Cina, il coronavirus può costare almeno l’1% del Pil

28 Gennaio 2020 Financial Lounge di Antonio Cardarelli

Un esempio di cigno nero! O se vogliamo di fenomeno destruptive. Mercati ed economia non possono marciare sempre a doppio passo. Per quanto stimolati dalle Banche Centrali e protetti dai Governi, alcune logiche devono ritrovare validità; dal valore del denaro, all’uso indiscriminato delle risorse e dell’ambiente, a cicli economici di durata ed intensità sostenibile

L’impatto sull’economia cinese del coronavirus dipenderà dalla durata dell’epidemia, ma secondo AllianceBernstein il calo del Pil sarà al massimo dell’1,9%

Gli occhi del mondo sono puntati sulla Cina e in particolare su una città fino a poco tempo fa pressoché sconosciuta in Occidente: Wuhan. Il coronavirus ha contagiato circa tremila persone e provocato almeno 80 vittime. Le contromisure del governo cinese per fermare la diffusione sono piuttosto decise: intere città isolate, scuole e uffici chiusi e attenzione particolare negli aeroporti. Ma, come insegnano eventi passati, queste emergenze hanno ricadute importanti anche sull’economia.

 

FRENATA DEI CONSUMI

“I modelli di contagio storici e i costi economici di malattie simili ci permettono di stimare il potenziale impatto del coronavirus di Wuhan sulla crescita del Pil cinese”, spiega Mo Ji, Chief Economist—Greater China di AllianceBernstein. Nonostante siano del tutto necessarie, le pratiche di controllo dell’infezione – che siano precauzioni autoimposte o rese obbligatorie dal governo – tipicamente penalizzano il consumo e le vendite al dettaglio. Ad esempio, spiega Mo Ji, la reclusione nelle proprie abitazioni riduce lo shopping in negozi fisici e mettere in quarantena una città danneggia i settori del turismo e dei trasporti.

Una situazione simile era stata vissuta nel 2003, durante l’epidemia della Sars. In quell’occasione il Pil cinese, che oggi viaggia intorno al 6%, era sceso di circa due punti percentuali. “Naturalmente sappiamo che il coronavirus di Wuhan è meno grave della Sars – precisa Mo Ji – e che l’economia cinese è più grande ora di quanto non fosse nel 2003. Riteniamo quindi che l’epidemia in corso avrà un impatto che potrà variare da un calo dello 0,8% del Pil reale, nel caso in cui l’epidemia venisse contenuta nei prossimi 3 mesi, a un calo dell’1,9% se l’epidemia si protraesse per 9 mesi”.

COSTO DELL’1% DEL PIL

Secondo l’esperto di AB, quasi sicuramente la durata dell’epidemia sarà all’interno di questo intervallo e per almeno altri 3 o 4 mesi la Cina dovrà combattere non solo la diffusione della malattia, ma anche il danno causato alla crescita economica. “In questo momento ci attendiamo un possibile costo pari all’1% del Pil reale. Di conseguenza, riteniamo che la Cina allenterà la politica monetaria e fiscale in modo ancora più aggressivo per raggiungere il suo obiettivo del 6% per il 2020. Nel frattempo, continuiamo a monitorare la situazione da vicino. L’epidemia del coronavirus di Wuhan è ancora agli inizi e le circostanze stanno evolvendo rapidamente”, conclude Mo ji.

 

Perché la Fed è la madre di tutte le bolle economico-finanziarie

20/01/2020 Business Insider Italia di Mauro Bottarelli

I presupposti per una crisi di sistema ci sono tutti, quello che preoccupa è che non se parla abbastanza

Un titolo che non lasciava particolare spazio all’interpretazione quello scelto dal Financial Times lo scorso 17 gennaio per descrivere lo stato dell’arte a quattro mesi esatti dal ritorno diretto sul mercato della Fed dopo oltre un decennio, prima con le aste repo e term per placare le tensioni sul mercato interbancario overnight e poi con la riattivazione del Qe in senso stretto. Il quotidiano della City, nell’analisi di Michael Howell, managing director di CrossBorder Capital, è impietoso: non solo smonta i tentativi degli spin doctors della Banca centrale Usa di ridimensionare la portata dell’operazione in atto ma, addirittura, varca il Rubicone quando sposa una tesi finora ghettizzata dal mondo finanziario e dell’informazione economica. Ovvero, il Qe ormai è un qualcosa che i mercati vedono come permanente.

“In base al principio che regge il mercato, sempre più liquidità deve essere iniettata nel sistema per facilitare il ri-finanziamento del debito mondiale. Il Qe è qui per restare.Dovremmo quindi attenderci il Qe5, Qe6, Qe7 e avanti così”. E ancora: “Una crescente marea di liquidità permette a molte barche di galleggiare ma sappiamo per esperienza che i mercati assets spinti unicamente da liquidità conoscono spesso epiloghi negativi, come accaduto nel 1974, 1987 e 2000, oltre al 1989 in Giappone”.

Il tutto, ospitato e pubblicato sul più autorevole quotidiano finanziario europeo. Qualcosa pare essersi rotto, se anche la stampa più establishment attacca frontalmente un’istituzione come la Fed e, soprattutto, la sua operatività in favore dei mercati azionari.

 

E che in effetti qualcosa fosse accaduto lo si era percepito anche due giorni prima, 15 gennaio, data della firma dell’accordo commerciale fra Usa e Cina in quel di Washington. Quel giorno, Robert Kaplan, presidente della Fed di Dallas, ha anch’esso – a suo modo – scoperchiato il proverbiale vaso di Pandora sull’argomento. O, per dirla all’americana, let the cat out of the bag. Ovvero, il corrispettivo yankee del nostro segreto di Pulcinella, visto che – oltre a fare volume – un gatto chiuso dentro una borsa si agita e quindi tutti si accorgono della sua presenza, ancorché non si veda. Bene, ora il gatto sta scorrazzando per casa. Cosa ha detto, infatti, Robert Kaplan in un’intervista con Bloomberg?

“Fino ad oggi, noi (la Fed, ndr) abbiamo fatto ciò che andava fatto. Dal mio personale punto di vista, penso però che questo abbia degli effetti sugli assets a rschio. E’ di fatto un derivato del Qe ciò a cui diamo vita quando acquistiamo T-bills e di conseguenza iniettiamo più liquidità, questo indubbiamente ha un effetto sulle securities maggiormente sensibili e rischiose. E’ per questo che dico che l’espansione dello stato patrimoniale non è gratis, comporta decisamente un prezzo da pagare”.

Insomma, il capo della Fed di Dallas ammette due cose, sostanzialmente.

  • Primo, il rally azionario in atto è stato palesemente stimolato – per usare un eufemismo – dall’operatività diretta della Federal Reserve.
  • Secondo, questo comporta rischi e soprattutto un obolo da corrispondere, più o meno nel breve termine.

E questo grafico pone chiaramente la situazione in prospettiva: la magnitudo dell’intervento già oggi in atto, per quanto Jerome Powell si impegni quotidianamente a ridimensionarla, è al massimo storico del ciclo post-Lehman.

Morgan Stanley Research/Bloomberg

Oggi come oggi, quasi senza che il mondo ne abbia contezza, la Fed è ampiamente all-in sul mercato, in fase di intervento a pioggia. Oltretutto, in un momento in cui la narrativa ufficiale è tornata ad essere quella dell’economia Usa che scoppia di salute, fra disoccupazione ai minimi e indici azionari che sfondano un nuovo record al giorno, come twitta soddisfatto l’inquilino di Pennsylvania Avenue. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra il tweet del presidente della Fed di Minneapolis ed ex Goldman Sachs, Neel Kashkari, nel quale per negare la correlazione diretta fra acquisti della Banca centrale e corsi rialzisti dei mercati vengono addirittura scomodati i cosiddetti “cospirazionisti da Qe“.

Ora, al netto del fatto che per smontare la tesi appena enunciata pare sufficiente sottolineare come la monetizzazione di titoli di Stato e le iniezioni repo creino di fatto liquidità incrementale per le istituzioni finanziarie, a completare il quadro ci ha pensato il Wall Street Journal, il quale ha riportato – fino ad oggi senza ricevere smentita – la notizia per cui la stessa Federal Reserve starebbe addirittura considerando la fornitura diretta di liquidità agli hedge funds in caso si sostanziasse una nuova crisi sul mercato interbancario overnight come quella dello scorso settembre.

La ragione di questa mossa sarebbe riconducibile a quanto dimostrato da questi due grafici: primo, stando alla denuncia di un anno fa della Banca per i Regolamenti Internazionali, i fondi speculativi come Citadel, Millennium e Point72 non solo operano molto attivamente sul mercato repo ma soprattutto utilizzano quel meccanismo di finanziamento per operare strategie cosiddette multi-strat, ovvero trasformando controvalori di assets in gestione (Aum, Assets-Under-Management) di 20-30 miliardi in investimenti fino a 200 miliardi di dollari attraverso l’effetto della leva finanziaria.

Bis/Zerohedge

Insomma, il mercato che dovrebbe servire alle istituzioni finanziarie (soprattutto banche commerciali) per finanziarsi sul breve termine a costi limitati per l’operatività quotidiana, di fatto diviene il distributore di liquidità dove gli hedge funds fanno il pieno, salvo millantare con il mercato le dimensioni del serbatoio di cui usufruiscono. Nulla di nuovo ma, dopo una crisi come quella di settembre, il timore di un déjà vu pare sufficiente a mettere sul tavolo come opzionabili anche mosse estreme come quelle denunciate dal Wall Street Journal.

New York Fed/Wall Street Journal

E se il grafico sopra mostra la magnitudo di interventoposto in essere nell’ultimo periodo dalla Fed per placare quel segmento del mercato, la nuova proposta rischia di essere letta e percepita come un vero e proprio salvataggio ex ante degli hedge funds, in caso di default, con denaro dei contribuenti.

Di fatto, il nuovo piano allo studio bypasserebbe del tutto il vecchio sistema repo e vedrebbe la Federal Reserve prestare direttamente denaro a piccole banche, securities dealers e hedge funds attraverso quella che è una vera e propria camera di compensazione – o clearing house – del settore, la Fixed Income Clearing Corporation (Ficc). Insomma, un vero e proprio paracadute in caso di rischio di controparte, visto che verrebbe meno il ruolo di garanzia sugli obblighi contrattuali che oggi viene recitato da grandi istituzioni bancarie in quello che è noto come sponsored repo.

Qualsiasi cosa accada, c’è mamma Fed a tamponare.

“E’ un azzardo senza precedenti, anche perché c’è una grande avversione nei confronti di quello che è di fatto un salvataggio dei fat cats di Wall Street. Il problema è che la Fed, in maniera differente, ha già operato un bail-out del settore lo scorso settembre ma, data la complessità di funzionamento del mercato repo, quasi nessuno si è accorto di cosa in realtà sia accaduto e stia ancora accadendo”, chiosa Glenn Havlicek, chief executive della GLMX, azienda leader nella fornitura di tecnologia per i repo desks.

E in effetti, quanto rischiato quattro mesi orsono è stato quello che la Banca per i Regolamenti Inernazionali ha definito “un effetto LTCM moltiplicato al cubo”, ovvero l’esplosione del rischio di controparte non di un solo hedge funds ma di una serie di soggetti finanziari divenuti di colpo insolventi per l’aumento dei costi sul mercato repo e capaci di scatenare una valanga sulla catena di collaterale.

Ma perché è tanto fondamentale tutelare il ruolo delle clearing houses? Semplice, basta un numero: 1,76 quadrilioni di dollari (ovvero 1,76 milioni di miliardi di $). Ovvero, la cifra della quale la sola LCH, leader nel campo delle camere di compensazione finanziarie, ha ridotto l’esposizione nozionale del mercato a derivati sui tassi trattati over-the-counter (ovvero, al di fuori dei circuiti regolamentati) dall’ottobre 2017 ad oggi. Di più, solo nei 12 mesi terminati nell’ottobre dello scorso anno, quella cifra era pari a 994 trilioni.

Come è possibile? Attraverso un trucchetto di ingegneria finanziaria chiamato portfolio compression, ovvero la sostituzione di più contratti derivati fra due controparti con un nuovo contratto unico il cui nozionale è minore di quello dei deals chiusi e rimpiazzati. Finanza creativa.

Resta il fatto che, numeri alla mano, nell’anno concluso lo scorso ottobre il controvalore di compressione finanziaria operata da LCH è stato pari a 11 volte il Pil mondiale. Ecco perché la Fed è tanto preoccupata. Insomma, la situazione è tale da permettere anche l’onestà verso l’opinione pubblica, lusso che in settembre non si è potuto adottare?

No, occorre nascondere in altro modo, sempre coperto dalla cortina fumogena della tecnicalità da addetti ai lavori, anche quale sia stato il reale motivo scatenante della crisi di settembre e la sua conseguenza diretta, come mostrano questi tre grafici.

  • Primo, la decisione, a inizio estate, di JP Morgan di spostare la gran parte della liquidità depositata nel proprio conto presso la Fed, creando così un gap nelle riserve della Banca centrale che ha portato all’acuirsi in tempi rapidissimi della situazione sul mercato repo.

Bloomberg/Zerohedge
  • Secondo, la stessa JP Morgan ha ben pensato di usare quella liquidità per acquistare obbligazioni, le stesse che a partire da settembre ha utilizzato come collaterale presso la stessa Fed per finanziarsi durante le aste repo e term prima e il Qe vero e proprio da metà ottobre in poi.

Financial Times
  • Terzo, nel 2019 sempre JP Morgan ha ottenuto profitti per 36,2 miliardi, il miglior risultato in assoluto per una banca nella storia statunitense. Ottimo segnale per Jamie Dimon, pessimo per il sistema. Visto che con utili doppi rispetto al loro picco cre-crisi, JP Morgan si trasforma nel post-it vivente che ci ricorda come un eccesso percentuale di income totale che termini nelle mani di intermediari finanziari sia quasi sempre il viatico a inefficenze economiche più profonde.

FactSet/Axios Vsuals

Il sistema sta grippando, del tutto.

E il fatto che ora siano il Financial Times e mezza Fed ad ammetterlo, deve far paura.

 

CoronaVirus, mercati a rischio contagio

24 Gennaio 2020 Focus Risparmio

 

Comprendere al meglio i rischi impliciti di ogni fenomeno che si manifesta, ci aiuta ad orientarci e proteggerci dalle sorprese inaspettate.

Più informazioni abbiamo, meno il “Cigno Nero” ha possibilità di avverarsi! 

In attesa di capire la portata dell’epidemia, meglio mantenersi liquidi aumentando la quota di valuta. L’analisi di Gam Investments

 

Tim Love, responsabile strategie azionarie Paesi emergenti di Gam Investments
Tim Love, responsabile strategie azionarie Paesi emergenti di Gam Investments

Epidemia, pandemia, allarme rientrato. In attesa di capire che strada prenderà la diffusione del CoronaVirus in Cina, meglio essere prudenti e mantenersi liquidi. “Con un numero sempre più crescente di infetti e diversi morti, è un caso lampante di ‘cigno nero’ per i mercati emergenti – avverte Tim Love, responsabile strategie azionarie Paesi emergenti di Gam Investments -. Sin dall’epidemia di Sars del 2002-2003 abbiamo sempre detto che, se si esclude una guerra tattica o addirittura nucleare, una pandemia è il rischio principale per i mercati emergenti, più dei movimenti del dollaro o dell’andamento delle materie prime e della crescita”.

Dietro la diffusione del virus, spiega l’esperto, c’è la combinazione tipica dei mercati emergenti di una popolazione urbana sempre più concentrata unita alla crescita vertiginosa della domanda di alimenti proteici che ha inevitabilmente portato a una più stretta interazione tra uomini e animali. “Questo si riflette in particolare nelle tecniche di allevamento e di produzione moderne che i mercati emergenti stanno adottando. Sommato alla pratica sempre più comune di utilizzare gli stessi antibiotici prescritti alle persone nell’allevamento, le barriere immunitarie un tempo efficaci stanno diventando sempre più vulnerabili”.

In questo senso, non deve stupire quindi che ogni virus a rapida trasmissione metta a dura prova gli sforzi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e di altre misure di risposta globale per contenere i contagi cross-continentali. “L’epidemia di Ebola che sta interessando il Congo sta tenendo in stato di allerta tanto l’Oms quanto gli investitori – osserva Love -. Il CoronaVirus presenta anche alcune caratteristiche specifiche che creano ulteriori problematiche: i sintomi possono apparire fino a cinque giorni dopo il contagio, rendendo difficile lo screening presso gli aeroporti, e non vi è ad oggi una conferma ufficiale del primo focolaio, anche se l’ipotesi Wuhan appare sempre più plausibile”. Positivo è invece per l’esperto l’operato della National Health Commission cinese.

A detta dell’esperto, attualmente la risposta dei mercati appare simile alla prima reazione all’epidemia di Sars, l’ultimo caso di questa portata in Asia. In quel periodo, il mercato era rimasto negativo molto più a lungo di quanto non indichi l’attuale risposta, il che si traduce, potenzialmente, in una marcata flessione (20%) nel caso in cui si arrivasse a una pandemia globale. “Al momento crediamo che il mercato mostri ottimismo, sperando che la situazione rimanga sotto controllo”, chiarisce, sottolineando come da un punto di vista settoriale, abbiamo già assistito a una prevedibile rotazione.

L’healthcare cinese e i titoli dei settori legati alla sanità e al farmaceutico globale (come ad esempio i produttori di guanti in lattice in Malesia) sono cresciuti del 10-20%. Di contro, settori che beneficiano di una concentrazione della popolazione sono stati colpiti negativamente: è il caso delle società legate ai viaggi (come l’operatore online cinese Trip), delle compagnie aeree (a livello globale ma soprattutto in Cina), dei casinò (ad esempio Wynn, con sede a Macao ma di proprietà USA) e delle compagnie di navigazione (Carnival).

Come dovrebbe comportarsi un investitore? Continuare lungo questa scia o invertire la rotta sperando che le misure adottate dall’OMS si rivelino efficaci? Secondo Love, dipende dal proprio profilo rischio: il fenomeno può essere visto tanto come una minaccia quanto come un ritorno alla normalità e quindi come un’opportunità. “Attualmente siamo in attesa di maggiore chiarezza sulla direzione che prenderanno i mercati, e suggeriamo prudenza – afferma -. Mantenersi liquidi aumentando la quota di valuta permette di rispondere rapidamente in caso di necessità evitando di trovarsi tra l’incudine e il martello a seguito di un movimento inaspettato dei prezzi. Crediamo che un posizionamento di questo tipo non sia da considerare “dead cash” dato che offre l’opportunità di esporsi alle interessanti valute emergenti investment grade durante questo breve periodo di attesa”.

Chiaramente molto dipenderà dai dati diffusi dall’Oms nei prossimi giorni. “Crediamo anche che sarà comunque importante cercare titoli di alta qualità con valutazioni interessanti – aggiunge. Acquistare azioni di bassa qualità sulla base di queste notizie, come l’acquisto in questa fase di protezione per titoli legati all’healthcare, a livelli così elevati, pagherà solo se questa minaccia si espanderà. A livello globale crediamo, e speriamo, che non sarà questo il caso”.

L’analisi del rischio, come sempre, è la chiave in questo caso. Anche se un posizionamento basato sull’alta qualità può essere stato identificato in entrambe le direzioni e i modelli possono indicare una posizione contrarian, acquistando i settori oggetto di vendite eccessive danneggiati da questa epidemia, in che misura qualcuno può permettersi di sbagliare? “Crediamo che questo dovrebbe guidare il grado e la velocità di uscita dalla modalità ‘wait and see’, in cui questi indicatori ciclici contrari potrebbero essere selettivamente seguiti in ulteriore debolezza. È sempre difficile fare una scelta di questo tipo”, risponde l’esperto.

“Per questo motivo abbiamo sempre affermato che si tratta di un’area di grave minaccia per un’asset class eterogenea come l’azionario emergente, con la loro esposizione ad alte concentrazioni urbane, che si estendono anche in tutti i fusi orari. Tatticamente, non avremo un’idea della reale portata dell’epidemia fino a dopo il Capodanno cinese. Al momento il tasso di mortalità è molto basso, pari all’1% rispetto alla Sars, che era del 10%. Quindi, dato che di fatto siamo dipendenti dai dati, riteniamo che sia ancora troppo presto per acquistare e questo potrebbe essere ulteriormente complicato dal fatto che molti dei mercati asiatici saranno chiusi nei prossimi giorni. Per questo motivo prevediamo di rimanere in attesa nel breve periodo, ma terremo sotto controllo le regressioni di qualità che sono state danneggiate dalla recente vendita”, conclude Love.

Il 2020 in cinque risposte (più una)

 

20 Gennaio 2020 FOCUS RISPARMIO

Avere qualche idea per muoversi nella nebbia è essenziale!

Dalla recessione alla corsa dei mercati fino alle tensioni geopolitiche: Lustig di T. Rowe Price risponde alle 5 domande clou per ogni investitore

 

 Yoram Lustig, head of multi-asset Emea
Yoram Lustig, head of multi-asset Emea

La parola d’ordine è sempre la stessa, in qualsiasi contesto di mercato: gestione attiva. Perché solo un approccio autenticamente attivo e tempestivo alla gestione degli investimenti può trasformare in opportunità le sfide poste dai cambiamenti che si prospettano nel nuovo decennio. Lo ha ribadito, in un incontro a Milano con i media, Donato Savatteri, head of Southern Europe, come premessa imprescindibile all’outlook 2020 delineato dal collega Yoram Lustig, head of multi-asset Emea.

“Thomas Rowe Price Junior, il nostro fondatore, ha sempre sostenuto che il cambiamento è l’unica certezza per gli investitori. Si tratta di un ‘mantra’ che non ha mai smesso di ispirarci negli oltre ottant’anni della nostra storia e che oggi più che mai ci guida nell’impegno ad offrire ai nostri investitori risultati costanti nel tempo anche in presenza di un contesto di nuove normalità, in cui gli effetti dell’ondata di liquidità senza precedenti dello scorso decennio sono ormai alle spalle”, ha sottolineato Savatteri.

“Il futuro appartiene ai gestori attivi più competenti- ha detto senza mezzi termini Lustig -. La gestione strategica di qualità sarà non solo più rilevante, ma anche più efficace quest’anno e negli anni a venire, in quanto gli investitori dovranno trovare valore in un contesto di rendimenti moderati, diversificare il rischio azionario e prepararsi alla recessione che prima o poi arriverà”.

Per far luce sul 2020, Lustig ha risposto alle cinque domande chiave che gli investitori dovrebbero porsi agli esordi del nuovo decennio. A partire dal quesito sulla fine del ciclo, che continua a disattendere le aspettative. “L’attuale fase espansiva è la più lunga della storia, ma i cicli maturi non muoiono di vecchiaia. Siamo di fronte a un rallentamento economico, piuttosto che una crisi. Il ciclo potrebbe continuare per altri 12 o 14 mesi, o anche più a lungo: non abbiamo ancora identificato chiari segnali di una recessione imminente”, ha osservato, spiegando che nonostante questa incognita è fondamentale continuare investire, per non perdersi una potenziale ultima gamba rialzista sull’azionario, pur mantenendo un’esposizione agli investimenti difensivi e favorendo quelli che offrono crescita e potenziale di rendimento, perché saranno attraenti in un contesto di bassa crescita e bassi rendimenti.

Inevitabile quindi la seconda domanda: è lecito chiedersi se i mercati abbiano fatto il passo più lungo della gamba dopo il +27% messo a segno dall’azionario nel 2019? Per rispondere a questo secondo quesito, Lustig si è focalizzato sulla disruption: “Viviamo in un mondo a bassa crescita e ad elevata disruption. Ed è proprio questo fattore, attivato essenzialmente dalla tecnologia, che ha sbloccato la capacity in moltissime industrie. Di fronte a questa ondata di innovazione, è cruciale focalizzarsi sulle storie di successo idiosincratiche, vale a dire individuare i vincitori di domani, coloro destinati a cavalcare la disruption e non a soccombervi”.

Le società in possesso di tecnologie disruptive creano opportunità in un contesto di bassa crescita. Ad esempio, basta pensare che tra il 2011 e il 2018 Netflix e Amazon hanno messo a segno una crescita dei ricavi rispettivamente del 393% e 384%, contro una crescita del 19% dei titoli del segmento media inclusi nell’S&P 500[. “Ecco perché acquistare un indice comporta dei rischi in un mondo a bassa crescita e ad elevata disruption”, ha sottolineato l’esperto, spiegando inoltre che gli investitori dovranno affrontare questa ‘nuova normalità’ anche sui mercati obbligazionari.

Ed ecco quindi la terza domanda: i bond. “Dobbiamo ricordare che i rendimenti negativi non sono la nuova normalità: sono anormali. Con le banche centrali che sono tornate alle politiche accomodanti, la bassa crescita e l’inflazione che resta contenuta, i rendimenti potrebbero scendere ulteriormente. Ma non è detto che non tornino invece a salire di fronte a miglioramenti delle tensioni geopolitiche. A causa di questa incertezza, la funzione dei bond ad alta qualità in portafoglio resterà di cruciale importanza, anche se la sicurezza è diventata costosa. Non possiamo più fare affidamento sui titoli di Stato, Bund e Btp inclusi, come in passato”.

E a proposito di questioni geopolitiche, oggetto della quarta domanda, sono molti i fronti aperti, dalla guerra commerciale Usa-Cina, alle tensioni in Medio Oriente, da Brexit, alla diffusione generalizzata del populismo. Nell’anno delle elezioni presidenziali Usa, vale la pena concentrarsi su ciò che potrebbe andare male in caso di deterioramento della situazione. Per Lustig, in termini di investimenti ciò si traduce con il tenere in considerazione “i mercati che hanno sofferto a causa della trade war e che possono beneficiare della risoluzione, come l’azionario giapponese ed emergente, così come l’azionario europeo, che potrebbe registrare un rally una volta che verranno meno diverse incertezze politiche legate a Brexit. Infine, anche i titoli azionari legati alle risorse naturali potrebbero dare soddisfazioni, con le tensioni con l’Iran che potrebbero far balzare i prezzi del petrolio”.

In conclusione, tutte queste considerazioni portano ad un ultimo grande quesito: perché è più importante che mai essere investitori attivi e rapidi? “Essenzialmente perché i cambiamenti secolari a cui stiamo assistendo creano una maggiore dispersione a livello di rendimenti, che necessita di decisioni attive nella selezione degli asset”, ha concluso Lustig.