Sarà l’helicopter money a salvare l’economia dal coronavirus?

21 marzo 2020 AGI di Ivana  Pisciotta

Con il decreto “Cura Italia” noi ci siamo già in parte adeguati.

 

Mettere denaro direttamente nelle tasche dei cittadini. Cos’è, chi ha inventato e come funziona la teoria, nata cinquant’anni fa, che potrebbe presto diventare realtà a seguito dell’impatto economico della pandemia

 

coronavirus helicopter money
© Guillaume Nedellec / Hans Lucas  – Soldi

Prima del coronavirus, rappresentava la classica teoria di cui, quando se ne faceva cenno in contesti economici, il sorrisino sardonico tra gli esperti era d’obbligo: come se fosse un mero esercizio di fantasia, e nulla di applicabile. Ora, invece, sta prendendo rapidamente quota e anzi in alcuni Paesi è già realtà mentre gli Stati Uniti ci stanno seriamente pensando e potrebbe diventare presto operativa.

Insomma, l’economia globale è ormai in ginocchio a causa del coronavirus e le discussioni si animano non soltanto sulle stime dell’impatto che la pandemia avrà in termini di Pil ma anche sul ‘dopo’. Cioè, come ridaremo fiato ai consumi, praticamente azzerati?

Anche il Financial Times è intervenuto nelle ultime settimane sottolineando come un numero sempre crescente di economisti stia abbracciando la teoria dell'”Helicopter Money“, ovvero il trasferimento di pura liquidità nei conti correnti dei cittadini.

Helicopter money o Quantitative easing?

Tecnicamente, si tratta di un’alternativa al quantitative easing cui ricorrere quando i tassi di interesse si avvicinano allo zero e l’economia non si riprende dalla recessione. È proprio il caso di queste settimane: le banche centrali sono intervenute tutte per ridurre il costo del denaro e incentivare così il ricorso ai prestiti da parte di famiglie e imprese.

Ma così come i mercati, i consumatori ovviamente non rispondono a tali stimoli: d’altronde, un miliardo di persone è in isolamento a casa e i negozi sono chiusi. E prima che i consumi riprendano quota, quando quest’incubo sarà finito, ci vorrà tantissimo tempo.

È una misura di grande effetto. Come il Qe, comporta essenzialmente la creazione di moneta da parte delle banche centrali per espandere l’offerta. Tuttavia, l’effetto dell’”helicopter money” sul bilancio della banca centrale è diverso rispetto a quello dell’allentamento quantitativo.

In base al Qe, infatti, le banche centrali creano riserve acquistando obbligazioni o facendo altre attività finanziarie, effettuando un “asset swap“. Ma, mentre lo swap è reversibile, l’”helicopter money” non lo è perché le banche centrali danno via i soldi creati.

Alle sue origini

Non è certo una teoria dell’ultima ora, essendo nata cinquant’anni fa, e precisamente nel 1969, dall’allora premio Nobel per l’Economia Milton Friedman. Egli teorizzò un “lancio di denaro da un elicottero” necessario, all’epoca, per far ripartire l’inflazione. Gli economisti erano soprattutto preoccupati per gli effetti del ‘boom’ e il ripiegamento dei prezzi e, in generale, del mondo in via di sviluppo. Il concetto venne poi rispolverato nei primi anni Duemila, dopo la crisi scaturita dalla bolla speculativa tra il 1991 e il 1992.

Nel 2002, Ben Bernanke, che diventò poi presidente della Fed, si disse dello stesso avviso: l'”helicopter drop” o “helicopter money” poteva sempre essere usato per prevenire la deflazione.

Ma ora, di fronte allo scenario economico da coronavirus, come ha sintetizzato Robert Chote, presidente dell’Office of Budget Responsability britannico, ci troviamo in una “situazione di guerra”. E, intervistata dal FT, Beatrice Weder di Mauro, accademica e imprenditrice svizzera che attualmente è docente di economia presso l’Istituto di studi internazionali e di sviluppo di Ginevra, osserva che ormai è un fatto acclarato che questo shock “sia assolutamente diverso” dalle crisi precedenti.

Il risultato è che una serie di idee politiche che una volta erano campo di discussione di un piccolo numero di cani sciolti e limitate a discussioni puramente teoriche sono al centro dell’attenzione.

I costi

L’obiettivo comune ai governi delle grande economie occidentali, ricorda il Ft, è quello che “nessuno dovrebbe perdere il proprio lavoro o il proprio reddito a causa del virus”. Ma, certamente, se applicato, il metodo ‘helicopter money’ è assai costoso.

Per questo motivo, “dobbiamo essere disposti ad accettare disavanzi fiscali sulla scala del 2009”, dice Adair Turner, l’ex capo della Financial Services Authority del Regno Unito. Data la necessità di grandi disavanzi fiscali il dibattito sull’helicopter Money, spiega Turner, comporta in realtà due questioni politiche distinte.

La prima è come finanziare lo stimolo: deve essere la banca centrale a pagarlo attraverso il finanziamento monetario diretto, stampando fisicamente il denaro, o i governi devono prendere in prestito il denaro nel solito modo? La seconda è come il denaro viene poi distribuito.

Allo stato attuale, mentre ne discutono economisti e politici, le banche centrali non si sono ancora esplicitamente offerte di monetizzare i disavanzi, ma hanno aperto i rubinetti sui grandi programmi di acquisto di nuove attività per comprare l’eccesso di obbligazioni.

Nella zona euro, ricorda il Ft, si discute sull’emissione di ‘corona bond‘ o sull’aumento delle linee di credito del Meccanismo europeo di stabilità, il fondo di salvataggio dell’Unione monetaria per i sovrani, nella speranza che la Banca centrale europea mantenga basso il costo di tali prestiti.

Secondo alcuni esperti, devono essere le banche centrali a finanziare direttamente i disavanzi pubblici. Una soluzione cui fa accenno, spesso nei suoi interventi, proprio Bernanke. Da quando ha lasciato la Fed, ha pubblicamente sostenuto che “in certe circostanze estreme” il finanziamento monetario della spesa per deficit fiscale “può essere la migliore alternativa disponibile”.

L’helicopter money, oggi

Comunque ora, l’helicopter money è già realtà nel senso che elargizioni dirette di denaro contante sono state fatte ad esempio a febbraio, quando il governo di Hong Kong ha deciso di trasferire 1.270 dollari a tutti i residenti finanziariamente colpiti dall’epidemia. Anche Singapore ha previsto piccoli pagamenti in contanti a tutti i cittadini.

E negli Stati Uniti si sta facendo accenno ad un supporto per l’invio di assegni direttamente a tutti gli americani, idea sostenuta ad esempio dagli ex consulenti economici dei presidenti Barack Obama e George W. Bush. Il Ft ricorda che il presidente Donald Trump e il suo segretario del Tesoro Steven Mnuchin l’hanno proposta, e i senatori l’hanno considerata nella legge sulle misure di stimolo attualmente all’esame del Congresso.

In realtà, evidenzia l’analisi del Ft, prima del coronavirus queste idee non convenzionali stavano già guadagnando terreno perché la crisi finanziaria, le crescenti disuguaglianze e la paura dell’automazione tecnologica che causa la disoccupazione avevano già suscitato un crescente interesse per nuovi approcci politici.

Non solo, ma ci sono già dei precedenti. Ad esempio, sostiene Eric Lonergan, un gestore dei fondi, interpellato da Ft, l”helicopter money’ è già qui, nel senso che “una banca centrale effettua trasferimenti al settore privato”.

Ad esempio, la Bce ora offre prestiti alle banche a un tasso d’interesse più basso, a certe condizioni, di quello che le banche ricevono sulle riserve detenute in deposito presso la Bce. “Questo margine è un vero e proprio trasferimento fiscale finanziato con denaro” afferma aggiungendo che tale margine può essere ampliato e legato a condizioni che di fatto trasferiscono il sussidio ai privati.

E prima ancora nel tempo, altri governi hanno inviato assegni a tutti i cittadini come il presidente George W. Bush. La differenza è che nelle recessioni del 2001 e del 2008 l’intenzione era quella di stimolare la domanda, oggi è quella di mettere il denaro nelle mani di persone che perderanno il lavoro” e prevenire una “recessione economica a cascata”.

Per gli economisti, l’atteggiamento dovrebbe essere: siamo in guerra con questa pandemia, vinceremo questa guerra, e i deficit a due cifre sono un prezzo che vale la pena pagare.

Il caso della Germania (e di altri Paesi)

Ci sono comunque alcuni paesi in cui l’elargizione diretta di denaro contante è considerata meno importante perché dispone di sistemi di benefici più sofisticati e generosi. La Germania e altri paesi hanno avuto successo ad esempio con il sovvenzionamento del Kurzarbeit, dove i datori di lavoro sono pagati per mantenere i dipendenti sul libro paga ma l’orario di lavoro viene drasticamente ridotto.

Sia quel che sia, la caratteristica di questa recessione è diversa da quella che l’ha preceduta. I governi e le banche centrali stanno lottando duramente per proteggere le imprese dagli effetti dell’epidemia di coronavirus. Eppure i loro sforzi – agevolazioni fiscali, tagli dei tassi e acquisti di obbligazioni, prestiti e sovvenzioni – non hanno alcuna speranza di stimolare la domanda dei consumatori quando vaste fasce della popolazione sono costrette alla quarantena.

Gli effetti per chi sponsorizza questa manovra

I sostenitori dell’helicopter money, in questa situazione, affermano che sarebbe una vera e propria boccata d’ossigeno. I lavoratori che sono stati licenziati, quelli che hanno visto un taglio di ore e i lavoratori autonomi riceverebbero un gradito aumento di reddito.

Le imprese, nel frattempo, potrebbero pianificare con più fiducia, sapendo che i consumatori avranno denaro extra da spendere una volta terminato l’isolamento.

Ci sarebbe anche una luce alla fine del tunnel per gli investitori. Se ai mercati finanziari verrà dato motivo di credere che i consumi futuri possano compensare il crollo di oggi, si potrebbe ripristinare il morale degli investitori. Ciò detto, il Financial Times aggiunge che ci sarà bisogno di una data di scadenza. Anche i pagamenti dovrebbero essere scaglionati. E sarebbe questo l’orientamento che si prepara a seguire l’amministrazione Usa.

Secondo una proposta del Dipartimento del Tesoro pubblicata dal Washington Post, gli esborsi avverrebbero in due fasi, il 6 aprile e il 18 maggio, ciascuna del valore di 250 miliardi di dollari, con un importo preciso che varia a seconda del reddito e della dimensione della famiglia. Molti americani riceverebbero 1.000 dollari in ogni rata, sempre secondo il Washington Post.

In alternativa, il denaro extra potrebbe anche essere fornito sotto forma di voucher, permettendo ai destinatari di spenderlo a loro piacimento – sia che si tratti di vacanze, di biglietti teatrali o di un pasto al caffè locale. Fondamentalmente, il buono dovrà essere accompagnato da una garanzia che non sarà recuperato in futuro attraverso l’aumento delle tasse. Altrimenti, il conto della recessione sarà sempre altissimo.

Aspettavamo un ’29. E invece sta arrivando un ’45

17/03/2020 AGI Agenzia Italia

di Nicola Graziani

 

Chissà che non sarà così?

Questa volta non è come il crollo di Lehman Brothers o tutte le precedenti crisi dalle quali Wall Street e i suoi gnomi si sono rialzati più baldanzosi che mai. Dalla crisi del coronavirus sorgerà un nuovo ordine economico proprio come dopo la fine del secondo conflitto mondiale (di Nicola Graziani)

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Mendès France, Desmukh, Gutt e Snyder alla quarta sessione annuale di Fmi e Banca Mondiale (1949)

Tutti pronti a scommettere su un ’29, e invece arriva un ’45. È vero: Wall Street è in sofferenza come mai dal 1987, piena Era Reagan. Non parliamo poi di altre borse e listini a noi più vicini. Ma il fatto è che quel Grande Tracollo (temuto, paventato, da qualcuno sotto sotto auspicato) non è mai arrivato, e tutte le botte prese nel frattempo non hanno avuto quella funzione catartica che gli irriducibili nemici dell’iperliberismo desideravano avesse. Perché sempre, a partire dal 1987, Wall Street ed i suoi gnomi si sono pervicacemente ripresi il controllo delle leve economiche, e addio speranze dei socialdemocratici di ogni età e latitudine.

Sotto Reagan fu la Strage degli Incoscienti e finì l’epoca degli Yuppies, la figura social-economica più supponente mai generata dal capitalismo in versione ruggente. Poi però la corsa riprese, non senza un sospetto di doping sotto forma di abbattimento delle altrui garanzie lavorative, e così è stato anche nel 1998, con la crisi finanziaria delle tigri asiatiche che ruggivano spaventosamente da cinque anni. Lo stesso 2001, con la bolla di sapone delle dot-com. Finisce la New Economy? Chi se ne importa: stasera un party da Jordan Belfort, il nipote di Gordon Gekko, e sarà uno sballo.

Nemmeno con la botta epocale dei sub-prime del 2008, e con i dipendenti della Lehman Brothers che escono dal loro palazzo con l’espressione dei tedeschi a Stalingrado, le cose sono cambiate di un pollice. Nulla, nulla, fino a quando il battito d’ali di un pipistrello in Cina non ha provocato il proverbiale sconquasso dall’altra parte del mondo. Ed ora tutti lo sanno: quando questa storia finirà i sette pilastri della saggezza economica andranno puntellati, rinforzati se non addirittura sostituiti come le cariatidi dell’Eretteo. Quella attuale è una guerra, e alla fine nascerà un Nuovo Ordine Economico.

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Winston Churchill e Alcide De Gasperi

Guerra e ricostruzione

È davvero una guerra, come gridava Crozza facendo il verso a Grillo? Pare di sì. Chi nutre dubbi in proposito scorra le pagine di “Contro un nemico invisibile” di Carlo M. Cipolla. È la descrizione di quello che ti combinò la peste del 1630 (quella manzoniana) quando scese in Toscana. Un rapido spoiler: Montelupo fece come l’Italia, Firenze come Trump quando vuole pagare un miliardo per tenersi tutto per sè il vaccino dei tedeschi.

Le guerre hanno una sola qualità: finiscono. E poi è il turno dei ricostruttori. Nel 1945 l’Italia ebbe De Gasperi, ad un certo punto. Di quello che ha fatto gli sono tutti grati, ma bisogna dire che lui fu aiutato dal contesto internazionale.

Innanzitutto l’Italia si trovò dalla parte giusta del mondo. Il bolscevismo partiva dalla periferia di Trieste e scorreva placido e letale fino a Vladivostok. Di qua, invece, le democrazie ed un’economia capitalista rivista attraverso il prisma del New Deal rooseveltiano. Eh sì: il ’29 quella volta non era passato invano. L’ordine internazionale di Potsdam e Yalta era doloroso, lo si chieda alla Germania, ma necessario e soprattutto funzionante. Ad esso faceva da specchio un nuovo assetto economico forgiato in una ex piantagione di schiavi neri ed in un albergone del New Hampshire.

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Harry Dexter White e John Maynard Keynes alla sessione inaugurale del Fondo Monetario Internazionale, nel 1946

La nuova alba di Bretton Woods

A Dumbarton Oaks, che sorge sul limitare di Georgetown a Washington, e a Bretton Woods, dove fu deciso di infilare 800 delegati sotto un unico tetto a far capire al mondo la grandezza d’America, si stabilirono nuove regole. Anzi, si stabilirono delle regole, ed era la prima volta nella storia dell’uomo. Uno sbarco sulla Luna.

Nel dettaglio: costituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, organismi internazionali destinati a concedere prestiti, il primo a breve scadenza e a carattere monetario, il secondo a lunga scadenza e allo scopo di incrementare la produttività. Set di norme stringenti per il commercio. Gabbia contro la fluttuazione dei cambi. Soprattutto era stato stabilito che l’economia mondiale è un bene comune, e comunemente va gestita. Non a caso, dal punto di vista internazionale, si gettavano contemporaneamente le fondamenta delle Nazioni Unite. Tutto si tiene.

Quell’ordine economico internazionale durò fino al 1970, quando Nixon sganciò il dollaro dalla convertibilità in oro e mandò tutto a carte e quarantotto. Intanto però il Pianeta aveva vissuto la piu’ ampia e generale espansione economica dai tempi del Giurassico. Torneremo a sorridere, come diceva Don Camillo guardando l’alluvione del Polesine? Presto per dirlo; accontentiamoci intanto della cronaca di oggi. E del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno: conferma la disponibilità politica ad allargare al massimo le maglie delle regole per consentire agli stati membri di utilizzare al massimo la leva della spesa.

“Presenterò una dichiarazione che espone una risposta politica coordinata dall’Unione europea che include iniziative per contenere e curare la malattia, sostegno di liquidità alle imprese, in particolare le Pmi e sostegno ai lavoratori e alle famiglie”, dice, e con queste parole indica il nuovo campo di battaglia. Perché la fase bellica è solo agli inizi, e quando si tratta di combattere non si puo’ pensare solo alle conseguenze politiche della pace. Bisogna realizzare un’economia di guerra, e non a caso il modello evocato da Ursula von der Leyen è proprio quello. Che il medium incaricatosi di evocare il fantasma sia di madrelingua tedesca non è affatto un caso.

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© RALF HIRSCHBERGER / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE

Ursula von der Leyen

Il ritorno della “Kriegswirtschaft”

Chiediamo scusa: dobbiamo usare dei nomi che fanno paura nella loro stridente sonorità. Il primo è Kriegswirtschaft, e vuol dire appunto economia di guerra. Chi ebbe l’intuizione? Il Reich guglielmino, fino ad allora liberista fino al midollo. Ma la Prima Guerra Mondiale andava male, la società tedesca non reggeva più lo sforzo bellico e la tenuta interna era allo stremo. Era il 1918. Lo Stato, per dirla marxianamente, assunse allora il controllo dei mezzi di produzione (in altre parole: il controllo delle fabbriche) e razionò insieme ai viveri anche le libertà imprenditoriali, creando una economia dirigistica volta al raggiungimento della vittoria finale. Che non arrivò.

La strada comunque era spianata, ed il tarlo dell’intervento del pubblico nella competizione tra attori economici ormai una rosicchiante realtà nelle teste più brillanti della nuova stagione che si apriva. Tanto che (secondo spaventevole termine) c’è chi sostiene che questo Kriegssozialismus, questo socialismo di guerra, sia sopravvissuto sotto mentite spoglie per quasi tutto il Novecento. Almeno fino alla supply-side economy di Ronald Reagan e questo permetterebbe di chiudere il cerchio.

Ma un arco di cerchio ancora deve essere disegnato sul foglio, perché la teoria economica contemporanea, a sentir parlare di economia di guerra, lancia l’altolà. Si sostiene, infatti, che l’economia dirigistica applicata a frangenti estremi come l’attuale porti ad un controllo più o meno forzoso sul risparmio privato, ad una contrazione della varietà della produzione, ad una compressione dei consumi interni. Infine, ad un ricorso eccessivo della spesa pubblica grazie all’immissione nel sistema di moneta stampata ad hoc. In altre parole: inflazione. È successo agli stessi americani, al tempo della guerra del Vietnam. Alla fine Nixon fece saltare il sistema di Bretton Woods. E davvero qui il cerchio si chiude.

Non sappiamo cosa sarà il nuovo ordine mondiale del futuro, ma del disordine attuale conosciamo bene una cosa: uscirne non sarà una passeggiata.

Coronavirus e mercati: Fed in emergenza, ma non è ora di vendere

16/03/2020       FinancialLounge

di Stefano Caratelli

Anche io credo sia la visione più corretta!

Le grandi case d’investimento concordano sul fatto che il virus abbia aperto una brutta parentesi per economie e mercati, ma non siamo di fronte a un’inversione storica. Intanto la Fed porta improvvisamente i tassi a vicini allo zero e annuncia acquisti di titoli per 700 miliardi di dollari

La Fed non aspetta e gioca d’attacco abbassando i tassi domenica notte a quasi zero e annunciando, in contemporanea, la riapertura del Quantitative easing per 700 miliardi di dollari di acquisti tra T-bond e mutui immobiliari per contrastare gli effetti della diffusione del virus sull’economia e sui mercati. L’annuncio assolutamente inedito è diretto ad ammortizzare l’impatto del virus con misure concertate con Bce e Bank of England, per facilitare l’afflusso di dollari nei rispettivi sistemi finanziari. Il taglio di 100 punti base porta i Fed Funds a 0-0,25%, un livello che il mercato si aspettava venisse raggiunto per l’arrivo dell’estate. Una mossa preventiva per aiutare l’economa a evitare la recessione e sostenere Wall Street reduce da 4 settimane di volatilità violenta. Ma esattamente dove siamo?

UNA PARENTESI CHE PUÒ ESSERE LUNGA E PROFONDA, NON INVERSIONE ‘STORICA’

Tutto indica che è una parentesi, che può essere lunga e profonda, ma non un’inversione ‘storica’ del trend di espansione dell’economia globale e del mercato Toro’ che corre da 11 anni. Può starci anche una recessione ‘tecnica’, vale a dire due trimestri consecutivi con il segno meno davanti al numero del PIL, probabile in Europa e possibile anche in USA. A Wall Stret l’indice S&P 500 ha chiuso settimana scorsa a 2.711 passando dal territorio correzione al territorio Orso, vale a dire una distanza superiore al 20% dai massimi di periodo, nonostante il balzo di quasi 2000 punti nel finale di venerdì, dopo che il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza da virus. Per passare dai record storici all’Orso, Wall Street ci ha messo appena 4 settimane. La correzione di quasi il 20% della seconda metà del 2018 aveva avuto bisogno di 16 settimane per dispiegarsi. Ma attenzione, passare dal Toro all’Orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Come la recessione tecnica, dentro la parentesi può starci anche un’incursione dell’Orso.

NIENTE A CHE VEDERE CON LA GRANDE CRISI, CHE MINAVA IL SISTEMA ALLA RADICE

Sul quadro delineato sopra convergono le analisi delle grandi case di investimento con cui Financialounge.com è costantemente in contatto, anche se ovviamente con sfumature diverse. E c’è consenso anche sul fatto che quello che sta succedendo in questo difficile passaggio tra inverno e primavera del 2020 non ha niente a che vedere con la Grande Crisi esplosa a settembre del 2008 con il crac di Lehman Brothers. Quella crisi impiegò oltre un anno per caricarsi e andò a minare le fondamenta del sistema finanziario, con le grandi banche e istituzioni americane che cadevano come birilli e venivano salvate da una regia audace del Tesoro USA e della Fed che misero sul piatto insieme a una strategia audace e efficace anche una montagna di dollari. L’onda d’urto arrivò in Europa con la stessa violenza ma incontrando minor capacità di reazione e fu poi ‘doppiata’ dal secondo tsunami, la crisi del debito sovrano e dell’euro aperta nel 2010 e sventata solo nel 2012 grazie alla leadership da grande condottiero romano di Mario Draghi.

I DATI MACRO RESTANO SOLIDI MA FOTOGRAFANO IL PASSATO, RECESSIONE TECNICA NON ESCLUSA

Qui la tenuta strutturale del mercato e del sistema finanziario non è in discussione. Il virus è un fattore esterno, come una catastrofe naturale, con la differenza rispetto a uno tsunami o a un terremoto di essere globale e non locale. Il tempo è il fattore chiave, non è una questione di se ma di quando. Se si tocca il picco rapidamente, i danni potrebbero essere limitati al primo trimestre, se ci mette più tempo, anche il secondo potrebbe soffrirne. Per misurare l’impatto sull’economia reale i dati servono a poco. Quelli reali disponibili sono ancora tutti relativi a febbraio. Infatti i modellini delle Fed di Atlanta e New York puntano a una crescita del PIL americano tra gennaio e marzo tra l’1,7% e il 3,1%. Alcune grandi banche americane invece danno per scontato il segno meno, con la possibilità che si replichi nel secondo. Ma il consensus è per una seconda metà dell’anno in recupero.

IL MERCATO PER NON SBAGLIARE ESAGERA SEMPRE, MA IL TREND NON È COMPROMESSO

A differenza dei dati macro, che arrivano sempre dopo, il mercato invece anticipa. E spesso, per non sbagliare, esagera. Ha probabilmente esagerato a gennaio, entrando di corsa nel 2020 a un passo insostenibile per 12 mesi, come scrivevamo il 3 febbraio quando il cigno nero del virus faceva la sua prima comparsa. E sta probabilmente esagerando ora, prezzando il peggior esito possibile della crisi, soprattutto sull’azionario. I tonfi dei listini si alternano a ‘prove di resilienza’, con il pendolo del sentiment che oscilla paurosamente tra ‘fear’, la paura del peggio, e ‘greed’ la paura di perdere il rimbalzo. La Cina sembra fuori dal tunnel, l’Europa c’è dentro fino al collo, l’America anche ma ha le risorse e la voglia di uscirne più rapidamente appena intravvede la luce in fondo. Il trend positivo di lungo periodo non sembra comunque compromesso, i grandi titoli tech americani che lo rappresentano hanno tenuto meglio, Apple è molto più vicina ai massimi che ai minimi dell’anno, Tesla nonostante i tonfi vale ancora più del doppio di quanto valeva solo 5 mesi fa.

BOTTOM LINE

Per chi è investito in azioni, vendere oggi vuol dire cedere al panico e doversi pentire amaramente in futuro. Per chi ha liquidità disponibile è un’occasione da usare però con cautela e discernimento, senza attese di ritorni immediati, ma con la ragionevole certezza di congratularsi con se stessi in futuro. Vale il consiglio che vale contro il virus. Stare a casa, con la possibilità di uscire per fare qualche acquisto mirato.

 

Riflessioni su eventi che si ripetono!

 Roma, 2/3/2020

Grafico elaborato da Raiffaissen Capital Management

Il grafico allegato, illustra l’andamento dello S&P 500 dal 2002 ad oggi, più o meno in tempo reale.
Notate come si è comportato il mercato azionario più grande del mondo in presenza di tutti i virus degli ultimi 20 anni. Raccomandate quindi agli investitori e clienti impauriti o nervosi (anche giustamente), che per una volta, bisognerebbe cercare di evitare di commettere i soliti errori di uscite precipitose ed anzi potrebbe dimostrarsi una ottima occasione di incremento.

 

 

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