’. Se decidesse di imporre il 25% su tutte le importazioni cinesi, si tratterebbe di un totale complessivo di 135 miliardi di dollari all’anno: sembra molto ma in realtà è poca cosa rispetto al gettito fiscale totale negli Stati Uniti di oltre 5 mila miliardi di dollari. A nostro avviso, l’effetto sull’inflazione sarà transitorio ma immediato: potrebbe far salire i prezzi al consumo dallo 0,3% allo 0,5% circa. E potrebbe essere sufficiente per spingere la Fed verso una posizione più aggressiva e invertire la tendenza data dal precedente capovolgimento della politica. A loro volta, le imprese ne risentirebbero con un incremento stimato dei costi pari all’1%, stando a uno studio della Fed stessa”.

Il progresso della guerra commerciale non è chiaramente l’ideale, evidenzia l’esperto, in quanto “le lotte commerciali tra le due maggiori economie al mondo non favoriscono un’accelerazione della crescita globale, come si auspicava quest’anno, ma non riteniamo in alcun modo giustificata l’ultima oscillazione del mercato. Attualmente ci aspettiamo rally moderati con l’uscita di scena del denaro ‘che scotta di più’”.

L’economia cinese stava già decelerando prima di tali schermaglie sul piano commerciale – conclude -, come dimostra l’ultima carrellata di dati economici, da cui si evince un rallentamento in tutte le aree. Man mano che la Cina si evolve in una nazione più sviluppata, riteniamo che il tasso naturale di crescita calerà. Mi aspetterei che Pechino accetti lo status quo dei dazi, in quanto consente loro di giocare ancora sui punti maggiormente contestati dagli oppositori di un’intesa tra Usa e Cina: le joint venture che, a loro dire, portano al furto di proprietà intellettuale; e i sussidi statali che danno luogo a un vantaggio sleale. Quando gli Stati Uniti avviarono il processo di industrializzazione nel XIX secolo, adottarono la medesima tipologia di protezionismo dell’economia domestica ed è per questo che crediamo che il Dragone non accetterà mai le richieste di Washington, costi quel che costi. Prevediamo che gli stimoli in arrivo dalla Cina risponderanno al rallentamento della propria economia e agli effetti dei dazi e, di conseguenza, al ritorno a un atteggiamento più favorevole all’assunzione del rischio da parte degli investitori”.

Rallentamento globale? Altro che trade war: il vero nodo è il debito.

Fondi e Sicav 24 maggio 2019 dalla redazione.

I due principali motori della crescita mondiale, Usa e Cina, sono in evidente difficoltà a causa del debito accumulato. Per Novelli di Lemanik: “Il rischio di sistema non è mai stato così alto”

dazi

Il debito unito all’inattivismo ed all’incapacità di evolversi costituisce il vero problema.

Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund

 

Altro che dazi, la vera minaccia è il debito. I subprime sopra ai livelli del 2007: 27% contro il 24% di 12 anni fa. La riduzione degli acquisti di Treasury da parte della Cina minaccia il dollaro. Lemanik

“I veri motivi del rallentamento economico globale, che si è accentuato tra settembre 2018 e marzo 2019, non sono da ricercare nella guerra commerciale Usa-Cina – anzi, nel 2018 l’interscambio è cresciuto del 10% – bensì nella decisa contrazione del credito al consumo negli Stati Uniti da un lato, e nelle difficoltà della Cina sul fronte della domanda interna, dall’altro”, spiega Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund: “questo dicono i dati macroeconomici, anche se la narrazione politica si concentra sulla guerra commerciale, a cui si può attribuire soltanto la contrazione dell’export di febbraio-marzo 2019”.

In realtà, i due principali motori della crescita mondiale sono in evidente difficoltà a causa del debito accumulato, perché la crescita che sono riusciti a generare negli ultimi anni è stata eccessivamente basata sull’indebitamento. Nel 2018 il debito estero degli Stati Uniti ha raggiunto il 50% del Pil contro il 22% del 2007: un ritmo di creazione di debito insostenibile.

“Inoltre”, prosegue Novelli, “la qualità di questo debito è decisamente la peggiore di sempre: il 30% dei corporate bond sono high yield; il 50% dei bond con rating investment grade sono BBB (nel 2007 erano il 25%); il 27% circa del credito erogato dal sistema finanziario è Subprime (nel 2007 era il 24%), i leverage loans sono raddoppiati rispetto al 2007 e sono pari al 6% del Pil Usa”.

Questo meccanismo richiede un’esagerata allocazione di risparmio globale sugli asset americani (credito e equity) e sul dollaro, ed espone l’intero sistema a un’elevata concentrazione di rischio sui mercati finanziari Usa. Attualmente gli investitori esteri detengono il 50% di tutti i corporate bond Usa, il 30% dei Titoli di Stato e il 25% della capitalizzazione del mercato azionario Usa. Si tratta della più elevata allocazione di risorse dall’estero riscontrata solo nel 1928 e nel 1999 (purtroppo le coincidenze temporali non sono di buon auspicio).

“E’ praticamente impossibile mantenere questo ritmo di creazione di debito per molto tempo”, sottolinea Novelli. “Il problema è che senza i debiti di Cina e Usa l’economia mondiale non riesce a crescere in modo adeguato e quando il debito raggiunge il limite di sostenibilità, l’economia rallenta e rischia di entrare in recessione”.

La vulnerabilità o la forza della crescita internazionale dipende da quanto debito riesce a fare ancora il settore privato americano per sostenere i consumi mondiali. Il problema è che oggi abbiamo la percentuale più alta mai registrata nella storia dell’economia di credito di pessima qualità. L’assorbimento di questa colossale massa di risorse finanziarie per sostenere un modello di crescita simile, comporta che i paesi esportatori di capitale verso l’America siano condannati a crescere meno. Anziché finanziare con i loro avanzi politiche fiscali espansive o una espansione del loro debito interno per sostenere consumi e investimenti, sono costretti o preferiscono finanziare quelli americani.

Europa, Giappone e Cina detengono oggi asset finanziari degli Stati Uniti pari a oltre il 35% del Pil Usa, fenomeno di concentrazione del rischio mai verificatosi in modo così elevato nella storia degli Stati Uniti dal 1928. Il problema di questo “modello di crescita” è che attualmente nessuno dovrebbe mai disinvestire, neanche parzialmente, dai mercati finanziari americani per continuare a finanziare una crescita che non può fermarsi, ma che per proseguire deve fare sempre più debito e a tassi più elevati che altrove per garantire anche un dollaro forte.

Tutti si aspettano però una ripartenza del ciclo economico, grazie a una nuova spinta sul debito di America e Cina, ma i cinesi, al contrario, proseguono nella riduzione delle posizioni sui treasury Usa e riportano a casa le riserve valutarie per contrastare il rallentamento dell’economia. Questo meccanismo innesca una riduzione del finanziamento al debito americano e pone potenziali problemi per la tenuta del dollaro, che a questo punto deve sperare in una crisi nell’area Euro per rimanere forte e continuare ad attirare capitali. Quello che sembra ora molto probabile è che la tanto attesa ripresa nella realtà non ci sarà.

Gli stimoli implementati dalla Cina servono a contenere il rallentamento e non sono certo finalizzati a crescere oltre quanto è stato prefissato, questo perché la Cina è attualmente orientata a mettere sotto controllo un debito interno che rischia di renderla estremamente vulnerabile. Il credito al consumo negli Stati Uniti, poi, è in rallentamento da diversi mesi e ha procurato una frenata nei consumi interni e negli ordini di beni durevoli.

Se la crescita americana deve essere finanziata con credito sempre più speculativo, come accade ora, significa che per avere più crescita il sistema deve esporsi a un rischio sempre maggiore, ma con tassi sempre bassi. Però, tassi bassi e alto rischio di credito non durano in eterno”, conclude Novelli. “L’economia Usa non è forte, anzi è estremamente vulnerabile ai flussi di capitale che in questo momento sono concentrati come mai prima sugli asset americani e che difficilmente possono aumentare ulteriormente. Probabilmente il rischio di sistema non è mai stato così alto”.

Elezioni, Delitala (Pictet): “Buone notizie per asset rischiosi. Italia al varco, manovra sarà rompicapo”

Europee, i risultati: i sovranisti crescono ma restano opposizione. In Italia boom della Lega. Scongiurate immediate turbolenze per gli asset periferici e rischi di scioglimento euro o Italexit. Aumenta il pericolo di una no-deal Brexit

Un Europarlamento (PE) con una vasta maggioranza europeista, ma più frammentata rispetto a quella uscente con il fronte sovranista che avanza ma non sfonda. È questa la fotografia delle elezioni europee, registrata anche dai primi segnali finanziari con le Borse europee che avviano la seduta in terreno positivo. I listini brindano anche alle parole di Donald Trump sull’ipotesi di un accordo con la Cina sui dazi. Poco mosso l’euro sul dollaro a 1,1201 a Londra. L’indice d’area Stoxx 600 guadagna lo 0,47%. In rialzo tutti i listini con in testa Milano (+1,3%), Francoforte (+0,63%), Madrid (+0,59%), e Parigi (+0,45%).

In Italia le urne incoronano vincitore Matteo Salvini. Per la Lega è boom, primo partito col 34%. Crolla invece M5s, al 17%. Pd secondo col 23%. “Adesso si cambia in Ue”, afferma Salvini. “Penalizzati dall’astensione”, commenta Di Maio. Affluenza in calo in Italia al 56,1% (dal 58,6% delle elezioni 2014). In aumento invece in Europa, oltre il 50%.

Le forze anti-élite hanno comunque guadagnato posizioni. D’ora in poi faranno sentire la loro voce nelle scelte della Ue e in alcuni momenti potranno essere in grado di frenare o bloccare decisioni importanti. I populisti alleati di Matteo Salvini in Europa segnano buoni risultati soprattutto in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è il primo partito con il 23,2%. In Germania regge la Merkel, seguita dai Verdi. Nel Regno Unito vola il Brexit party di Farage, primo partito Ue insieme alla Cdu tedesca.

Il nuovo Parlamento europeo

Nelle ultime proiezioni della composizione del futuro Parlamento Ue, al Partito popolare vanno 179 seggi al 23,83%, ai Socialisti e Democratici 152 al 20,24%, e ai Liberali 105, al 13,98%. Quarti i Verdi con 69 europarlamentari al 9,19%, seguono i Conservatori Ecr a 60 con il 7,99%, mentre l’Enf (il gruppo della Lega di Salvini) avrebbe 60 seggi al 7,99% e l’Efdd (il gruppo dei Cinque Stelle e di Farage) 51 al 6,79%. La Sinistra Gue (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica) ottiene 38 seggi al 5,06. I dati sono basati sulle proiezioni aggiornate.

Popolari e socialisti perdono dunque la maggioranza che ha finora retto gli equilibri in Europa ma mantengono il controllo cooptando i liberali e il movimento En Marche del presidente Emmanuel Macron, e magari anche i Verdi, vogliosi di far pesare in Europa i nuovi consensi conquistati.

“Lo smottamento epocale paventato alla vigilia è stato scongiurato”, analizza Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet AM. “Le aggregazioni tra partiti di protesta antieuropea restano impraticabili. L’Europa nel complesso tiene, e qualunque sarà l’aggregazione di governo il parlamento rimane saldamente europeista. Difficilmente le voci dissidenti avranno forti capacità di spostare sensibilmente le politiche”, aggiunge Delitala.

La spallata dei nazionalisti non sfonda, ma i due partiti di maggioranza, popolari e socialdemocratici, perdono la maggioranza a Strasburgo e hanno bisogno di aggregare liberali o verdi, usciti rafforzati dalla consultazione elettorale. Come sarà il nuovo PE?

La coalizione di governo che darà forma alla nuova Commissione Ue deve muovere i suoi passi includendo uno di due partiti, se non entrambi. Difficile immaginare le mosse già adesso, ma possiamo speculare su un paio di aspetti: i liberali sono di fatto legati a En Marche, mentre i verdi hanno fatto l’exploit principale in Germania. In qualche modo, la Merkel virerà con un filtro nazionale verso i verdi e Macron spingerà per far parte delle decisioni importanti. Dentro una compagine di governo europeista – che in termini di ripercussioni sui mercati e di shock sistemici non pone grandi rischi in un futuro che non mette in dubbio l’integrazione e il sostegno all’idea di Europa – rimane però il rischio di secondo livello e della direzione che l’Europa prenderà in termini di policy mix e di nomine.

Quali sono gli scenari che si aprono sulle nomine dei vertici della Commissione e, di rimando, della Bce?

Se si va verso un’integrazione dei verdi la politica fiscale diventerà più espansiva e permissiva e potrebbe favorire la nomina a capo della Commissione europea del candidato socialista olandese Frans Timmermans a discapito del candidato previsto del Ppe, Manfred Weber. Cosicché i casi sono due: o la Merkel si rimette in gioco in prima persona occupando lo slot tedesco – ed è lo scenario migliore di tutti perché a quel punto la Bce rimane a trazione mediterranea – oppure se Macron prevale nel pretendere la Commissione per la Francia con Michel Barnier, o ancora se il capo del governo fosse una liberaldemocratica di spicco come Margrethe Vestager, allora il rischio di un falco alla guida della Bce aumenta, con effetti potenzialmente molto negativi per gli asset periferici e italiani in particolare. La finanza italiana ha bisogno di una banca centrale dovish, ovvero a conduzione mediterranea.

Lo scenario peggiore per i mercati sia italiani sia europei con la conquista di un terzo dei seggi da parte dei partiti non tradizionali non si è manifestato. Cosa succederà a Euro Stoxx 50 (attualmente in rialzo dello 0,6%) e Borse europee? È un voto che cambia in maniera rilevante i corsi finanziari?

No, e il risultato si può leggere in chiave di una lieve indicazione positiva per gli asset rischiosi europei. A livello aggregato il dato importante è che un momento potenzialmente difficile è passato senza traumi. Ora si tratta di capire se nei prossimi due mesi – a partire da domani sera quando è previsto il primo incontro formale del Consiglio europeo, fino alle prime nomine – qualcosa dovesse andare nel verso sbagliato. Ma anche in questo caso, turbolenze possono arrivare non tanto per gli asset europei in aggregato quando per una selezione di essi. In particolare i vasi di coccio sono sempre gli asset italiani.

Le attese sono di cautela iniziale per quanto riguarda l’Italia?

In prima battuta vedo poche reazioni, un lieve ottimismo sulla Borsa europea che conferma il quadro che si è delineato. L’euro è di fatto invariato, il Btp ha provato ad alzare la testa ma è stato fermato, almeno finora. La reazione sugli asset italiani sarà interlocutoria, e appena positiva su quelli europei in aggregato.

Salvini ribadisce che il governo resta in piedi. Con quali effetti su spread e Borsa?

L’Italia rischia di contare poco, ma una svolta moderata della Lega non è da escludere. Prima però dovrà consumarsi l’epilogo di una coalizione interna che sarà certamente messa in discussione. La leadership di Salvini ha una responsabilità importante nel momento in cui bisogna costruire una legge finanziaria dai connotati difficili. Se si trovassero a farla di fronte a un policy mix di politica fiscale leggermente più permissiva, compensata da una banca centrale intransigente, per gli asset italiani una minore disciplina fiscale con tassi più elevati rappresenterebbe uno scenario molto penalizzante che potrebbe innescare il movimento al ribasso delle banche, del FTSE/Mib e, a catena, degli indici europei e dell’euro con effetti negativi per tutti gli spread periferici, che si allargherebbero.

Quindi gli spettri della disgregazione dell’euro e dell’Italexit sono allontanati?

Sono ottimista: ritengo che abbiamo imparato la lezione e che il voto favorisca uno scenario di svolta per il centrodestra in chiave dirigista per la crescita del Paese, che penso si accompagnerà a un grosso ridimensionamento della retorica antieuropea. Del resto, gli ultimi sondaggi eurobarometro hanno mostrato che gli italiani vogliono l’euro. Il processo contrario sarebbe un disastro epocale per conseguenze economico-finanziarie.

Una Lega più di governo che di lotta, insomma.

Questa sarebbe una svolta importante, magari lenta e che richiede tempo, ma che si riaccompagnerebbe certamente a una ripresa delle quotazioni di banche e Btp. Bisogna però superare questo bizzarro esperimento politico di uno zibaldone di partiti anti-establishment che oggi come oggi, dopo questo voto, si trova svuotato di contenuto. Ciò detto, la galvanizzazione della Lega deve ancora prendere forma. La vittoria elettorale diventerà un patrimonio da impiegare in una soluzione di governo – come la Lega ha dimostrato di poter essere a livello regionale – o una forza di protesta rispetto allo status quo? Il partito deve ancora chiarire questa contraddizione interna. Ma una svolta moderata, accompagnata alla ricerca di legittimazione all’interno del partito popolare, aprirebbe scenari senz’altro positivi.

Un dato che fa riflettere, nonostante la scarsa affluenza al voto dei britannici, è la grande affermazione del Brexit party. Sarà una Brexit senza accordo?

Non c’è dubbio che il rischio aumenta e questo è un piccolo disastro, in quanto uno scenario di no-deal Brexit è molto penalizzante per la crescita britannica e traumatico per tutta l’Unione. A questo punto è possibile che l’Europa conceda ulteriore tempo alla Gran Bretagna, eventualmente in vista di un secondo referendum sulla Brexit. Il dato impressionante, confermato dai risultati finali, è che la somma di Ukip e Brexit Party arriva al 37%, che è esattamente la somma dei partiti tendenzialmente a favore del Remain. Prendendo per buona questa indicazione, se si tornasse oggi al voto con il referendum la verità è che non sapremmo che esito avrebbe. Personalmente avrei scommesso su un maggiore risultato delle forze europeiste, dopo il fallimento dei negoziati e la realizzazione di quante penalizzazioni comporta l’uscita dall’Europa.

Benvenuti nel nuovo mondo delle nazioni disunite

Financial Lounge 27/5/2019

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Il voto europeo è solo l’ultimo capitolo di una lunga tornata elettorale globale che ha toccato India, Sud Africa, Nigeria e Brasile e che si chiuderà in America tra 17 mesi. Un vecchio mondo antico tramonta

Le lacrime di Theresa May in uscita di scena, che hanno accompagnato le ultime ore del voto europeo, sono finite su tutte le prime pagine del mondo ma non è chiaro quale sia il messaggio. Sicuramente sono lacrime di delusione per una carriera politica naufragata, che solo a gennaio del 2017, a sei mesi dalla Brexit, sembrava sfolgorante, con i sondaggi che la davano come il primo ministro conservatore più popolare dagli anni ’50. Ma forse sono anche lacrime per un mondo che se ne va. Un vecchio mondo antico dove alla fine si trova un compromesso ragionevole su qualunque cosa, dove un matrimonio fallito può sopravvivere a se stesso con una separazione in casa dettata dal buonsenso e dalla convenienza. Negli ultimi giorni non si è votato solo in Europa. La settimana scorsa il presidente uscente Narendra Modi ha stravinto le elezioni nello sterminato paese-continente dopo interminabili votazioni con un’agenda non solo pro-business e pro-mercato, ma anche dichiaratamente nazionalista nella declinazione induista. Durante la campagna elettorale il presidente del partito di Modi, Amit Shah, ha dichiarato che non sarebbe stata tollerata nessuna infiltrazione dal vicino Pakistan a maggioranza musulmana, fatta eccezione per Buddisti, Indù e Sikh. E secondo alcuni osservatori sono stati proprio i bombardamenti in territorio pakistano di fine febbraio a dare a Modi la spinta decisiva.

FERMENTI DI CAMBIAMENTO NEI GRANDI EMERGENTI

Sempre la settimana scorsa si è votato in un altro grande paese emergente, il Sud Africa. Ha vinto l’African National Congress, fondato da Nelson Mandela, ma con il peggior risultato dal dopo aparthied, con i progressisti della Democratic Alliance che hanno avuto una performance disastrosa. Non così i populisti dell’Economic Freedom Fighters, che hanno raddoppiato voti e seggi pur restando il terzo partito. Andando indietro di qualche mese, a febbraio si è votato anche in Nigeria, che contende al Sud Africa il primato economico, dove si fronteggiavano due candidati praticamente equivalenti: il presidente uscente Muhammadu Buhari, e lo sfidante ed ex vice presidente Atiku Abubakar, entrambi musulmani dell’etnia Fulani nel Nord del paese, dove imperversano i terroristi di Boko Haram. Ha vinto il primo, ma dalle agende di entrambi erano assenti tutti i temi del riformismo progressista, dal cambiamento climatico all’urbanizzazione, in uno dei paesi più inquinati del mondo che si prevede raggiunga quasi il mezzo miliardo di popolazione per metà del secolo. Alla lista delle tornate elettorali globali recenti possiamo aggiungere l’arrivo lo scorso dicembre alla presidenza del Brasile, altro gigante emergente, di Jair Bolsonaro, vincitore con un programma che sembra copiato da Donald Trump.

LE FRATTURE SONO ARRIVATE NEL CUORE DELL’IMPERO

E qui siamo al cuore dell’impero, al centro del mondo e del problema. Tra 17 mesi gli americani vanno a votare per il presidente. Concederanno altri 4 anni a The Donald premiandolo per la performance economica (ammesso che da qui a novembre 2020 non arrivi una recessione)? Oppure, stanchi di essere bombardati di tweet su tutto e tutti, cercheranno tranquillità sulle ginocchia del vecchio zio Joe Biden? O magari dalle primarie democratiche spunterà un Bill Clinton della situazione, pronto a ribaltare a proprio favore proprio la carta vincente del presidente uscente, vale a dire l’economia? Il problema è che l’elettorato americano non è mai stato così polarizzato e diviso, indeciso su quali siano le priorità. Una volta era semplice: lavora sodo, metti su famiglia, comprati una bella casa, metti da parte i soldi per mandare i figli al college e, soprattutto, “non farti superare dai Jones!”. Vale a dire dai vicini con cui confina il tuo prato che si sono appena comprati una macchina nuova. Quanto siano cambiati gli americani ce lo dice un sondaggio Gallup uscito qualche giorno fa e passato inosservato in Europa. Alla domanda se il socialismo potrebbe essere una buona cosa per l’America ha risposto sì il 43%! Una settantina d’anni fa erano poco più del 20%. Ma sono aumentati, dal 40% al 51%, quelli che pensano che il socialismo sarebbe ‘un male’.

UN MONDO DOVE NON C’E’ POSTO PER IL COMPROMESSO

La polarizzazione non è solo un fenomeno americano. Da una parte c’è il desiderio di protezione, non solo economica ma anche dai rischi percepiti come secolari, a cominciare dal cambiamento climatico. Una protezione che può dare solo un governo sempre più invasivo. Dall’altra c’è la voglia di fare e cavarsela da soli, sia come individui che come popoli e nazioni, magari sfruttando le debolezze altrui. La Cina, un paese dove non si va a votare, non fa eccezione, vuole il suo posto al centro del mondo, finora ha giocato sui numeri, ora ha cominciato a giocarsi anche l’eccellenza tecnologica. Tornando alle lacrime di Theresa, sembrano proprio versate per un mondo che sta scomparendo, che non è più governato dal compromesso e dal meno peggio, ma da confronti a due in cui per trovare un accordo si usa molto di più il bastone della carota.

BOTTOM LINE

Con questo mondo di nazioni disunite l’Europa che si chiama Unione deve confrontarsi, ma prima ancora deve ristrutturarsi, possibilmente senza dover perdere per strada un pezzo così importante della sua storia e della sua cultura come la Gran Bretagna. Nei risultati del voto appena concluso bisognerà andare a cercare e trovare gli ingredienti con cui cominciare a rimettere insieme i pezzi.

Asset allocation, meglio essere prudenti

7 Maggio 2019 Focus Risparmio

Un pò di prudenza tattica viste le numerose e prossime scadenze, sarebbe d’obbligo.

Melman di Edmond de Rothschild Am consiglia un lieve sottopeso su azioni e obbligazioni e un lieve incremento dell’esposizione ai fondi monetari. Ecco perché

 

Benjamin Melman, cio asset allocation and sovereign debt of Edmond de Rothschild Asset Management
Benjamin Melman, cio asset allocation and sovereign debt of Edmond de Rothschild Asset Management

I primi segnali della recente ripartenza dell’economia cinese suggeriscono che il secondo semestre negativo in termini di crescita per Cina e Stati Uniti è stato semplicemente un vuoto d’aria. Ne è convinto Benjamin Melman, cio asset allocation and sovereign debt of Edmond de Rothschild Asset Management, secondo cui, al di là dell’atteggiamento cooperativo di Fed e Bce, “la ripresa in Cina, insieme agli stimoli fiscali in Paesi come la Francia e l’Italia, dovrebbe portare ad una crescita nel Vecchio Continente meno deludente del previsto”.

Nonostante però un quadro d’insieme positivo, i rischi non mancano, sia nel breve sia nel medio periodo. E Melman ne fa un elenco. Nell’immediato si teme che la prevista ripresa in Cina “mancherà di vigore. In altre parole, le possibilità di essere piacevolmente sorpresi dalla Cina non dureranno a lungo”, spiega l’esperto. Poi “gli investitori hanno esagerato per quanto riguarda l’atteggiamento compiacente delle Banche centrali, tanto che ci sono, ancora una volta, significativi posizionamenti short sul Vix, segno di una fragilità del mercato. Ricordiamo che nel gennaio 2018, quando le circostanze erano simili, l’S&P 500 aveva lasciato sul terreno 10 punti percentuali senza una reale motivazione”.

Per quanto riguarda la guerra commerciale Usa-Cina, “gli investitori che nutrivano pessimismo riguardo ai negoziati sono ora diventati ottimisti. In effetti, stanno logicamente seguendo gli stati d’animo di Donald Trump, che è stato responsabile in primo luogo di gettare benzina sul fuoco e che ora sta giocando un ruolo chiave nello smorzare i timori. Anche così, non sono scomparse significative fonti di attrito tra Stati Uniti e Cina, in particolare per quanto riguarda tematiche legate alla sfera della proprietà intellettuale, per cui potremmo assistere ad un accordo ‘annacquato’ potenzialmente in grado di accumulare nuove tensioni su questioni ancora non risolte in futuro. Le delusioni potrebbero quindi riemergere”.

Infine, sempre nel breve termine, “vi è una possibilità concreta che possano emergere tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa – avverte Melman -. L’accordo Nafta 2.0 ha finito per aumentare i costi di produzione delle auto americane, per cui Washington potrebbe prendere in considerazione un aumento dei dazi sulle importazioni, in particolare quelle provenienti dal Vecchio Continente, per evitare che i produttori di auto statunitensi perdano quote di mercato sul loro mercato interno. E il rifiuto della Francia di includere il settore primario nell’ambito dei negoziati commerciali ha irritato Washington, e forse anche altri Paesi in Europa meno vicini alle questioni legate all’agricoltura e più pronti a raggiungere un accordo. A soli 18 mesi dalle elezioni presidenziali americane, Donald Trump potrebbe essere tentato di indossare le vesti del campione nazionale difendendo le fonti di sussistenza dei lavoratori e degli agricoltori statunitensi”.

Quanto al medio termine, l’esperto non vede segnali di recessione negli Stati Uniti nel prossimo futuro, “ma indicatori avanzati suggeriscono chiaramente che ci stiamo avvicinando alla fase finale dell’attuale ciclo. La parte finale della curva dei rendimenti, che per la New York Fed è la parte che conta di più, è ora invertita e i margini societari sia negli Stati Uniti che in Europa si sono deteriorati. Ad onor del vero, non tutte le inversioni delle curve dei rendimenti aprono le porte ad una fase recessiva nel giro di pochi mesi e i margini societari possono attraversare dei ‘mini-cicli’ che non incidono sull’andamento del ciclo complessivo. In questa fase, non è ancora chiaro se i margini societari siano su una traiettoria strutturalmente al ribasso, quindi dovremmo interpretare con attenzione questi indicatori; nell’attuale contesto, potrebbero muoversi in senso completamente inverso. Tuttavia, data la maturità del ciclo, riteniamo potrebbe essere un rischio non adottare la massima cautela. Non ci aspettiamo di assistere alla conclusione del ciclo, ma questi indicatori suggeriscono comunque una dose di prudenza maggiore, soprattutto perché i rischi sono asimmetrici”.

“In altre parole – conclude -, il rialzo dopo il rally degli asset di rischio all’inizio di quest’anno sembra più limitato rispetto al ribasso nel caso in cui i mercati comincino a fare i conti alla fine di questo lungo ciclo finanziario. Per questo motivo abbiamo conservato un posizionamento leggermente scarico sia sul mercato azionario che obbligazionario conservando invece una preferenza per investimenti con una dose inferiore di rischio come i fondi del mercato monetario”.

Istat-Bankitalia: la finanza rende di più ma gli italiani preferiscono il mattone

10 Maggio 2019 da Financial Lounge

Meno male che il risparmio è nel nostro DNA, per questo va valorizzato!

 

 

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Le famiglie detengono una ricchezza di quasi 10mila miliardi, più della Germania, per circa due terzi ”congelata” in immobili e liquidità mentre una diversificazione finanziaria darebbe più soddisfazioni

Dopo tre anni la ricchezza delle famiglie italiane torna a crescere, fino ad ammontare a 8 volte il loro reddito disponibile e a superare quella delle famiglie tedesche; gli italiani si confermano grandi investitori immobiliari, ma le maggiori soddisfazioni arrivano dalla Borsa. Sono queste le principali evidenze emerse dall’ultimo rapporto di Istat e Bankitalia, che prende in esame i dati del 2017.

TANTE CASE, POCHI DEBITI

Secondo lo studio, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane è stata pari a 9.743 miliardi di euro. La principale forma di investimento degli italiani è costituita dalle abitazioni che, con un valore di 5.246 miliardi di euro, hanno rappresentato la metà della ricchezza lorda. Molto basso l’indebitamento: il totale delle passività delle famiglie è stato pari a 926 miliardi di euro, un ammontare inferiore in rapporto al reddito rispetto agli altri Paesi.

LE ATTIVITA’ FINANZIARIE TRAINANO LA RIPRESA

Tra fine 2016 e fine 2017 la ricchezza netta valutata ai valori correnti è aumentata di 98 miliardi di euro (+1%), dopo aver registrato riduzioni nel triennio precedente. Questo incremento, spiega il rapporto, “riflette l’aumento delle attività finanziarie pari a 156 miliardi di euro (+3,7%), che ha ampiamente compensato la riduzione di 45 miliardi di euro (-0,7%) delle attività reali, in diminuzione dal 2012, e l’aumento delle passività finanziarie di 13 miliardi di euro (+1,4%)”.

IL MATTONE RENDE MENO

Buone notizie quindi per chi nel 2017 ha investito in Borsa, mentre il caro vecchio mattone non ha dato grandi soddisfazioni: proprio agli investimenti immobiliarideve infatti essere addebitata tutta la diminuzione del valore dello stock di attività non finanziarie di proprietà delle famiglie (-0,7%). Alla fine dell’anno si è infatti registrato un calo del valore delle abitazioni (-0,6%) e degli immobili non residenziali (-1,9%) “riconducibile alla discesa dei prezzi sul mercato immobiliare”.

TANTA LIQUIDITA’ E CONTANTI…

Ma come si compone il portafoglio delle famiglie italiane? Esaminando nel dettaglio la composizione delle attività delle famiglie italiane al 30 settembre scorso, si nota la quota ancora ridotta del risparmio gestito sul totale. Nonostante gli ingenti flussi di raccolta netta positiva convogliati a favore dei prodotti del risparmio gestito negli ultimi quattro anni (dal 2015 al 2018), il controvalore delle quote dei fondi comuni e dei comparti di Sicav a fine settembre non andava oltre il 12% del totale delle attività finanziarie (stimate in 4.244 miliardi) per un totale di 509 miliardi di euro.

Fonte: Elaborazione Ufficio Studi ABI su dati Banca d’Italia

… MA ANCORA POCO RISPARMIO GESTITO

Ammonta a quasi il doppio, (971 miliardi di euro per una quota del 22,9%), l’esposizione alle assicurazioni sulla vita, ai fondi pensione e al Tfr. Sommando insieme queste due voci, si arriva a un totale di 1.480 miliardi (ovvero il 34,9%), non molto superiore ai 1.379 miliardi di euro che risultano dalla somma di contanti, conti correnti, depositi postali: una montagna di strumenti di liquidità che rappresentano un terzo del totale della richhezza finanziaria delle famiglie e che restano fermi in attesa di un impiego più efficiente.

FARE GIOCO DI SQUADRA

Ed è proprio da questa miniera che l’industria del risparmio gestito deve cercare di estrarre risorse per alimentare il volano della crescita del Paese. Un obiettivo che però deve trovare un valido supporto nelle autorità di controllo e, soprattutto, nelle iniziative del governo che dovrebbe promuovere i risparmi in questa direzione. Peccato che, come dimostra la recente vicenda dei Pir (vedi articolo I nuovi Pir non convincono Bankitalia (e gli operatori)) c’è la sensazione che non ci sia ancora questa comunione di intenti.

 

Guerra dei dazi, l’arma della Cina è la fuga dai Bond americani

Il Sole 24 Ore 12 Maggio 2019 di Alessandro Plateroti

Se il dragone volesse potrebbe sparare fuoco!

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Lo scontro commerciale tra Cina e Stati Uniti è salito di livello. Dopo il via libera di Trump ai nuovi dazi contro i prodotti cinesi, la possibilità di una guerra commerciale a tutto campo sembra diventata più concreta. Ma a differenza del passato, la vera partita tra Washington e Pechino non riguarda solo le tasse sul commercio: più della soia, delle auto o dei computer, è il ruolo della Cina nel finanziamento del deficit americano ad essere entrato prepotentemente in gioco. Un’analisi del Sole 24 Ore dei dati sulla consistenza del portafoglio di T-bond americani in mano cinese conferma infatti non solo il ruolo giocato da Pechino (e dai governi alleati) nel fallimento tecnico di due aste di Titoli di Stato la scorsa settimana, ma l’esistenza di una manovra ben più vasta e insidiosa sul debito (e sui tassi) degli Stati Uniti.

Nella settimana appena conclusa, infatti, il conto di Tesoreria dei governi stranieri presso la Federal Reserve è sceso inaspettatamente di 670 milioni di dollari a 3,06 miliardi, provocando più di un nervosismo alla leadership americana: su quel conto, la parte del leone la fa la Cina, primo creditore degli Usa e primo finanziatore della politica del deficit spending di Donald Trump. Per i mercati (ma non solo), quei saldi non sono affatto occasionali: più la Casa Bianca alza la posta nello scontro commerciale e valutario con Pechino, più il governo cinese toglie il denaro dal banco. Senza proclami, e senza che nessuno se ne accorga. Salvo la Fed e il Tesoro, ovviamente.

Per rendersene conto, basta prendere le tabelle del Tesoro Usa sulla distribuzione del debito americano per Paese straniero: in 12 mesi (febbraio 2018-febbraio 2019), la Cina ha ridotto da 1.176 miliardi a 1.130 miliardi di dollari il portafoglio di T-Bond americani, con una progressione a dir poco impressionante. I dati sull’evoluzione del portafoglio straniero di bond Usa in marzo e aprile 2019 saranno comunicati giovedì prossimo, quindi l’attesa è altissima. Un nuovo calo potrebbe far esplodere anche la tensione sul fronte commerciale pregiudicando le possibilità di un accordo in extremis. Anche per questo, sono in molti a ritenere che trovare un’intesa sia urgente per entrambe le parti. E soprattutto, per gli Stati Uniti, dove la politica di Trump ha portato il rapporto tra deficit e Pil al record del 4,5%: finanziare il debito a basso costo è imperativo e il ruolo delle istituzioni estere è determinante.

In realtà, i grafici e i dati mostrano che dal 2015 le banche centrali sono state, in media, venditori netti di titoli del Tesoro e obbligazioni, al ritmo del -19% per ogni nuova asta. La liquidazione del portafoglio del Tesoro della Fed, relativo ai programmi di liquidità straordinario, che di solito è finanziato da un ulteriore aumento di obbligazioni, non aumenta il capitale del debito, ma è un vero e proprio killer del flusso di cassa per il governo degli Stati Uniti.

Diversamente dagli anni precedenti al 2015, l’aumento delle nuove emissioni di obbligazioni e obbligazioni è ora un gioco a somma zero e finanziato dalla riallocazione di altri mercati delle attività o da un aumento della leva finanziaria. Il cambiamento strutturale nel finanziamento del mercato del Tesoro si sta verificando in un momento non favorevole mentre i deficit stanno aumentando. I mercati stanno appena iniziando a sentire questo effetto.

Dazi, la Cina diserta le aste del Tesoro Usa: ecco perché Trump riapre il negoziato

Il debito Americano

Il sole 24 ORE 10 Maggio 2019

di Alessandro PlateotiRisultati immagini per potenza della cina immagini

I Cinesi detengono un ammontare talmente elevato di riserve valutarie che non hanno alcun bisogno di twittare, detengono praticamente buona parte del debito pubblico americano!!!

Che cosa ha spinto Donald Trump ad abbassare radicalmente i toni dello scontro con la Cina? In poco più di 48 ore, il presidente americano ha sostituito la minaccia di nuovi dazi con l’apertura a un possibile accordo con Pechino entro la prossima settimana, cogliendo di sorpresa sia la diplomazia internazionale che l’intera comunità finanziaria americana e mondiale.

GUARDA IL VIDEO / Trump: la Cina ha rotto accordo su dazi e pagherà

Trump ha detto ieri ai giornalisti che è stata una lettera conciliante del presidente cinese Xi ad aver riaperto la strada verso l’intesa, ma sui mercati finanziari gira invece una spiegazione del tutto diversa: non la lettera, ma un messaggio ben più chiaro e forte spedito da Pechino sul mercato americano dei Titoli di Stato.

Prima dell’apertura fatta ieri a sorpresa da Trump, la Casa Bianca aveva seguito quasi con “terrore” l’esito disastroso di ben due aste consecutive di Titoli di Stato: quella del 7 maggio (il giorno dopo l’annuncio di nuovi dazi da parte di Trump) quando il Tesoro ha chiuso con un fiasco il collocamento di 38 miliardi di titoli a 3 anni, e quella dell’8 maggio su 27 miliardi di dollari di bond decennali.

Secondo gli operatori, entrambe le aste hanno segnato la peggiore perfomance dei T-bond americani degli ultimi anni: il decennale è stato collocato con un rendimento del 2,479% rispetto al previsto 2,46%, segnando il più elevato balzo in punti base dall’agosto 2016, mentre il bond triennale ha registrato non solo il peggior rapporto Bid-to-cover (2,17 rispetto al 2,55 precedente), ma soprattutto un crollo verticale degli acquisti sul mercato indiretto, dove il Governo cinese è da sempre il più grande acquirente di bond sovrani americani. Tensioni passeggere? Niente affatto: dal mercato, in entrambe le aste, era sparita non solo la Cina, ma tutte le autorità finanziarie dei paesi su cui la Cina esercita tradizionalmente un dominio politico. Basti pensare che i dealer sono stati costretti a detenere il 35,2% delle emissioni, quasi il doppio del 19,6% delle aste di aprile, e il più alto dall’aprile 2018.

Che dire? I cinesi non parlano molto, ma quando vogliono si fanno capire molto bene: se Pechino voleva inviare un messaggio di avviso agli Stati Uniti sulle conseguenze finanziarie di una guerra commerciale a colpi di dazi e insulti, è chiaramente riuscita nel suo obiettivo. Donald Trump ha abbassato ieri i toni contro i cinesi usando a pretesto la lettera di Xi, e anche il mercato ha subito cambiato rotta: la Borsa ha ripreso quota e il rendimento del titolo di riferimento del Tesoro degli Stati Uniti a 10 anni è risceso al 2,460%. Non solo. Il differenziale di rendimento tra i titoli di stato statunitensi a tre mesi e i bond a 10 anni si è ridotto a 3 punti base, rispetto ai 15 punti base di alcune settimane fa. Lo spread è diventato per la prima volta negativo a fine marzo, spaventando gli investitori che lo hanno interpretato come una recessione. Sui mercati, il commento è stato unanime: se la Cina è tornata a comprare T-bond, vuol dire che l’accordo è nell’interesse di Trump. Altro che volo verso la qualità…

Cottarelli, L’italia rischia una nuova recessione. E c’è chi non lo capisce”

Da “La Stampa” scritto  da Marco Patucchi.

I populisti della politica demandano ai tecnocrati l’estrema necessità di adottare delle scelte improrogabili ed impopolari, sempre sull’estremità del baratro. Non so se è questa l’arte della politica e della concertazione, questa a mio avviso è solo cucina di bassa qualità. L’arte di non assumersi le responsabilità per le quali si è stati eletti. Quello che è triste è che ci distinguiamo da tutti glia altri paesi proprio per questa caratteristica!