Dazi, Brexit, Iran e Hong Kong: i quattro rischi che minacciano la stabilità globale

18 Agosto 2019 Il Sole 24 Ore             di Attilio Geroni.

 

Aggiungiamo anche da noi grava anche il rischio di un governo inconcludente che non sappia arginare il deficit della spesa non produttiva, stimolare la ripresa, trovare le risorse per un serio piano infrastrutturale, ed attuare le riforme oramai non più rinviabili. Ed il quadro è completo!

Non c’è mai un momento ideale per aprire una crisi di governo. Esiste invece il momento peggiore. Ed è quello scelto dall’Italia nell’agosto in cui i mercati somatizzano, con oscillazioni sempre più violente, la paura di una recessione globale, mentre si moltiplicano i focolai di tensione geopolitica, da Hong Kong al Medio Oriente all’Asia (India-Pakistan sul Kashmir) e alcuni emergenti, come l’Argentina, risucchiata nella spirale sempiterna tra debito e crollo della valuta.

Il rischio sistemico più importante che incombe sull’Europa, e non solo, è legato alla guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti. Finora l’Amministrazione Trump ha imposto dazi del 25% su 250 miliardi di prodotti cinesi; altri 300 miliardi, con tariffe del 10%, saranno colpiti dal 1° settembre, anche se nei giorni scorsi la Casa Bianca ha differito l’entrata in vigore per alcune categorie di beni al 15 dicembre con l’obiettivo di non penalizzare gli acquisti dei consumatori americani. A pensarci bene, un’implicita ammissione di quanto la guerriglia dei dazi, in economie sempre più interdipendenti, sia un’arma a doppio taglio che ferisce entrambi gli avversari.

I dazi e la recessione globale

E ferisce ancor di più – sempre per questa interdipendenza che nei sistemi industriali avanzati si estende alla piena integrazione della catena globale del valore – Paesi terzi o macro aree con forte vocazione all’export come l’Unione europea, il Canada e il Messico. Si spiega così in buona parte la contrazione del Pil tedesco nel secondo trimestre, che lascia presagire una recessione nella più importante economia dell’eurozona e un prevedibile trascinamento al ribasso sul resto della Ue.

Come spiega un recente rapporto dell’Istituto economico di Kiel, in questa fase la vulnerabilità di tali Paesi, Germania in testa, è maggiore rispetto ai due contendenti poiché spesso i prodotti sui quali vengono imposti i dazi, sono “processati” come beni intermedi e poi consegnati altrove contribuendo così alla formazione di un prodotto finale che sarà inevitabilmente più caro.

Ciononostante, il surplus commerciale dell’Unione europea nei confronti degli Stati Uniti nei primi nove mesi dell’anno ha sfiorato 75 miliardi di euro, l’11% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Trump in questa guerra non avrà mai di che essere soddisfatto ed è probabile che in autunno, all’avvio del nuovo programma di stimolo monetario della Bce, preannunciato come un super bazooka che combinerà taglio dei tassi d’interesse e un nuovo round di acquisto di assets, potrebbe dire e fare tre cose, tutte potenzialmente devastanti per l’economia mondiale. Comincerà ad accusare l’Eurozona di manipolazione valutaria. Imporrà dei dazi del 25% sull’auto europea perché ritenuta una minaccia alla sicurezza nazionale. Tormenterà la Fed per una più rapida e intensa discesa dei tassi in modo che il dollaro non si apprezzi troppo.

Uno scenario di cortocircuito non lontano dalla realtà e che probabilmente è alla base della recente inversione della curva dei rendimenti tra i titoli di Stato Usa a dieci e due anni. Il sorpasso dei rendimenti di quelli a breve su quelli a lungo termine significa che gli investitori puntano su un rapido deterioramento delle condizioni macroeconomiche. A seconda degli analisti, le probabilità di una recessione in America (l’inversione della curva dei rendimenti ha una buona predittività in merito ) sono ora comprese tra il 30 e il 50 per cento, mentre resta tutta da verificare la portata del rallentamento cinese, più pronunciata del previsto e non necessariamente legata solo alle tensioni commerciali quanto al desiderio delle autorità di Pechino di fare ordine a casa propria sul mercato immobiliare, sulla finanza e sull’indebitamento delle imprese di Stato e delle municipalità.

Hard Brexit più probabile

La stessa inversione della curva dei rendimenti è avvenuta, non a caso, sui titoli pubblici britannici, dove il Pil nel secondo trimestre ha registrato la prima contrazione da sette anni a questa parte. Ed eccoci al secondo rischio, sistemico per il Regno Unito e in parte anche per l’Europa: Brexit. Un’uscita dall’Unione, prevista il 31 ottobre, che il nuovo leader conservatore e premier, Boris Johnson, sembra voler affrontare con grande spavalderia: a tutti i costi, anche senza accordo con i Ventisette e quindi senza la rete di protezione di un periodo transitorio.

Hong Kong, paura di repressione

Sul fronte geopolitico i pericoli maggiori arrivano dalle proteste di Hong Kong (dove sabato hanno sfilato i cortei contrapposti di professori favorevoli alle proteste e di leader politici e businessman sostenitori del fronte pro-Pechino e domenica si è svolta una gigantesca manifestazione pacifica), o meglio dal modo in cui deciderà di reagire la Cina alle richieste degli abitanti dell’ex colonia britannica che vogliono in sostanza maggiore libertà ed autonomia. L’analisi rischi-benefici di Pechino è imponderabile. Sarà più importante mantenere Hong Kong come una vetrina di apertura e modernità sociale, tolleranza e integrazione economico-finanziaria con l’Occidente? Oppure andrà preservata a ogni costo l’integrità territoriale dell’Impero e ogni fuga in avanti rispetto a Mainland China non potrà essere tollerata?

Nel caso prevalesse la seconda valutazione, la crisi geopolitica renderebbe ancora più tesi i rapporti con l’America e di difficile, se non impossibile, soluzione la guerra commerciale, almeno fino all’esito del voto presidenziale Usa del 2020.

Il fronte aperto con l’Iran

Resta infine pericoloso il fronte aperto dagli Stati Uniti con l’Iran. L’abbandono dell’intesa sul nucleare da parte di Trump e l’imposizione di nuove sanzioni economiche contro il regime di Teheran ha forse un obiettivo di medio-lungo termine, che è il cosiddetto cambio di regime. Un rischio non abbastanza calcolato e che finora ha prodotto tre risultati non certo brillanti. Un’ulteriore spaccatura con i paesi europei firmatari dell’accordo (Germania, Francia, Regno Unito e la stessa Unione europea); un irrigidimento dell’ala più oltranzista dell’Iran, che infatti ha ripreso l’arricchimento di uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo; rinnovate tensioni nel Golfo con ripetuti incidenti a danno di petroliere attribuiti da Stati Uniti e Israele ad azioni di sabotaggio da parte delle Guardie della Rivoluzione.

L’introduzione dell’Euro ha raddoppiato i prezzi? 

Osservatorio dei conti pubblici italiani, presso Università Cattolica del sacro Cuore, diretto dal Prof. Carlo Cottarelli

Sono grato a questa istituzione per l’ottimo lavoro di analisi che svolge, tuttavia in questo caso non sono d’accordo con la ricerca, in quanto vorrei chiedere se rammentate l’impennata che subì il mattone al passaggio dalla lira all’euro. L’inflazione per questi beni è stata considerata? Inoltre a calmierare i prezzi ci hanno pensato almeno tre crisi sui mercati finanziari 2001-2003, 2007-2009 , 2011, ed episodiche come il primo e l’ultimo trimestre 2016 e 2018; ed in più c’è stato l’effetto ribassista dei prezzi, ma distorsivo delle economie, introdotto con la globalizzazione. Tutto questo non viene citato e considerato.

Pachidermi&Pappagalli è una rubrica dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, diretto da Carlo Cottarelli. Questa rubrica, curata da Tortuga, il primo think tank italiano di studenti di economia e giovani professionisti, cerca di smitizzare alcuni luoghi comuni sull’economia italiana che non trovano fondamento nella realtà, spiegandone la natura e analizzandone il contenuto in modo analitico e critico. Per avere veri “punti fermi e saldi”, come canta Francesco Gabbani nella canzone che dà il nome alla rubrica, e lasciare campo aperto alle diverse opinioni e interpretazioni, ma senza confondere la realtà dei fatti, nell’era della post-verità. 

Tortuga è un think-tank di studenti di economia nato nel 2015. Attualmente conta 42 membri, sparsi tra Italia, Francia, Belgio, Inghilterra, Germania, Austria, Senegal e Stati Uniti. Scrive articoli su temi di economia, politica e riforme, ed offre alle istituzioni un supporto professionale alle loro attività di ricerca o policy-making – www.tortugaecon.eu 

***

È sentire comune che per colpa dell’Euro i prezzi siano raddoppiati. Caffetteria, ristorazione, tabacchi, servizi di trasporto: i prezzi sono in effetti aumentati in modo considerevole su alcuni prodotti e servizi di consumo frequente. Ciò tuttavia non giustifica un luogo comune tanto diffuso: nel 2002, anno della conversione dalla Lira all’Euro, i prezzi sono aumentati di pochi punti percentuali (circa il 2,5 per cento), e solo un leggero effetto è stato stimato per l’introduzione della nuova moneta comune.

Il 31 dicembre 1998 vennero fissati irrevocabilmente i tassi di cambio tra l’Euro e le monete nazionali di undici stati, tra cui la Lira, scambiata ad un tasso fisso di 1936,27. Con l’introduzione fisica della moneta unica il primo gennaio 2002 avvenne il cosiddetto changeover, o conversione, che portò a compimento l’unificazione monetaria dell’Eurozona. Nonostante il lavoro tecnico guidato dall’allora ministro del Tesoro Ciampi, fin da subito il tasso di cambio fissato venne messo in dubbio dall’opinione pubblica. Infatti, bastarono solo pochi mesi affinché si diffondesse l’opinione che l’Euro avesse causato un aumento dei prezzi con il changeover, un’opinione che risultò nei famosi scioperi della spesa promossi dalle associazioni dei consumatori.[1] I commercianti avrebbero infatti convertito i prezzi da lire a euro usando un cambio di 1000. L’aneddoto più frequente è quello del caffè il cui prezzo si dice sia aumentato da 1000 lire a 1 Euro, un effettivo raddoppio del prezzo.

Eppure, le statistiche indicano che i prezzi non sono raddoppiati, né confrontando il loro livello dal 1998 ad oggi[2], né tantomeno durante gli anni a cavallo dell’introduzione della nuova valuta, tra il 2001 e il 2003. È su questo secondo lasso temporale che è interessante soffermarsi, per evitare di prendere inconsapevolmente in considerazione anche variabili interferenti e fluttuazioni dell’inflazione dovuti a cause differenti dall’Euro. Il luogo comune dei “prezzi raddoppiati” tuttavia si è via via cristallizzato alimentando slogan politici sull’impoverimento della popolazione a causa di tale raddoppio dei prezzi.

1. Tra percezione e realtà

La Commissione Europea effettua regolarmente una serie di sondaggi riguardo i comportamenti e la fiducia dei consumatori in tutti i paesi appartenenti all’Unione. Le risposte vengono raccolte ed elaborate come indicatori, che sono poi aggregati a livello nazionale. Uno di questi indicatori viene costruito in base ai sentimenti dei consumatori sulla percezione dei prezzi nei precedenti dodici mesi e le aspettative per i prossimi dodici[3]. Questo indicatore (riportato nel grafico sottostante) è un dato qualitativo[4]; infatti, non si riferisce a una stima numerica dell’inflazione da parte dei consumatori ma riguarda la percentuale di persone che percepiscono un’inflazione “alta” nei dodici mesi precedenti. Anche con questo limite, l’indicatore consente di catturare la percezione degli italiani riguardo l’andamento dell’inflazione.

Figura 1: Percezione e Realtà

Fonte: Commissione Europea

Fino all’introduzione dell’Euro la percezione dell’inflazione in Italia ha seguito fedelmente lo sviluppo dell’inflazione misurata. Il primo grande balzo dell’inflazione percepita è avvenuto nel 1999 dopo il congelamento dei tassi di cambio, ma il salto maggiore si è avuto nel 2002 quando sono state introdotte le banconote e le monete della nuova valuta Euro. Appare chiaro che si è creato un divario tra inflazione misurata e percepita dai consumatori dopo l’introduzione della moneta unica[5], divario che non esisteva ai tempi della Lira. Da questi dati si può dedurre che dopo il changeover tra i consumatori italiani è andata crescendo la percezione secondo cui i prezzi sono stati in continuo aumento. La domanda sorge spontanea: esiste un fondamento economico per questa percezione?

 2. Cosa mostrano i dati

I dati ufficiali[6] ISTAT smentiscono il raddoppio dei prezzi tra il 2001 e il 2003, perlomeno a livello aggregato. Infatti, durante questo periodo l’inflazione in Italia si è attestata su livelli stabili tra il 2,5 per cento e il 2,7 per cento[7]. Dal punto di vista pluriennale, sempre secondo i dati Istat, la variazione dei prezzi al consumo tra il 31 dicembre 1998, quando venne introdotto il cambio, e il 2002 – anno in cui l’Euro sostituì effettivamente la Lira – ha superato di poco il 10 per cento, con una variazione annuale media del 2,3 per cento. Non vi è stato dunque alcun “raddoppio”.

Se dal punto di vista aggregato i dati smentiscono chiaramente il luogo comune, alcune osservazioni possono essere proposte sui singoli prodotti e mercati, attraverso un’analisi disaggregata. In effetti, nel periodo immediatamente successivo all’introduzione dell’Euro per determinati beni si è assistito ad un rialzo dei prezzi nettamente più elevato rispetto a quanto non rilevi l’inflazione aggregata.

Riportiamo di seguito una tabella[8] tratta dal contributo di Del Giovane e Sabbatini (2006).

Tabella 1: Variazioni di prezzo estreme

2002

2003

Prodotto

Peso (%)

Cambiamento (12 Mesi)

Cambiamento Annuale Medio (%)

Prodotto

Peso (%)

Cambiamento (12 Mesi)

Cambiamento Annuale Medio (%)

(%)

Mese

(%)

Mese

Aumento Prezzi Aumento Prezzi
Patate

0.28

30.5

Feb.

10.4

Altri servizi alloggio

0.31

32.5

Ago.

15.6

Trasporti aerei

0.67

22.1

Ago.

6.1

Servizi postali

0.15

26.7

Gen.

26.7

Ortaggi freschi

1.22

19.6

Apr.

13.6

Patate

0.25

23.6

Nov.

2.6

Servizi assicurativi

0.31

18.7

Mar.

11.6

Trasporti navali

0.00

20.8

Giu.

12.8

Stabilimenti balneari

0.17

15.9

Lug.

6.6

Sigarette italiane

0.49

15.6

Nov.

12.1

Giornali

0.28

14.9

Lug.

13.0

Lubrificanti

0.11

13.6

Mar.

10.6

Trasporti marittimi

0.14

13.8

Giu.

8.9

Altri carburanti

0.28

12.6

Mar.

3.4

Crostacei freschi

0.28

12.6

Ago.

11.0

Servizi bancari

0.64

11.9

Gen.

8.9

Frutta fresca

0.96

11.0

Mag.

8.9

Combustibili liquidi

0.73

11.7

Mar.

2.9

Parchi divertimento

0.09

9.2

Sett.

6.0

Crostacei freschi

0.34

11.1

Gen.

5.9

Totale

4.40

Totale

3.29

Diminuzione prezzi Diminuzione prezzi
Trasporti aerei

0.67

-3.9

Dic.

6.1

Altri carburanti

0.28

-2.0

Ott.

3.4

Patate

0.28

-4.4

Nov.

10.4

Noleggio audiovisivi

0.44

-2.3

Nov.

-1.3

Combustibili liquidi

0.68

-4.5

Gen.

-0.2

Parchi divertimento

0.09

-2.7

Set.

0.3

Energia elettrica

1.22

-5.2

Mar.

-1.5

Benzine

1.97

-2.8

Gen.

1.5

Altre carni

0.18

-6.7

Apr.

-2.4

Impianti di risalita

0.09

-3.5

Dic.

2.5

Gas

1.87

-7.3

Apr.

4.8

Medicinali

2.92

-6.5

Mar.

-3.8

Benzine

1.97

-7.5

Gen.

-2.7

Trasporti marittimi

0.13

-8.1

Set.

-0.5

Pollame

0.65

-7.5

Mar.

-2.4

Telefonia e Accessori

0.90

-13.6

Dic.

-3.9

Altri carburanti

0.28

-9.6

Gen.

-2.7

Patate

0.25

-13.7

Apr.

2.6

Attrezzatura informatica

0.24

-14.7

Gen.

-11.5

Attrezzatura informatica

0.21

-17.0

Mag.

-14.5

Totale

8.05

Totale

7.28

Fonte: Del Giovane & Sabbatini (2006) – Dati ISTAT

Dalla tabella si evince come, in particolare, si sia assistito ad un rialzo consistente dei prezzi nel caso di beni ad alta frequenza di acquisto, ovvero quelli che quotidianamente vengono acquistati sui banconi del mercato o dagli scaffali dei supermarket. In questa categoria rientrano prodotti alimentari, tabacco, prodotti di uso casalingo giornaliero (detersivi, saponi, ecc.), giornali, alcune tipologie di servizi (trasporti locali e ferroviari, servizi postali e bancari, ristoranti e bar). Parte del divario tra inflazione percepita e inflazione reale, dunque, sarebbe ascrivibile alla divergenza tra il tasso inflattivo per queste tipologie di beni e servizi e quello per le altre tipologie di beni e servizi.

In effetti, tra i prodotti che sono stati più soggetti a un rialzo dei prezzi successivamente all’introduzione dell’Euro ci sono gelati, pizza, tramezzini, e altri beni e/o servizi forniti da bar o ristoranti[9]. Infatti, diversi studi mostrano come in Europa[10] e, più nello specifico, in Italia[11] i servizi di ristorazione abbiano di fatto approfittato del cambio di valuta per far fronte ai cosiddetti menu costs, ovvero quei costi in cui un commerciante incorre ogni qual volta debba modificare i propri prezzi nominali. In altre parole, i ristoratori hanno anticipato e sfruttato il changeover Lira-Euro per aggiustare i propri prezzi di listino, azione comunque da intraprendersi, prima o poi. Così come i gelatai, i quali detengono, secondo L’Espresso[12], il record di rincaro sul lungo periodo per il proprio prodotto offerto: circa il 300 per cento al cono. Sembra, inoltre, che i rincari si siano osservati anche in altre tipologie di servizi, come lavanderie e piccoli alimentari, in particolar modo in zone con livelli di concorrenza, sia estera che non, piuttosto ridotti[13]. Altri esempi posso essere il biglietto per i mezzi di trasporto pubblici di Milano, il quale è aumentato di prezzo al changeover da 1500 lire (0,77 Euro) a 1 Euro tondo, o la giocata minima del lotto, che è passata da una base di mille lire ad 1 Euro (in questo caso sì un vero e proprio raddoppio)[14].

Anche l’effetto degli arrotondamenti dopo l’introduzione della nuova moneta sarebbe stato significativo[15], riflettendo ad esempio meccanismi psicologici per cui gli acquirenti sono portati a sottovalutare involontariamente le ultime cifre decimali, oppure casi in cui successivamente al cambio i prezzi ammontino a cifre nella pratica scomode per i pagamenti.

I dati dimostrano quindi che l’introduzione dell’Euro ha coinciso con un innalzamento dei prezzi in certi servizi o per certi settori. Anche se per nessuno di questi settori i prezzi sono effettivamente raddoppiati (il maggior aumento nel 2002 si è avuto per gli ortaggi freschi, con un aumento del 13,6 per cento considerando l’intero anno nel periodo), gli aumento sono stati notevoli. Tuttavia, come già accennato, questi aumenti corrispondono ad una piccola parte della spesa complessiva delle famiglie. L’Istat ha infatti stimato per il 2002[16] un effetto inflazionistico dovuto alla conversione dello 0,8 per cento risultante in un tasso di inflazione annuale totale del 2,5 per cento. Al contrario, secondo le stime di Del Giovane & Sabbatini (2006) l’effetto percepito dalle famiglie era del 6 per cento, dunque 3 punti e mezzo percentuali oltre le stime ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica per il 2002.

3. Perché tanta differenza tra inflazione effettiva e percepita?

La prima ipotesi per spiegare questa divergenza risiede nel calcolo mentale da parte del consumatore[17]. Sebbene il cambio sia fissato a 1 Euro = 1936,27 lire, la maggior parte degli italiani fa un calcolo mentale semplificato e considera 1 Euro equivalente a 2000 lire. Questo dettaglio, che a primo impatto può sembrare irrilevante, in realtà comporta un rincaro nel tasso di cambio del 3,3 per cento. Quindi, quando i consumatori semplificano ed arrotondano il tasso di cambio per confrontare i prezzi con la vecchia Lira, in realtà sottostimano il prezzo in lire e aggiungono un’inflazione “virtuale” del 3,3 per cento.

A questo possono essere aggiunti due ulteriori elementi[18]. Il primo si fonda sul fatto che le percezioni dei consumatori sull’inflazione si basano sui beni e servizi che vengono consumati più spesso. Come analizzato in precedenza, questi beni ad alta frequenza di consumo corrispondono ai beni che sono stati più soggetti ad un tasso di inflazione elevato durante il changeover. In secondo luogo, durante il changeover oltre ai cambiamenti di prezzo al rialzo discussi precedentemente, si sono verificati quasi altrettanti cambiamenti in diminuzione di prezzi di beni e servizi, quali l’energia e il gas, che però hanno pesato lievemente sulla percezione dei consumatori. Questo viene spiegato dal fatto che cognitivamente si è predisposti ad attribuire un peso maggiore agli aumenti di prezzo più che alle loro diminuzioni[19]. Ciò significa che di fronte a due beni compresi nel paniere personale di consumo, che rispettivamente subiscono un aumento e una diminuzione di prezzo equivalente, il consumatore percepisce un rincaro invece di un equilibrio finale, dovuto solamente all’interpretazione psicologica del danno causato dall’aumento. Questo effetto psicologico non è limitato all’era euro, tuttavia Del Giovane e Sabbatini fanno notare che nel 2002 si è rilevato un picco nella dispersione dell’inflazione. Questo significa che durante il changeover l’Italia ha subito una forte eterogeneità nei cambiamenti dei prezzi che ha esaltato questo effetto psicologico, e quindi ha rafforzato la percezione di un alto tasso di inflazione.

Un’ultima plausibile spiegazione risiede nell’incapacità dei consumatori di ricordare gli ultimi prezzi in lire[20]. Una capacità che è stata misurata attraverso questionari e che ha rilevato un ricordo dei prezzi in Lire assai distante dalla realtà. Prendendo come esempio il prezzo di un biglietto del cinema è emerso che in media nel 2006 fosse sottostimato di circa 4000 lire (a prezzi del 2001). Una distorsione nei ricordi tale che può aiutare a spiegare perché, dopo il changeover, gli italiani abbiamo continuato a percepire tassi di inflazione più alti di quelli effettivi. Infatti, sembra che nel confronto dei prezzi tra Euro e Lira, non riuscendo i consumatori a ricordare l’ultimo prezzo in lire, questi facciano una media di un lasso temporale più esteso. Ciò comporta un divario maggiore tra il prezzo attuale e il prezzo stimato dal consumatore prima del changeover, e quindi una percezione più alta dell’inflazione. Infatti, nello stesso questionario, è emerso che le persone con un’abilità inferiore nel ricordare i prezzi abbiano una percezione dell’inflazione più alta e persistente.

Conclusioni

Il raddoppio dei prezzi causati dall’ingresso nell’Euro è dunque un luogo comune che va respinto (l’aumento è stato del 2,5 per cento per il 2002, anno di introduzione della banconota europea). Di fatto, è chiaro che non ci sia stato nessun raddoppio generale dei prezzi dovuto all’introduzione dell’Euro, e neppure un aumento tale dell’inflazione nell’era Euro. Tuttavia, i dati indicano chiaramente che certi beni e certi servizi hanno subito un forte aumento di prezzo in concomitanza del changeover per una serie di ragioni psicologiche, tecniche o di convenienza per i commercianti. Questi aumenti di prezzo però non risultano in grado di giustificare il divario tra la percezione dell’inflazione e l’inflazione misurata. Infatti, queste impressioni sui prezzi si creano tramite una serie di meccanismi psicologici che congiuntamente riescono ad amplificare questi aumenti di prezzo in un’inflazione percepita ben più alta della realtà.



[1] Promossi in particolare dal Codacons, per diversi anni: https://codacons.it/sciopero-della-spesa-ok/

[2] Sulla base degli ultimi dati Istat aggiornati a maggio 2018, l’aumento dei prezzi dagli ultimi mesi del 1998 ad oggi appare di oltre il 40 per cento, circa il 2 per cento all’anno.

[3] Per quanto riguarda la percezione delle tendenze passate, agli intervistati viene chiesto di esprimere un giudizio sull’andamento dei prezzi nell’ultimo anno, e le risposte possibili variano da “diminuiti di poco” a “aumentati di molto”. In base ad uno schema di ponderazione determinato dalla Commissione Europea, che attribuisce un peso maggiore a percezioni più estreme, viene quindi elaborato un dato numerico unico che raccoglie l’equilibrio delle percezioni.

[4] European Central Bank (2007). Recent developments in consumers’ inflation perceptions and expectations in the euro area. Monthly Bulletin November 2007. pp. 38-41

[5] European Central Bank (2002). Recent developments in perceived and actual inflation. Monthly Bulletin October 2002. pp. 20-23

[6] Nota metodologica: l’ISTAT calcola l’aumento dei prezzi misurando la variazione mensile e annuale, a livello nazione, di un paniere di beni e servizi rappresentativi di tutti quelli destinati al consumo finale e acquistabili sul mercato aperto.

[7] Dati Istat, Rilevazione dei prezzi al consumo -http://seriestoriche.istat.it/index.php?id=1&no_cache=1&tx_usercento_centofe%5Bcategoria%5D=21&tx_usercento_centofe%5Baction%5D=show&tx_usercento_centofe%5Bcontroller%5D=Categoria&cHash=2554fd1315b067d029da590365075156

[8] Del Giovane, P. and Sabbatini, R. (2006). Perceived and measured inflation after the launch of the euro: Explaining the gap in Italy. Giornale degli Economisti e Annali di Economia, 65(2), pp.155-192.

[9] “Gelato, penne e pizza: dalla lira all’euro, quali prodotti sono aumentati di più” -http://espresso.repubblica.it/affari/2015/02/20/news/gelato-penne-e-pizza-dalla-lira-all-euro-quali-prodotti-sono-aumentati-di-piu-1.200362

[10] Hobjin, Ravenna e Tambalotti, 2004

[11] Gaiotti e Lippi, 2004

[12] “Gelato, penne e pizza: dalla lira all’euro, quali prodotti sono aumentati di più” – http://espresso.repubblica.it/affari/2015/02/20/news/gelato-penne-e-pizza-dalla-Lira-all-euro-quali-prodotti-sono-aumentati-di-piu-1.200362

[13] “Qualche verità sul cambio lira-euro” – http://www.lavoce.info/archives/24535/qualche-verita-sul-cambio-lira-euro/

[14] “C’era una volta la vecchia lira. Euro, i prezzi dieci anni dopo” – https://www.corriere.it/economia/11_dicembre_30/confronto-lira-euro_fb8d1d68-3308-11e1-be67-1119b87d83b7.shtml

[15] Del Giovane, Sabatini, Enciclopedia Treccani – http://www.treccani.it/enciclopedia/inflazione-e-inflazione-percepita-euro_(XXI-Secolo)/

[16] Istat (2003). Caratteristiche del processo inflazionistico nell’introduzione dell’euro. Rapporto Annuale 2002, pp. 64-79

[17] “No, l’euro non ha fatto raddoppiare i prezzi” – https://www.agi.it/fact-checking/no_leuro_non_ha_fatto_raddoppiare_i_prezzi-1359257/news/2017-01-10/

[18] Del Giovane, P. and Sabbatini, R. (2006). Perceived and measured inflation after the launch of the euro: Explaining the gap in Italy. Giornale degli Economisti e Annali di Economia, 65(2), pp.155-192.

[19] Kapounek, S. and Lacina, L. (2011). Inflation Perceptions and Anticipations in the Old Eurozone Member States. Prague Economic Papers, 20(2), pp.120-139.

[20] Cestari, V., Del Giovane, P. and Rossi-Arnaud, C. (2007). Memory for Prices and the Euro Cash Changeover: An Analysis for Cinema Prices in Italy. SSRN Electronic Journal.

Quando il campione di calcio finisce sul lastrico

Il Sole 24 Ore 6 Agosto 2019

di Federica Pezzatti

 Quando il sogno del successo sportivo raggiunto,  ha bisogno di una sana pianificazione finanziaria.

POLIZZE E SPORTIVI

(Epa)

Mentre impazza il calciomercato con le cifre da capogiro che lo caratterizza, i riflettori sono puntati anche sul disegno di legge sull’ordinamento sportivo (collegato alla legge di Bilancio 2019) che contiene una serie di deleghe per il Governo per il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonchè del rapporto di lavoro sportivo.

Sì perché il lavoro del calciatore o dello sportivo in generale riserva gioie e dolori per quanto riguarda il portafoglio. Persino i calciatori più famosi, quando appendono al chiodo le scarpe possono incorrere in difficoltà economiche rilevanti.

Le cifre parlano chiaro: in Europa il 40% dei calciatori sono a rischio di indigenza cinque anni dopo il ritiro, una percentuale che sale al 60% nel Regno Unito e per i cestisti Usa. Addirittura i campioni del football americano, nel 78% dei casi, finiscono in bolletta appena due anni dopo aver lasciato il professionismo. Lo dimostra una recente ricerca di Lombard International Assurance condotta a livello globale utilizzando dati di fonte internazionale.

Il rischio di perdita di valore del patrimonio è significativo per gli sportivi professionisti a causa di una serie di fattori, tra cui probabili costi sanitari maggiori al termine della carriera o le sfide di «riconversione» professionale.

Altri fattori concorrono al declino. I campioni diventano ricchi quando sono appena più che adolescenti e non pensano al futuro, ad accumulare e proteggere i propri guadagni. La loro carriera è breve ma tendono a mantenere il medesimo stile di vita anche quando l’hanno terminata dissipando i loro risparmi. Poi ci sono gli investimenti sbagliati, e i consulenti improvvisati.

Proprio pensando a questo target Lombard International Assurance, compagnia specializzata nel fornire soluzioni assicurative per una clientela di High Net Worth Individuals – 41,2 miliardi di asset amministrati nel 2018 – ha studiato soluzioni di pianificazione patrimoniale per sportivi professionisti a livello internazionale. Già le utilizzano circa 400 atleti in tutto il mondo.

«La polizza – spiega Marco De Bortoli senior relationship manager di Lombard International Insurance– è uno strumento efficiente per gestire sia la pianificazione patrimoniale sia protezione del patrimonio: proprio per la loro giovane età gli sportivi professionisti sono più esposti di altri ai consigli interessati degli amici, a truffe di vario genere, investimenti sbagliati. proprio per questo una polizza che tutela in modo trasparente il loro patrimonio rappresenta una soluzione. Va considerata poi la portabilità internazionale – aggiunge De Bortoli -: una polizza assicurativa è un contratto presente – quasi dappertutto con i medesimi benefici – in tutte le legislazioni. Può pertanto essere portato con sè dai globtrotter del pallone o del canestro senza dover smontare il loro castelletto di investimenti ogni volta che cambiano residenza, assieme alla casacca del club». C’è anche un vantaggio di reportistica da non sottovalutare. Lombard International, ad esempio, è presente con una sede stabile in diversi paesi (tra cui l’Italia) e può dunque svolgere il ruolo di sostituto d’imposta per i propri clienti nei confronti del Fisco. «Le polizze inoltre possono essere messe a pegno per la concessione di finanziamenti (ad esempio mutui immobiliari), un’esigenza quest’ultima particolarmente sentita dagli sportivi professionisti» aggiungono a Lombard. L’incontro con un assicuratore costringe, in genere, lo sportivo professionista ad allungare l’orizzonte della propria vita, a programmarlo per tempo evitando di consumare le proprie chance in una breve stagione.

Come funziona
«Lombard International costruisce il contratto di Private Insurance modellandolo sulle specifiche esigenze del suo cliente, provvede alla copertura dei suoi bisogni sanitari, previdenziali, fiscali, ma non investe direttamente il patrimonio che il contraente gli ha affidato. A questo scopo – spiega Stefano Carpi, Branch Manager della Sede italiana – sono incaricati i provider finanziari partner della compagnia. Nel corso degli anni è stata sviluppata una rete imponente di cui attualmente fanno parte oltre mille gestori patrimoniali e più di 200 banche depositarie». É lo stesso cliente a scegliere, in piena libertà, su quale gestore riporre la propria fiducia e, anche in questo caso, vengono create soluzioni flessibili, personalizzate sullo specifico patrimonio che il cliente affida in gestione. Possono essere attività liquide (fondi, azioni, obbligazioni) ma anche strumenti meno liquidi come fondi di private equity o private debt, purché vengano rispettati alcuni parametri massimi di investimento.

GLI SPORTIVI PIÙ A RISCHIO DI BANCAROTTA

Osservatorio sui conti pubblici. Senza la stretta fiscale del Governo Monti il rapporto debito-Pil sarebbe arrivato al 145%. Da Carlo Cottarelli due consigli al Governo: fare le riforme e non aumentare il deficit

 

Pubblicato 30 giugno 2019 di Giambattista Pepi da FinanzAlternativa.

Il rapporto tra debito pubblico e Pil, in assenza della stretta operata da Monti, sarebbe cresciuto più rapidamente di quanto osservato, arrivando nel 2018 a 142,1 per cento (circa 11 punti percentuali al di sopra di quanto attualmente previsto per il rapporto tra debito pubblico e Pil alla fine di quest’anno). E’ quanto si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio dei conti pubblici, diretto da Carlo Cottarelli.

Senza le politiche di austerità introdotte nel 2012 – si legge nello studio – il rapporto tra debito e Pil sarebbe aumentato più rapidamente e sarebbe attualmente tra il 142 e il 145 per cento a seconda della stima percentuale del valore delle misure applicate (2,4% del Pil o 3,1% come indicato nel Def 2013). Al governo, Cottarelli darebbe “due consigli: il primo è fare quelle riforme che davvero servono a far crescere l’economia italiana, e queste riforme stanno nel contratto di governo, sto parlando della riduzione in modo decisivo della burocrazia, che sta uccidendo l’economia italiana”, poi “rendere la giustizia civile più veloce”, e “molto importante è la lotta alla corruzione”.  Il secondo consiglio, va avanti, “è dire non illudetevi che l’economia italiana crescerà, facendo più debiti, perché abbiamo un debito già così elevato, che sarebbe controproducente, lo spread andrebbe su” e questo, chiude, “farebbe rallentare l’economia”.

Un po’ di chiarezza sulla stretta fiscale del 2012

Osservatorio sui conti pubblici italiani  20 Novembre 2018 di Carlo Valdes

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La lotta all’austerità ha senso solo se accompagnata da un serio piano di riforme, di investimenti pubblici ed in infrastrutturali, non certo per mance elettorali utili a fomentare il populismo bieco e senza obiettivi di medio lungo periodo.

Spesso si sente dire che “la stretta fiscale di hashtagMonti ha peggiorato la situazione economica italiana”. Ma peggiorato rispetto a cosa? Quindi ci siamo chiesti: che cosa sarebbe successo al hashtagPil nel 2012 se non fosse stata realizzata? È probabile che, in assenza di quella stretta fiscale, il Pil nel 2012 sarebbe sceso più rapidamente di quanto è effettivamente accaduto.📉

 

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È utile tornare a parlare della stretta fiscale realizzata nel 2012. Recentemente hanno preso piede due tesi:

  • La prima è che in assenza di tale stretta l’andamento del Pil sarebbe stato più favorevole e che, quindi, la stretta fiscale avrebbe peggiorato le condizioni economiche degli italiani.
  • La seconda è che anche l’andamento del rapporto tra debito pubblico e Pil sarebbe stato più favorevole e che, quindi, la stretta sarebbe stata controproducente anche per i conti pubblici.

In questa nota ci occupiamo solo della prima tesi, rinviando la seconda a una nota successiva.

Prima di spiegare perché la prima tesi sia errata, chiariamo un punto: le misure fiscali del 2012 sono solo in parte imputabili al governo Monti. Una parte consistente di queste era già stata introdotta, con effetto ritardato, dal Governo Berlusconi, attraverso vari decreti legge a partire dal maggio 2010.1 Il governo Monti aggiunse a queste misure quelle del decreto “Salva Italia”.2Utilizzando stime delle Ragioneria Generale dello Stato, si può calcolare che oltre metà della stretta fiscale del 2012 riflette misure decise dal governo Berlusconi.

Ma torniamo al punto principale. Cosa sarebbe successo senza la stretta del 2012? È vero che una politica restrittiva, cioè un taglio delle spese o un aumento delle tasse, riduce la domanda aggregata e causa una diminuzione del Pil. Ma una diminuzione rispetto a cosa? Rispetto all’anno precedente, ed è questo che normalmente si misura utilizzando i cosiddetti moltiplicatori keynesiani). E cosa sarebbe successo al Pil nel 2012 se la stretta fiscale non fosse stata realizzata? In gergo tecnico si dice che occorre chiedersi quale sia il controfattuale. È probabile che, in assenza della stretta fiscale, il Pil nel 2012 sarebbe sceso più rapidamente di quanto è effettivamente accaduto.

Per capire ciò, è sufficiente concentrarsi su quello che stava succedendo già nel 2011, prima della stretta fiscale. Lo spread aveva cominciato a salire vertiginosamente dal maggio 2010, toccando un picco di 575 punti base il 9 novembre 2011, una settimana prima dell’insediamento del governo Monti. Il credito alle imprese, che diminuisce all’aumentare dei tassi di interesse e che aveva iniziato il suo rallentamento già nei primi mesi del 2011, aveva cominciato a scendere rapidamente nella seconda parte del 2011. E il Pil trimestrale aveva già registrato un rallentamento nel primo semestre del 2011 e scendeva a un tasso annualizzato del 4 per cento nella seconda metà del 2011, ben prima che il grosso della stretta avesse effetto. Ad ulteriore conferma della gravità della situazione possono essere richiamati anche i dati mensili sulla produzione industriale, nei quali si registra un calo dal maggio del 2011. Il che vuol dire che, anche senza la stretta fiscale, il Pil ne 2012 sarebbe comunque sceso rispetto al 2011.

Cosa sarebbe quindi successo se la stretta fiscale non fosse stata implementata? Probabilmente lo spread sarebbe continuato a crescere fino al punto in cui lo Stato avrebbe perso la possibilità di finanziarsi sul mercato. Questo avrebbe comportato un effetto a cascata tale che, a fronte dell’incapacità dello Stato di finanziarsi, anche per le banche sarebbe stato impossibile ottenere finanziamenti, con una ricaduta di eccezionale gravità su famiglie e imprese, e quindi sul Pil. Il trend osservato nel 2011 per credito, produzione e produzione industriale sarebbe continuato e si sarebbe anche accentuato. È difficile sapere di quanto il Pil sarebbe sceso in questo scenario, ma una completa perdita di accesso al mercato ha solitamente conseguenze devastanti su un’economia. Probabilmente il Pil sarebbe sceso anche più di quanto effettivamente avvenne.

Qualcuno potrebbe dire che il problema si sarebbe potuto risolvere semplicemente attraverso un intervento della BCE. Ma, per quanto dolorosa, la stretta fiscale era necessaria per dare ai mercati e alla Banca Centrale Europea il segnale che il Paese sarebbe stato capace di ripagare i propri debiti. Senza quella stretta, la BCE non sarebbe comunque potuta intervenire per far scendere i tassi di interesse (come avvenne dal luglio del 2012) perché tale intervento, senza una correzione dei conti pubblici, sarebbe stato visto come la monetizzazione di una posizione fiscale insostenibile. Infatti, in molti all’epoca (compreso il Fondo Monetario Internazionale) sostenevano che la stretta fiscale non sarebbe stata sufficiente per far scendere i tassi di interesse. Sarebbe stato necessario anche l’intervento della BCE, ma tale intervento richiedeva un’azione da parte delle autorità italiane.3

In conclusione, quindi, la stretta fiscale del 2012 ha avuto un effetto negativo sul Pil sia rispetto all’anno precedente, sia rispetto a quanto sarebbe avvenuto se, in assenza di tale stretta, fosse stato mantenuto l’accesso ai mercati e lo spread fosse sceso nella seconda parte del 2012. Ma in assenza di quell’intervento, la situazione sui mercati finanziari sarebbe probabilmente peggiorata e il nostro prodotto interno sarebbe sceso a livelli inferiori di quelli effettivamente realizzati.


1 In ordine cronologico: DL 78/2010 (https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00737276.pdf) – Governo Berlusconi;

DL 98/2011 (convertito dalla L. 15 luglio 2011, n. 111) – governo Berlusconi;

DL 138/2011 (convertito dalla L. 14 settembre 2011, n. 148) – governo Berlusconi;

Legge di stabilità 2012 (L. 12 novembre 2011, n. 183) – governo Berlusconi (http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Note-brevi/La-manovra-di-FP/2011-2014/Le_manovre_di_finanza_pubblica_del_2011.pdf).

2 DL 201/2011 – governo Monti. Questo intervento è stato seguito da altri interventi minori nel 2012.

3 Si potrebbe sostenere che la BCE sarebbe potuta intervenire per far scendere i tassi di interesse anche in assenza di una stretta fiscale. Tuttavia, anche molti sostenitori della necessità di un ruolo più attivo da parte della BCE sono d’accordo sul fatto che il ruolo della Banca Centrale non sia quello di mantenere nel tempo posizioni fiscalmente insostenibili, ma quello di evitare self-fulfilling crises. In presenza di squilibri fiscali e di spread tenuti alti da self-fulfilling expectations, una stretta fiscale non è sufficiente (anche se è necessaria), e deve quindi essere affiancata da un intervento della Banca Centrale.

Cresce il gap di valutazione tra titoli growth e value

31 luglio 2019 da Focus Risparmio

Forse è giunto il momento di rivalutare l’utilizzo di un buon fondo Value !

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Le aspettative del mercato sono molto basse e questo privilegia le azioni con forti potenzialità di crescita, mentre quelle sottovalutate lo diventano ancora di più

 

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Ci sono stati alcuni movimenti di prezzo sorprendenti nella stagione in corso e lo short covering deve essere la ragione di alcuni di essi, come sottolinea Thomas Schuessler, Co-Head of Equities di DWS. Lo short covering descrive l’accaparramento di azioni da parte di investitori che in precedenza li hanno venduti allo scoperto in previsione di un calo dei prezzi. Può accadere quando, ad esempio, un titolo industriale ciclico registra risultati deludenti e ciononostante il titolo vola. Spesso, se un’azienda presenta cifre non così negative rispetto alle attese, gli investitori possono essere costretti a coprire le loro posizioni short.

Un’altra spiegazione dei sorprendenti salti di prezzo nelle azioni – ad esempio nelle azioni del settore automobilistico tedesco della scorsa settimana – potrebbe essere che le aspettative del mercato non possono assolutamente scendere più in basso: già ipotizzano il peggio, il che è già incluso nelle valutazioni. Soprattutto nelle loro valutazioni relative, che, in particolare, testimoniano le attuali basse aspettative sui titoli value. Il MSCI ACWI Growth and Value Index è a livelli record. Misurata in base al rapporto P/E, la parte growth costa il 70% in più di quella value.

“Da qualche tempo osserviamo che le azioni più costose stanno diventando sempre più costose, mentre quelle più economiche lo sono ancora di più”, afferma Schuessler. L’esperto ritiene che ci possano essere due ragioni principali. La prima è che il boom economico è in atto da molto tempo, ma con una crescita inferiore alla media. Più a lungo dura la fase di boom, maggiore è la preoccupazione che possa finire. In un contesto di questo tipo, gli investitori hanno la tendenza a cercare aziende in grado di raggiungere la crescita anche in un contesto economico non del tutto vantaggioso (i titoli growth hanno storicamente mostrato le loro migliori performance poco prima del crollo dei mercati).

La seconda ragione ha ancora a che fare con il contesto economico. I bassi tassi d’interesse che le banche centrali hanno ulteriormente esteso, fanno sì che gli utili futuri, che naturalmente hanno un peso maggiore nei titoli growth, continuino ad essere attualizzati con un coefficiente inferiore, aumentando il loro valore attuale. “In assenza di un rialzo dei tassi d’interesse o di una recessione, non prevediamo che il trend finisca, anche se non ci aspettiamo che il suo recente slancio possa continuare. Ma crediamo che in un contesto che combina bassi tassi di interesse e forte espansione, i titoli growth di qualità continueranno a trovare acquirenti “, afferma Schuessler.