Morgan Stanley suona la ritirata e consiglia ai propri clienti: ‘Uscite dal mercato azionario’

10/07/2019 Bussiness Insider di Mauro Bottarelli

Praticamente c’è un solo fondo, tra i tantissimi da loro gestiti, dedicato a questa vision, pur tuttavia in caso di crisi sarà sufficiente affinché potranno dirci   : noi vi avevamo avvisato!

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La scelta della Fed al prossimo meeting del 30 e 31 luglio può essere vista come una sorgente d’acqua o una vena aurifera. I mercati, ormai, si muovono infatti in modalità rabdomante, in cerca di una certezza sulla decisione che la Banca centrale Usa sarà chiamata a prendere rispetto al costo del denaro: tagliare o non tagliare i tassi prima della pausa estiva? E se sì, l’ammontare sarà di 25 o 50 punti base? Non c’è che dire, l’ultimo dato occupazionale statunitense ha davvero rotto le uova nel paniere. Gli investitori erano ormai certi della sforbiciata tanto attesa e anche Donald Trump aveva un po’ allentato la presa su Jerome Powell ma ora è tutto rimesso in discussione, oltretutto con la probabilità di un taglio di mezzo punto passata in quattro giorni dal 23% di probabilità al 4%.

Un fatto resta assodato, almeno stando al mercato futures: l’ineluttabilità dell’intervento al ribasso sui tassi, prezzato sempre al 100%. Certezza reale o auto-alimentante, tanto per mettere ancora un po’ di pressione sul Comitato monetario? Difficile dirlo. Nel mare di incertezza delle ultime sessioni, c’è però un’altra garanzia: la recessione. Certificata come certezza nientemeno che dalla Fed di New York e dall’Ocse, come mostrano questi grafici,

Recession_TSY

 

Fonte: OCSE

 

il primo dei quali è impietoso: raggiunto il livello attuale di 32,9%, il modello della Federal Reserve newyorchese diviene infatti una sentenza, poiché mai nella serie storica l’epilogo a 12 mesi si è rivelato differente da una contrazione e una fine del ciclo economico. Tra l’altro, nel nostro caso, uno in grado di garantire la più lunga e ininterrotta espansione della storia. Ma anche l’indicatore economico principale dell’Ocse, sceso ulteriormente a maggio a 99.0, parla chiaro: siamo al livello di tracciatura macro più basso dall’estate del 2009.

Insomma, formalmente le Banche centrali avrebbero carta bianca per intervenire. Tanto più che la parola magica, in Usa come in Europa, è “taglio precauzionale”. Non fosse altro, quindi, per evitare danni ulteriori a quelli che, stante la situazione globale, un rallentamento che si trasformi in blocco totale potrà portare con sé, al netto della variabile ad alto tasso di imprevedibilità e impazzimento della guerra commerciale (e del nuovo capitolo legato all’intenzione Usa di vendere armamenti per 2,2 miliardi di dollari a Taiwan). Soprattutto sui mercati, i quali fino ad oggi hanno beneficiato delle condizioni favorevoli garantite dalla liquidità senza fine e che oggi cominciano a veder messa in dubbio quella pozione magica, degna del pentolone di Panoramix il Druido.

“Il mondo è un’enorme bad bank, per questo qualsiasi asset in questo momento viene acquistato come fosse oro”, sentenzia fra il disperato e il rassegnato un trader. Qualcuno, però, sta portandosi avanti con il lavoro. Molto avanti. A tal punto da aver portato al minimo storico assoluto la propria allocazione in equity, quasi a voler segnalare a tutti che il tempo dell’ottimismo di facciata e della timidezza in ossequio alle forme è finito: ora tocca davvero riempire di sabbia i sacchetti di iuta e scavare le trincee. Anche perché, come mostra questo grafico,

Fonte: Morgan Stanley

il soggetto in questione risponde al nome di Morgan Stanley, non esattamente un piccolo fondo esordiente sul mercato. Su una scala che va da -10 a +10, oggi l’esposizione della banca d’affari sull’azionario è scesa a -4 dal precedente -1: come anticipato, il minimo record da quando vengono tracciate le serie storiche. Il motivo? Ovviamente, una serie di fattori tecnici, dalla revisione al ribasso delle prospettive di utili aziendali ai modelli di VaR (value at risk). I quali, però, sono mossi tutti da un’unica certezza: il secondo semestre di quest’anno sconterà tutte le criticità e le sfide che, finora, le banche centrali sono riuscite a mascherare o rimandare, a livello di debolezza macro globale. In primis, il fatto che il numero di licenziamenti finora solo annunciati nelle economie reali diventeranno realtà, tramutando in crisi occupazionali quello che ad oggi è l’ennesimo record infranto, alla faccia della retorica trumpiana o del falso ottimismo cinese: come mostra il grafico,

Fonte: Challenger, Grey and Christmas

 

non solo da inizio anno il numero di tagli occupazionali programmati è superiore del 35% su base annua ma rappresenta il massimo dal 2009. Inoltre, Morgan Stanley va oltre nella sua previsione pessimistica, arrivando addirittura al pensiero contrarian in base al quale il rischio maggiore che i mercati corrono ad oggi è proprio quello di una nuova ondata di stimolo da parte delle Banche centrali.

Per essere precisi, del suo fallimento: “Anche i nostri analisti vedono un effetto boost dettato da questa mossa ma, al tempo stesso, questa volta potrebbe essere controbilanciato e, di fatto, annullato da dati macro sempre più deboli e aspettative nei confronti degli Istituti centrali che già oggi sono molto alte”. Forse, troppo alte. Senza scordare che il “nuovo stimolo potrebbe poi comportare un movimento estremamente drastico nei rendimenti, inflazione più alta e prezzi maggiori per le commodities”.

Insomma, incertezza assoluta. Di fronte alla quale, meglio non restare con il cerino in mano. Sempre in nome del principio di precauzione. Anche perché, seppur nel pieno del momento più difficile della sua storia centenaria, Deutsche Bank può ancora contare su analisti di primo livello come Robin Winkler, il quale si è messo a lavorare – forse per non pensare al piano di ristrutturazione lacrime e sangue – ed è incappato nell’ennesimo, spiacevole precedente. Rappresentato in questo grafico:

Fonte: Deutsche Bank

 

lo stress ciclico relativo agli squilibri finanziari globali ha appena raggiunto livelli che non si erano più riscontrati dalla vigilia della grande crisi finanziaria. E di cosa si tratta? In parole povere, Winkler ha tracciato la serie storica della correlazione fra tassi di interesse reali e squilibri di conto corrente in seno alle nazioni del G10. Di fatto, lo spread fra necessità di attrarre flussi di capitali da parte di nazioni in deficit e reale capacità di ottenerlo da nazioni in surplus: oggi quell’indicatore è agli estremi massimi dal 2006. Ovvero, proprio prima che si spalancasse il vaso di Pandora a cascata del biennio 2007-2008. E cosa successo quell’anno? Semplicemente, i flussi di capitali cross-border si congelarono, anticipando poi la vera dinamo della crisi, ovvero l’era glaciale da terrore di controparte del mercato interbancario. A quel punto, gli squilibri a livello globale divennero ingestibili sul lungo termine e necessitarono di una “strizzatina”. Tradotto, la famosa austerity.

La quale, sette anni dopo, portò al termine del processo di aggiustamento con una nuova dinamica che vedeva i debitori aver tagliato mediamente il loro deficit della metà ma a farne le spese furono i tassi reali, i quali scesero sotto il livello di quelli delle economie creditrici. E oggi, dieci anni dopo, qual è il rischio? Formalmente, oggi gli sbilanciamenti globali sono meno pronunciati, limitando così potenzialmente la magnitudo dell’aggiustamento richiesto. Però, per Deutsche Bank c’è il rischio che questo sia più asimettrico di quello occorso l’ultima volta.

Ovvero, con le nazioni in surplus già al livello più basso degli stages di politica monetaria, le Banche centrali e le valute dovranno operare lungo sentieri più ristretti e cercare un’inclusività d’azione che, stante anche l’avvertimento della Bis rispetto a munizioni di stimolo sempre più limitate, potrebbe risultare fatalmente impossibile. Insomma, c’è il forte rischio di un Qe che necessiti non solo di un volume di fuoco amplissimo ma anche di forti operazioni di aggiustamento a livello interno nelle nazioni in deficit, per evitare una replica in peggio del 2008.

Auguri al ministro Tria, non a caso tornato alla carica sulla questione aumento dell’Iva, in vista dell’autunno. Ecco perché, gettando al vento ogni residuo di ottimismo e formalismo sui toni della comunicazione, Morgan Stanley ha detto di fatto “stop” alle scommesse equity, chiamandosi ai margini. Un po’ come Deutsche Bank, seppure per altri motivi. Fuga di massa in preparazione (quando non già in atto), finché i corsi ancora sfondano ufficialmente un record al giorno? Una cosa è certa. Se il mercato dalla sua riapertura di inizio settimana sta martellando il titolo Deutsche Bank, costringendo l’ad Christian Sewing a promettere di investire il 25% del suo stipendio in titoli dell’istituto (mossa acchiappa-fiducia che tradisce parecchio nervosismo), non è solo per il giudizio di eccessivo ottimismo del management tedesco rispetto alla magnitudo del compito che lo aspetta. E’ soprattutto, come mostra questo grafico,

Fonte: Financial Times

 

il continuo aumento delle dimensioni della bad bank nella quale Db intende parcheggiare assets cosiddetti non-core. Di fatto, ad alto rischio e difficile prezzatura sul mercato. Se quel controvalore continua a salire, arrivando già oggi a 8 volte la capitalizzazione del gigante del credito teutonico, quanto c’è davvero di impresentabile nei bilanci dell’istituto? E, soprattutto, quanto in fretta andrà scaricato o “reso inerte” nella cava a prova di detonazione della bad bank, prima che scateni un’ecatombe potenziale sul mercato, agendo come detonatore o liquido accelerante di un panico da rischio di controparte? Infine, il quesito dei quesiti: davvero solo Deutsche Bank nasconde polpette avvelenate nei bilanci, ora che il redde rationem pare avvicinarsi? Morgan Stanley, a scanso di equivoci, ha preferito evitare di porsi troppe domande.

Il pianeta annega in un debito di 246 mila miliardi, il 320% del Pil globale

17/7/2019 Bussines Insider Italia di Mauro Bottarelli

Notizie come queste in parte ci riabilitano, in parte rendono surreale la sostenibilità dell’economia e la credibilità della stessa ed in ultimo pongono il quesito su quali principi si reggono i cardini fondamentali dei sistemi?

Il pianeta annega in un debito di 246 mila miliardi, il 320% del Pil globale

“Se pensi che a nessuno interessi se sei vivo, prova a saltare il pagamento di un paio di rate dell’auto”. Nella sua infinita saggezza, spesso ulteriormente dilatata dall’alcool, John Belushi esemplificava così una delle questioni più antiche e annose non solo dell’economia ma della vita: il contrarre un debito. E se quel semplice essere in ritardo con un paio di scadenze sulla macchina è in sé spiacevole cartina di tornasole dell’essere in vita di qualcuno, preso nella sua interezza debitoria possiamo allora dire che il mondo non solo è vegeto ma scoppia letteralmente di salute.

E’ infatti appena uscito l’aggiornamento del Global Debt Monitor dell’Iif e il responso è, per l’ennesima volta dal 2008 in poi, la rottura di un nuovo record in negativo: come mostra questo grafico, il pianeta sta letteralmente annegando nei debiti.

Institute of International Finance/Bloomberg

Di ogni genere: sovrani, corporate, privati, finanziari e non finanziari. Non si salva nessuno. Nel primo trimestre di quest’anno, infatti, il debito privato totale è pari al 59,8% del Pil, quello delle aziende non finanziarie al 91,4%, quello governativo all’87,2% e quello finanziario all’80,8%.

Il tutto per raggiungere la ragguardevole sommetta di 246 trilioni di dollari, pari quasi al 320% del Pil del pianeta. Non male, altro che un paio di rate dell’automobile.

Ma c’è di meglio. Questi altri due grafici mostrano una dinamica ancora più preoccupante.

Institute of International Finance/Ft

Il primo ci dice come il debito dei Paesi emergenti sia arrivato al suo record assoluto nella serie storica, spinto verso l’alto quasi interamente dalla Cina, le cui aziende al 31 marzo scorso avevano indebitamento per circa 21 trilioni di dollari o pari al 155% del Pil, quando soltanto venti anni fa risultavano attorno al 100% del prodotto interno lordo o 5 trilioni di controvalore di debito. Lo scorso anno, inoltre, le corporation cinesi hanno emesso il 42% di tutte le obbligazioni corporate dei mercati emergenti. Tanto, qualcuno che le comprasse c’era sempre: in primis, la Pboc. Interessi, scadenze e coupon? Ci penseremo più avanti.

Institute of International Finance/Ft

Il secondo grafico poi ci dice come il debito combinato delle 30 principali economie emergenti sia cresciuto al 216,4% del Pil al 31 marzo scorso dal 212,4% dell’anno precedente, spedendo il totale a 69,1 trilioni di dollari.

Una situazione che ha portato Sonja Gibbs. managing director per le iniziative politiche globali dell’Iif, a indossare i panni di un John Belushi più intellettuale e sintetizzare così il quadro: “E’ quasi pavloviano. I tassi scendono e l’indebitamento sale. E una volta che i debiti sono stati contratti e si sono sedimentati è difficile farli scendere senza dover stornare fondi da altri obiettivi, come ad esempio investimenti produttivi da parte delle aziende o spesa pubblica da parte dei governi”.

E quando le si fa notare come nelle ultime due decadi, il debito corporate dei Paesi sviluppati sia cresciuto più o meno in linea con il Pil, mentre nelle economie emergenti la prima voce è salita del 50% più rispetto alla seconda, la Gibbs annuisce: “C’è stato un eccessivo e non calibrato accesso di capitali su quei mercati negli ultimi venti anni. E non solo sul lato corporate ma anche in termini di liabilities contingenti per i governi. Questo non è un gruppo di Paesi con esperienza nella gestione di stock di debito nel corso dei cicli economici. Oltretutto, c’è un eccesso di indebitamento corporate a breve termine, una dinamica che espone le aziende in maniera decisamente impattante agli scostamenti dell’appetito di rischio globale”.

Insomma, guai più seri e strutturali nascosti dietro le nude cifre. Ma una domanda finale sorge spontanea: quando la Gibbs parla di “un eccessivo e non calibrato accesso di capitali su quei mercati negli ultimi venti anni” intende forse mettere in discussione la globalizzazione tout court, lavorando per una delle istituzioni mondiali che ne è stata architrave e sponsor entusiasta?

 

Obbligazioni, le mosse giuste dopo gli annunci delle banche centrali

12 Luglio 2019 Financial Lounge

La scelta dei Bonds è divenuta estremamente complicata, un lavoro dei cesello!

Risultati immagini per jerome powell

Per JP Morgan Am, alla luce del rallentamento è consigliabile posizionarsi su obbligazioni di alta qualità per approfittare delle quotazioni elevate di quelle con merito di credito inferiore

Da inizio anno gli investitori obbligazionari hanno beneficiato delle indicazioni provenienti dalle principali banche centrali – in primis Fed e Bce – tutte a favore di politiche monetarie di nuovo accomodanti, pronte a sostenere l’economia globale. Anche mercoledì il presidente della Fed, Jerome Powell, nell’audizione al Congresso americano, ha accennato alle ‘correnti contrarie’ e agli investimenti in calo, confermando che i tassi a fine luglio, quando si riunirà il Fomc, saranno tagliati. Un contesto che ha spazzato via i timori che avevano ingessato gli investitori nel quarto trimestre del 2018 e che ha rinfrancato i mercati.

RIPRENDE LA CACCIA AL RENDIMENTO

“La stagione della caccia al rendimento da parte degli investitori obbligazionari si è quindi riaperta e potrebbe comportare una ulteriore riduzione degli spread creditizi o, quantomeno, mantenerli stabili” fa sapere il team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management. Secondo il quale, tuttavia, è bene comunque sempre tenere a mente che la crescita continua a perdere vigore e che un deterioramento dei fondamentali avrà impatti diretti e significativi soprattutto sulle aziende di qualità inferiore.

MEGLIO LO SWITCH SUI BOND DI ALTA QUALITÀ

Pertanto, secondo il Team, alla luce del rallentamento del ciclo sarebbe consigliabile per gli investitori obbligazionari posizionarsi sui titoli di alta qualità vendendo i bond più rischiosi. Ciò permetterebbe di approfittare delle loro attuali quotazioni che hanno raggiunto livelli elevati: una soluzione da preferire all’alternativa di attendere un prossimo ribasso dei prezzi per incrementare l’esposizione ai bond con merito di credito inferiore.

IL RISCHIO DI INSOLVENZA DESTINATO AD AUMENTARE

La raccomandazione del Team parte da considerazioni di tipo fondamentali. È senz’altro vero che la nomina di Christine Lagarde a prossimo presidente della Bce potrebbe incoraggiare Mario Draghi ad accelerare le prossime misure espansive. D’altra parte, però, l’indice globale dei direttori degli acquisti del settore manifatturiero della zona euro è finito al di sotto di 50 – la soglia che discrimina il territorio recessivo – mentre la crescita è in continuo rallentamento e le dispute commerciali continuano (e continueranno) a pesare sui margini di redditività delle imprese. “Il rischio di insolvenza degli emittenti obbligazionari dovrebbe pertanto aumentare, consigliando maggiore cautela” specifica il Team.

ULTERIORE RIALZO DEI PREZZI DEGLI HIGH YIELD

Detto questo, valutazioni quantitative e fattori tecnici, segnalano ancora la presenza di valore nelle obbligazioni societarie. Per esempio, i differenziali di rendimento delle obbligazioni high yield, nonostante a giugno si siano ridotti di 81 punti base (-0,81%), stazionano ancora 125 punti base (1,25%) al di sopra dei minimi del ciclo. Dal momento che circa un quarto dei titoli dell’indice Barclays Global Aggregate Bond offre attualmente un rendimento negativo o vicino allo zero, non si può escludere un’ulteriore rialzo dei prezzi dei titoli ad alto rendimento. “Riteniamo però che lo spazio di discesa ulteriore degli spread sia possibile solo in presenza di fondamentali solidi e in specifici segmenti di mercato” puntualizza il Team.

LA RIEDIZIONE DEL QE DELLA BCE

Passando infine al mercato europeo, quello primario ad alto rendimento quest’anno ha registrato un numero limitato di nuove emissioni: le favorevoli condizioni di mercato dell’anno scorso hanno infatti invogliato molte compagnie a rifinanziarsi riducendo le esigenze per il 2019. Sempre in Europa, ma nell’ambito dell’investment grade, ci sono invece da segnalare gli ingenti flussi di investimento indirizzati in questa asset class che, peraltro, dovrebbe presto rientrare anche nel mirino degli acquisti della Bce, sebbene con volumi inferiori al passato. “In questa riedizione del Quantitative Easing (Qe) stimiamo che gli acquisti di obbligazioni societarie da parte delle banca centrale europea si possano attestare a circa 3 miliardi di euro al mese a fronte del massimo assoluto di 8 miliardi di euro toccato nel 2016” precisa infatti il Team.

Il populismo è costo, l’analisi.

14 febbraio 2019 Focus Risparmio

Abbastanza evidente!

Flossbach: (Flossbach von Storch): “A lungo termine questo fenomeno politico fa innalzare il debito pubblico, sia a causa di costosi programmi di governo sia che si debbano attuare misure ad hoc per calmare le proteste. Questo non vale solo per l’Eurozona, ma anche per gli Stati Uniti, che vedranno aumentare il proprio deficit fino a quasi il 5% in quest’anno fiscale”

Bert Flossbach, co-fondatore e responsabile investimenti di Flossbach von Storch
Bert Flossbach, co-fondatore e responsabile investimenti di Flossbach von Storch

“Le promesse elettorali del governo italiano, le concessioni del presidente francese ai gilet gialli e le politiche di Trump dimostrano che il populismo è un costo. Bert Flossbach, co-fondatore e responsabile investimenti di Flossbach von Storch spiega che questo fenomeno politico “porta a un aumento del deficit e del debito pubblico. Un fattore particolarmente problematico nell’Eurozona, poiché non rispettare a lungo i criteri di stabilità di Maastricht metterebbe a rischio la moneta unica. La Francia, ad esempio, nel 2019 potrebbe arrivare ad avere un deficit di oltre il 3% a causa delle misure attuate a seguito delle proteste dei gilet gialli, poiché i tagli in altri settori sarebbero quasi impossibili da realizzare politicamente”.

“Questo – sostiene l’esperto – comprensibilmente, suscita l’invidia. Perché gli italiani dovrebbero rispettare degli obiettivi di deficit che i francesi possono superare senza incorrere in sanzioni? Soprattutto dal momento che l’Italia ha avuto per anni un deficit inferiore a quello Francese. Jean-Claude Juncker risponderebbe ‘perché è la Francia’. Ma questo probabilmente non soddisferebbe a lungo l’Italia”.

“La disciplina di bilancio nell’Unione Europea – prosegue l’economista – sta venendo meno. I risparmi derivanti dalla riduzione dei tassi di interesse non sono utilizzati per il consolidamento del bilancio, ma per finanziare costose promesse elettorali o per difendere il proprio potere. Poiché i benefici promessi sono di natura permanente, annullarli è quasi impossibile”.

In definitiva “il populismo conduce all’attuazione di una politica fiscale più costosa che può generare stimoli economici a breve termine, purché non paralizzi l’economia, come in Francia. A lungo termine, tuttavia, il populismo fa innalzare il debito pubblico, sia a causa di costosi programmi di governo sia che si debbano attuare misure ad hoc per calmare le proteste”.

“Questo non vale solo per l’Eurozona, ma anche per gli Stati Uniti, che vedranno aumentare il proprio deficit fino a quasi il 5% in quest’anno fiscale”, conclude Flossbach.

Populismo, siamo solo agli inizi. Come difendersi

Focus Risparmio 25 Marzo 2019

Le politiche populiste bisogna saperle cavalcare con occhio attento.

“Il movimento populista sarà un fenomeno strutturale di lungo periodo: la gestione attiva è l’approccio più efficace”. L’analisi di T. Rowe Price

 

Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price
Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price

Negli ultimi anni l’ascesa del populismo ha rimodellato in poco tempo il panorama politico mondiale, ma le implicazioni per la crescita economica e gli asset finanziari non sono ancora chiare. Se da un lato i mercati reagiscono rapidamente ai singoli eventi, dall’altro sembrano non avere ancora compreso l’impatto potenziale del populismo sull’economia globale nel lungo termine. Lo spiega in una lunga analisi Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price.

“La causa probabile delle insoddisfazioni che hanno spinto gli elettori di così tanti Paesi a schierarsi contro i partiti tradizionali risiede nella globalizzazione”, spiega l’esperto, secondo cui la crescita delle disuguaglianze si è rivelata un terreno fertile per il populismo, il quale tipicamente sostiene che l’unico modo per ritornare ad un sistema equo sia attraverso politiche economiche di redistribuzione interventiste.

Ed ecco i rischi. “Sebbene l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e di accrescere la mobilità sociale – continua – sia lodevole, le politiche di bilancio espansive adottate dai regimi populisti sono state tradizionalmente associate a riforme che hanno messo direttamente in pericolo l’indipendenza delle banche centrali, la governance societaria e i diritti di proprietà. Le pressioni esercitate sulle banche centrali per adottare politiche monetarie accomodanti conducono tipicamente a maggiori aspettative di inflazione, curve dei rendimenti più accentuate, rendimenti reali più bassi e deprezzamenti valutari. Allo stesso tempo la spinta verso la redistribuzione dei redditi e salari più elevati riduce i margini di profitto e ciò, insieme all’intensificarsi delle incertezze macroeconomiche, mette in difficoltà le valutazioni azionarie. Ci si può aspettare un ampliamento degli spread creditizi societari e sovrani nel momento in cui i governi adotteranno politiche di bilancio espansive in contesti caratterizzati da margini di manovra ridotti”.

“Sarebbe tuttavia un errore pensare che il potenziale fallimento dei politici populisti porterà ad una morte precoce del populismo. L’elettore medio continuerà a richiedere maggiore uguaglianza e mobilità sociale fino a quando non le avrà ottenute e se il primo governo populista eletto non mantiene le sue promesse, gli elettori voteranno probabilmente per un altro candidato populista piuttosto che per un partito tradizionale”, avverte però Schmidt.

Ecco allora che cosa è necessario monitorare. “In Europa, in vista delle elezioni di maggio la coalizione populista che governa l’Italia sembra aver intensificato la sua retorica e gli scontri con l’establishment europeo. Nel resto del mondo, Eduardo Bolsonaro, membro del Congresso brasiliano e figlio del Presidente Jair Bolsonaro, ha recentemente annunciato che rappresenterà il Sud America in The Movement, il consorzio di populisti fondato da Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump. Infine, se lo stallo sulla Brexit dovesse condurre a nuove elezioni nel Regno Unito, sarà interessante vedere quali risultati otterrà il Partito Laburista di Jeremy Corbyn”.

“In conclusione, il cammino futuro è costellato di incertezze. Tuttavia, è importante che gli investitori considerino la possibilità che il movimento populista sia un fenomeno strutturale di lungo periodo, con profonde implicazioni sull’economia e sui mercati finanziari per diversi anni a venire. In tal senso, la gestione attiva, con una forte enfasi sulla ricerca approfondita, le conoscenze locali e l’abilità di modificare le posizioni rapidamente, è probabilmente l’approccio più efficace per muoversi nel periodo che ci aspetta”, assicura l’esperto.

Il populismo in quattro fasi.

10 gennaio 2019 di Andrea Dragoni by Focus Risparmio

Il populismo e il protezionismo non possono essere delle semplici formule magiche con le quali riparare ad ogni male. Dietro queste definizioni servono dei piani, delle politiche mirate, che sappiano riparare agli errori del passato, alle distorsioni che minano l’efficienza del paese ed i singoli benefici a danno della collettività.

 

Passata l’euforia e l’attaccamento iniziale, ci si avvia verso la crisi. Che secondo Kelly (Aberdeen) potrebbe arrivare già quest’anno, quando inizieranno a manifestarsi gli effetti negativi delle politiche mondiali

Stephanie Kelly, political economist di Aberdeen Standard Investments
Stephanie Kelly, political economist di Aberdeen Standard Investments

Ogni relazione attraversa quattro fasi. Prima c’è la fase dell’euforia. È quella in cui si perdona all’altro ogni difetto e i pregi sembrano superare di gran lunga gli aspetti negativi. La seconda è quella dell’attaccamento iniziale. L’euforia diminuisce gradualmente e viene sostituita da uno stato di appagamento. Poi, inevitabilmente, arriva la crisi. Le cose cambiano all’improvviso e si arriva a una svolta decisiva. Se, e solo se, si riesce a superare con successo la crisi, si entra in una fase di profondo attaccamento. A questo punto la relazione si stabilizza e dura a lungo. “Nel 2019, la relazione tra i cittadini e i politici populisti plasmerà lo scenario politico anche per i mercati. E ci aspettiamo che questo rapporto segua lo stesso schema in quattro fasi”, commenta Stephanie Kelly, political economist di Aberdeen Standard Investments, che prevede a stretto giro l’ingresso nella fase di crisi.

Quanto è durata la fase dell’Euforia?
Dal 2016 al 2018: gli elettori hanno scelto in massa i candidati populisti, abbracciando le loro battaglie. È stata in parte una reazione alle difficoltà economiche che hanno fatto seguito alla crisi finanziaria globale, ma anche il riflesso di un risentimento che maturava da tempo nei confronti delle élite e degli effetti della globalizzazione sullo standard di vita nei Paesi sviluppati. Si tratta di problemi complessi ai quali i partiti populisti hanno tentato di dare soluzioni semplici per attirare le masse. E buona parte dell’elettorato ci ha creduto.

Questa catarsi euforica si è concretizzata in una serie di terremoti elettorali. Abbiamo assistito alla vittoria di Victor Orban in Ungheria, di Rodrigo Duterte nelle Filippine, del partito Diritto e giustizia in Polonia e di Jair Bolsonaro in Brasile. Nel Regno Unito, la campagna per il “Leave”, fiore all’occhiello del partito populista Ukip, ha portato alla vittoria nel referendum sulla Brexit. Negli Stati Uniti, Donald Trump è stato eletto Presidente per il suo programma basato sul protezionismo commerciale e sul controllo dell’immigrazione. In Italia, la Lega e il Movimento 5 Stelle sono riusciti nel 2018 a formare un governo di coalizione. Dopo tali sconvolgimenti, il rapporto tra la popolazione e i partiti populisti ha attraversato diverse fasi ottimistiche tipiche dell’attaccamento iniziale.

Può farci qualche esempio?
Finora l’elettorato ha avuto quello per cui ha votato. Negli Stati Uniti, Trump ha introdotto i tagli fiscali e il protezionismo commerciale. Nel Regno Unito è stato avviato il processo per la Brexit, e l’uscita dall’Unione Europea è prevista per marzo 2019. Il governo italiano ha programmato nuove misure in campo fiscale con una politica espansiva e un programma di tagli.

E ora?
E ora attendiamo di entrare nella fase di crisi, che potrebbe manifestarsi già quest’anno, quando inizieranno a farsi sentire gli effetti negativi di queste politiche. I populisti eletti dovranno confrontarsi con gli aspetti pratici del governo, probabilmente in uno scenario economico più debole. Negli Stati Uniti, i Democratici ora controllano la Camera dei Rappresentati e minacciano di indagare continuamente sulle decisioni del Presidente, paralizzando la politica locale. Per riconquistare l’attenzione dei media, Trump dovrà alzare la posta in gioco con provvedimenti più appariscenti, per esempio attraverso politiche commerciali ancora più aggressive. È probabile che questi provvedimenti colpiscano maggiormente i suoi sostenitori più fedeli dove fa più male, ovvero nel portafoglio.

In Italia, il nuovo governo dovrà affrontare la realtà intrinseca in una coalizione composta da partiti estremamente diversi. Dovrà anche tentare di far funzionare il suo piano fiscale senza intaccare la capacità del Paese di rimborsare il debito. I contrasti con l’UE e l’impatto sui rendimenti saranno ostacoli difficili da superare, con la costante minaccia di nuove elezioni o dello scoppio di una crisi nell’Eurozona.

Nel frattempo, il Regno Unito entrerà nella fase di crisi quando la Brexit inizierà a farsi sentire e il Paese si troverà di fronte una nuova realtà, con o senza accordo. Emergerà l’impossibilità di mettere in pratica alcune idee populiste dei sostenitori della Brexit, che hanno promosso l’indipendenza dall’UE contemporaneamente al proseguimento, senza attriti, degli scambi commerciali con l’Europa.

Un bel banco di prova per i populisti…
Sì, ma il 2019 sarà un bel banco di prova anche per gli elettori, perché i populisti cercheranno di sviluppare un attaccamento profondo attraverso la retorica e politiche non ortodosse. Per qualche populista, un contesto economico e politico difficile potrebbe rappresentare un vantaggio: darebbe al popolo qualcosa contro cui prendersela. Resta da vedere se le sfide del 2019 spingeranno gli elettori a cambiare opinione o se li avvicineranno maggiormente a questi partiti.

Sarà interessante inoltre soffermarsi sulla reazione dei politici più moderati. In Germania, Paesi Bassi e Svezia, i moderati hanno adottato un approccio più populista proprio per allontanare i loro sostenitori dai partiti veramente populisti. La maggior parte preferirebbe, comprensibilmente, che i populisti soccombessero sotto il peso delle loro stesse politiche.

Il fatto è che non ci sono soluzioni semplici per nessuno, bensì problemi profondamente radicati nell’economia moderna globalizzata. Nel 2019 questa realtà probabilmente emergerà con più forza. Chissà se gli elettori resteranno al fianco dei partiti populisti in questo momento di difficoltà. Nel frattempo, i mercati probabilmente faranno ancora fatica a scontare il populismo, indipendentemente dalla fase in cui si trova.

Tutti amano i tassi sottozero, ma dimenticano gli effetti collaterali

Financial Lounge 4 Luglio 2019

Una piccola riflessione, sulla portata nel medio lungo periodo di una tendenza che al momento ci trova compiaciuti!

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Anche Christine Lagarde, designata per succedere a Draghi alla Bce, pur apprezzando le politiche monetarie non ortodosse per sostenere la crescita, avverte sulle possibili conseguenze

I tassi di interesse zero o negativi decisamente non dispiacciono ai mercati obbligazionari globali. Soprattutto perché politiche monetarie che puntano a ulteriori allentamenti, a cominciare dalla Federal Reserve di Jay Powell fino alla Bce dove Mario Draghi si prepara a cedere il timone alla direttrice del Fondo Monetario Christine Lagarde, vogliono dire aspettative di prezzi in rialzo e rendimenti in calo. Un fenomeno che interesserà anche la parte lunga della curva dei rendimenti, sia del debito sovrano che delle altre obbligazioni, investment grade e anche high yield. La stessa Lagarde ha più volte nelle scorse settimane, a partire dallo Spring Meeting del Fondo a Washington, manifestato apprezzamento per i tassi zero o negativi adottati da Bce e Banca del Giappone, definendoli come ‘net positives’ vale a dire fattori positivi netti, almeno nelle attuali circostanze. Ma ha anche aggiunto che le conseguenze collaterali delle politiche ‘non ortodosse’ adottate dalle banche centrali per sostenere la ripresa economica globale, dovranno essere attentamente monitorate.

I TASSI ZERO NON POSSONO ESSERE L’UNICA RISPOSTA AL RALLENTAMENTO GLOBALE

A che cosa si riferisce l’avvertimento della presidente in pectore della Bce? Lagarde ha avvertito che si tratta di uno stato di allerta e non di allarme. E ha aggiunto che la politica monetaria non può continuare a rappresentare a tempo indeterminato “l’alfa e l’omega” della ripresa mondiale, che prima o poi dovrà trovare sostegno in misure appropriate di politica economica. Vale a dire, per quanto riguarda l’Eurozona, politiche in grado di sostenere l’aumento dell’occupazione, con maggiori investimenti in infrastrutture e in innovazione. Ma ci sono anche altre ragioni per vedere nel lungo termine conseguenze non positive dei tassi zero o negativi. Tra queste, molti esperti citano il fatto che il sistema previdenziale globale si fonda sugli investimenti degli istituti assicurativi pubblici e privati. Istituti che sono vincolati proprio dal loro mandato a impiegare le proprie risorse in strumenti di debito ‘investment grade’, proprio quelli sui quali si fanno più sentire gli effetti dei tassi zero o negativi.

IL RISCHIO DI UN IMPATTO NEGATIVO SUL SISTEMA DELLA PREVIDENZA

Tra questi, Alessandro Tentori, CIO di Axa IM Italia, che osserva come i tassi negativi siano motivati anche dalle “aspettative paralizzate” di inflazione nell’Eurozona. Ma aggiunge che “non è tutto positivo”, perché alla lunga i tassi negativi potrebbero avere un impatto su tutto il sistema della previdenza. “In un universo a rendimento negativo”, osserva Tentori, “è sempre più difficile investire da parte delle assicurazioni”, la cui mission invece è trasformare il patrimonio attuale in un patrimonio futuro accresciuto.

ANCHE I T-BOND SONO PRATICAMENTE IN NEGATIVO IN TERMINI REALI

A livello globale la montagna di debito che rende meno di zero ha superato la vetta dei 12.500 mld di dollari, superando il precedente record del 2016. Anche in America, dove l’economia è in crescita sostenuta e i tassi dei Fed Funds viaggiano al 2,5%, il rendimento del Treasury decennale è sceso sotto il 2%, vale a dire quasi negativo in termini reali, cioè sottratta l’inflazione. I tassi negativi hanno fatto la loro apparizione sulla scena monetaria globale circa due decenni fa sul mercato del credito giapponese, facendo temporaneamente impazzire il sistema informatico delle banche del Sol Levante. In passato tassi estremamente bassi o negativi sono stati la risposta a emergenze, come la crisi delle Tigri Asiatiche di fine anni 90 o la Grande Crisi del 2008-09. Ora sembrano invece la nuova normalità in un mondo ormai senza inflazione. Una normalità che nel lungo periodo può diventare a sua volta rischiosa.

Indagine Cnbc: gli errori tipici dei risparmiatori raccontati dai consulenti

WallStreet Italia 5 Luglio 2019 di Alberto Battaglia

 

Ci sarebbe da imparare!

In Italia la prudenza delle famiglie nella gestione dei propri risparmi, (ci sono quasi 1.500 miliardi di euro fermi sui conti correnti) potrebbe far pensare a una sostanziale distanza rispetto agli errori più clamorosi. Al di là delle numerose occasioni d’investimento perdute, le decisioni finanziarie fallimentari possono essere, in verità, le più disparate.

L’emittente americana Cnbc ha fatto una ricognizione fra alcuni consulenti finanziari negli Usa, mettendo in luce gli errori più grandi mai commessi dai loro clienti. Talvolta è l’avidità o la fretta di moltiplicare il proprio denaro a danneggiare il risparmiatore; oppure la generosità o la scarsa prospettiva.

Uno degli errori riferiti da Sophia Bera, fondatrice di Gen Y Planning, riguarda ad esempio uno degli investimenti preferiti dagli italiani: il mattone.

“Penso che il più grande errore da noi osservato sia quando i clienti acquistano una casa più costosa rispetto a quella che possono permettersi”, ha raccontato Bera, “se il tuo mutuo mensile sta assorbendo una quantità significativa del tuo reddito netto (il 40% o più), stai limitando davvero il denaro che dovresti destinare agli altri tuoi obiettivi finanziari… Raramente le case regalano la felicità che i clienti si aspettano”.

Un altro errore, legato alla pianificazione del futuro, riguarda la gestione delleeredità:

“Spendere una grande eredità per diversi anni, invece di usarla per finanziare una pensione sicura” è il grande errore raccontato da Cathy Curtis, founder e ceo di Curtis Financial Planning, “è stato doloroso da osservare ma, in qualità di advisor, ho un controllo limitato su ciò che un cliente alla fine decide di fare”.

La trappola dell’avidità è invece esemplificata dalla storia di Louis Barajas, founder e ceo di Wealth Management LAB:

“Nel corso degli anni, ho avuto diversi clienti che venivano da me riferendomi di investimenti con ritorni garantiti del 20% o più.
Li ho sempre avvertiti della realtà che sta dietro a un’occasione troppo bella per essere vera. Uno degli investitori ha ritirato 250.000 dollari dal proprio conto con me e l’ha investito in uno di questi investimenti ‘garantiti’. Sentii tramite un amico che poi aveva perso tutto”.

Sul versante opposto, la generosità nei confronti dei figli può essere un’altra trappola – e fra le più insidiose.

“In molti casi, il cliente mette al primo posto i figli ormai adulti, il che può mettere a repentaglio la loro possibilità di essere autonomi economicamente più in là nella vita.
E’ forse una delle situazioni più difficili che si possono incontrare”, ha dichiarato Diahann Lassus, cio di Lassus Wherley, “dover scegliere tra la famiglia e la propria salute finanziaria è dura oltre ogni limite. Tuttavia, potrebbe non esserci un altro supporto per te o la tua famiglia se finisci il tuo denaro”.

Gli investitori azionari sono più prudenti rispetto al passato

FINANCIAL LOUNGE 5 Luglio 2019

Questa a mio avviso è un’ottima strategia e una buona notizia. Di fatto è oggi più difficile trovarsi impreparati rispetto a crisi “tradizionali” dei mercati, un atteggiamento un pò più cauto aiuta il rendimento nel tempo, abitua l’investitore ad un grado di rischio più tollerabile, aumenta il grado di comprensione e confidenza con la finanza!

A differenza dei periodi pre-crisi del 2000 e del 2008, oggi gli investitori azionari Usa sono posizionati su livelli molto più difensivi per limitare le perdite potenziali

Gli investitori azionari potrebbero essere preoccupati del ritorno degli indici di Wall Street sui massimi storici. Quello attuale è tra i più lunghi periodi ‘toro’ di Borsa di sempre, così come gli anni di espansione economica, mentre il picco dei profitti aziendali sembra ormai raggiunto e persiste il pericolo di una escalation delle guerre commerciali.

UN APPROCCIO DIFENSIVO

Un contesto che non sembra proiettare prospettive tanto rassicuranti per chi è esposto in Borsa. Tuttavia, analizzando come gli investitori del mercato azionario siano attualmente posizionati, si evince che le cose non stiano poi così male. Un’analisi dal 1990 a oggi, che ha messo a confronto l’oro con le altre materie prime e i titoli difensivi versus quelli ciclici, evidenzia come l’approccio difensivo degli investitori azionari sia oggi ben al di sotto della media degli ultimi 29 anni.

UN NUOVO RALLY DEGLI INDICI

Un solido posizionamento difensivo nel mercato azionario potrebbe peraltro significare che un inaspettato esito positivo in uno dei fattori che più stanno ostacolando le aspettative azionarie – come per esempio un accordo commerciale Usa-Cina o un taglio dei tassi da parte della Fed – potrebbe dare il via a un nuovo rally degli indici.

IL DEFENSIVENESS INDICATOR

Questa è la conclusione cui è giunto Jim Paulsen, chief investment strategist di The Leuthold Group, con la sua combinazione ‘Defensiveness indicator’, un indice geopolitico della performance relativa dei prezzi dei settori dell’indice S&P 500 difensivi e ciclici (ovvero dei settori delle utilities e dei materiali di base rispetto a quelli dell’industria, e dei settori dei beni voluttuari) e del prezzo dell’oro rispetto all’indice dei prezzi delle materie prime complessivi espressi dall’indice S&P GSCI.

GUADAGNO MEDIO ATTESO ANNUO DELL’S&P 500 AL 18,63%

Ebbene, in base a questo indice proprietario di Paulsen, oggi gli investitori azionari Usa sarebbero posizionati ad un livello di ‘difesa’ ben al di sotto della media degli ultimi 29 anni. Quando la linea difensiva si è trovata nel range attuale, il guadagno percentuale annuo medio dell’S&P 500 è stato del 18,63% contro un guadagno medio del 7,55% dal 1990 a oggi.

IL SONDAGGIO DI BANK OF AMERICA

Da notare che, anche dopo il sensibile recupero di giugno di Wall Street, il flusso dei sottoscrittori di fondi ed Etf americani è uscito dai prodotti a indirizzo azionario per andare verso quelli a vocazione obbligazionaria. Un sondaggio, condotto da Bank of America e Merrill Lynch in questo mese su 179 global managers operativi sul mercato, ha rivelato che il pessimismo sul commercio e l’aumento del rischio di recessione hanno determinato l’attribuzione di un giudizio estremamente basso alle azioni come non si registrava dalla crisi finanziaria del 2008.

PREFERENZA PER GLI ASSET ‘SICURI’

Inoltre, il dollaro Usa continua ad essere forte, il prezzo dell’oro nelle ultime settimane ha sbaragliato quello delle altre materie prime. Gli investitori continuano a optare per i cosiddetti titoli percepiti come sicuri come quelli a grande capitalizzazione, mentre i titoli tradizionalmente difensivi hanno battuto i più aggressivi titoli ciclici.

POSIZIONAMENTO PIÙ RASSICURANTE

Insomma, la situazione attuale sembra, almeno dal punto di vista del posizionamento degli investitori azionari, molto più rassicurante rispetto alla vigilia dello scoppio della bolla dei dotcom del 2000 e della grande crisi finanziaria del 2008-2009, quando la componente difensiva degli investitori era praticamente inesistente.

UN LIMITE ALLE PERDITE POTENZIALI

“La posizione difensiva della maggior parte degli investitori dovrebbe aiutare a limitare il potenziale di perdita di questo mercato azionario nel caso in cui si materializzassero eventi deludenti – cattivi report aziendali trimestrali, mancata riduzione del tasso di finanziamento delle imprese, o un prolungamento delle guerre commerciali – ma suggerisce anche che il rialzo di Wall Street potrebbe essere più grande di quello più attualmente apprezzato dal mercato” ha concluso Paulsen