Saint-Georges (Carmignac): “Non aspettatevi un boom come negli anni ’80”

19 giugno 2020 Focus Risparmio di Gaia Giorgio Fedi

Tempo di lettura 4 min.

Una analisi realistica sull’andamento prossimo dei mercati che condivido!

L’esperto teme che la ripresa a V verrà troncata, ma i mercati stanno ragionando solo sul breve termine. L’alto debito riduce il potenziale di crescita nel lungo. Il rischio maggiore? Dipendere troppo dall’idea che le banche centrali stampino moneta

Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac
Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac

Non c’è dubbio che l’attività economica globale si stia riprendendo – ed è assolutamente il minimo, dopo un periodo più o meno prolungato di lockdown e forti misure di stimolo sia fiscale sia monetario – ma non bisogna eccedere in ottimismo, ammonisce Didier Saint-Georges, membro del comitato di investimento strategico di Carmignac. L’automatismo per cui dopo una forte crisi dovrebbe esserci una forte ripresa in questo caso, per l’esperto, non tiene. “Non mi aspetto nel futuro un boom come quello degli anni ’80. Innanzitutto il livello generale di debito è molto alto, sebbene non conti ripetere il solito mantra per cui è una ricetta per il disastro. In uno scenario di bassa crescita e bassa inflazione anche i tassi nominali dovrebbero restare sostenibili per qualche tempo. Ma il vero problema è che la funzione del debito resta la stessa, cioè offre spending power nel breve a spese di una minore spesa nel futuro, quindi evita gli scenari peggiori nel breve ma riduce il potenziale di spesa, quindi le attese di boom sono assolutamente mal riposte”. In un orizzonte più ravvicinato, la domanda che si pone Saint-Georges è se “la ripresa a V possa essere troncata. E noi pensiamo di sì”. I mercati, prosegue, si concentrano troppo sulla ripresa di breve termine, a testimonianza della loro fragilità.

In questo scenario, l’Europa si sta comportando particolarmente bene e sembra “aver imparato la lezione della crisi 2008-2009” perché i governi sono intervenuti e anche se ci sono stati dei casi in cui la risposta non è stata tempestiva la reazione è stata sicuramente apprezzabile rispetto ad altri casi del passato. Il poderoso pacchetto di misure messo insieme dall’Unione europea sicuramente darà una mano, soprattutto se budget e Recovery fund verranno approvati, anche se l’attuale calendario fa sì che in concreto gli aiuti arriveranno da qui a un anno, e nel frattempo dovrà essere la Bce a giocare il ruolo più importante.

In questo contesto, è lecito temere un decoupling Usa-Europa? Secondo Carmignac, in effetti sì, quanto meno sul mercato azionario. “È un fatto che l’economia europea sia più ciclica, e anche se in questa ripresa di breve termine sta facendo particolarmente bene e c’è l’idea che anche il mercato azionario farà molto bene, si tratta di previsioni che riguardano il terzo trimestre e noi dobbiamo guardare oltre. Se abbiamo ragione, il potenziale di crescita dell’Europa resterà strutturalmente debole, mentre gli Stati Uniti conteranno su un numero maggiore di player in grado di performare bene in questo contesto. Sospetto quindi che la migliore performance dell’equity statunitense continuerà, semplicemente perché si tratta di un mercato meno sensibile al macromomentum”, argomenta Saint-Georges.

Sempre restando sull’Europa, l’esperto si aspetta un aumento delle divergenze all’interno dei singoli Paesi dell’Eurozona, che potrebbe determinare un impatto sproporzionato sullo standing di credito degli stati più deboli. Tuttavia, l’esperto ha anche sottolineato che “i beneficiari indiretti dei Tltro saranno i titoli di stato” e che questo offre “occasioni di arbitraggio attraenti”, motivo per cui Carmignac detiene posizioni sui bond governativi dell’Europa periferica.

Allargando lo sguardo, l’esperto ha analizzato le prospettive Usa, dove le chance di una rielezione di Trump si sono assottigliate con il coronavirus e le tensioni sociali, ma anche la possibile elezione di Joe Biden potrebbe comunque creare problemi: in caso di sostegno sia alla Camera sia al Senato, pare inevitabile la prospettiva di un rialzo della pressione fiscale che annulli i tagli fatti da Trump. Ma su un piano positivo c’è da sottolineare che un’amministrazione guidata da Biden probabilmente darebbe slancio alla spesa per infrastrutture, e all’impegno sull’ambiente che consentirebbe al Paese di riallinearsi sull’Accordo di Parigi. In un contesto di incertezza, tuttavia, le Pmi americane potrebbero decidere di posticipare investimenti e assunzioni.

E c’è poi l’elefante nella stanza: la Cina, sulla quale Carmignac ha posizioni nelle attività domestiche. “L’economia cinese si sta riprendendo ma molto lentamente”, osserva Saint-Georges, notando anche che la ripresa ha forme diverse a seconda dell’angolazione: “è una ripresa a V nella produzione industriale, nel mercato immobiliare e nelle infrastrutture, a U negli investimenti privati, a L nei consumi. Questo vuol dire da una parte che la produzione è più avanti della domanda, e questo è il segnale di una ripresa deflazionaria, e dall’altro lato significa anche che la ripresa potrebbe non essere così ‘interessante’ per il resto del mondo”. Non solo: Saint-Georges ricorda che in un regime come quello cinese l’approvazione popolare è stata sempre legata ai tassi di crescita vertiginosi, e una ripresa debole con il suo corollario di disoccupazione potrebbe, a lungo andare, alimentare tensioni sociali.

In questo contesto, qual è il maggiore rischio per l’economia e la stabilità globale? Secondo Saint-Georges il rischio peggiore – non necessariamente quello più probabile, ma sicuramente quello che teme maggiormente – “è che raggiungiamo un punto in cui contiamo talmente tanto sulla creazione di denaro per sostenere gli asset e la stabilità economica, che la fiducia nelle politiche delle banche centrali finisca per indebolirsi. Se entriamo in questa assolutamente radicale visione in stile MMT (Modern monetary theory), se c’è la percezione della monetizzazione del debito degli stati, allora ci potrebbero essere rischi per le valute. E si tratterebbe di un fenomeno globale perché, anche al netto di situazioni diverse sui debiti, il problema potrebbe essere analogo in Usa, Europa e Giappone, e la fiducia nelle relative valute potrebbe soffrirne”, conclude Saint-Georges.

 

Alain Minc “Cancellare il debito pubblico creato dal Covid 19”

4/6/2020 La Repubblica di Anais Ginori

Un punto di vista interessante e prospettico di una visione che fino a pochi mesi addietro sarebbe stata visionaria ed ancora adesso ha soffre forti resistenze, ma che tuttavia sta delineando un nuovo solco nella gestione dei debiti pubblici futuri!

Parla il manager e politologo francese: ” Il rapporto debito-Pil in Italia potrebbe salire al 160% Bisogna evitare che il Paese precipiti in una spirale di spread crescenti”

PARIGI – “Cancelliamo il nuovo debito pubblico legato alla crisi del Covid”. A parlare così non è un militante di estrema sinistra ma Alain Minc, eminenza grigia del capitalismo francese. Consigliere ombra di tanti presidenti, tra cui Emmanuel Macron di cui è stato uno dei pigmalioni, Minc lancia attraverso Repubblica una proposta choc a proposito del bazooka monetario della Bce scattato con la crisi del Covid e del massiccio acquisto dei buoni del Tesoro italiani. “Il destino di questo surplus di debito pubblico che va ad accumularsi nella cassaforte della Bce – dice Minc – è un argomento importante almeno quanto la mutualizzazione europea dell’indebitamento per gli investimenti”. Settantuno anni, incarna l’élite francese ma anche un gusto per la controversia intellettuale. In questi giorni, pubblica il suo nuovo libro, “Mes présidents” nel quale ripercorre incontri e conversazioni all’Eliseo.

Qual è la sua proposta?
“Prendiamo l’esempio dell’Italia, che ha già un rapporto tra debito pubblico e Pil pari al 130%. Nel prossimo futuro la percentuale potrebbe salire al 160%. Dobbiamo evitare che le agenzie di rating facciano precipitare l’Italia in una spirale di spread crescenti come abbiamo già visto in passato. La mia proposta è quindi di separare il 130% del debito pubblico già accumulato che appartiene al settore privato dal surplus del 30% che sarà nelle casse della Bce attraverso il programma di riacquisto. L’obbligo di rimborso dello Stato italiano non è di fatto lo stesso nei confronti dei finanziatori privati che nei confronti della Bce”.

E quindi cosa dovrebbe fare la Bce?
“La logica suggerirebbe la cancellazione del debito detenuto dalla Banca centrale, almeno in parte. Ma è chiedere troppo al sistema finanziario e al suo conformismo. Ci sono anche controargomentazioni legali – “pacta sunt servanda” – difficili da contrastare, soprattutto nei confronti dei tedeschi. Ripeto: sarebbe la soluzione migliore. In circostanze straordinarie, misure straordinarie”.

A molti sembrerà una provocazione.
“Ne sono consapevole. Prendiamo quindi una via più semplice. La Bce dovrebbe scambiare i buoni del Tesoro con titoli perpetui a basso interesse. E aggiungo: se l’idea di perpetuità provoca un rifiuto ideologico, allora diciamo con titoli a 50 e 100 anni. Il debito pubblico sarebbe così suddiviso in due comparti: il debito detenuto da operatori privati attenti alla solvibilità dello Stato debitore con agenzie di rating in allerta e spread rappresentativi. E il debito pubblico perpetuo o a lunghissimo termine, che non peserebbe sulla solvibilità del debitore”.

Crede davvero che ci sarà ascolto per questa idea?
“Così com’è stata accettata l’idea iconoclasta dell’helicopter money, vedrete che nei prossimi mesi il dibattito ruoterà intorno alla monetizzazione del debito seguita da una parziale cancellazione della sua quota pubblica, o del suo rinvio alle calende greche. E’ una trasformazione che accadrà in ogni caso, ma senza dirlo. Esplicitando questo meccanismo monetario, è la mia tesi, potremmo rassicurare agenzie di rating e mercati. E secondo me gli inglesi, che sono i più empirici, lo faranno già prima di noi”.

Il Recovery Fund non è sufficiente?
“Sono molto colpito dal modo in cui la Germania ha abbandonato tutta la sua doxa in seguito alla crisi del coronavirus. Ha gettato via i criteri di contenimento del bilancio, ha accettato gli aiuti di Stato. Rimaneva l’ostacolo della mutualizzazione del debito. L’idea degli eurobond o coronabond non sarebbe mai passata. La Germania ha già infranto molti tabù. La soluzione che fa passare l’indebitamento per il bilancio dell’Unione è la più ragionevole”.

La pioggia di miliardi basterà?
“Se prendiamo i 500 miliardi dell’iniziativa franco-tedesca, abbiamo il 3% del Pil europeo. Se aggiungiamo l’effetto leva degli altri prestiti e investimenti, in termini di moltiplicatore keynesiano, penso che possiamo davvero essere soddisfatti. Ora però resta da vedere come saranno spesi questi soldi. Non dovrebbero servire solo per costruire ospedali”.

Come andrebbero spesi?
“Il vero problema è che ogni crisi provoca una risposta che non anticipa la crisi successiva. Nel 2008 abbiamo rafforzato la liquidità e al vigilanza del sistema bancario. E infatti, questa volta, le banche hanno potuto far fronte al crollo dell’attività economica durante l’emergenza sanitaria. Nella prossima crisi avremo un sistema sanitario che funzionerà molto meglio, ma probabilmente l’urto colpirà altrove. Penso, ad esempio, che il peggio che ci potrebbe capitare sia l’esplosione di Internet, un blackout di giorni della Rete potrebbe mettere in ginocchio i nostri Paesi. E non siamo assolutamente pronti contro questo pericolo”.

E’ ottimista sulla ripartenza dell’economia?
“Dobbiamo renderci conto che meno 10% del Pil nei paesi ricchi, con gli effetti sul commercio internazionale e quindi sui bilanci dei paesi poveri, provocherà alla fine molti più morti dei Covid. Per la prima volta dai tempi della guerra, i governanti hanno dovuto scegliere tra diversi morti. Abbiamo evitato i morti più visibili, quelli per Covid, ma abbiamo provocato morti invisibili”.

Avremmo potuto fare altrimenti?
“Credo che ci sono due ragioni per cui ci siamo gettati nel confinamento. La prima è che temiamo i cinesi ma, nel profondo, li ammiriamo. Ci impressionano. E poiché i cinesi si sono confinati, il riflesso naturale è pensare che dovessimo fare come loro. La seconda ragione è che in Occidente non c’era nessuno capace di fermare questa corsa verso il confinamento. L’unico avrebbe potuto essere un presidente rispettato degli Stati Uniti, cioè il leader dell’Occidente. Donald Trump ha detto innumerevoli cavolate e una frase estremamente intelligente ma che, detta da lui, non era udibile. “La cura può essere peggiore del problema”. Se questa frase fosse venuta da Barack Obama, il mondo avrebbe cominciato a riflettere”.

Lei parla così ora, ma non ha detto queste cose nel pieno dell’emergenza sanitaria. 
“Infatti, non pretendo di dare lezioni a nessuno. Anche io ho partecipato a questa folle corsa verso il confinamento. Ma a posteriori penso che ci siamo precipitati senza pensare. Siamo rimasti vittime, in realtà, di una dittatura di pseudo-scienziati. La guerra non dovrebbe mai essere affidata ai militari, e le epidemie non dovrebbero mai essere affidate agli epidemiologi. I militari non fanno mai la pace, occupano il territorio nemico fino all’ultimo centimetro. Gli epidemiologi vogliono sterminare il virus fino all’ultimo ceppo. L’unico potere legittimo per arbitrare tra le disgrazie è quello politico”.

 

6 cose che cambieranno nel mondo post-covid secondo Joseph Stiglitz

5/6/2020       AXA Investment Managers      (AXA AM)    Tomorrow Augmented

Capire i trend di domani per investire meglio oggi

Dall’aumento delle disuguaglianze alla deglobalizzazione, dalla nuova Guerra Fredda Usa-Cina alla mutualizzazione dei debiti europei: il Premio Nobel per l’Economia parla a tutto tondo delle conseguenze della pandemia sulla nostra vita e sul nostro portafoglio. Ecco sei cose da sapere.

Tempo di lettura: 5 minuti

Economist Joseph Stiglitz: 'Europe is on the brink' — ICRICT

Il punto di vista un attento studioso (premio Nobel per l’Economia) sulle dinamiche e le variabili da tener presenti nell’immediato futuro per tornare ad investire con fiducia.

In tutto il mondo il coronavirus sta accelerando le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. I ricchi stanno diventando sempre più ricchi, grazie all’iniezione nel sistema finanziario di colossali masse di denaro che premiano i mercati finanziari, mentre i poveri stanno perdendo il lavoro, e a volte purtroppo la stessa vita, esposti come sono al contagio anche per il tipo di occupazione che hanno. Così Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001, già capoeconomista della Banca Mondiale ed ex consulente di Bill Clinton e Barack Obama, in collegamento da New York ha spiegato nel webinar “Finanza e disuguaglianza” di AXA IM la sua visione di come cambierà il mondo dopo la pandemia, tra deglobalizzazione, nuova Guerra Fredda e solidarietà. Ecco sei punti fondamentali toccati dall’economista statunitense durante il suo intervento e le sue risposte alle domande di Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di AXA IM Italia.

 

1) Economia e politica

L’ipotesi di una ripresa economica a “V”, quindi molto rapida, è secondo Stiglitz una fantasia. Ci sono infatti due fondamentali incertezze: come andrà la pandemia e quanto saranno efficaci le misure varate da Governi e banche centrali per aiutare l’economia. Due incertezze che si aggiungono a quelle già esistenti, come i cambiamenti strutturali dell’economia, con la transizione digitale, e il cambiamento climatico. L’economia non si riprenderà fino a quando la pandemia non sarà definitivamente sotto controllo, spiega il premio Nobel. Anche se possiamo già immaginare come sarà il mondo post-Covid: secondo Stiglitz lo Stato riacquisterà un ruolo centrale, anche per migliorare ricerca scientifica, sanità e sistemi di protezione sociale. E saranno più percepibili i limiti di un mercato lasciato senza controllo.

 

2) Disugualianze

La pandemia e la pioggia di denaro iniettata nel sistema finanziario da Governi e banche centrali stanno aumentando le diseguaglianze. In quali modi? Stiglitz ne indica uno su tutti: le politiche monetarie messe in piedi dopo la crisi del 2008, con tassi di interesse bassi o addirittura negativi e le iniezioni di denaro dei Quantitative easing. Il risultato di queste politiche è che i rendimenti dei titoli di Stato sono scesi e quelli delle azioni sono saliti. Il problema è che negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, è la parte più benestante della popolazione ad avere una forte componente azionaria in portafoglio. Chi vuole sicurezza, come per esempio i pensionati o le fasce meno abbienti, è invece costretto a investire i propri risparmi in titoli di Stato che oggi rendono poco o nulla. Il coronavirus secondo Stiglitz ha mostrato tutte le debolezze delle disuguaglianze, con le fasce di popolazione più deboli doppiamente esposte al virus, perché povere e in generale esposte a lavori più pericolosi.

 

3) Stati Uniti

Perché gli Stati Uniti hanno una disoccupazione così alta? Perché il contagio si è diffuso così in fretta? Perché ci sono stati così tanti decessi? L’America era impreparata al virus per via delle debolezze del sistema sanitario e di quello della sicurezza sociale, spiega Stiglitz, che ricorda come i tagli di budget abbiano soppresso anche una speciale task force anti-pandemia voluta a suo tempo dall’ex presidente Barak Obama. C’è inoltre un peso eccessivo della “corporate America” (quindi delle grandi imprese) nel progettare le risposte economiche al virus, nota il Nobel, che per le elezioni presidenziali di novembre scommette sulla vittoria di Joe Biden contro Donald Trump.

 

4) Europa e  Italia

L’economia europea è grossomodo grande come quella statunitense, sottolinea Stiglitz, ma oltreoceano sono stati già spesi tremila miliardi di dollari (e altri ne arriveranno), mentre nel Vecchio continente si discute di un Recovery Fund da 750 miliardi di euro. Il calibro della risposta europea è insomma meno di un terzo di quello americano. E’ chiaro che i singoli Paesi non possono finanziare da soli una risposta alla pandemia, sottolinea il Nobel. Anche perché quelli più colpiti dal virus, come Italia e Spagna, sfortunatamente avevano già un livello di debito pubblico alto prima del contagio. L’idea di accumulare maggior debito nei singoli Paesi anziché mettere in piedi meccanismi di solidarietà secondo Stiglitz è inquietante. Nel breve e medio periodo il debito non preoccupa, spiega l’ex consulente economico di Clinton e Obama, ma nessuno può prevedere cosa accadrà sul lungo termine. Se i tassi in futuro dovessero salire, i Paesi più indebitati rischiano di vedersela brutta. Ecco perché secondo Stiglitz bisogna mettere in campo gli eurobond, o comunque forme di solidarietà e mutualizzazione dei debiti, e deve trattarsi di erogazioni, non prestiti. E’ giusto che ci siano delle condizionalità come chiedono i Paesi nordeuropei, magari tese allo sviluppo dei servizi sanitari e della green economy, ma deve trattarsi di condizionalità in linea con i valori dell’Europa, conclude l’economista statunitense.

 

5) Nuova guerra fredda e globalizzazione

Il conflitto multiforme tra Cina e Stati Uniti si sta scaldando, spiega Stiglitz, spinto dalla gara economica, dalla competizione geopolitica e da ragioni di sicurezza nazionale. Con l’Europa schiacciata in mezzo alle due superpotenze. Si tratta di una “nuova Guerra Fredda” che non finirà nemmeno se alla Casa Bianca approdasse  un presidente democratico. In questo caso, il conflitto potrebbe focalizzarsi  di più sui problemi legati ai diritti umani e sulla ricerca di aree di cooperazione per la lotta al climate change e a emergenze sanitarie come il coronavirus. Secondo Stiglitz, con un presidente democratico, ci potrebbe essere maggior razionalità ed equilibrio nell’agenda economica. Quanto al commercio, l’era dell’iperglobalizzazione è finita, chiarisce il Nobel, e la crisi ha accelerato un trend che era visibile anche prima della pandemia: tra il 2008 e il 2019 la fetta del Pil mondiale legata al commercio è scesa, in particolare gli investimenti diretti nelle economie emergenti.

 

6) Come investire

La gente oggi ha paura, spiega Stiglitz, anziché spendere i soldi che guadagna li lascia sul conto corrente. Per far ripartire l’economia bisogna quindi ricostruire un clima di fiducia. Quanto agli investimenti in dollari, il Nobel sottolinea il suo scetticismo sui rischi valutari: i movimenti dei cambi sono legati a fattori politici difficili da prevedere. Quanto alla corsa a Wall Street del settore tecnologico, Stiglitz è convinto che ai livelli attuali i colossi digitali siano sopravvalutati. Il settore rappresenta senza dubbio il futuro, ma ci sono alcuni elementi che potrebbero frenare la galoppata dei giganti del Nasdaq: politiche anti-monopolistiche, la concorrenza di nuove società e il possibile rallentamento di modelli di business basati sulla pubblicità.

 

I mali della monetizzazione del debito pubblico

3/6/2020 We Wealth

di Nicola Mansi

A settimane alterne, qualche forza politica spinge verso il ritorno alla vecchia “lira” ed a riappropriarsi del nostro debito. Ho verificato sul campo se la strada è percorribile o si tratta del solito annuncio ad effetto? Rispondetevi da soli!

 

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi

Chi oggigiorno non ha udito frasi del tipo: “Riappropriamoci della nostra moneta e del nostro destino, basta con questa Europa iniqua! La moneta è una mera invenzione dell’uomo, non può condizionare la vita, lo sviluppo ed il destino dei popoli! Battiamo moneta ed usiamola per quel che ci serve! Eliminiamo il debito che abbiamo contratto e ripartiamo da zero!”

Da qui nasce il concetto della “monetizzazione del debito”.

Ma è davvero una strada percorribile?

Per esempio tempo fa ha fatto scalpore, prima della formazione del nuovo governo, uno dei punti del contratto di governo (poi cancellato) che prevedeva (la richiesta alla BCE di cancellare 250 miliardi di debito italiano.

Così in questi giorni mi sono nuovamente chiesto: è proprio così?

Ho deciso quindi di rispolverare i miei vecchi testi universitari, di approfondire la materia ed addentrarmi nelle moderne teorie sul tema.

Il concetto di partenza a cui si riferiscono con faciloneria le destre sovraniste o le sinistre radicali (che poi sono estremi della stessa medaglia, che ha il volto del populismo) è semplice: è necessario creare moneta dal nulla.

Esattamente lo dovrebbero fare le banche centrali e con questa acquistare titoli di stato direttamente dai Governi, versare loro liquidità e magari azzerare i debiti pubblici.

Facile facile, senza costi, purtroppo però alle Banche Centrali (siano esse la BCE o la Fed o la Banca d’Italia) è vietato operare in questo modo, alla base del loro mandati ci sono altre finalità da perseguire, come ad esempio mantenere la stabilità dei prezzi, l’inflazione sotto controllo (entro precisi parametri), perseguire obiettivi di politica monetaria, combattere la disoccupazione.

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi.

La moneta ha valore solo se riflette quello dei beni e dei servizi prodotti. Allora si crea inflazione che nella sua forma può malata diviene iperinflazione e consiste in un aumento smisurato e continuo dei prezzi, che impoverisce l’economia perché i prezzi perdono la loro funzione di segnalare, attraverso la scarsità, la migliore allocazione delle risorse.

Il più importante caso storico rimasto nella memoria collettiva di iperinflazione è quello della Repubblica di Weimar in Germania durante gli anni venti.

Già allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, per fronteggiare l’immane sforzo bellico, la Germania abolì la convertibilità aurea del marco.

Il governo perseguì la via del finanziamento statale incrementando la stampa di banconote. Come una bomba ad orologeria, gli squilibri finanziari derivanti dalle immense necessità di spesa dello Stato per ragioni di guerra esplosero dopo un lustro in tutta la loro drammaticità.

Nel periodo direttamente successivo, cioè tra il 1919 ed il 1923, l’inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Una malattia subdola.

Una volta che l’inflazione è aumentata, c’è un solo doloroso modo per farla rientrare a livelli accettabili: spingere l’economia in recessione alzando i tassi, far fallire le aziende marginali, ossia quelle più deboli, distruggendo di conseguenza posti di lavoro.

La Federal Reserve di Saint Luis distingue le passività di un governo possono essere di tre tipi:

  1.  moneta
  2. le riserve delle banche centrali
  3. debito del Tesoro

La moneta e le riserve delle banche centrali sono considerate denaro, mentre il debito del Tesoro no.

L’atto di convertire il debito in danaro è spesso etichettato come “monetizzazione del debito”.

Quindi la monetizzazione avviene nel momento in cui la politica monetaria si incrocia con la politica fiscale.

Tecnicamente la monetizzazione avviene quando si utilizzano gli strumenti di politica monetaria – la valuta per accomodare gli scambi e le riserve delle banche centrali per regolare i prestiti ad imprese e famiglie da parte delle banche private – per finanziare il debito pubblico.

Perché la monetizzazione del debito è così rischiosa a differenza dei quantitative easing, il finanziamento diretto dei Governi crea moneta indipendentemente dalle necessità dell’economia, e scatena così inflazione senza per questo garantire una bassa disoccupazione

La prima obiezione alla monetizzazione è appunto questa: troppa moneta “creata dal nulla” farebbe aumentare l’inflazione, e tanto.

È così? La relazione tra la “moneta della banca centrale” e l’inflazione può non essere diretta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché la Bce, la Fed, la Banca del Giappone abbiano aumentato questa base monetaria senza risolvere il problema della bassa inflazione.

Governi disciplinati? Tutto si può fare, con le circostanze giuste e in quantità moderate. Quale governo ha però l’autodisciplina di contenere la propria fame di risorse apparentemente “gratuite”, non così impopolari come le imposte né costose come i titoli di Stato?

Una volta aperta la porta – è il timore di molti – non si chiuderà mai più. In Argentina, in Venezuela – e in diversi altri Paesi – la porta non si è più chiusa.

L’argentina decide di “stampare moneta” – Il caso dell’Argentina

Esistono però molti casi in cui le cose sono andate diversamente, ad esempio l’Argentina. Il Paese ha, più volte, l’ultima durante la presidenza Kirchner monetizzato il proprio debito pubblico, esattamente come da noi vorrebbero fare i sovranisti.

La conseguenza è stata che la sua base monetaria è quindi aumentata a ritmi sempre più grandi e tra gennaio 2010 e febbraio 2020 è cresciuta del + 1300%.

L’inflazione da parte sua ha risposto subito, passando dal una media annua del 7,7% del 2009 al 53,8% annuo del 2019. Provate ad immaginare per un pensionato o un reddito fisso cosa può significare questo o il kaos sociale che ne deriverebbe?

Il venezuela e l’inondazione da moneta – Il caso del Venezuela 

Il processo potrebbe essere anche molto più rapido, come successo per esempio in Venezuela, dove la base monetaria a gennaio 2015 era pari a 8 milioni di bolivares, mentre a gennaio 2020 era salita a 38.200 miliardi.

L’inflazione del paese che era già al 180% è salita fino al 130.000% nel 2018, poi calata al 15.000%. Nel 2019 è stata riconosciuta dal Governo al 9500%

La moneta praticamente spazzatura senza valore, varie foto di repertorio le riportano materialmente buttata via.

Iniezioni dirette e indirette. 

Come è possibile che la stessa cosa non sia accaduta in Giappone, in Europa, negli USA, dove le banche centrali hanno forzato la creazione di base monetaria con massicci programmi di titoli di Stato?

Le differenze sono tante. La autorità monetaria in queste economie, hanno acquistato titolo di Stato sul mercato (secondario) e non direttamente dal Governo (primario): la moneta così creata è stata versata al sistema finanziario (dove ha creato inflazione, facendo salire le quotazioni), il quale ha generato offerta di moneta per l’economia reale solo lentamente, in stretta relazione con la domanda di credito delle imprese e delle famiglie e quindi con le necessità dell’economia (seppur con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso).

Un governo finanziato dalla banca centrale, invece, immette subito tutta la moneta in circolazione, e in dipendenza da scelte solo politiche. Il quantitative easing è una monetizzazione? 

Dal 2009 le banche centrali hanno iniziato a finanziare sul mercato secondario indirettamente gli stati acquistando titoli di Stato già emessi (quindi debito circolante e non creato ex novo).

Questa politica non convenzionale, conosciuta come quantitative easing, può essere considerata una forma di monetizzazione? «In senso tecnico no. Dal momento che una monetizzazione del debito a tutto tondo deve essere permanente, mentre il Qe è una forma di sostegno temporaneo, più vicino quindi a un prestito. Resta da capire però come verrà gestito il tema del reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza.

Reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza. Se ciò accadesse all’infinito si potrebbe parlare di monetizzazione».

In questo senso potremmo semplificare la definizione di monetizzazione: essa corrisponde a quanta quota di titoli pubblici che hanno le banche centrali in bilancio senza avere l’intenzione di ricollocarli. 

E il Qe della Bank of Japan? Non ha limiti e viene effettuato per mantenere il livello dei tassi (pari allo 0) al livello desiderato.

In sostanza la BoJ fa una manutenzione della curva del debito comprando sul secondario titoli praticamente pari quasi al deficit annuo, 6-7% del Pil, quindi in questo caso in QE della banca del Giappone può essere inteso come monetizzazione.

Per completezza si rende necessario un ulteriore passo indietro, perché abbiamo descritto l’effetto finale perverso di una monetizzazione fuori controllo, che in sostanza causa inflazione a dismisura, ma occorre risalire alla relazione iniziale che legava la moneta emessa e circolante rispetto alla sua garanzia fiduciaria che fungeva in origine da “ancora”, con il bene reale per eccellenza : “l’oro.”

Questo era il sistema di conversione diretta, il “Gold Standard”, che però ha fallito a causa di errate politiche monetarie e protezionistiche volte a fronteggiare cicli economici recessivi e che portarono alla Grande depressione, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e barriere commerciali amplificarono tale disastro economico.

Negli anni ’30, il controllo del mercato dei cambi aveva minato il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale.

In quel periodo, i governi avevano usato politiche di svalutazione per far crescere le esportazioni giocando sulla competitività del cambio, con lo scopo di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, causando, però, come effetti collaterali la caduta a picco delle entrate nazionali, la riduzione della domanda, un enorme aumento della disoccupazione ed un declino complessivo del commercio mondiale.

Gli scambi si ridussero a ristretti blocchi di monete (di gruppi di nazioni che usano la stessa valuta, come ad esempio il blocco della sterlina inglese nell’impero britannico).

Questi blocchi ritardarono la circolazione di capitali e le opportunità di investimenti stranieri.

Si giunse cosi nel luglio del 1944 agli accordi di Betton Woods (USA) che oltre a prevedere la costituzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di stabilità costituito dai cambi fissi tra le monete e dal ruolo centrale del dollaro.

Con gli accordi di B.W. furono gettate le basi del sistema di relazioni monetarie internazionali durati fino all’inizio degli anni settanta.

A Bretton Woods si introdusse un “gold exchange standard”, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Favorirono un sistema liberista più che statalista. Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente da Bretton Woods non prevedevano un corretto controllo della quantità di dollari emessi, permettendo così agli USA l’emissione incontrollata di moneta, fatto contestato più volte da Francia e Germania in quanto gli USA esportavano la loro inflazione, impoverendo così il resto del mondo Fino all’inizio degli anni ’70, il sistema fu efficace nel controllare i conflitti economici e nel realizzare gli obiettivi comuni degli stati.

In seguito, la guerra del Vietnam e il programma di welfare chiamato Grande Società fecero aumentare di molto la spesa pubblica statunitense e misero in crisi il sistema: di fronte all’emissione di dollari e al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve in oro.

Ciò spinse il Presidente Nixon, il 15 agosto 1971, ad annunciare, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, approvando la legge che sospendeva l’obbligo per la Federal Reserve di convertire dollari in oro al rapporto fisso di 35 dollari l’oncia, stabilito nel 1944 a Bretton Woods.

Si arrivò infine con lo Smithsonian Agreement, quando gli USA abolirono la convertibilità del dollaro in oro, decretando di fatto la morte del sistema aureo e la nascita del sistema fluttuante dei cambi flessibili creato dagli stessi USA.

In conclusione appare chiaro che nell’ambito delle politiche monetarie ed economiche non esistono formule “buone” per tutte le stagioni, vanno applicate cum grano salis e per periodi limitati affinchè diano ristoro e non si ritorcano contro; trovo calzante questa frase di San Girolamo “ Le virtù esercitate senza moderazione e misura devono essere considerate vizi”.