Coronavirus il Pil della Cina frenerà al 5% nel 2020, stima S&P

Corriere Economia  7 Febbraio 2020 di Fabrizio Massaro

 

Si iniziano a contare i primi effetti, seppure ancora prospettici

 

Coronavirus il Pil della Cina frenerà al 5% nel 2020, stima S&P

 

La crescita del Pil della Cina rallenterà al 5% nel 2020 a causa del coronavirus. Lo afferma S&P nel rapporto intitolato «Il coronavirus infligge un duro colpo temporaneo all’economia cinese». Secondo S&P «la maggior parte dell’impatto economico del coronavirus si farà sentire nel primo trimestre, e la ripresa della Cina sarà stabilmente avviata entro il terzo trimestre anno», sostiene Shaun Roache, capo economista dell’area Asia-Pacifico per S&P Global Ratings. La previsione del 5% per il 2020 si confronta con la precedente attesa di un incremento del 5,7% diffusa prima dell’epidemia. «Nonostante l’incertezza, la nostra ipotesi di base è che il virus sarà contenuto entro marzo 2020», precisa S&P nella nota. Allo stesso tempo, l’agenzia rivede al rialzo la sua stima sulle previsioni di crescita della Cina nel 2021, incorporando un probabile rimbalzo e portandole dal 5,6% al 6,4%.

Toyota: fabbriche ancora chiuse

L’economia cinese è di fatto ferma da un mese, tra pausa per il Capodanno e lo stop imposto dalle autorità alle imprese per evitare la diffusione del contagio. Fabbriche e uffici devono restare chiusi fino al 9 febbraio compreso ma diverse aziende prolungheranno la chiusura. La casa automobilistica giapponese Toyota per esempio ha annunciato venerdì 7 un rinvio di una settimana della ripresa della produzione dalle sue fabbriche in Cina. «Abbiamo deciso di mantenere la sospensione di tutte le fabbriche Toyota in Cina fino al 16 febbraio», ha detto un portavoce del gruppo all’agenzia Afp.

Lo scontro all’Opec+ sul taglio alla produzione di petrolio

Intanto le conseguenze della frenata cinese, a cominciare dal brusco stop all’acquisto di greggio, provocano divisioni tra i paesi produttori di petrolio. La Russia prenderà posizione su una possibile ulteriore riduzione della produzione di petrolio «nei prossimi giorni», ha detto il ministro russo dell’Energia Aleksandr Novak. Giovedì la Russia si è opposta alla raccomandazione del comitato tecnico di Opec+ — nella riunione straordinaria di Vienna — di tagliare la produzione di 600.000 barili in più al giorno per arrestare il calo dei prezzi causato dall’epidemia di coronavirus in Cina. «Vedremo come si svilupperà la situazione nei prossimi giorni», ha detto il ministro alle agenzie russe, senza specificare come la Russia renderà nota la sua posizione. Secondo le indiscrezioni, l’Arabia Saudita spingerebbe per un’ulteriore riduzione da 800.000 a 1 milione di barili al giorno e aveva proposto una soluzione di compromesso di 600.000 barili. Poiché all’interno dell’Opec+ ci vuole il consenso di tutti i partecipanti, l’incontro si è concluso senza risultati. «Vogliamo continuare le consultazioni per determinare le misure ottimali accettabili per tutti gli esportatori per regolare il mercato senza cambiamenti improvvisi che sarebbero dannosi per i produttori e i consumatori», ha poi spiegato il diplomatico russo Sergey Lavrov.

La Cina acquista più di due terzi del suo greggio dai paesi membri dell’Opec e dai loro alleati, in primo luogo l’Arabia Saudita, leader del cartello, seguita dalla Russia. Dopo aver perso quasi il 15% dall’inizio dell’anno, i prezzi del petrolio si erano leggermente ripresi in attesa delle decisioni dell’Opec+. Secondo alcuni analisti, la Russia è riluttante a tagliare ulteriormente la produzione soprattutto perché le sue compagnie petrolifere e il governo hanno bisogno di entrate. Il bilancio russo rimane fortemente dipendente dalle entrate petrolifere. Ma il nuovo governo sta mobilitando enormi risorse a favore di un importante piano di investimenti per rilanciare l’economia in difficoltà e raggiungere gli obiettivi del Presidente Putin prima della fine del suo mandato nel 2024.

 

Il 92% degli italiani ha la casa, ma solo il 6% ha meno di 35 anni

Corriere Economia 9 febbraio 2020 di Gino Pagliuca

L’esigenza del tetto sulla testa è oramai risolta per tutti, quello che occorre è risollevare le sorti del paese con l’industria e l’economia. Va favorito l’indirizzo del risparmio privato nell’economia reale. Ossia sviluppare, sorreggere ed ingrandire, tutto il sistema delle PMI sulle quali si regge la struttura produttiva italiana.

Il 92% degli italiani ha la casa, ma solo il 6% ha meno di 35 anni

La proprietà immobiliare italiana è diffusa e saldamente in mano ai privati. I numeri più recenti che confermano la peculiarità del mercato del mattone nazionale sono presenti nel rapporto Gli immobili in Italia 2019 redatto dall’Agenzia delle Entrate. Su 34.871.821 unità residenziali censite, ben 32.192.053 risultavano possedute da persone fisiche, con una quota pari al 92,3%.

I dati fiscali cui fanno riferimento le Entrate sono relativi alle dichiarazioni del 2016 ma sono da considerarsi assolutamente attendibili anche rispetto alla situazione attuale, anche perché negli ultimi anni la politica delle società immobiliari è stata quella di cedere gli immobili residenziali a chi ne frazionasse le proprietà.

Le abitazioni principali (le case in cui il proprietario ha la residenza fiscale) sono oltre 19,5 milioni, mentre il numero delle abitazioni locate, poco più di sei milioni, è quasi equivalente a quello delle unità immobiliari tenute a disposizione. Questi sono i dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi, resta il dubbio che non proprio tutti i contratti di locazione vengano dichiarati.

Il rapporto stima che il valore delle residenze possedute da persone fisiche ammonti a 5.211 miliardi di euro, cui vanno aggiunti altri 315 miliardi di euro per le pertinenze (principalmente si tratta di box auto). E’ un dato che però probabilmente andrebbe visto al ribasso di un buon 10%: a tanto ammonta infatti in media il calo dei valori registrato nell’ultimo triennio, anche se l’andamento dei prezzi non è stato omogeneo nel Paese. Il valore totale di immobili e pertinenze posseduto da persone fisiche e società è di 6000 miliardi di euro.

La regione con il maggior valore complessivo delle residenze è la Lombardia, con 822 miliardi di euro. La maggior parte dei 25,5 milioni di proprietari immobiliari ha come voce di reddito prevalente gli introiti da lavoro dipendente (10,7 milioni), ma i pensionati (10,3 milioni) seguono a ruota. Il reddito medio dichiarato è di 24.367 euro all’anno. Solo una minoranza (1,5 milioni) ricava le maggiori entrate dall’incasso dei canoni di locazione.

Un dato che dice molto sulla possibile evoluzione del mercato nei prossimi anni è quello relativo all’età dei proprietari: sono solo 1,5 milioni gli under 35, contro quasi 14 milioni di contribuenti tra 35 e 65 anni e 9,5 milioni ultra 65enni; siccome tutte le analisi più recenti di altra fonte concordano nel dire che la domanda di casa in acquisto da parte dei giovani resta molto debole (per mancanza di redditi stabili, soprattutto) è difficile ipotizzare che le compravendite di case possa crescere molto nei prossimi anni.