Analisi : Perché la monetizzazione del debito è così rischiosa

25 Aprile 2020

Il Sole 24 Ore di Riccardo Sorrentino

Vi segnalo un articolo interessante dove si può cercare di comprendere meglio gli effetti della così detta “Monetizzazione del debito”, teoria oggi tanto in voga, in molti circuiti economici, liberisti sovranisti.

Semplicemente, non funziona! Forse per piccole quantità o brevi periodi, ma bisognerebbe saperne fare buon uso, come la morfina!

A differenza dei quantitative easing, il finanziamento diretto dei Governi crea moneta indipendentemente dalle necessità dell’economia, e scatena così inflazione senza per questo garantire una bassa disoccupazione.

(Unsplash)

«Stampiamo moneta!». Per molte persone – alcune vicine alla destra sovranista, altre alla sinistra radicale – la soluzione alla crisi dei debiti pubblici che potrebbe accompagnare la prossima ripresa, dopo i grandi e inevitabili sforzi per affrontare l’epidemia, è semplice: bisogna pagare con moneta creata dal nulla dalle banche centrali, che devono acquistare titoli di Stato direttamente dai governi, versare loro liquidità e, magari, azzerare i debiti pubblici. Facile, semplice, senza costi, ma con un corollario importante: non si può avere una banca centrale come la Bce – o la Fed – alla quale è vietato operare in questo modo.

Moneta, beni e servizi
È davvero così? Il buon senso inviterebbe a rispondere di no: la ricchezza, il risparmio – cos’altro è un debito se non risparmio futuro speso oggi – non si creano da nulla. La moneta ha valore se riflette quello dei beni e servizi prodotti. Anche per questo motivo, per esempio, i teorici più attenti della Modern Monetary Theory (Mmt), che sembra dare una veste rispettabile a queste idee, sottolineano come l’obiettivo debba essere una garanzia di piena occupazione e non il semplice finanziamento delle spese pubbliche, quali che siano.

Ortodossi ed eretici
Se Larry Randall Wray, il fondatore della Mmt, ha ritenuto necessario prendere le distanze dall’idea dello “stampare moneta” (la Mmt «è scettica su queste politiche», ha recentemente scritto), diventa chiaro che il ragionamento dei sovranisti di destra e sinistra non può essere così semplice, né è così facile confutare i risultati della scienza economica mainstream.

Moneta e prezzi
Gli economisti ortodossi invitano a considerare un fatto importante. Aumentare la quantità di moneta in circolazione fa aumentare i prezzi, a meno che l’economia non reagisca compensando l’aumento della liquidità, per esempio rallentando la velocità con cui ogni euro viene scambiato, oppure accelerando l’attività economica. Nel breve periodo può anche accadere che la crescita aumenti a causa di un maggior stimolo monetario – per questo le banche centrali abbassano i tassi, quando temono una recessione – ma nel lungo periodo, continuano, questo non avviene. È vero?

Un esperimento naturale
Difficile a dirsi: nel lungo periodo avvengono troppe cose. I modelli esistenti sono estremamente complessi e non riescono a proiettarsi troppo nel futuro. La storia economica offre però un esperimento naturale molto concreto: il caso della Guinea Bissau. Il Paese ha avuto una moneta propria fino a maggio 1997, poi ha adottato il franco Cfa (Uemoa) rinunciando a una politica monetaria autonoma.

GUINEA BISSAU

Inflazione e crescita: due reazioni diverse
Cosa è successo alla sua economia, negli anni? Molto poco sul fronte dell’attività economica. Prima dell’adesione la sua crescita è stata pari al 3,1% medio annuo, mentre dal 2000 in poi – dopo un colpo di Stato che ha mandato l’economia in recessione – la crescita ha raggiunto il 3,5% medio. L’inflazione, invece, è passata dal 52,6% annuo al 2,2%. Il mutato regime monetario ha inciso sull’inflazione, meno sulla crescita.

Moneta e prezzi
Un’economia più complessa potrebbe comportarsi in maniera diversa, ma la relazione fondamentale è questa evidenziata dal caso Guinea Bissau. La prima obiezione alla monetizzazione è appunto questa: troppa moneta “creata dal nulla” farebbe aumentare l’inflazione, e tanto. È così? La relazione tra la “moneta della banca centrale” e l’inflazione può non essere diretta. Non si spiegherebbe altrimenti perché la Bce, la Fed, la Banca del Giappone abbiano aumentato questa base monetaria senza risolvere il problema della bassa inflazione.

L’ARGENTINA “STAMPA MONETA”

Il caso dell’Argentina
Esistono però molti casi in cui le cose sono andate diversamente. Uno di questi è quello dell’Argentina. Il Paese ha, a più riprese – l’ultima volta durante la presidenza Kirchner – monetizzato il proprio debito pubblico, esattamente come vorrebbero fare i sovranisti. La sua base monetaria è quindi aumentata a ritmi sempre più rapidi. Tra gennaio 2010 e febbraio 2020 è aumentata del 1.300 per cento. L’inflazione ha risposto subito. Dal 7,7% del 2009 è passata al 53,8%. Un paniere di beni che costata 1000 pesos a inizio 2019, e costava più di 1.500 alla fine dell’anno.

IL VENEZUELA INONDATO DI MONETA

Il caso del Venezuela
Il processo potrebbe essere anche molto rapido. In Venezuela, per esempio, la base monetaria a gennaio 2015 era pari a 8 milioni di bolivares, mentre a gennaio 2020 era salita a 38.200 miliardi (con un incremento del 475.000.000%). L’inflazione del Paese, che già era al 180%, è salita fino al 130.000% nel 2018 ed è poi “calata” al 15.000 per cento. Diverse foto hanno mostrato banconote gettate per strada, come spazzatura: il loro valore era quasi nullo.

Iniezioni dirette e indirette
Come è possibile che la stessa cosa non sia accaduta in Giappone, in Eurolandia, negli Stati Uniti, dove le banche centrali hanno forzato la creazione di base monetaria con massicci programmi di acquisti di titoli di Stato? Le differenze sono tante.

Le autorità monetaria, in queste economie, hanno acquistato titoli di Stato sul mercato e non direttamente dal governo: la moneta così creata è stata versata al sistema finanziario (dove ha creato inflazione, facendo salire le quotazioni), il quale ha generato offerta di moneta per l’economia reale solo lentamente, in stretta relazione con la domanda di credito delle imprese e delle famiglie e quindi – con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso – con le necessità dell’economia. Un governo finanziato dalla banca centrale, invece, immette subito tutta la moneta in circolazione, e in dipendenza da scelte solo politiche.

BASI MONETARIE A CONFRONTO

Proporzioni diverse
Sono diverse anche le proporzioni. Le massicce iniezioni di liquidità delle banche centrali occidentali sono poca cosa rispetto alla massa creata dalla Banca centrale dell’Argentina. Posta uguale a 100, per tutti, la base monetaria del febbraio 1999, tra fine 2019 e inizio 2000 questa moneta è arrivata a 737 negli Stati Uniti, a 741 in Eurolandia, a 886 in Giappone e a 15.699 a Buenos Aires. La perdita di valore della moneta “vale” anche per un’autorità monetaria, che è costretta a creare sempre di più base monetaria per ottenere effetti sempre meno intensi.

Un meccanismo esplosivo
Superata una certa soglia di inflazione, il meccanismo diventa quindi esplosivo. Il nodo della questione è proprio qui. In circostanze particolari, come potrebbe essere questa epidemia, una limitata monetizzazione del debito potrebbe anche essere fattibile. Si discute molto di Helicopter money, per esempio, concetto che racchiude diverse forme di monetizzazione delle spese pubbliche (o di tagli fiscali) mentre il governo britannico ha deciso di estendere l’uso della facility messa a disposizione dalla Bank of England (ma le risorse dovranno essere restituite a fine anno e quindi è una monetizzazione temporanea).

Governi disciplinati?
Tutto si può fare, con le circostanze giuste e in quantità moderate. Quale governo ha però l’autodisciplina di contenere la propria fame di risorse apparentemente “gratuite”, non così impopolari come le imposte né costose come i titoli di Stato? Una volta aperta la porta – è il timore di molti – non si chiuderà mai più. In Argentina, in Venezuela – e in diversi altri Paesi – la porta non si è più chiusa.

Chi danneggia l’inflazione?
Poco male, dicono i sostenitori della monetizzazione. Anche se ci fosse inflazione elevata dove sarebbe il danno? A qualcuno sfugge davvero che un aumento dei prezzi (non previsto) penalizza tutti i “creditori” in senso lato e quindi i lavoratori dipendenti, i pensionati e i risparmiatori (mentre aiuta i debitori, aziende e governi). A volte esistono sistemi di indicizzazione per salari e pensioni, ma è sconsigliabile un recupero pieno dell’inflazione perché un simile sistema alimenta il rialzo dei prezzi, in una corsa senza fine. Una pensionata argentina che veda la sua spesa aumentare – per esempio – da 1.000 a 1.500 pesos (o anche a 1.200, come capitava in Italia negli anni 80), senza che il proprio reddito aumenti con la stessa intensità non può trovare nulla di buono dall’inflazione.

Prezzi e disoccupazione
Altri, in modo più accorto, segnalano invece che a una bassa inflazione si accompagna un’alta disoccupazione. Meglio veder erodere il proprio stipendio – sembra essere il loro ragionamento – invece di perderlo del tutto. È un’argomentazione astratta, però, che non tiene conto del fattore tempo il quale, una volta inserito nell’equazione, rende questo un argomento contro la monetizzazione e non a suo favore.

Una malattia subdola
Una volta che l’inflazione è aumentata c’è un solo – doloroso – modo perché rientri a livelli accettabili: spingere l’economia in recessione alzando i tassi, far fallire le aziende “marginali”, quelle più deboli, distruggere posti di lavoro. È un compito che in teoria somiglia a un intervento chirurgico – si uccidono cellule (aziende, posti di lavoro) malate, perché siano sostituite da altre sane – ma che in realtà si traduce sempre in una tragedia, per molte persone.

Per questo motivo i banchieri centrali temono l’inflazione, che è molto subdola: le sue cause si accumulano quasi inavvertite e poi, quando è troppo tardi, i prezzi esplodono, con molto ritardo (due anni almeno, prima della bassa inflazione, oggi anche di più).

DISOCCUPAZIONE E INFLAZIONE NEL LUNGO PERIODI

Il nesso inesistente
Se però l’inflazione resta bassa, nulla impedisce di avere anche piena occupazione. Se guardano alle economie nel lungo periodo – facendo astrazione quindi dalle oscillazioni cicliche – non si trova nessuna relazione particolare tra inflazione e disoccupazione. Non c’è da cercare un compromesso tra i due fenomeni: a un certo valore di disoccupazione può corrispondere qualsiasi livello di inflazione, e viceversa. Sono elementi diversi per natura: uno è reale, l’altro monetario.

Austria, Svizzera e Porto Rico
Se si esamina l’andamento nel lungo periodo (1990-2019) dei Paesi con inflazione inferiore al 2% si nota – esattamente come accade al campione completo dei paesi del mondo – che non c’è alcuna correlazione con la disoccupazione. Per un Porto Rico che ha un’inflazione all’1,9% e una disoccupazione del 13% si oppongono Singapore, Taiwan, Svizzera, Giappone, Austria tutti Paesi ricchi e con disoccupazione inferiore al 5%. Il complesso delle economie avanzate, con un’inflazione di lungo periodo dell’1,9%, ha una disoccupazione del 6,7%, dato che risente molto della disoccupazione strutturale dei Paesi europei.

Solo tre di questi Paesi con bassa inflazione hanno una percentuale di senza lavoro decisamente elevata: Kosovo, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Paesi segnati da una storia recente molto travagliata. All’opposto, e sempre nel lungo periodo, un’inflazione superiore al 5%, o anche al 2%, non è garanzia di bassa disoccupazione.

Nel lungo periodo saranno vivi figli e nipoti
Facile l’obiezione: «Nel lungo periodo, saremo tutti morti». Non necessariamente. Chi aveva 16 anni nel 1980 ne ha 56 oggi, spesso ha figli e si aspetta di avere nipoti. Nessun aforisma fu mai infelice come quello del Trattato sulla riforma monetaria di John Maynard Keynes, che – come mostra la sua conferenza più amata e spesso replicata, Considerazioni economiche per i nostri nipoti – in realtà disprezzava molto poco il lungo periodo (e non avrebbe mai accettato bilanci pubblici fuori controllo).

 

Gli Eurobond commentati da Carlo Cottarelli.

12/04/2020 CPI  Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani Università Cattolica del Sacro Cuore

Gli Eurobond sarebbero necessari, specie perché servirebbero per un importo talmente rilevante che risulterebbe troppo elevato per ogni singolo paese.

In questo video Carlo Cottarelli, spiega più chiaramente cosa sono gli #eurobond e soprattutto perché sono ben diversi dal modello proposto 10 anni fa. Aldilà del pensiero politico e della stima che possa raccogliere il personaggio, il mio personale parere è che in frangenti come questo o ci si salva tutti o si annega tutti assieme. Sarebbe da folli gettarci in una profonda recessione collettiva in una unione di paesi così strettamente connessi ed unico baluardo ad una competizione su più vasta scala. Almeno per il momento!

 

 


 

 

Quello che c’è sul piatto.

1/4/2020 di Nicola Mansi

“Il mercato è quel  posto dove la ricchezza viene trasferita dagli impazienti ai pazienti”. warren_buffett_2.jpg

  Warren Buffet

Uno studio di McKinsey traccia le possibili conseguenze economiche della pandemia per l’Eurozona. 

 
Se l’estensione dell’epidemia non andrà oltre i 3 mesi, il PIL tornerà a livelli pre-virus già nel primo trimestre 2021.
Non sarebbe comunque una passeggiata: in questo scenario si calcola che il Pil dell’Area euro sperimenterebbe una caduta del 9,5% tra l’ultimo trimestre del 2019 e il secondo del 2020, segnando un -4,4% per l’intero 2020. 
Gli Stati Uniti, con una caduta del -8% (-2,4% per l’intero anno) registrerebbero in ogni caso il peggior tracollo dalla Seconda Guerra Mondiale.
 
Se invece ci va male, la piena ripresa non arriverà prima del 2023  l’ipotesi meno positiva presuppone un virus più resistente e una minor capacità dei governi di mitigare i contraccolpi economici.
 
Sarebbe davvero complicato.
 
Il problema è che durante uno shutdown tutto crolla rapidamente. «Le persone non fanno acquisti al di là che per le cose essenziali, non viaggiano, non comprano automobili. Stimiamo che verrà meno tra il 40 e il 50% delle spese discrezionali» e questo si può tradurre «in una riduzione del Pil di circa il 10%» senza considerare altri effetti di un fenomeno che, almeno nella storia moderna, non ha precedenti e fino a qualche tempo fa era ritenuto inimmaginabile.
 
Fortunatamente però le risposte dei governi e delle banche centrali sono state pronte ed immediate. 
 
Le azioni intraprese dalla Federal Reserve la settimana scorsa sono senza precedenti consistono principalmente in un allentamento quantitativo senza limiti e nel finanziamento diretto delle grandi aziende attraverso la sottoscrizione di obbligazioni da parte della Fed stessa, fungono da rete di protezione per l’intero sistema economico
 
Anche la BCE sta facendo la sua parte con un allentamento quantitativo potenziato di ulteriori 750 miliardi, portando l’arsenale degli acquisti di titoli di stato, obbligazioni corporate e carta commerciale (novità assoluta) a oltre 1.000 miliardi e soprattutto abbandonando in questo piano straordinario battezzato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) la regola che limitava gli acquisti al 33% delle emissioni di un singolo Stato. 
 
I Governi nazionali poi, stanno adottando misure straordinarie per fornire aiuto immediato ad imprese e cittadini e per gettare le basi per manovre di espansione fiscale atte a garantire che la ripresa, quando arriverà, sarà auspicabilmente rapida e decisa.
 
Ad esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un piano da oltre 2.000 miliardi di dollari, pari a quasi il 10% del PIL. 
In Europa per ora ci si sta muovendo a livello di  singoli Paesi, come testimonia la Germania che, abbandonando il criterio del non incremento del debito, ha varato anch’essa un piano di interventi pari a circa il 10% del proprio PIL. 
Meno efficace per ora il coordinamento di provvedimenti comuni a livello di Istituzioni europee, con un nulla di fatto al Consiglio Europeo, la riunione dei leader europei, tenutosi giovedì scorso, sui temi cruciali dell’introduzione degli Eurobond, osteggiati dall’asse tedesco-olandese, e dell’utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).  
 
Personalmente sono ottimista che si arriverà ad un compromesso tra gli  estremi, a pena l’esistenza e la continuità dell’UE stessa.
Gli Stati membri dell’Unione si sono dati comunque due settimane di tempo per cercare di elaborare risposte comuni.
 
E’ da rimarcare comunque l’attivismo sin qui tenuto dalle delle: Banche Centrali, infatti tali autorità monetarie hanno varato stimoli di dimensioni superiori a quelli implementati durante la Grande Crisi del 2008 per immettere liquidità nel sistema finanziario e sostegno all’economia.
 
Altrettanto notevoli sono le : Politiche fiscali.
 
I governi di tutti i paesi stanno disponendosi ad agire con azioni di contrasto e poderosi piani fiscali a favore di imprese e cittadini per compensare il calo reddituale che stanno soffrendo a causa della diffusione del virus.
 
Volendo dunque riassumere l’insieme delle attività messe in campo, esse si dividono in due grandi settori :
 
POLITICA MONETARIA. 
 
Tutte le manovre in atto producono un sostegno e stimolo pari al 10% della crescita mondiale, mentre durante la crisi del 2008 si arrivò al 6,5%.
 
Banca Centrale Europea. 
▪ Tassi di riferimento invariati
▪ Acquisto addizionale di titoli per un valore di 120 miliardi entro fine 2020
▪ Riduzione temporanea delle restrizioni sul capitale bancario
▪ Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP): programma acquisto asset da 750 miliardi entro fine 2020 
 
Bank of England .
▪ Taglio tassi di interesse di 65 punti base a 0,10%
▪ Finanziamento a termine con incentivi aggiuntivi per le piccole e medie imprese e acquisto bond governativi (£645bn) 
Federal Reserve.
▪ Taglio di un punto percentuale del tasso di interessi sui Fed Funds
▪ Acquisto di titoli per un valore di 700 miliardi di USD
▪ Istituzione di 6 facilities per supportare il mercato del credito, con una potenza di fuoco stimata in almeno 1300 miliardi di USD
▪ Acquisto di Treasuries e MBS ’negli ammontare necessari per sostenere il regolare funzionamento del mercato e l’efficacia trasmissione della politica 
   monetaria.
 
 
POLITICA FISCALE
Da notare che rispetto all’intero PIL mondiale queste azioni valgono il 2,5 dello stesso, mentre durante la crisi del 2008 le stesse risposte arrivarono all’1,6 volte il PIL 
 
Unione Europea
Stanziamento 37 miliardi di euro di spesa pubblica europea attraverso il Fondo di coesione
Istituzione di un fondo da 25 miliardi per il supporto immediato al sistema sanitario e PMI ▪ Fino a 8 miliardi di prestiti a PMI erogati dal FondoEuropeo d’Investimento
Flessibilità riguardo alle norme fiscali europee
 
USA
▪ Fino a 50 miliardi di dollari in aiuti agli Stati per affrontare la pandemia.
Acquisto di Petrolio per la Riserva Strategica Petrolifera nazionale
▪ Cancellazione degli interessi sui prestiti studenteschi
2000 miliardi di dollari, includendo – 300 miliardi in prestiti alle piccole imprese votati dal Congresso USA dei quali :
– 500 miliardi di trasferimenti diretti ai cittadini americani, per un assegno procapite fino a 1200$ ed inoltre 200 miliardi in fondi di stabilizzazione.
– Rinvio del pagamento delle tasse
 
Ci sono poi stati Interventi di altre Banche ed Istituti sovra-nazionali, così suddivisi :
 
G20 : Impegno di una manovra globale di 5.000 miliardi.
 
Fondo Monetario Internazionale : Il Fondo monetario internazionale ( Fmi) è pronto a mobilitare 1.000 miliardi destinati ai Paesi membri per combattere la pandemia del coronavirus. l’Fmi annuncia di avere già “40 accordi in corso con impegni per circa 200 miliardi di dollari. Il Fondo ha già ricevuto richieste di finanziamento e richieste da oltre 20 paesi.
 
Banca Mondiale :  Il gruppo della Banca mondiale ha annunciato ieri il lancio di un programma da 12 miliardi per sostenere gli sforzi dei Paesi per rispondere all’epidemia di coronavirus.
 
Banca Europea Investimenti  :  40 miliardi mobilitati attraverso nuove garanzie per interventi per combattere la crisi causata da Covid-19.
 
In sintesi il mercato è stato inondato di liquidità al fine di eliminare sul nascere possibili crisi dovute alla mancanza della stessa e conseguenti Credit Crunch.
 
Analizzando poi i prezzi delle azioni ed obbligazioni : stiamo vedendo, che oggi nei mercati paghiamo un prezzo per le attività finanziarie, che non corrisponde direttamente al valore che le stesse rappresentano. Questi fenomeni si ripetono sistematicamente ad ogni crisi.
 
PERCHÉ ?
 
Perché quando c’è preoccupazione e non si ha visibilità su quello che succederà domani, non si è più disposti a tenere investito il proprio denaro senza la certezza di un accettabile “interesse”. Si assiste quindi a fenomeni di panic selling e di scarsa razionalità sui mercati.
Quando, invece, le situazioni di crisi iniziano a rasserenarsi, tutto diventa molto più semplice e gli “sconti” finiscono perché gli investitori iniziano nuovamente a operare senza pressioni da stress. 
 
Cosa possiamo fare allora di fronte a queste situazioni temporanee che esprimono un premio considerevole a chi vuole impiegare i propri capitali? 
Semplicemente non avendo paura! Queste cose sono implicite nel rendimento.
 
COME?
 
Utilizzando “Metodo” e “Disciplina”.  
Abbiamo visto come forti oscillazioni dei prezzi possano portare a scelte di investimento dettate dall’emotività. Ossia in questi periodi di elevata volatilità dei prezzi di borsa e di difficoltà da parte delle società a fornire i principali trend per i prossimi mesi, si valuta inizialmente la capacità delle aziende di sopportare l’impatto di questo periodo di stop, per poi valutare quelli che possono essere gli andamenti di mercato nei prossimi anni, a partire dal 2021.
 
Vorrei citare come esempio due attuali casi da libro :
 
Il colosso BOEING ha visto il suo titolo azionario subire una perdita a doppia cifra nelle ultime settimane, fino al -70%.
Non c’è da stupirsi! Le misure di contenimento messe in atto in molti Paesi hanno comportato un drastico calo dei trasporti e dei viaggi legati al turismo.
È da tenere in considerazione però che Boeing opera, insieme ad Airbus, in una posizione di duopolio.
Si può quindi assumere che continuerà a vendere aerei, nonostante lo sviluppo del virus e i suoi impatti nel breve termine. 
Attualmente Boeing prezza 5-6 volte un utile normalizzato. 
 
Passiamo anche ad un altro settore, l’intrattenimento. Anche DISNEY ha visto nelle ultime settimane il suo titolo azionario subire una perdita a doppia cifra nell’ordine del -50%. 
Anche in questo caso, nessuna sorpresa. Le misure di contenimento messe in essere in molti Paesi hanno comportato, tra le varie restrizioni, la chiusura dei parchi di divertimento.  Tali provvedimenti attualmente in vigore, verranno “alleggeriti” quando la diffusione di questa pandemia inizierà a ridursi sensibilmente.
I parchi giochi sono quindi destinati alla riapertura. Attualmente Disney è su un  Price to Book Value* di 1,7 volte contro una media  del 3 .
 
 
Quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale non solo per l’impatto, ma per la velocità unica che la sta caratterizzando: 
L’ultimo ribasso è infatti in assoluto il più rapido della storia borsistica; in sole 16 sedute l’indice americano è calato del 20%.
 
Inoltre l’indicatore della volatilità, anche detto indice della paura o VIX ha toccato dei livelli, pari ad 80, che negli ultimi 50 anni si sono verificati solamente altre 2 volte con questa entità, nel 2008 e nel 1987. 
 
In un contesto «eccezionale» come quello che stiamo vivendo, è fondamentale comprendere che:
 
La Paura e i disinvestimenti «emotivi» possono provocare impatti negativi difficilmente recuperabili .
2  La Fermezza e la Proattività, ossia restare sui mercati con Metodo sono la soluzione ottimale
3  Il Tempo è la variabile chiave da tenere in considerazione.
quello che c’è sul piatto