BlackRock: la competizione Usa-Cina durerà ancora per molto

FINANCIAL LOUNGE di Redazione 24 Ottobre 2019

Quello che è in gioco è un nuovo primato mondiale, e presto si affaccerà anche l’India al gioco, la recente pausa non cambia il quadro d’insieme, una rondine non fa primavera!

Per BlackRock, le schiarite su dazi e Brexit non tolgono il peso del rischio geopolitico dai mercati anche se un recupero è in vista per l’economia globale. I titoli di stato restano importanti per proteggere il portafoglio

La percezione di un allentamento delle tensioni sul fronte dei dazi e anche della Brexit ha dato fiato agli asset a rischio settimana scorsa, ma le tensioni geopolitiche continueranno a restare su livelli elevati e a pesare su mercati ed economie, anche oltre l’impatto che ha già avuto in termini di indebolimento dell’attività manifatturiera globale. È quanto scrive il BlackRock Investment Institute nel suo commento settimanale, pur aggiungendo di continuare ad aspettarsi un recupero dell’economia globale nei prossimi 6-12 mesi, grazie alle politiche di stimolo che man mano si trasmettono all’economia reale. La conclusione è di posizionarsi per proteggere il portafoglio di investimenti contro i rischi ancora in agguato, puntando sulla parte più difensiva dell’azionario americano e continuando ad assegnare un ruolo importante ai bond governativi, anche a fronte di rendimenti estremamente contenuti.

IL RISCHIO GEOPOLITICO DESTINATO A RESTARE ELEVATO

La grande casa d’investimento ritiene che l’impatto del protezionismo stia dispiegando i suoi effetti su economie e mercati globali. La crescita globale rallenta e la volatilità geopolitica tiene in ansia i mercati. Anche se da inizio ottobre i segnali di schiarita che sono arrivati sia dal fronte della guerra dei dazi sia da quello della Brexit hanno offerto supporto agli asset a rischio, BlackRock si aspetta nuove oscillazioni e giravolte nei mesi a venire, dal momento che il rischio geopolitico resta comunque elevato nel lungo termine, e quindi bisogna predisporsi a un portafoglio capace di tenuta e resilienza.

TRA USA E CINA UN CONFRONTO-SCONTRO STRUTTURALE E DI LUNGA DURATA

ll rischio geopolitico ha agito da driver chiave per il mercato e per le economie per tutto il 2019. In particolare, l’escalation del confronto commerciale tra USA e Cina ha causato incertezza aggiuntiva nelle scelte di investimento delle imprese, minacciando così di indebolire ulteriormente il quadro economico. Il recente allentamento delle tensioni USA-Cina è stato solo una percezione, finora non tradotta in atti e decisioni concrete. Ora si guarda al summit dell’ Asia-Pacific Economic Cooperation del 16-17 novembre, quando i due Paesi avranno una nuova occasione di confronto. Secondo BlackRock, sul fronte dei dazi si potrebbe anche assistere a breve a una tregua temporanea, ma la casa d’investimento continua a considerare la competizione tra USA e Cina come un fatto strutturale e di lunga durata.

ALLA FINE SULLA BREXIT CI SARÀ UN ACCORDO, MAGARI DOPO ELEZIONI ANTICIPATE

Sui mercati è anche aumentato l’ottimismo sulla Brexit, nel senso che viene sempre di più esclusa un’uscita senza accordo caotica e disordinata. Un ottimismo di cui ha beneficiato la sterlina con un forte rimbalzo dai minimi di inizio ottobre. Ma, nota BlackRock, il cammino resta arduo e pieno di ostacoli. Lo scenario di base della grande casa di investimento Americana prevede che alla fine il Parlamento britannico approvi un qualche accordo di uscita, il che potrebbe essere già nei prossimi giorni oppure dopo un passaggio attraverso elezioni politiche anticipate. La gamma degli esiti possibili è ampia, ma BlackRock ritiene ‘estremamente improbabile’ il rischio di una Brexit ‘no-deal’.

 

Pensioni, Italia in fondo alla classifica per sostenibilità

22 Ottobre 2019 FOCUS RISPARMIO di Redazione

Il nostro Paese è 27° su 37. Superiori alla media invece i valori di integrità e adeguatezza. Al primo posto del Melbourne Mercer Global Pension Index, i Paesi Bassi

In un sistema pensionistico a ripartizione, con il 135% di debito, un PIL che non cresce oramai da 15 anni, con una longevità in aumento e un tasso di natalità in forte ribasso e nessuna politica per la famiglia e le nascite, spiegatemi qual’è lo spazio futuro di sostenibilità per provvedimenti come quota 100, puramente demagogici? Senza crescita, senza lavoro e senza nascite, chi le pagherà queste pensioni? Boh?

Ma una parte di questi 1500 miliardi di euro parcheggiati sui C/C non potrebbero in parte essere indirizzati con una adeguata campagna informativa verso la previdenza complementare, per chi ne ha bisogno e ne ha disponibilità? Magari verso l’economia reale? Aiuterebbe, il sistema Italia, le PMI, la crescita, l’occupazione, il futuro, la nostra sostenibilità.

Italia bocciata per sostenibilità del suo sistema pensionistico, ma promossa per integrità e adeguatezza. A sancirlo è la ricerca Melbourne Mercer Global Pension Index, che da anni ormai mette a confronto diversi Paesi nel mondo, e che, sommando le tre voci, quest’anno relega l’Italia in fondo alla classifica dei 37 Stati analizzati, precisamente al 27° posto con 52.2 punti. In testa, i Paesi Bassi con 81.0 punti, e a seguire, Danimarca e Australia, rispettivamente con 80.3 e con 75.3 punti. 

L’indice, che prende in considerazione la somma di previdenza pubblica, complementare e del risparmio previdenziale, anche attraverso strumenti assicurativi e di risparmio gestito, analizza i sistemi previdenziali in senso ampio come un insieme di strumenti che garantiscono la gestione finanziaria dell’uscita dalla vita lavorativa dei singoli. Con adeguatezza si intende il livello delle prestazioni erogate per la media dei lavoratori. All’interno della macro-area sostenibilità si trovano invece indicatori quali la percentuale di adesione a fondi di previdenza complementare e a fondi pensione, aspetti demografici ed alcune evidenze macroeconomiche come contribuzione e debito pubblico. La macro-area integrità, infine, considera diversi elementi di normativa e governance del rischio pensionistico, così come il livello di fiducia che i cittadini di ogni paese hanno nel loro sistema.

L’Italia è 18° per adeguatezza, 20° per integrità e a fondo scala, come sempre da quando è oggetto della ricerca, per sostenibilità. Il valore di adeguatezza è superiore alla media, con un punteggio di 67.4 (contro 60.6 punti di media) e rende l’Italia assimilabile alla Svezia (67.5 punti) e all’Austria (68.2 punti). Anche il valore dell’integrità, di 74.5 punti, supera la media di 69.7 punti, ancora una volta rendendolo vicino al valore austriaco di 74.4 punti, e a quello di Germania e Irlanda, rispettivamente con 76.4 e 76.3 punti.

Diverso invece il risultato ottenuto nell’area delle sostenibilità, dove l’Italia raggiunge 19.0 punti a confronto con una media di 50.4 punti, ottenendo così l’ultimo posto in classifica in questa area. Quest’area misura la capacità del sistema pensionistico di continuare a garantire gli attuali livelli di erogazione nel futuro, ed in tal senso mette in evidenza la debolezza di numerosi sistemi pensionistici. Assimilabili alla situazione italiana in questa area ci sono Austria con 22.9 punti, Spagna (26.9 punti), Turchia (27.1 punti) e Brasile (27.7 punti).

Secondo Marco Valerio Morelli, amministratore delegato Mercer Italia, per quanto riguarda il nostro Paese “il report suggerisce di: continuare ad aumentare la copertura del sistema pensionistico privato, sia in termini di partecipazione che di asset investiti a disposizione per pagare le prestazioni nel futuro, per garantire un elevato tasso di sostituzione tra reddito da lavoro e reddito da pensione; continuare a far crescere il tasso di partecipazione al mondo del lavoro della popolazione di tutte le età, ed ampliando la partecipazione in età matura; limitare l’accesso a benefit di natura previdenziale prima del pensionamento; ridurre l’ammontare del debito pubblico, per il suo impatto diretto sul primo pilastro pensionistico”.

Da sottolineare che, il profilo del sistema pensionistico ideale, tratteggiato dalla ricerca e che si rispecchia nei sistemi vincitori, è quello in cui: il tasso di sostituzione della pensione è pari ad almeno il 65%, al netto delle imposte rispetto al reddito medio; una quota pari ad almeno il 60% del risparmio pensionistico viene erogata sotto forma di rendita; almeno il 70% della popolazione in età lavorativa aderisce a piani pensionistici privati; il totale degli attivi raccolti dai fondi pensione per finanziare future passività pensionistiche è superiore al 100% del valore del Pil; il tasso di partecipazione alla forza lavoro dei senior (55-64 anni) è pari ad almeno il 70% tra i cittadini della fascia d’età; è  prevista una pensione minima che rappresenti una percentuale ragionevole rispetto allo stipendio medio della popolazione attiva; i Fondi Pensione siano trasparenti nei confronti sia degli aderenti che della comunità finanziaria nel suo complesso.

“In un Paese come il nostro – prosegue Morelli -, dove siamo abituati all’idea della pensione pubblica come unica fonte di sostentamento per una vecchiaia serena, è sicuramente necessario un cambiamento. Attraverso un approccio maggiormente diversificato al sistema pensionistico, che tenga conto di pilastri previdenziali costruiti anche a livello individuale, il sistema Paese garantirebbe maggiore sostenibilità del benessere finanziario per i singoli”.

Ma Morelli mette in guardia anche dai buoni risultati: “Sebbene l’adeguatezza delle pensioni erogate oggi in Italia sia più che soddisfacente, il valore della macro area sostenibilità ci dice che questo in futuro potrebbe non essere più vero. Le ragioni sono da ricercarsi nella minima adesione a piani pensionistici privati e nel conseguente livello di attività delle pensioni private, rispetto ad altre economie di Paesi sviluppati, nonostante la crescita del dato rispetto alla prima partecipazione dell’Italia alla ricerca è pari quest’anno al 9,5% del Pil (fonte COVIP) e nel contesto demografico, dove tuttavia il tasso di partecipazione alla forza lavoro dei lavoratori più anziani (età 55-64) continua ad essere uno dei più bassi dei 37 Paesi”.

Ecco perché, conclude Morelli, “non prendere in considerazione il segnale di attenzione che dal 2014 il Report ci invia sarebbe un errore: la vera area di miglioramento, per l’Italia, ha a che fare con la mancanza di un approccio multi-pilastro al sistema pensionistico. In una prospettiva di medio-lungo periodo, è arrivato il momento di cercare un nuovo equilibrio, sia per le generazioni anziane, che potrebbero ancora voler contribuire al benessere più ampio del sistema Paese, sia per le giovani generazioni, che rischiano di dover pagare un conto insopportabile”.

 

Il Qe spaventa il Fmi: “Circolano 34mila miliardi di titoli a tasso negativo, il sistema può esplodere”

Business Insider Italia 21/10/2019

by Vittorio da Rold

I tassi negativi ormai sono una realtà importante nel mondo della finanza. Ma a quanto ammontano? Per il Fmi del nuovo direttore generale, la bulgara, Kristalina Georgieva, ci sono in circolazione ben 15mila miliardi di dollari di obbligazioni statali e societarie a tassi negativi. E i mercati si attendono che circa un quinto dei titoli di Stato in circolazione continueranno ad avere tassi sotto lo zero per almeno 3 anni. Non solo. Sempre per l’Fmi ammonta a 19mila miliardi di dollari il debito aziendale a rischio default – in caso di choc – conservato nelle casseforti delle 8 principali economie mondiali, il 40% del totale. Il dato è contenuto a pagina 9 nel Rapporto sulla stabilità finanziaria globale.
Ma torniamo a ciò che dice il Fondo monetario. L’enorme massa di liquidità immessa dalle banche centrali sui mercati per contrastare il rallentamento delle economie ha spinto le aziende a fare “sempre più debiti e la loro capacità di ripagarlo“, avverte il Fondo, “si sta indebolendo. Nel caso di un rallentamento economico importante, le prospettive sarebbero preoccupanti”. Le vulnerabilità tra le entità finanziarie non bancarie vengono definite dal Fondo “elevate nell’80% dell’economia in base al Pil“. Un livello “simile a quello visto al picco della crisi finanziaria globale”.

La caccia ai rendimenti ha spinto gli investitori istituzionali – come fondi pensione, gestori di attività e compagnie di assicurazione – ad assumere sempre più rischi e a rivolgersi a titoli sempre meno liquidi. “Tali esposizioni”, avverte il Rapporto, “potrebbero agire da amplificatori in caso di choc”. I tassi d’interesse così bassi per così tanto tempo “hanno aiutato a contenere i rischi verso il basso e a sostenere la crescita globale finora”. Ma hanno anche incoraggiato gli investitori a prendere rischi sempre maggiori nella corsa ai loro obiettivi di rendimento. Il risultato, sostiene il Gfsr, è che “le vulnerabilita’ hanno continuato a intensificarsi, mettendo a rischio la crescita nel medio termine“.

I tassi negativi

Nel complesso, calcola l’Fmi, le obbligazioni statali e aziendali con rendimento negativo ammontano a circa 15.000 miliardi di dollari. E i mercati si attendono che circa un quinto dei titoli di Stato in circolazione continueranno ad avere tassi sotto lo zero per almeno 3 anni.
A essere migliorata, nel frattempo e’ “la resilienza del settore bancario, grazie alla regolamentazione e alla supervisione più strette introdotte dopo la crisi finanziaria globale“. Secondo il Fondo, ci sono però ancora alcune istituzioni deboli. “I tassi negativi e le curve dei rendimenti più piatte”, sottolinea il Rapporto, “hanno ridotto le attese sulla reddititività degli istituti di credito e la capitalizzazione di mercato di alcune banche è scesa a bassi livelli”.
Esiste anche un problema di esposizione in dollari ( come è avvenuto recentemente in Turchia) che “potrebbe amplificare l’impatto di un restringimento nelle condizioni della raccolta e creare ricadute sui Paesi che ricevono prestiti transfrontalieri in biglietti verdi”. Dall’Fmi arriva un appello alle autorità “ad agire urgentemente per mitigare i rischi alla stabilità finanziaria”. In particolare, rileva il Gfsr, “dovrebbero mettere in campo e sviluppare nuovi strumenti macroprudenziali per le aziende finanziarie non bancarie”. Inoltre, “dovrebbero affrontare le vulnerabilità delle imprese con una supervisione e una vigilanza macroprudenziale più strette”. Ma soprattutto, conclude il Fondo, servirebbe “una maggiore cooperazione multilaterale” per “ridurre i rischi che potrebbero esacerbare la prossima crisi economica”.

Le precisazioni di Gualtieri e Visco

I rischi legati all’alto debito delle aziende non rappresentano “una minaccia imminente“. Lo ha sottolineato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, rispondendo sui 19.000 miliardi di dollari di debito ‘corporate’ che il Fondo monetario internazionale ha definito “a rischio” perché i guadagni delle aziende non sarebbero in grado di coprire il costo degli interessi. “Poiché c’è una situazione di aspettativa di tassi bassi a lungo, la comunità internazionale si occupa di introdurre per tempo interventi per evitare che il rischio diventi pericoloso” ha osservato Gualtieri. Anche il governatore italiano, Ignazio Visco, sempre da Washington a margine dei lavori del Fondo è intervenuto sull’allarme del Fmi affermando che si tratta di  “un fenomeno poco diffuso in Europa e che in Italia non esiste. C’è negli USA e in Asia, ma potrebbe arrivare in Europa”. Insomma nessun rischio imminente in Italia ma nessun dorma.

 

Mercati, come preparare il portafoglio al 2020

Focus Risparmio 18 Ottobre 2019

Tanti dubbi si affacciano sul 2020, la via si è fatta stretta ed ogni punto di vista qualificato va preso in considerazione

Saint-Georges (Carmignac): “E’ legittimo prepararsi sin da ora a una gestione dei mercati che torna a essere più direzionale, in aggiunta alla selezione titoli”

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato di investimento strategico di Carmignac

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato di investimento strategico di Carmignac

 

I mesi si susseguono e continuano a offrire lo stesso spettacolo da ormai cinque mesi a questa parte: mercati altalenanti tra l’aspettativa di una prossima ripresa economica, che un accordo provvidenziale tra Cina e Stati Uniti torna occasionalmente ad alimentare, e la constatazione della crescente impotenza delle Banche Centrali di fronte a un rallentamento economico generalizzato di cui hanno perso il controllo. Secondo Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato di investimento strategico di Carmignac, attualmente l’andamento dei mercati non dovrebbe più riservare sorprese.

“Di tutte le strade che oggi si presentano agli investitori in questa fase finale del ciclo, nessuna per il momento sembra in grado di condurre molto lontano – afferma -: le politiche monetarie sono già molto accomodanti a livello globale e sono prive di efficacia. La Fed è ancora riluttante a optare per un’accelerazione. La Cina non stimola l’economia. Per quanto riguarda le politiche fiscali che contribuirebbero a sostenere il ciclo economico, rappresentano la nuova frontiera delle aspettative macroeconomiche, ma che possono essere superate solo man mano che si produrrà consensus politico, un processo troppo lento per i mercati”. 

Secondo l’esperto insomma, rimane l’unica prospettiva di un accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti, al momento razionale per entrambe le parti, e che alimenta l’aspettativa dei mercati di un ultimo rally di fine anno. “Pertanto – spiega – la fase finale del ciclo si sta prolungando e mantiene gli indici azionari relativamente elevati, contenendo i tassi d’interesse a livelli molto bassi e continuando a giustificare per il momento un posizionamento in base al criterio di massima qualità, sia nell’universo azionario che in quello obbligazionario”.

Saint-Georges spiega quindi che questa forte polarizzazione espone sicuramente al rischio che i titoli ciclici subiscano occasionalmente un rimbalzo sia improvviso che di breve durata, come all’inizio del mese di settembre, ma indipendentemente dagli effetti a breve termine di  una realtà politica turbolenta la selezione molto rigorosa dei titoli in una prospettiva di visibilità e di valutazioni, in tutte le asset class, dovrebbe continuare a fare la differenza rispetto agli indici.

Alla vigilia dell’ultimo trimestre del 2019, è dunque tempo di iniziare a riflettere sulla configurazione che i mercati potrebbero assumere il prossimo anno. Per l’esperto il nocciolo della questione è uno: l’economia reale è diventata meno reattiva all’attivismo monetario, di cui sta diventando sempre più chiara l’incapacità di arginare il rallentamento globale in atto, a maggior ragione se il livello di incertezza politica a tutto campo dovesse protrarsi.

“Di conseguenza il 2020, a differenza del 2019, promette di essere un anno di inversione di tendenza potenzialmente rilevante per i mercati – afferma -, poiché si dovranno prendere in considerazione nuove strade. Infatti, nel caso in cui non si trovasse nessuna soluzione credibile all’impotenza sempre più evidente delle Banche Centrali, uno scenario di peggioramento macroeconomico inizierebbe a cristallizzarsi con conseguenze prevedibili per gli asset rischiosi. Questa ipotesi non dovrebbe costituire uno scenario di riferimento in questa fase, poiché presuppone un atteggiamento da sonnambuli da parte dei politici: né Donald Trump negli Stati Uniti, né la Fed, né la Cina, né il governo tedesco in Europa hanno interesse a consentire l’avvio di dinamiche recessive nei loro Paesi. Ma stiamo in guardia, tuttavia, poiché per definizione gli occhi aperti dei sonnambuli rappresentano solo un’apparente lucidità. Non sarebbe la prima volta che si commettono gravi errori di politica economica”.

 Un altro scenario prevedibile, secondo Saint-Georges, e a priori più positivo è quello del ricorso finalmente effettivo a driver fiscali più efficaci. “In Europa questa ipotesi coincide con la volontà della stessa Bce, che si può presumere con certezza non risentirà del passaggio della presidenza da Mario Draghi a Christine Lagarde. Oltre a un maggiore sforzo fiscale da parte della Germania, la prospettiva di un’unione fiscale all’interno dell’Eurozona, preludio a un vero e proprio bilancio europeo di un certo rilievo, potrebbe infine compiere passi avanti dopo essere stata evitata così a lungo dalle reticenze della Germania.  Inoltre, il sostegno della BCE potrebbe più o meno apertamente soddisfare la condizione legata alla possibilità di una ripresa sostenuta da un aumento della spesa fiscale”. 

Negli Stati Uniti, invece, secondo l’esperto una ripresa della crescita potrebbe essere ampiamente agevolata da un atto concreto di Donald Trump a favore di un accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti, in quanto è emerso chiaramente che l’incertezza politica su questo tema ha fortemente penalizzato le dinamiche degli investimenti delle aziende statunitensi.

 Una delle zone d’ombra di questo scenario ottimistico riguarda le tempistiche. “Ciò presuppone infatti che le decisioni politiche siano prese in modo sufficientemente proattivo, e non spinte dalle esigenze di economie già eccessivamente indebolite nel loro complesso e sotto la pressione di mercati finanziari in uno stato di stress. Inoltre, si presuppone che Pechino accetterà, non fosse altro che per necessità, di offrire al candidato Donald Trump, alle prossime elezioni presidenziali statunitensi, una via di uscita dalla posizione di massima resistenza alla sofferenza economica come argomento di negoziazione”, precisa. 

In ogni caso, l’esperto chiarisce che anche se il driver degli stimoli fiscali fosse finalmente innescato dalle politiche, non sarebbe realistico aspettarsi un ritorno pacifico alla “normalità” dei mercati. “Al contrario, dopo anni di repressione finanziaria la prospettiva di una radicale inversione di tendenza della politica economica, metterebbe sicuramente in seria discussione il posizionamento degli investitori, diventato in alcuni casi estremamente polarizzato. Ciò porterebbe probabilmente a una forte ripresa della volatilità di tutte le asset class, comprese le valute”.

Ecco dunque perché è importante essere consapevoli, secondo Saint-Georges, del fatto che l’apprezzamento dei mercati azionari nella prima parte del 2019 e successivamente il loro consolidamento negli ultimi cinque mesi, grazie a un calo costante dei tassi d’interesse, hanno rappresentato una fase di tregua dopo il campanello d’allarme lanciato nel 2018. “Nel 2020 qualora questo contesto di mercato dovesse protrarsi, sarebbe su un percorso  fragile diventato molto angusto, tra uno scenario di recessione e quello di ampi stimoli fiscali. Di conseguenza è legittimo prepararsi sin da ora a una gestione dei mercati che torna a essere più direzionale, in aggiunta alla selezione titoli”, conclude.

Saint-Georges illustra infine la strategia di investimento.

Azioni – “Poiché i mercati azionari spesso offrono un rendimento, sotto forma di dividendo, più elevato rispetto ai titoli governativi core, il rischio di una forte correzione resta ridotto e giustifica il mantenimento di un’esposizione azionaria costruttiva. Il nostro portafoglio core resta tuttavia concentrato sui cosiddetti titoli di “massima qualità”, che dovrebbero continuare a sovraperformare in un contesto strutturale e ciclico di crescita debole, mentre  l’efficacia delle politiche monetarie sta iniziando a mettere in luce i propri limiti. Tuttavia poiché questi titoli si sono già rivalutati in modo significativo, continuiamo a prestare particolare attenzione alle valutazioni. In questo contesto, mentre abbiamo liquidato gran parte dei titoli detenuti nel promettente segmento delle società ‘fintech’, che ha registrato un buon andamento sul mercato azionario, abbiamo investito in Square. Quest’azienda della Silicon Valley svolge un ruolo chiave nell’offerta di soluzioni di pagamento per commercianti indipendenti, quali panifici, fioristi, bar, ecc. Manteniamo una lieve esposizione tattica agli istituti di credito europei in un’ottica di equilibrio del portafoglio, e in virtù dell’intenzione espressa a settembre dalla Banca Centrale Europea di ridurre il costo della propria politica di tassi negativi per questo settore”.

Obbligazioni – “Abbiamo ridotto la duration modificata sui tassi d’interesse, in particolare in Europa dove i rendimenti avevano raggiunti livelli estremi. Manteniamo tuttavia il posizionamento a favore di un appiattimento delle curve dei rendimenti e di una convergenza degli spread dei paesi periferici, in particolare di Italia e Grecia. Negli Stati Uniti, prosegue la pressione sulla Fed affinché adotti un atteggiamento più accomodante, al fine di sostenere l’economia interna che mostra sempre più segni di debolezza, e per far fronte a tensioni sui mercati monetari e a un’economia globale ancora poco brillante. Manteniamo quindi una posizione costruttiva nei titoli governativi statunitensi. Sul mercato del credito manteniamo una forte selettività in un contesto di valutazioni molto elevate. Restiamo posizionati nelle obbligazioni finanziarie subordinate europee, che dovrebbero essere sostenute dall’introduzione di un sistema di scaglioni sui tassi negativi da parte della Bce. Nell’universo emergente manteniamo una posizione ridotta nel debito della Turchia denominato in valuta forte, in un contesto di inflazione più contenuta che offre margini di azione alla Banca Centrale”.

Valute – “Dal momento che la nostra chiave di lettura del ciclo statunitense è meno ottimistica di quella espressa dai membri della Fed e dai mercati, manteniamo un posizionamento prudente sul dollaro che copre parte dell’esposizione determinata dagli investimenti negli asset statunitensi. Analogamente, riteniamo che in vista delle scadenze elettorali i dibattiti relativi a stimoli fiscali finanziati dall’emissione di ulteriore debito, argomento caro a molti candidati democratici, potrebbero tornare ad alimentare i timori degli investitori”.