Quanto costerebbe ai paesi europei il crollo del mercato unico Ue?

14 Maggio 2020 Il Sole 24 Ore di Alberto Magnani

L’insostenibile gravosità dell’essere. Troppo spesso si parla a vanvera dei presunti benefici del tornare allo stato ante UE, poi però guardiamo meglio i dati, difficili da rendere troppo faziosi e ragioniamoci….tutto il resto sono chiacchiere.

La dissoluzione della mercato unico produrrebbe effetti pesantissimi sulle economie continentali. Ma non tutti i paesi (e i settori) ne soffrirebbero ugualmente

Illustrazione di Maria Limongelli/ Il Sole 24 Ore

Il dubbio aleggiava dall’inizio della crisi del Covid-19. Ora è stata la vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager, a renderlo esplicito: «C’è il rischio di frammentazione del mercato unico». La pandemia di coronavirus sta spingendo la Ue verso tracolli del Pil disastrosi nel 2020. Lo scenario più temuto, però, resta quello accennato da Vestager: cosa succederebbe se il mercato comunitario crollasse davvero, facendo saltare il processo di integrazione e impedendo alla Ue di mettere a frutto le sue politiche di coordinamento?

Un report del Servizio ricerca del Parlamento europeo (European parliament research service, Eprs), il think tank dell’Eurocamera, si è spinto a stimare una perdita aggregata di 3.600 miliardi di euro, in aggiunta ai 1.160 miliardi di euro che già rischiano di essere bruciati quest’anno secondo le stime del Fondo monetario internazionale. Il calo sarebbe frutto di un incrocio di fattori che va dal tramonto totale delle istituzione di Bruxelles al “semplice” congelamento delle sue strategie di integrazione, in alcuni casi già messe in stand by dall’allarme Covid-19.

Il doppio colpo della «minaccia mortale» alla Ue
L’indagine del Eprs tiene in considerazione due fattori diversi, e complementari, nella «minaccia di morte» che incombe su Bruxelles: la fine a tutti gli effetti della Ue e le perdite derivanti dalla mancata applicazione di politiche comunitarie in 50 settori, dal digitale al fisco.

Per iniziare dalla prima, la dissoluzione della Ue, la stima più «cauta» del think tank parlamentare pronostica un calo annuo dell’economia dal 3 all’8,7% del Pil continentale: l’equivalente di una perdita compresa tra i 480 e i 1.380 miliardi di euro. L’impatto varia poi a seconda di alcuni criteri, inclusi “anzianità” e peso specifico nell’economia europea. Per i membri di lunga data della Ue, come Germania, Francia o Italia, la «piena disintegrazione» del progetto comunitario comporterebbe una flessione della produzione aggregata del 5,2%, con un 3,4% del calo provocato dalla sola fine del mercato unico.

Per le economie più ridotte o fresche di adesione alla Ue, il bilancio sarebbe anche più doloroso: il fallimento del progetto comunitario può tradursi in una perdita totale del 10,7% della produzione (con un 7,5% del calo dovuto all’addio al mercato unico). A sognare una «Europa senza Ue», come la definisce il think tank, sono semmai i mercati esterni al perimetro comunitario. L’Eprs stima un rialzo del Pil dell’1,6% per le economie extra-europee, avvantaggiate dalla minore competività dei singoli paesi Ue in un contesto globale.

Il secondo nodo è quello del «costo di non avere la Ue», ovvero rinunciare alle policy ora implementate su scala continentale o arrestare quelle programmate per il futuro. Il ritardo o l’interruzione delle politiche comunitarie può comportare una perdita di 2.200 miliardi di euro nell’arco di un decennio, pari al 14% del Pil attuale della Ue.

Tradotto in qualche esempio, è l’equivalente di vanificare benefici fino a 71 miliardi di euro sul piano fiscale o «congelare» un potenziale fino al 3,7% del Pil (da 297 a 586 miliardi di dollari) nel mercato dei servizi e dall’1,2 all’1,8% del Pil (183-296 miliardi) in quello dei beni. Sommando i due scenari principali, la fine della Ue e lo stand-by dei suoi proogetti di integrazione, si arriverebbe così a una economia ridotta dal 17% al 22,2% rispetto alle dimensioni attuali, pari a una perdita dai 2.700 ai 3.600 miliardi di euro.

Chi perderebbe e vincerebbe (?) senza la Ue
Di sicuro le dimensioni della crisi variano a seconda dei paesi e del loro margine di guadagno dall’adesione alla Ue. Secondo un’analisi della Banca centrale europea, il mercato unico ha prodotto tra 1993 e 2008 un premio sulla crescita pari al +12-22% del Pil pro capite rispetto a quello che si sarebbe registrato in sua assenza (in sostanza, i paesi dell’area hanno goduto di un incremento del Pil pro capite superiore rispetto ai paesi esterni al mercato unico, quantificato appunto in una crescita superiore del +12- 22% del reddito personale).

Ma i vantaggi non sono stati pari per tutti,con alcune sorprese quando si dà un occhio alle economie privilegiate dall’integrazione europea. Le economie di dimensione più ridotta hanno guadagnato maggiormente dall’ingresso nella Ue grazie all’apertura delle proprie aziende a un mercato più vasto e liberalizzato, l’accesso a risorse qualificate dal mercato del lavoro e una pur parziale «deconcentrazione» del potere economico dai grandi paesi industriali. È il caso del Portogallo (dove il premio sulla crescita rispetto ai paesi esterni al mercato è stato pari al +32,88%) e dei Paesi Bassi (+33,40), mentre l’impennata sopra la media dell’Iranda (+81,46%) è dovuta anche al ricorso a politiche fiscali favorevoli all’attrazione di multinazionali del tech, come del resto successo anche in Olanda.

L’IMPATTO DEL MERCATO UNICO SUI SINGOLI PAESI
1993-1999 1999-2008 1993-2008
Denmark -0,08% 5,75% 5,67%
Italy 6,92% 0,04% 6,96%
France 0,05% 9,72% 9,77%
Belgium -4,68% 17,01% 12,33%
Germany 0,80% 13,60% 14,40%
United Kingdom 10,66% 4,65% 15,31%
Greece 7,78% 11,18% 18,96%
Portugal 15,29% 17,59% 32,88%
Netherlands 9,28% 24,12% 33,40%
Spain 12,54% 22,17% 34,71%
Ireland 37,33% 44,13% 81,46%

 

Viceversa, paesi di grandi dimensioni come Italia, Francia e Germania sono accomunati da un premio sulla crescita più modesto: +6,96% per l’Italia (a fronte di un premio sul reddito pro capite pari ad appena il +0,4% tra 1999 e 2008), +9.77 per la Francia (dinamica contraria: stasi al +0,05% tra 1993 e 1998 e impennata del +9.72 dal 1999 al 2008) e Germania (+14,40%, anche qui con crescita dello 0,8% fino al 1999 e del +13,60% da lì al 2008).

È andata meglio alla Spagna (+34,71%, favorita anche da riforme interne e lo smantellamento del corporativismo franchista) e allo stesso Regno Unito che si è avviato al divorzio dalla Ue (+15,3%). «È comunque difficile quantificare chi ha potuto beneficiare di più dell’Europa, grandi e piccoli ne hanno goduto in maniera diversa» dice Gregory Claeys di Bruegel, un think tank. Certo, aggiunge Claeys, «forse vivere senza la Ue è difficile ma lasciare l’Eurozona in tempi di globalizzazione sarebbe una catastrofe».

È sempre la globalizzazione la chiave per capire quali segmenti subirebbero di più la dissoluzione della Ue. Ilaria Maselli, economista senior al Conference board, sottolinea come il mercato unico abbia giovato soprattutto ai settori «dove le aziende vendono beni e servizi ‘tradable’, quelli che possono essere commerciati su scala internazionale e quindi hanno beneficiato dalla globalizzazione – dice – E ora sarebbero loro a soffrire di più da una fine del mercato unico, che in fondo è una globalizzazione “con gli steroidi”».

In pochi sembrano credere allo scenario di un tramonto completo della Ue e soprattutto del suo asse ritenuto più conveniente, il mercato unico, non a caso al centro delle contese tra Londra e Bruxelles per il futuro dei rapporti bilaterali fra i due blocchi. Eppure il Covid-19 ha assestato nuovi colpi alla stabilità del disegno comunitario, facendo scricchiolare anche principi come l’indipendenza della Bce e la sovra-ordinazione di istituti come la Corte di giustizia europea. «Indietro non si possa tornare – dice Maselli – Il problema è come, e se andremo avanti».

 

Una seria valutazione su l’ipotesi dell’imposta patrimoniale.

We Wealth 8 GIUGNO 2020 DI NICOLA MANSI

Il nostro gigantesco risparmio è il nostro carburante, se non lo sfruttiamo noi, si erode e alla fine ne approfitteranno altri attraverso l’acquisizione delle nostre banche

Di questi tempi, molti consulenti che operano sul campo si sentono porre

quotidianamente il quesito se arriverà la scure dell’imposta patrimoniale? La risposta

non può che essere che soggettiva e tendente a rassicurare l’interlocutore, ma poi

ragionandoci a mente fredda si comprende il perché non sembra essere una ipotesi

percorribile, sicuramente non nel breve periodo e probabilmente neanche nel medio.

Da buon operatore finanziario mi piace documentarmi ed approfondire ed ecco quindi i dati nudi e crudi : ogni anno il nostro paese produce circa € 1800 miliardi ricchezza

(PIL ITALIA) e ha un debito pubblico pari al 136% del suo stesso PIL, poco meno di

€ 2450 miliardi (dati pubblicati dal Mef al 16/3/2020)

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Evoluzione del debito pubblico italiano FONTE :

http://mazzieroresearch.com

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Ante COVID (ma si stima possa arrivare al 155% con i provvedimenti intrapresi dal

Governo di supporto e stimolo all’economia). Di questa enorme massa il 112% è in

mani a investitori privati (BCE e Banca Italia per un 20%, le altre banche e le

istituzioni finanziarie come assicurazioni e fondi, per il 45% e solo il 6% in mano a

famiglie ed imprese italiane) la rimanente parte è in mano ad investitori esteri. Risulta

evidente quindi che la fiducia dell’italiano medio e delle imprese rispetto alla capacità

dello Stato pagatore è piuttosto bassa a giudicare da quanto detenuto dai privati non

professionali. In compenso però giacciono praticamente inattivi sui C/C bancari e

conto depositi la bellezza di € 1.578 miliardi (bollettino ABI di febbraio). Eppure

appare un controsenso perché paghiamo la bellezza di € 79 miliardi ogni anno di

interessi che rapportati al debito rappresenta un tasso medio di interesse pagato sul

debito del 3,1%. Per questo è importante mantenere basso lo Spread ed alto il Rating

e che vi sia una partecipazione attiva delle istituzioni e banche centrali nell’acquisto

del nostro debito, altrimenti chi se lo compra, visto che siamo noi i primi a non

fidarci?. Il Bilancio dello Stato è dato nel 2019 da Entrate per € 578 miliardi e Spese

per € 638 miliardi delle quali : spese correnti (necessarie a mandare avanti la

macchina) € 509 miliardi, spese in conto capitale (investimenti) € 50 miliardi e

interessi sul debito € 79 miliardi (fonte Mef). Secondo i dati della CGIA di Mestre

nel 2019 la pressione fiscale ci colloca in Europa al 6° posto con il 42% di pressione

fiscale e tra imprenditori e liberi professionisti oltre il 50% (da cui va ricercata la

motivazione più profonda che spinge intellettualmente a giustificare un certo tipo di

evasione fiscale), incassando così dalle sole tasse € 507 miliardi. Ma la c.d.

patrimoniale c’è già nei fatti; la casa con l’IMU frutta la bellezza di € 22 miliardi

ogni anno ossia il 3,4% dell’intera spesa e non include la prima casa, (che potrebbe

sempre essere ripristinata nello scenario peggiore), l’intero risparmio inoperoso è

gravato del bollo dello 0,20% (Bollo Monti) e del 26% sui guadagni di capitale (cd

bollo Renzi). Tutto questo pressoché con qualsiasi condizione esterna, contrariamente

alle nostre attività lavorative o alle vicende legate alle nostre singole vite. In sintesi

esiste già una gallina da sfruttare che produce uova d’oro, c’è però il rischio che

appesantendola ulteriormente si finisca per  strozzarla. L’unico capitolo da ritoccare saranno le

imposte di successione che fanno del Belpaese un’isola felice. Qui da noi le imposte

di donazione e successione sono in linea diretta del 4% sino ad un massimo dell’8%

con una franchigia tra parenti diretti di 1 milione per ognuno di essi. Niente rispetto a

qualsiasi altro paese europeo dove l’imposta massima arriva al 20-34-43-60% e

spesso senza alcuna franchigia. Questa a detta di tutti gli addetti ai lavori sarà

sicuramente un campo da rivedere senza paure di incidere enormemente sul tessuto

sociale .

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Quello che al contrario occorrerebbe è un maggior raccordo tra la capacità

di risparmio dei privati rivolta all’economia reale, al supporto delle imprese

per intenderci , specie le PMI che costituiscono l’80% dell’ossatura del

nostro sistema produttivo, spesso ricco di eccellenze assolute in settori di

nicchia e alla progettazione di grandi opere pubbliche ed il coordinamento

dei progetti infrastrutturali europei e nazionali in coesione con fondi dedicati.

In effetti tre anni indietro per puntare sull’azienda Italia furono avviati i PIR

(Piani individuali di risparmio), ossia fondi azionari ed obbligazionari investiti

per almeno il 30% in PMI, che concedono l’esenzione fiscale a chi resta

investito un quinquennio. Una innovazione nel ramo degli investimenti che ha

permesso di raccogliere in due anni più di 15 miliardi, finita però in pausa

all’inizio del 2019 perché la Finanziaria ha ulteriormente ampliato la loro

possibilità di acquistare piccole imprese non quotate, aprendo così un

dilemma per l’aumento di rischio che ha stoppato per 2 anni i nuovi flussi di

raccolta in questi investimenti. In conclusione il nostro gigantesco risparmio

è il nostro carburante, se non lo sfruttiamo noi, si erode e alla fine ne

approfitteranno altri attraverso l’acquisizione delle nostre banche e delle

SGR. Perché allora non ipotizzare che Stato e imprese possano collaborare

per realizzare infrastrutture ad elevato moltiplicatore, e modernizzare il

Paese, coinvolgendo anche la liquidità delle famiglie? Un Paese prospera

solo quando il denaro circola, non quando resta inutilizzato su un conto. Più

che patrimoniale occorre convogliare una parte dell’enorme risparmio dei

cittadini trasformandolo da passivo in attivo, aiutando le imprese attraverso

l’entrata nelle stesse, di fondi di Private Equity, di Venture Capital, di Private

Debt, distribuiti ai risparmiatori ed incentivati fiscalmente con orizzonte

temporale di medio lungo termine (7-10 anni), con ritorni soddisfacenti,

destinati a far crescere le imprese ad aprirle al mercato, ad accompagnarle

alla quotazione, a trasformarle da imprese famigliari a public company, a

cercare nuovi partners e sbocchi su mercati internazionali, a sviluppare

quella ricerca con prospettive economiche interessanti ed allo sviluppo dei

brevetti. In ultimo occorrono anche sul piano delle istituzioni comunitarie

investimenti pubblici e contributi agli investimenti privati, soprattutto in

infrastrutture fisiche e digitali, ricerca e innovazione, istruzione e formazione,

finanziati con Eurobond (dei quali si sta discutendo in questi giorni), Pepp

(Pandemic Bond), BEI, FEIS (Fondo europeo investimimenti strategici) ecc. ,

tutti Special Purpose Vehicles, finanziati con questi fondi e che sposino

progetti infrastrutturali ad alto valore di crescita. Indirizzare così queste

risorse in fondi di procjet financing ad infrastrutture volte a modernizzare il

paese con nuove strade, porti, ponti, contrasto al dissesto idrogeologico,

che tanto ci costa ogni anno. Investimenti nel settore turistico, che

rappresenta la nostra maggiore vocazione, o in tutta la filiera

dell’agroalimentare di qualità o del made in Italy enogastronomico certificato

e destinato quasi totalmente all’export. A questo punto, ma solo a questo

punto, dopo aver puntato seriamente sulla rinascita del paese e non

sull’assistenzialismo fine a se stessa (anche se necessario nei momenti più

drammatici ed emergenziali), puntiamo ad una seria lotta all’evasione, quella

più incancrenita, sfuggente ed odiosa (si calcolano fino a 110 miliardi di

gettito annuali evasi)……… oramai gli strumenti informatici per stanarla e

perseguirla ci sono tutti ed è solo questione di volontà politica…….ed

allora……altro che gettito da patrimoniale una tantum!!!!! Una ultimissima

nota alle nostre garanzie finanziarie dove poter attingere per tutto questo

enorme piano di crescita a moltiplicatore attivo, ci sarebbero oltre a € 1487

miliardi giacenti sui C/C, altri € 3000 miliardi in azioni obbligazioni e risparmio

gestito (fondi ed assicurazioni) e ricordiamoci infine che pur non essendoci

alcuna intenzione di toccarle, la Banca d’Italia ha un indice di ulteriore

solvibilità fornito da riserve ufficiali per € 163 miliardi, delle quali l’oro da solo

ne rappresenta il 69%, ossia 2462 tonnellate a gennaio 2020. (https://

www.mazzieroresearch.com/wp-content/uploads/2020/02/Italia-

economia-a-fine-2019.pdf). In sintesi, non siamo ancora giunti al caso

della Grecia, per la quale si ipotizzò la condizione di dover vendere il

Partenone!

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Tassa patrimoniale “ipotesi remota”

7 maggio 2020 Focus Risparmio di Alessio Trappolini

 

Più che patrimoniale occorrerebbe convogliare una parte dell’enorme risparmio dei cittadini (oltre 2000 miliardi di euro giacenti sui c/c delle banche) sulle PMI italiane che costituiscono l’ossatura dell’80% del nostro sistema produttivo, aiutandole attraverso fondi di Private equity e veicoli dedicati a crescere, aprirsi ai mercati, cercare nuovi sbocchi internazionali. Destinare parte di qui soldi alla ricerca, allo sviluppo dei brevetti, alle infrastrutture che migliorino il paese e contrastino il dissesto idrogeologico, metteteci anche una seria lotta all’evasione incontrollata (120 miliardi di gettito annuale) ……. ed altro che patrimoniale una tantum!!!!!

Mazziero allontana l’ipotesi di una tassa sul patrimonio degli italiani ma ammonisce dall’investimento in titoli del Tesoro: “Basta Bot-people, bisogna investire con la mentalità da imprenditore”

Maurizio Mazziero, osservatore e attento studioso delle finanze italiane

 

Patrimoniale si, patrimoniale no? Il dilemma che in questo momento passa per la mente di tanti italiani preoccupati per le vicissitudini che interessano il Paese dal punto di vista sia sanitario sia economico.

Per Maurizio Mazziero, osservatore e attento studioso delle finanze italiane – da diversi anni direttore di un Osservatorio sui conti pubblici italiani – per il momento non c’è motivo di preoccuparsi sull’eventualità di una tassa sul patrimonio degli italiani, per due precise ragioni.

La prima è che l’Italia, come altri Paesi della zona euro, al momento gode di una solida rete di protezione imbastita dalla Bce per far fronte all’emergenza coronavirus; la seconda ragione per cui gli italiani non devono temere la famigerata tassa patrimoniale, secondo Mazziero, riguarda i consensi.

“Prima di interrogarsi sull’eventualità di un’imposta patrimoniale bisognerebbe chiedersi a cosa potrebbe servire”, sostiene Mazziero, che individua due possibili sbocchi: “A mio avviso un’imposta di questo genere dovrebbe servire o per ripagare il debito pubblico aggiuntivo assorbito dall’emergenza, o per maggiori servizi ai cittadini, diciamo un ritorno del welfare state”.

Nel primo caso, spiega Mazziero a FocusRisparmio, l’entità della manovra dovrebbe aggirarsi intorno ai 500 miliardi, una cifra “insostenibile per qualsiasi governo, a meno che non si tratti di un governo tecnico”. Il secondo scenario, quello di un rinnovato welfare state, sarebbe accolto con maggior favore dalla popolazione, ma “richiederebbe comunque un costo che ad oggi i cittadini non sono in grado di sostenere viste le condizioni con cui usciamo dal lockdown”.

Dunque, lo Stato italiano per far fronte alle spese extra richieste dall’emergenza ha come unica via quella del debito pubblico, il cui stock aumenterà di circa 160-180 miliardi nel 2020, secondo le proiezioni dell’Osservatorio diretto da Mazziero, per arrivare fra i 2.550 (stima più conservative) e i 2.580 miliardi (stima meno conservativa) a fine anno.

Un ammontare di risorse aggiuntive che lo Stato recupererà facendo ricorso al mercato, con la Bce in prima linea. “Dei 2.018 miliardi di titoli emessi dal Tesoro, l’Eurosistema ne detiene largo circa 393 miliardi – comprati attraverso il Qe -, cifra che esprime circa il 20% del circolante totale emesso dallo Stato”, chiarisce Mazziero (mancano dal conteggio i titoli che sono e saranno ricompresi nel programma PEPP).

Ma la massa di debito pubblico aggiuntivo da qui a fine anno in cerca di sottoscrittori potrebbe ingolosire anche gli investitori privati alla ricerca di rendimenti sicuri. Bot e Btp sono un’alternativa di investimento valida? Anche in questo caso per Mazziero la risposta è negativa.

Investire con mentalità da imprenditore

L’agenda di emissioni del Tesoro da qui a fine anno è fitta: l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha stimato nuove emissioni lorde per 550 miliardi di euro mentre in periodi “normali” generalmente si superavano a fatica i 400 miliardi. “Una buona parte di queste emissioni andranno a rinnovare la parte di debito in scadenza – precisa Mazziero – mentre la restante parte andrà a finanziare il fabbisogno aggiuntivo dello Stato”.

Ci saranno quindi 150 miliardi di titoli in più fra Bot, Btp, Cct e titoli indicizzati all’inflazione. Un’opportunità per il risparmiatore?

“Oggi il rischio che grava su un Btp è inferiore grazie al paracadute della Bce; dall’altro lato però c’è da dire che il rendimento offerto è poco remunerativo”, dice Mazziero. “Ci troviamo in una situazione eccezionale, tuttavia se si investe su un orizzonte di medio-lungo periodo, ad esempio su un Btp decennale, bisogna tenere a mente che le condizioni di straordinarietà che valgono oggi, fra qualche anno potrebbero non valere più”.

Dove guardare allora? “Io sono un investitore con lo sguardo rivolto all’imprenditorialità.  Ci sono delle aziende del segmento STAR e Mid che sono sane, pur avendo subito l’impatto negativo della crisi da coronavirus rimangono delle eccellenze in grado di poter fornire nel lungo periodo cedole e dividendi con un rendimento di tutto rispetto, molto più alto di quello dei titoli del Tesoro”.

“Gli italiani dovrebbero uscire dalla mentalità del reddito fisso – chiosa Mazziero – e dirigere il risparmio verso il vero motore di sviluppo dell’economia reale italiana”.

 

Così la Bce sta di fatto monetizzando il debito europeo

5/5/2020      Il Sole 24 Ore

Analisi di Maximiliam Cellino

La grandissima forza della “Casa Comune”.

Pochi giorni addietro, un articolo della stessa testata (https://24plus.ilsole24ore.com/art/perche-monetizzazione-debito-e-cosi-rischiosa-ADdQHEM), osservava con grande dovizia di dati, come la strada della monetizzazione fosse, nel lungo periodo, una via di fatto impraticabile. La possibilità di attuare in deroga una simile politica monetaria, risiede unicamente nella forza e reputazione di una grande istituzione, che il singolo paese difficilmente può avere 

 

L’acquisto di titoli di Stato per oltre 150 miliardi negli ultimi due mesi conferma l’intenzione dell’Eurotower, che già a fine 2019 deteneva il 23% del debito dell’Eurozona

Creare moneta dal nulla per acquistare direttamente i titoli di Stato emessi dai governi e in una fase successiva pensare eventualmente ad azzerare i loro debiti pubblici. La «monetizzazione » del debito è da sempre tema destinato a far discutere, e litigare. La Bce, a differenza di altre banche centrali come quella del Giappone o d’Inghilterra (in via straordinaria e temporanea), non può permetterselo, almeno in via diretta. Ma quello che sta facendo con i suoi piani di riacquisto sul mercato secondario ci va molto vicino.

Chi comprerà i Btp (oltre la Bce?)

Gli oltre 200 miliardi di euro spesi negli ultimi due mesi con i diversi programmi (almeno tre quarti dei quali destinati all’acquisto di titoli di Stato) sono un indizio importante, ma va detto che l’opera dell’Eurotower non è certo iniziata oggi. «Se prendiamo i dati di fine 2019 – nota Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management – si scopre che la Bce già deteneva un ammontare di titoli di Stato dei cinque principali Paesi dell’area euro pari al 23% del loro Pil» .

LA MONETIZZAZIONE

Debito pubblico dei 5 maggiori Paesi dell’area euro lordo e depurato dalla quota detenuta dalla Bce e dalle Banche nazionali (in % del Pil); Fonte: Refinitiv Datastream, Pictet Asset Management

LA MONETIZZAZIONE

In pratica è come se grazie al quella serie di interventi che popolarmente (ma impropriamente) viene definito quantitative easing il parametro debito/Pil dei Paesi in questione si riducesse dall’86% al 63%, riportandosi quindi in prossimità dei ben noti e discussi livelli previsti da Maastricht. «Non possiamo definirla una monetizzazione in senso tecnico, si tratta piuttosto di una collaborazione di fatto fra le politiche economiche di Banca centrale e Governi che attuano scelte distinte», ammette Delitala, facendo però notare come in fin dei conti la totalità del nuovo debito che sarà creato a livello aggregato in Europa per far fronte a Covid finirà nei forzieri di Francoforte.

Le cifre sono ovviamente differenti fra i Paesi: secondo la ricostruzione di Pictet a fine 2019 la «monetizzazione indiretta» operata dalla Bce a fine 2019 riduceva per così dire il rapporto debito/Pil tedesco dal 61% al 45,9% quello francese dal 1oo,4% all’82,9%, quello spagnolo dal 97,9% al 77,1% . Per l’Italia il peso dei numeri è ovviamente maggiore: il 137,3% di inizio anno si sarebbe ridotto di circa 20 punti al 116,7%, ma questo purtroppo è ormai un ricordo lontano. Se dovesse però proseguire gli acquisti al ritmo di questi ultimi due mesi l’Eurotower arriverebbe a detenere a fine anno secondo Pictet il 23% del nostro debito pubblico. E di conseguenza ad «abbassare» almeno di 30 punti percentuali quel livello del 155% sul Pil indicato nel Def e che spaventa così tanto i mercati.

Del resto Francoforte si sta di fatto già sostituendo fra i creditori italiani agli investitori esteri che, secondo quanto ricordato anche dalla Banca d’Italia nel Rapporto sulla stabilità finanziaria, hanno determinato con le loro «ingenti vendite» a marzo le forti tensioni sullo spread. I dati diffusi lunedì 4 maggio sull’ammontare netto utilizzato in aprile nei differenti programmi per contrastare l’emergenza Covid-19 mostrano che il mese precedente non era stato, come prevedibile, un’eccezione.

Se l’Eurotower «raddoppia»
Una parte rilevante, ben 29,6 dei 38,5 miliardi di euro di titoli raccolti sul mercato attraverso l’Asset purchase programme (App) sono infatti stati destinati dall’Eurotower ai titoli di Stato, ma ancora più importanti, almeno agli occhi nostri, sono i 10,9 miliardi impiegati per i BTp. È vero, come avvertono gli analisti, che occorre tenere presente i reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni già presenti nel portafoglio Bce che nel frattempo sono scadute o sulle quali sono maturate cedole. Resta però il fatto che per il secondo mese consecutivo nei forzieri dell’istituto centrale è finito un quantitativo di titoli di Stato italiani più che doppio rispetto a quanto indicato dalle quote di capitale detenute.

Le «deviazioni» della Bce
La deviazione rispetto al discusso criterio di distribuzione (sul quale però la Bce si è riservata massima flessibilità) è stata in aprile secondo Pictet Wm positiva per 6,4 miliardi per i BTp, ma anche di 2,9 miliardi per gli Oat francesi e di 1,1 miliardi per i Bonos spagnoli. Al contrario la Germania è risultata largamente penalizzata dalla ripartizione, visto che l’Eurotower ha comprato appena 600 milioni dei 7 miliardi di Bund in teoria previsti.

LA MANO DELL’EUROTOWER
MARZO APRILE
ACQUISTI IN PIÙ…
Italia 6,2 6,4
Francia 2,0 2,9
Spagna 1,4 1,1
Belgio 0,7 1,0
… E IN MENO
Finlandia -0,3 -1,6
Grecia -0,8 -0,7
Paesi Bassi -1,2 -0,1
Germania -6,9 -6,4
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 Negli ultimi due mesi, da quando cioè ha iniziato a premere sull’acceleratore per contrastare gli effetti dell’epidemia, la Bce ha acquistato un ammontare netto di BTp pari a 22,7 miliardi, che vale circa un terzo del programma sui titoli di Stato e un quarto dell’intero App (comprendente anche corporate, covered bond e Abs). A questi vanno però idealmente aggiunte le operazioni legate al Pepp, il piano da 750 miliardi lanciato appositamente per l’emergenza pandemica e la cui ripartizione verrà resa nota però con cadenza bimestrale (quindi nelle prossime settimane).

In attesa dei dati sul Pepp
Nell’ambito di questo programma sono stati effettuati acquisti per addirittura 103,4 miliardi in aprile, portando così a 118,8 miliardi il totale dal suo avvio. Se fossero state mantenute le stesse proporzioni dell’App (ma non è da escludere una flessibilità maggiore, visto che nel Pepp viene per esempio considerata anche la Grecia esclusa negli altri piani) si può stimare che dall’inizio della crisi la Bce abbia acquistato titoli di Stato italiani per oltre 50 miliardi di euro: circa un quarto di quanto sborsato complessivamente fino a questo momento per il «salvataggio» dell’Eurozona. Non si tratterà quindi di una «monetizzazione» vera e propria, ma è una mano che si fa senza dubbio sentire.

 

La Fed e Trump narcotizzano l’America terrorizzata dalla pandemia per nascondere l’esplosione della nuova bolla

Business Insider Italia 1/5/2020

di Mauro Bottarelli

 

L’abilità nel trasfigurare la verità dei fatti!

Da questa situazione ne usciremo certamente, ma non si può far finta che questo shock nell’immediato non procuri seri danni all’economia ed al tessuto sociale e che non lasci segni per molto tempo a venire. I recuperi dei mercati ci saranno, senza dubbi, è sempre stato così, l’economia umana tende a crescere grazie alle scoperte ed innovazioni che migliorano la vita delle persone ed all’efficienza introdotta nei sistemi produttivi, ma tutto ha i suoi tempi! Riprendersi da una brutta malattia, comporta un periodo di recupero………..

 

WASHINGTON, 13 marzo 2020: Conferenza stampa del presidente Usa Donald Trump sul coronavirus – Drew Angerer/Getty Images

Fear is your only God, cantavano nel ritornello ipnotico della loro Vietnow i Rage Against The Machine. Correva l’anno 1997. Da allora, l’America ha convissuto più volte con la paura. Quella finanziaria della bolla tech del 1999-2000, quella del terrorismo e della guerra permanente scaturita dagli attacchi dell’11 settembre 2001 e quella della nuova depressione economica nata dalla crisi Lehman del 2008-2009. Poi, l’8 novembre del 2016, il grande choc: Donald Trump diventava il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Di fatto, la “seconda guerra civile americana” preconizzata da Joe Dante. Ogni volta, la paura ha preso il sopravvento e poi narcotizzato l’America, capace con il suo pragmatismo di metabolizzare il traumatico reset e ripartire. Quasi come se niente fosse. E oggi, in epoca di paura collettiva da pandemia? Stesso copione.

Anzi, paradossalmente stiamo assistendo alla riprova pratica dell’attualità della teoria di Noam Chomsky riguardo la mitica “rana bollita”, ovvero la capacità del potere di narcotizzare a tal punto l’opinione pubblica – attraverso cortine fumogene e dissimulazioni del reale con il percepito – da renderla incapace di prendere atto dell’aumento della temperatura. Se non quando è ormai troppo tardi.

Una riprova arriva direttamente da questi tre grafici

Bureau of Labor Statistics/Zerohedge

Cnbc

Bloomberg/Zerohedge

capaci di sintetizzare alla perfezione l’ultima giornata del mese di aprile. Quel giorno, infatti, altri 3,839 milioni di americani hanno inoltrato richiesta per un primo sussidio di disoccupazione, portando il numero di nuovi senza lavoro nelle ultime sei settimane a un totale di 30,31 milioni. Un dato che non solo è 12 volte peggiore del precedente record negativo a cinque settimane di crescita continuativa negli ultimi 50 anni, ma – come mostra la prima immagine – porta a oltre 8 milioni lo scarto in negativo fra i posti di lavoro bruciati in un mese e mezzo e quelli creati in totale dal 2010 a oggi. Gli altri due grafici mostrano come, in contemporanea, lo Standard&Poor’s 500 mettesse a segno il miglior mese di contrattazioni dal 1987 e Wall Street nel suo complesso si dimostrasse per l’ennesima volta l’unica diretta beneficiaria delle mosse della Federal Reserve, stante la correlazione ormai imbarazzante fra stato patrimoniale della Banca centrale (appena giunto al record di 6,6 trilioni di dollari) e corsi azionari.

Ed ecco che questi altri due grafici

Bloomberg

United States Department of Agriculture

paiono confermare in pieno la teoria del famoso linguista e filosofo dell’MIT: non solo l’ultimo sondaggio Gallup mostra come per la maggioranza degli statunitensi adulti interpellati, l’attuale gestione della Fed sia la migliore addirittura dai tempi di Alan Greenspan ma come la retorica martellante della Casa Bianca e dei media sia in grado di silenziare vere e proprie bombe potenziali innescate sotto il potere d’acquisto di un Paese che in sei settimane ha visto sparire 30 milioni di posti di lavoro.

Facendo simbolicamente seguito al grido d’allarme – The supply chain is breaking – lanciato da un colosso dell’alimentare Usa come la Tyson Foods, attraverso un’intera pagina di inserzione a pagamento sul New York Times,  il prezzo della carne di manzo negli Usa sempre il 30 aprile ha sfondato il record storico di 330,82 dollari alla libbra, un aumento del 62% dai minimi registrati solo a febbraio scorso. Diretta conseguenza della chiusura di ben 16 stabilimenti di macellazione e lavorazione della carne in tutto il Paese a causa del Covid-19. E che la situazione stia velocemente andando fuori controllo lo conferma il fatto che il presidente, Donald Trump, abbia firmato un ordine esecutivo in ossequio addirittura al Defense Production Act per obbligare quei siti a restare aperti. “Il ritorno all’operatività è questione di giorni, non settimane”, ha dichiarato il segretario dello United States Department of Agriculture (Usda), Sonny Perdue. A fronte però di almeno 20 addetti morti e oltre 6.500 contagiati, stando ai dati forniti dalla United Food and Commercial Workers Union.

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In condizioni politiche e finanziarie normali, verrebbe da chiedersi se le pressioni inflazionistiche su beni di largo consumo continuassero a salire, quale sarebbe il rischio potenziale cui va incontro un Paese alle soglie di una recessione con pochi precedenti e dove ampi strati di popolazione sono armati (con la benedizione della Nra e della Casa Bianca). Di più, come potrebbero reagire lavoratori terrorizzati dal virus ma altrettanto dalla prospettiva della disoccupazione crescente di fronte a una scelta make or breakcome quella che l’ordine esecutivo del Presidente ha messo nelle mani dei datori di lavoro del settore alimentare?

La risposta sta nel fatto che ormai viviamo nel new normal del percepito e del social, persino in un ambito pragmatico e basato su fredde cifre come l’economia. E questo ultimo grafico

Bloomberg/Zerohedge

ne è la conferma: mostra l’andamento di Wall Street del 29 aprile, giorno in cui veniva diffuso il dato del Pil statunitense del primo trimesre, un -4,8% che sanciva la peggior lettura della crescita proprio dai tempi della crisi post-Lehman. Con tempismo degno del Warp speed, mr. Scott! di Star Trek, ecco che in perfetta contemporanea con la pubblicazione di quel dato che certificava di fatto l’ingresso in una depressione economica profonda, il professor Anthony Fauci, novello deus ex machina di ogni respiro di sollievo e caduta in depressione del Paese, annunciava il suo ottimismo riguardo i primi test compiuti sul farmaco Remdesivir, il quale pur essendo nella prima fase sperimentale, a detta dell’immunologo potrebbe puntare all’approvazione da parte della Food and Drug Administration entro pochi giorni. Quite good news, confermava ottimista il professore alle agenzie di stampa. Questo nonostante si tratti del medesimo prodotto che, a detta di Lancet, avrebbe fallito una sperimentazione precedente e che, per ammissione degli stessi ricercatori, avrebbe come unico risultato accertato in fase embrionale quello di abbassare il tasso di mortalità dal’11% all’8%. Non esattamente la pozione magica di Panoramix il Druido.

Poco importa, già le indiscrezioni al riguardo da parte della casa produttrice Gilead erano riuscite a depotenziare prima e neutralizzare poi il fall-out del Pil sugli indici di Borsa: le parole di Anthony Fauci hanno fatto il resto. Almeno fino alla conferenza stampa di Jerome Powell, il quale dopo aver deluso Wall Street con il niente di fatto sui tassi, ha ampiamente recuperato con un’unica frase, indirizzata a un giornalista che chiedeva conto del deficit montante a causa dei programmi di sostegno: Now is not the time to worry about debt. La reazione pavloviana della Borsa è plasticamente esposta nel grafico.

La rana, almeno per ora, continua a sguazzare nell’acqua, incurante del calore che aumenta e ulteriormente irretita dall’irruzione sulla scena mediatica del ritorno in grande stile della disputa contro la Cina, questa volta a colpi di accuse al laboratorio di Wuhan per le sue presunte responsabilità nella pandemia. Il nemico, il capro espiatorio, il nuovo evil empire, è servito. Un solo problema: quanto tempo ci vorrà prima che, sempre ricorrendo a Vietnow dei Rage Against The Machine, gli americani smettanno di aver paura e comincino a chiedersi Is all the world jails and churches? A quel punto, basterà la Fed e la fiducia che gli americani spaventati le stanno ancora accordando per evitare il sequel del capolavoro di Joe Dante? E quando lo stesso Joe Biden, pur ricorrendo strumentalmente all’artificio retorico dell’iperbole, comincia a chiedersi se nelle intenzioni dell’amministrazione Trump non vi sia quella di rimandare il voto presidenziale di novembre, qualche sospetto sullo stato di salute della democrazia Usa nel suo complesso fa capolino.