Ethenea: perché l’inflazione è un falso rischio

30 Marzo 2021 Financial Lounge

Di Virgilio Chelli

Il quadro reflazionistico indotto dal sostegno fiscale e monetario senza precedenti è coerente con una fase iniziale di ripresa economica dopo una contrazione, ed è positivo per gli asset a rischio

Non sembra essere un rischio di breve periodo

L’economia americana sta ripartendo più forte delle previsioni, con le stime di crescita del PIL che vengono riviste fortemente al rialzo, mentre l’amministrazione Biden mette mano a stimoli fiscali per migliaia di miliardi di dollari. Tra investitori e mercati comincia a serpeggiare il timore che forse si stia facendo non solo abbastanza, ma persino troppo per sostenere la riapertura e la crescita, con il possibile effetto di far rialzare la testa all’inflazione più di quanto la Federal Reserve sia disposta a tollerare, perché nel sistema alla fine ci sono più soldi da spendere in consumi che beni e servizi da comprare.

RITORNO AI TREND DI LUNGO PERIODO

Sono timori non condivisi da Michael Blümke, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors, che sottolinea in un commento che “non siamo in presenza di un rischio inflazionistico a breve”. L’esperto di Ethenea spiega che dopo la pandemia del 2020, le misure di sostegno politico senza precedenti messe in atto dalle autorità monetarie e fiscali, insieme al progressivo lancio dei vaccini Covid-19, hanno stabilito le precondizioni per una reflazione economica globale “che comporta la prospettiva di un ritorno progressivo della produzione e dell’inflazione al loro trend di lungo periodo”.

POSITIVO PER GLI ASSET A RISCHIO

La reflazione, secondo l’analisi di Blümke, è ampiamente definita come la fase iniziale di una ripresa economica dopo un periodo di contrazione, e un contesto reflazionistico “è positivo per gli asset di rischio, perché comporta politiche macroeconomiche di sostegno, una ripresa economica ciclica e un livello dei prezzi in aumento moderato”, che si avvicina progressivamente all’obiettivo del 2% delle banche centrali. Una situazione del tutto diversa, sottolinea Blümke, da un ambiente inflazionistico, che indica un aumento incrementale del livello generale dei prezzi in una situazione di piena capacità.

GLI STATI UNITI MAGGIORI BENEFICIARI

L’analisi dell’esperto di Ethenea si allarga anche ai tassi d’interesse, che stanno aumentando quasi ovunque, sottolineando che nell’Eurozona tuttavia hanno rallentato, sia perché la crescita economica è leggermente inferiore, sia perché devono continuare a essere tenuti bassi a causa dell’alto debito pubblico di alcuni Stati membri. In termini generali, afferma in conclusione Blümke, “ci aspettiamo che saranno soprattutto gli Stati Uniti a beneficiare dell’attuale combinazione di politica fiscale e monetaria”. Ma aggiunge che l’aumento dei prezzi delle materie prime e l’aumento della domanda di importazioni dovrebbero sostenere anche i Mercati Emergenti.

 

L’aumento dei prezzi al consumo sarà graduale

Credo anche io, la strada dell’inflazione sarà lunga!

 

Quali asset class ritenete sia opportuno detenere in portafoglio per proteggersi al meglio dal potenziale arrivo di una fase caratterizzata da rialzi dell’inflazione?

In tale contesto è giusto riequilibrare il portafoglio verso uno scenario di piena normalizzazione del ciclo economico, consacrandone una parte ai temi più value e ciclici.

Per quanto riguarda le scelte azionarie, più che una selezione geografica è necessario effettuare un’accorta allocazione settoriale: andranno privilegiati energia, materie di base, finanziari.

 

I primi saranno supportati dall’aumento dei prezzi delle materie prime, i finanziari dalle aspettative di rialzo dei tassi d’interesse. In questa selezione potranno essere ricomprese anche le società che hanno un forte “price power”, in grado cioè di trasferire sui clienti finali l’aumento dei prezzi.

 

Il movimento sarà tuttavia graduale ed esposto a inciampi ed è quindi consigliabile non esasperare le scelte, né dimenticare alcuni temi di mercato più strutturali, destinati a rimanere anche negli anni a venire.

 

Poalo Mauri Brusa, Gam sull'oro e le misure di iniezione di liquidità delle banche centrali
Poalo Mauri Brusa, Gam

Credete che l’eventuale rialzo dell’inflazione sia solo temporaneo o rappresenterà la nuova normalità in una fase post-pandemia permeata da tassi crescita dei Pil in accelerazione e necessità di gestire debiti pubblici molto elevati?

 

In uno scenario di aumento dell’inflazione, la componente obbligazionaria di un portafoglio bilanciato deve essere disegnata in modo da limitare l’impatto negativo del rialzo dei tassi. Una prima mossa è quella di convertire una parte delle emissioni governative “nominali” in quelle “inflation linked”.

Un investimento interessante per un portafoglio un po’ più sofisticato può essere poi rappresentato dalle emissioni in valute legate alle materie prime, come Corona Norvegese e Dollaro Australiano.

Essendo correlate positivamente al ciclo economico, non sono certo un buon diversificatore in uno scenario recessivo, ma in un contesto di graduale aumento dell’inflazione tendono a rafforzarsi.

Allo stesso modo il debito emergente dei Paesi produttori di materie prime come, a titolo di esempio, gli emittenti dell’America Latina, offre in questo senso buona protezione.

Rimanendo sulla componente a spread, inoltre, il credito subordinato bancario rappresenta la scelta migliore in uno scenario di rialzo dei tassi perché beneficia del miglioramento della redditività delle banche.

 

Per chi ne ha la possibilità, ovviamente l’investimento in strumenti legati alle commodity (petrolio, metalli industriali e preziosi) consente di incorporare nel portafoglio una componente fondamentale dell’inflazione.

 

Previsioni su deficit, debito pubblico e aiuti europei nel 2021

26 marzo 2021  Osservatorio CPI

di Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo

Il momento è cruciale, i numeri sono impetuosi, serve coraggio, è l’occasione per delle riforme importanti e investimenti strutturali, o ci salviamo come paese o falliamo come collettività

La seconda e la terza ondata di Covid-19 hanno peggiorato le prospettive per l’economia italiana e per i conti pubblici nel 2021. La crescita del Pil potrebbe fermarsi al 3,5 per cento e il deficit raggiungere il 10,2 per cento del Pil (175 miliardi), sia a causa dei nuovi ristori (DL Sostegni), sia della ripresa rallentata. Di conseguenza, il debito pubblico sfiorerebbe il 160 per cento del Pil a fine 2021. Fortunatamente, anche quest’anno le istituzioni europee coprirebbero interamente il deficit e assorbirebbero quasi metà del fabbisogno lordo di finanziamento, principalmente grazie agli acquisti di titoli di Stato da parte della BCE.

La nota è stata ripresa da Repubblica in questo articolo del 27 marzo 2021.

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La recrudescenza dell’epidemia, con la seconda e terza ondata, ha provocato un peggioramento delle prospettive di crescita economica per il 2021 rispetto alle previsioni del governo formulate lo scorso settembre, su cui era basata la legge di bilancio. Secondo la Banca d’Italia, quest’anno il Pil reale crescerà soltanto del 3,5 per cento, contro il 6,0 per cento previsto dal governo (Tav. 1). Le stime recenti di altre istituzioni (OCSE, FMI, Commissione UE) confermano una crescita tra il 3,5 e il 4,1 per cento.[1]

L’inasprimento della crisi e delle chiusure ha avuto un impatto negativo anche sui conti pubblici. Anche se nel 2020 il deficit è stato sotto le aspettative (157 miliardi e 9,5 per cento del Pil, contro previsioni tra il 10 e l’11 per cento), le prospettive per il 2021 sono peggiorate. La Legge di Bilancio prevedeva un deficit di 123 miliardi (7,0 per cento del Pil). In seguito, a gennaio era stato approvato uno scostamento di bilancio di 32 miliardi, ora già completamente utilizzato dal DL Sostegni. A questo il Presidente Draghi ha annunciato che si aggiungerà un ulteriore scostamento, che potrebbe essere nell’ordine di 20 miliardi.[2] Quindi, il deficit nel 2021 sarebbe di 175 miliardi (123+32+20). Inoltre, il peggioramento della crescita dal 6,0 al 3,5 per cento potrebbe aumentare ulteriormente il rapporto deficit-Pil a causa delle minori entrate conseguenti. D’altra parte, questo rapporto è stato più basso di circa 1 punto percentuale nel 2020, per maggiori entrate e/o per minori spese rispetto alle previsioni. Ipotizziamo che il minor deficit del 2020 possa compensare la perdita di entrate dovuta al rallentamento in corso. Con un deficit a 175 miliardi, il rapporto deficit-Pil sarebbe del 10,2 percento nel 2021, in leggero aumento rispetto al 2020 (Tav. 1). Questo deficit sarebbe di circa 50 miliardi e 3,2 punti percentuali superiore rispetto alle previsioni della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2020 (NADEF 2020, pubblicata in settembre).[3]

Il rallentamento della crescita e l’aumento del deficit si rifletterebbero anche sul livello del debito pubblico. Questo a fine 2020 aveva raggiunto 2.569 miliardi, cioè il 155,6 per cento del Pil, il livello maggiore dalla prima guerra mondiale, seppur leggermente inferiore alle previsioni. Le stime della NADEF 2020 indicavano che già nel 2021 la crescita del rapporto debito-Pil si sarebbe arrestata grazie alla ripresa. Il mix di minor crescita e maggior deficit si tradurrebbe invece in un aumento del debito a quasi 2.750 miliardi, che corrisponderebbero al 159,6 per cento del Pil (Tav. 1 e Fig. 1).

La buona notizia è però che, come nel 2020, anche nel 2021 il fabbisogno di risorse dello Stato italiano sarà coperto quasi per metà dalle istituzioni europee: su una stima di 539 miliardi tra titoli in scadenza (364 miliardi) e deficit (175 miliardi), le istituzioni europee coprirebbero circa 252 miliardi, circa il 47 per cento. Tra esse, la Banca Centrale Europe (BCE) farebbe ancora la parte del leone, acquistando approssimativamente 230 miliardi di titoli di Stato, di cui si può ipotizzare che oltre 70 miliardi saranno destinati al rinnovo di titoli in scadenza e 160 a nuovi acquisti. Dall’Unione Europea dovrebbero arrivare poi 11 miliardi di prestiti a tassi negativi corrispondenti alle ultime due erogazioni del programma SURE e altri 11 miliardi di prestiti del programma NGEU (Recovery Fund), oltre ai 14 miliardi a fondo perduto che copriranno spese non incluse nel deficit (Tav. 1).[4] Inoltre, nel 2021 come nel 2020, la somma di nuovi acquisti della BCE (160 miliardi) e prestiti SURE e NGEU (22 miliardi) coprirebbe l’intero deficit (175 miliardi).

Grazie al sostegno delle istituzioni europee, nel 2021 la quota di debito pubblico detenuta dai mercati finanziari dovrebbe diminuire dal 120,9 al 115,6 per cento del Pil, contro il 112,0 di fine 2019 (Fig. 1). Di conseguenza, nonostante l’incremento complessivo del debito, l’esposizione dell’Italia verso i mercati finanziari si ridurrebbe, traducendosi, anche grazie alla politica monetaria espansiva, in un minor costo del debito. Di conseguenza, a fine 2021 il 27 per cento circa del debito pubblico italiano sarebbe detenuto dalle istituzioni europee.

 


 

Scenari : C’è una bolla a Wall Street? Ecco l’indice che cerca di prevederlo

24/3/2021 –  Il Sole 24 Ore

di Morya Longo 3 min.

È normale che sia salita del 76% in un anno, con il Pil Usa caduto del 4% nel 2020?  Un indice prova a rispondere. Ecco come.

I tecnici dicono : La festa continua!!!!

 

(Reuters)

La domanda è di quelle che accendono dibattiti agguerriti. Di quelle che animano i guelfi e i ghibellini della finanza: sulle Borse c’è una nuova bolla speculativa? Confrontando le performance dei vari indici dallo scorso marzo con l’andamento delle varie economie, verrebbe da rispondere «sì». Senza indugi. Wall Street e il Nasdaq hanno guadagnato in un anno rispettivamente il 76% e il 95%, arrivando sui massimi storici più volte, mentre il Pil degli Stati Uniti nel 2020 ha registrato un sonoro -4,27%. In Europa dai minimi di marzo 2020 le Borse di Milano e Parigi hanno guadagnato il 63% e il 59%, mentre le economie dei due Paesi sono crollate del 10,65% e del 9,75%.

È vero che le Borse scontano il forte rimbalzo del Pil nel 2021 e nel 2022, post pandemia, ma in ogni caso uno scollamento tale delle Borse dalla realtà forse non si era mai visto. Ma siamo davvero di fronte a una bolla? Cioè a qualcosa che può scoppiare come nel 2001 o nel 2008? Questa è la domanda.

L’indice che prevede le bolle

Mentre il dibattito è aperto, e ogni fazione porta le sue valide argomentazioni, un contributo arriva da Emiel van den Heiligenberg, capo dell’Asset Allocation di Legal & General Investment Management (LGIM). Il gestore da anni studia il fenomeno delle bolle, tanto da avere elaborato un indicatore che cerca di anticiparle, monitorando vari parametri. Ebbene: il suo indice relativo alla Borsa americana è tornato ai massimi dal 2008 (intorno a 35), ma è ancora lontano dai picchi di quell’anno (sfiorò i 50 punti). E soprattutto è lontano dai massimi del 2000, quando toccò il record storico a circa 65. Segno che i rischi aumentano, ma che ancora di bolla vera e propria non si può parlare.

INDICE HEILIGENBERG
INDICE HEILIGENBERG

Bolla ancora lontana

È lui stesso a spiegarlo: «Stiamo iniziando solo adesso a riemergere dalla recessione economica causata dal Covid-19 e ciò significa che gli indicatori macroeconomici stanno migliorando, che i gap produttivi sono ancora molto ampi e che la politica monetaria è molto accomodante – osserva van den Heiligenberg -. Sebbene uno scenario del genere sia l’ideale per la formazione di bolle, ritengo che sia prematuro riadattare i propri portafogli in vista di uno scoppio».

Le ragioni della cautela

I motivi – sottolinea – sono tanti: innanzitutto c’è molto denaro investito in depositi e in fondi comuni monetari, il tasso di risparmio dei consumatori è alto ed è appena stato varato negli Usa un pacchetto di stimoli fiscali. Questo significa che «la potenza di fuoco a cui poter fare ricorso è ancora molta e non si vedono particolari catalizzatori che la possano fermare». Insomma: di soldi da investire ce ne sono così tanti che i mercati hanno probabilmente la “benzina” sufficiente per crescere ancora. La “riserva”, per intenderci, è lontana.

Ma ci sono altre motivazioni: per esempio il fatto che le politiche monetarie e fiscali siano ancora molto espansive e non accennino a fare marcia indietro, sostenendo ancora per un po’ il mercato finanziario. Anche qui non ci sono – per ora – segnali di fiato corto. Si potrebbe obiettare che proprio questo sta gonfiando una potenziale bolla, e che un giorno le politiche ultra-espansive dovranno pur finire. Quel giorno, risponde però implicitamente van den Heiligenberg, è ancora lontano.

Come funziona l’indice

L’indice infatti tiene conto di tanti di questi elementi. Tra i dati che vengono considerati, per quantificare il rischio bolla, ci sono molti fattori sia numerici sia soggettivi (commenti di analisti e così via). Ma due sono quelli che ultimamente l’hanno fatto salire.

Innanzitutto si è registrato un forte aumento del capitale raccolto tramite Ipo e Spac: «Molte di queste ricordano la bolla del settore tech della fine degli anni ’90 – osserva -, quando le azioni di imprese appena quotate hanno registrato dei rendimenti incredibilmente alti durante le prime contrattazioni pubbliche».

Inoltre la partecipazione degli investitori retail statunitensi al mercato è andata alle stelle. Anche questo è un segnale di esuberanza. Che però – conclude van den Heiligenberg – può continuare. Fino a quando? Quando scoppierà? Per la risposta non basta un indice, serve la sfera di cristallo. Ma questo è un altro paio di maniche.

 

Riforma Irpef: le ipotesi in campo

21/03/2021 –  We Wealth  –

di Giorgia Pacione Di Bello.

Magistrati tributari, professori, commercialisti, sindacati e adesso Assonime. Tutti scendono in campo per dare il loro contributo alla riforma tributaria dell’Irpef. I primi in audizione riunite commissione finanze di camera e senato hanno spiegato come tra luglio e settembre ci sia stata un’impennata del contenzioso fiscale.

Alla ricerca del giusto equilibrio tra equità fiscale e sostenibilità economica finalizzata alla diminuzione del debito pubblico, sostenibilità dei conti e recupero di competitività !

Giorgio Fiorenza, vicepresidente vicario del consiglio di presidenza della giustizia tributaria ha infatti sottolineato come negli ultimi mesi stanno arrivando ricorsi soprattutto sui bonus. C’è chi contesta di non averli ottenuti, nonostante gli spettassero e chi invece gli avrebbe percepiti indebitamente. Fiorenza in audizione a gennaio ha inoltre avanzato un’idea di come dovrebbe essere riformato l’attuale sistema fiscale. Al posto degli attuali 4 scaglioni, ce ne dovrebbero esser 3 (15.000 -18.000, 18.000 – 35.000, 35.000 -70.000). Inoltre avrebbe anche ipotizzato per le famiglie monoreddito (massimo 15.000 euro) di poter scaricare tutte le spese ordinarie. Altra proposta elaborata da una commissione di esperti coordinata da Carlo Cottarelli è stata quella avanzata dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti. Il lavoro si basa sul fatto che l’attuale sistema progressivo per scaglioni di reddito ha diverse criticità, tra cui quella del salto di ben 11 punti percentuali dell’aliquota marginale tra i 2 e il 3 scaglione, al superamento dei 28.000 euro. Ed è proprio per questo che si è andato a proporre il frazionamento in due dello scaglione incriminato: il primo andrebbe dunque dai 28.000 ai 40.000 euro di reddito, con un’aliquota marginale del 32%, mentre il secondo coprirebbe gli individui tra i 40.000 e i 50.000 euro. In questo caso la percentuale di tassazione salirebbe al 38%.

Altri punti centrali della riforma presentata dai commercialisti sono la sostituzione dell’Irap con un’addizionale alle imposte sui redditi a carico degli stessi soggetti passivi del tributo regionale e l’equiparazione della progressività fiscale tra i lavoratori autonomi e quelli dipendenti.Assonimeriprende la criticità già citata dai commercialisti in merito al salto di 11 punti percentuali esistente tra il 2 e il 3 scaglione, ma si concentra anche sull’ipotesi della patrimoniale, le imprese e sul carico Iva. Ma andiamo con ordine. In merito ad una possibile patrimoniale Assonime ha spiegato come: “molto si discute sull’opportunità di introdurre o meno un’imposta patrimoniale di carattere personale, con aliquote contenute ma progressive e con un’esenzione per i patrimoni di minore entità. L’idea non è priva di fondamento, tenuto conto che il patrimonio esprime una ricchezza concentrata e una sua tassazione, affiancata all’Irpef, potrebbe realizzare meglio quel principio di progressività dell’imposizione che è alla base del nostro sistema tributario. Tuttavia, sotto il profilo pratico, appaiono notevoli le controindicazioni, vuoi perché un’imposta patrimoniale di carattere personale, se istituita in via ordinaria, potrebbe colpire la stessa ricchezza sottoposta all’imposta sul reddito, vuoi perché potrebbe essere facilmente evasa (con la frammentazione del patrimonio, la sua collocazione all’estero, ecc.) e vuoi anche per le complicazioni amministrative che ne deriverebbero”, si legge dal testo dell’audizione di Assonime in commissione finanza riunite di camera e sanato.

E dunque, precisa l’associazione per il momento dovrebbero essere mantenute le imposte patrimoniali esistenti, andandone ad analizzare le regole applicative. Ad esempio, l’Imu – spiega Assonime– dovrebbe estendersi anche all’abitazione principale. “Si potrebbe anche valutare la possibilità di introdurre una modifica più innovativa, trasformando l’Imu in un’imposta sui servizi per il finanziamento degli enti locali da affiancare alla Tari. L’imposta dovrebbe gravare sui soggetti che hanno la disponibilità dell’immobile (proprietari o affittuari) in modo da ridurre proporzionalmente i trasferimenti agli enti locali, che si finanzierebbero in parte con le entrate dagli immobili. Si stabilirebbe così un nesso tra chi fruisce dei servizi locali e chi ne sostiene il costo”,  continua l’associazione.

Mentre per quanto riguarda il bollo e l’Ivafe per le attività finanziarie, “da più parti si evidenzia che la loro misura, congiuntamente alla tassazione dei redditi derivanti dall’impiego del capitale, determinerebbe un’imposizione complessiva piuttosto elevata e controproducente per le disponibilità finanziare delle imprese”.

Ma non finisce qua perché l’associazione vorrebbe anche un aumento della tassazione sui consumi. “Nel nostro Paese il gettito Iva è più basso, in rapporto al totale delle entrate tributarie, rispetto agli altri paesi europei. L’Iva in Italia rappresenta il 14,8% delle entrate fiscali (dati 2018) rispetto al 18,2% medio dell’Europa a 28 e al 17,1% medio dell’area euro. A questo risultato concorre certamente la diffusa evasione dell’imposta nel nostro Paese, ma anche l’utilizzo estensivo delle aliquote agevolate in luogo di quella ordinaria: utilizzo che nel nostro Paese è superiore alla media dei Paesi europei”, si legge dal testo dell’audizione di Assonime.

E quindi, la razionalizzazione delle aliquote Iva potrebbe essere realizzata eliminando l’aliquota super ridotta del 4%, consentita solo come deroga alla vigente disciplina europea, e aumentando l’aliquota intermedia al 12%. Le aliquote diventerebbero a questo punto tre: il 5%, il 12% e il 22%. Secondo Assonime, beni e servizi simili dovrebbero condividere la medesima aliquota, e dovrebbero godere dell’aliquota agevolata i beni e i servizi inerenti alla salute e all’ambiente.

“Questo intervento avrebbe l’indubbio vantaggio di semplificare il sistema applicativo dell’Iva, superando le molte incertezze che attualmente si presentano agli operatori quando devono individuare l’aliquota applicabile e che spesso hanno richiesto l’emanazione di norme di interpretazione autentica”, spiega l’associazione.

E infine per quanto riguarda la tassazione delle impese secondo Assonime bisogna intervenire sulla materia delle deduzioni e dei crediti di imposta, limitandoli a obiettivi chiari e normativamente predeterminati. “Si potrebbe prevedere,  con l’esclusione delle imprese in fase di start up, un unico plafond in percentuale sui ricavi, in relazione al quale ciascuna impresa potrebbe scegliere quali spese dedurre tra quelle individuate dal legislatore”. Ma non finisce qua perché l’associazione ipotizza anche come di ancorare la tassazione del reddito d’impresa al bilancio civilistico circoscrivendo per quanto possibile il gioco annuale delle modifiche dei trattamenti fiscali “contrattate” in sede di legge di bilancio.

Resta inoltre aperta la riflessione su una futura e generalizzata applicazione di un’imposizione che, a fini di semplificazione del sistema impositivo, dia rilevanza,  nella determinazione della base imponibile del reddito d’impresa, ai flussi di cassa, più facili da rintracciare e più difficili da manipolare rispetto agli utili. “In una prospettiva di cash flow tax – continua Assonime- le spese per asset materiali e immateriali sarebbero immediatamente dedotte dalla base imponibile (con un forte incentivo agli investimenti) e non rileverebbero più le componenti finanziarie; circostanza, quest’ultima, che risolverebbe il problema della dicotomia di regime tuttora esistente (pur se attenuata da alcune misure, come l’Ace) tra imprese che ricorrono al capitale di rischio e imprese che ricorrono al finanziamento a debito. Naturalmente, sviluppi in questa ideale direzione richiederebbero un consenso comune e nuovi accordi internazionali, in sede europea e Ocse”.

 

Goldman Sachs: le azioni di Amazon e Apple non sono in bolla

Financial Lounge 23/03/2021 di Virginio Chelli.

Secondo la grande casa d’investimento le attuali valutazioni del mercato azionario sono sostanzialmente corrette.

Difficile che in una economia snella, forte, reattiva, non aggravata da una burocrazia farraginosa e che ha dimostrato in più occasioni la sua resilienza, come quella USA, possa cadere in una bolla, considerata la situazione globale odierna!

Con molte piazze azionarie su nuovi massimi, emissioni record e molti deal che si succedono, anche i timori che sui mercati si possano sviluppare bolle finanziarie aumentano. Per aiutare l’investitore a capire e evitare i rischi, in un Global Strategy Paper Goldman Sachs ne esamina caratteristiche e pericolosità, per arrivare alla conclusione che solo poche delle caratteristiche ricorrenti delle bolle sono presenti sui mercati attuali. Ad esempio, non c’è dubbio che tassi di interesse eccezionalmente bassi possano indurre ad assumere rischi eccessivi, ma le finanze del settore privato sono robuste, riducendo le possibilità di rischi sistemici, con assenza di leve finanziarie significative, se si fa eccezione dell’indebitamento dei governi.

BOLLE E ORSO NON SONO IN VISTA

La fase iniziale di un ciclo economico di ripresa suggerisce inoltre, secondo Goldman Sachs, che il rischio di bolle imminenti con associato rischio sistemico sia relativamente basso. Ad esempio, Goldman Sachs cita i titoli di Amazon e Apple che, a differenza del 2000, non sono in territorio bolla perché i rispettivi fondamentali giustificano i prezzi elevati. Il verdetto finale della lunga e articolata analisi proposta dalla ‘guida alle bolle’ di Goldman Sachs è che sul mercato ci sono segni di compiacenza e elevato ottimismo, ma i fattori fondamentali che guidano il mercato e il fatto che il ciclo della ripresa economica sia appena all’inizio suggeriscono che siamo ben lontani dall’esplosione di una bolla e anche dall’arrivo di un mercato ‘Orso’, come si evince anche dalla lettura della tavola qui sotto elaborata dalla stessa Goldman Sachs.

ASSENZA DI FORTE LEVA

Goldman ammette che ci sono in giro sacche di valutazioni eccessive sull’azionario, e giustamente alcune parti del mercato stanno procedendo ad aggiustamenti coerenti con la dinamica dei tassi di interesse, ma non sono presenti caratteristiche ricorrenti delle bolle, neppure parziali. Goldman Sachs sottolinea in particolare l’assenza di una leva finanziaria significativa, con l’eccezione del settore statale, per giudica i rischi di stabilità del sistema finanziario relativamente bassi.

PREZZI ELEVATI POSSONO ESSERE GIUSTIFICATI

Il paper di Goldman cita Charles Mackay, che già nel 1841 osservava che spesso gli esseri umani ‘pensano’ come un gregge, ma poi non si comportano necessariamente come tale quando recuperano, uno alla volta, il senso delle cose. E a proposito del recente ‘allarme bolle’ che si starebbero gonfiando in Usa e in Europa, lanciato dal regolatore cinese Guo Shuging, osserva che prezzi eccessivi di un singolo titolo o in una parte circoscritta del mercato non indicano per forza un rischio sistemico. Inoltre, non tutti gli aumenti rapidi dei prezzi indicano bolle, perché a volte segnalano un genuino forte aumento di valore che li giustifica sulla base di fondamentali.

IL CONTAGIO PSICOLOGICO

Un fattore importante è costituito dalla psicologia, come sottolineato da Robert Shiller nel suo libro “Irrazionale Esuberanza” pubblicato nel 2000 e ispirato da una citazione rimasta famosa dell’allora presidente della Fed Alan Greenspan, in cui la bolla è definita come la situazione in cui le notizie di prezzi in rialzo provocano un effetto contagio che si diffonde tra gli investitori con il meccanismo dell’invidia per il successo altrui.

POCHI INGREDIENTI E SEMPRE GLI STESSI

Contagio che nella storia si è verificato molte volte nel corso dei secoli, dai tulipani dell’Olanda del 1600, alle bolle dei Mari del Sud e del Mississippi in Gran Bretagna e Francia nel 1700, fino alla bolla di Internet e dei mutui subprime di tempi più recenti, passando per la bolla ‘ferroviaria’ di un secolo fa negli Stati Uniti. Secondo Goldman gli ingredienti alla fine sono pochi e sempre gli stessi: prezzi disancorati dalla realtà, atteggiamento giustificatorio, concentrazione di mercato, speculazione diffusa, eccesso di leva, narrazione di una nuova era in arrivo, boom economico di fine ciclo. Il tutto può essere condito da scandali e irregolarità di comportamento.

 

Anche con Biden è America First, ripresa molto più forte che in Europa

22/3/2021  Financial Lounge

di Stefano Caratelli

 

A quando Italia first o great Europa ?

Dall’economia Usa arrivano segnali inattesi di grande forza e lo scenario di un ritorno del ciclo che premia l’Europa perde forza. Il Toro ha gambe, che restano saldamente piantate oltre Atlantico

Nella seconda metà dell’anno scorso sembrava proprio che la vecchia Europa stesse prendendo la leadership della ripartenza globale lasciando indietro un’America investita violentemente dalla seconda ondata del virus e appesa all’incertezza elettorale. Il Next Generation EU di Ursula von der Leyen avrebbe dato benzina a una ripresa ‘ciclica’ che vedeva un’Europa avvantaggiata grazie al peso di banche, aziende energetiche e industriali concentrate nell’auto e in altri settori molto sensibili a una ripresa dei consumi, mentre l’America con i suoi pesi massimi nel Tech avrebbe perso il vantaggio della ‘stay home economy’. Alla fine del primo trimestre del 2021 i dati economici e il sentiment dei mercati dicono che le cose stanno un po’ diversamente. Il possibile ‘sorpasso’ europeo è stato cancellato dalla revisione delle stime della Fed che ora vede un PIL americano in crescita del 6,4% quest’anno contro il 4,2% stimato solo a dicembre mentre la BCE è rimasta inchiodata al 4% con alcune grandi banche che hanno tagliato le stime dall’area 5% al 4%. E da altri indicatori arrivano segnali ancora più forti sulla crescita USA.

ESPLODE L’OTTIMISMO DEI CEO USA

Uno di questi viene dalla survey condotta trimestralmente dalla Business Roundtable sui CEO americani, appena uscita, che per il primo trimestre registra un balzo in avanti di 21 punti rispetto a tre mesi fa dell’indice delle prospettive economiche a 107 punti. In particolare, il sotto-indice sulle intenzioni di assunzioni sale di ben 30 punti a 88, quello degli investimenti in programma di 16 punti a 100, mentre quello delle attese di fatturato aumenta di 17 punti a 134.

Un altro indicatore abbastanza impressionante riguarda il valore netto della disponibilità economica delle famiglie americane, vale a dire asset sottratte le liability (passività), gonfiato dal mare di stimoli fiscali e monetari risalenti ancora all’era Trump e dai risparmi in eccesso accumulati per l’effetto combinato di lockdown e accantonamenti per i rischi indotti dalla pandemia, che viene stimato a uno strabiliante 600% del PIL, tra asset finanziari, immobiliari e cash parcheggiato in banca.

POSSIBILE STRAPPO DELL’INFLAZIONE

È decisamente il classico scenario di ‘troppi soldi per comprare troppe poche cose’, dato che la ripartenza economica impatterà in qualche collo di bottiglia produttivo e distributivo ereditato dal blocco forzato dell’economia indotto dal virus. Un bello strappo dell’inflazione, preceduto da aumento delle aspettative che generano tensioni sui tassi dei Treasury, nei prossimi mesi ci sta tutto, e potrebbe prendere in contropiede anche la Fed. Che tuttavia ha probabilmente ragione a non muoversi, perché sarà uno strappo temporaneo destinato ad esaurirsi una volta che la macchina produttiva e distributiva aggancia la ripartenza dei consumi. Perché arrivino spinte inflazionistiche ‘vere’, vale a dire determinate da un mercato del lavoro che non ce la fa a star dietro alla crescita, ci vorrà molto più tempo. Per cui l’orizzonte di tassi fermi a zero indicato dalla Fed a tutto il 2023 sembra verosimile e credibile.

IN SERIE ‘A’ SOLO AMERICA, PARTE DELL’ASIA E FORSE GB

Il nuovo scenario che vede il ritorno dell’America nel ruolo di locomotiva è fotografato dalla tenuta del dollaro, che contro le attese di solo qualche settimana fa continua a tenersi attorno a 1,20 su euro, e da un mercato azionario di Wall Street non più dominato solo dai tecnologici, ma dove comunque old e new economy, rappresentate da Dow Jones e Nasdaq, continuano a passarsi la palla. L’economista Arrigo Sadun collegato da Washington con Financialounge.com ha fotografato la situazione con una metafora di sapore calcistico, che vede in ‘serie A’ l’America, in compagnia di Cina, alcuni paesi asiatici e forse anche la Gran Bretagna, e una ‘serie B’, che comprende Italia e altri paesi dell’Europa continentale, e che resta indietro. Sadun osserva acutamente che l’ingresso nella recessione indotta dalla pandemia è stato ‘sincronizzato’ a livello globale, mentre l’uscita si presenta sempre più per scaglioni.

NON ABBOCCARE ALLE SIRENE

Per l’investitore tutto questo vuol dire che deve armarsi di grande pazienza e non abboccare alle sirene che segnalano catastrofi imminenti causate dalla combinazione di tassi e inflazione americani in rialzo, di titoli tecnologici sopravvalutati destinati a schiantarsi e di debito insostenibile che i bilanci statali stanno accumulando in tutto il mondo. Ci saranno sicuramente scossoni sia in America che in Europa, ma il Toro è ben piantato sulle gambe e ogni correzione sembra un’occasione da cogliere. Il cammino europeo potrebbe essere un po’ più accidentato di quanto sembrasse un paio di mesi fa ma anche qui la direzione è la stessa. Casomai va buttato un occhio al rischio geopolitico, il più ignorato da commentatori e analisti e il meno prezzato in questo momento dai mercati. Biden non ha alleggerito le tensioni con la Cina, casomai ha aggiunto una componente ideologica che era assente dall’armamentario di Trump.

BOTTOM LINE

Il sentiment muove il mercato da un giorno all’altro, non va ignorato ma non può essere la bussola dell’investitore che guarda al lungo termine. L’euforia dei vari Robinhood e Reddit non segnalava una bolla pronta a sgonfiarsi come nel 2000, mentre il flusso continuo di risultati societari solidi e di miglioramento della guidance dice qualcosa di importante. Tirare a indovinare molto raramente paga, ragionare su dati e guardare dalla giusta distanza e con ragionevole distacco di solito dà soddisfazioni.

 

FarmaRisiko, le grandi potenze alla guerra dei vaccini: la mappa geopolitica di big pharma

Corriere della Sera.

L’Economia

di Antonella Baccaro

Tutto questo si traduce in potere politico ed economico. Ora sorge spontanea una domanda. visto il nostro stato di dipendenza dai paesi terzi, ci è convenuto nel tempo erodere le risorse prima indirizzate alla scuola, università ed impoverire anche la ricerca? Tutto questo non era prevedibile e quindi gestibile, da studi e pianificazioni strategiche?

Noi che siamo stati grandi (ed ancora lo siamo nonostante tutto) nella ricerca, nell’innovazione, nella medicina abbiamo convenienza a continuare con le stesse politiche seguite sino ad ora?

Non c’è bisogno da trovare un lavoro di bassa qualità e contenuto, per accontentare tutti, basterebbe pianificare e prevedere gli scenari futuri ed investire su quelli oltre che sulle vocazioni naturali del nostro paese

Il confronto tra le superpotenze per il vaccino anti Covid: il FarmaRisiko

Sono gli Usa e la Gran Bretagna i Paesi che hanno per ora il primato della diffusione dei vaccini tra tutti gli Stati del mondo. A fronteggiarsi nel FarmaRisiko, dove le superpotenze stanno riscrivendo gli equilibri della geopolitica, al momento ci sono anche la Cina, la Russia e l’India. Ma attenzione, in questo gioco in cui in palio non ci sono solo le vite umane ma anche il ritmo e la consistenza della ripresa economica degli Stati, ciò che conta non è solo avere sviluppato un vaccino, ma anche aver contribuito a finanziarlo. Ed essere in grado di produrlo in massicce quantità, come fa l’India. Quella che segue è l’analisi della diffusione dei vaccini somministrati in 132 Paesi, equivalenti all’85% della popolazione mondiale.

Gli americani e i tre vaccini in campo: Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson

Con tre vaccini in campo, gli Usa sono la vera superpotenza. Sono partiti per tempo, forti di cospicui finanziamenti pubblici e privati e dei migliori ricercatori, individuati anche fuori dai propri confini. È il caso dei coniugi tedeschi di origine turca Ugur Sahin e Özlem Türeci, fondatori di BioNTech. È l’azienda, specializzata nelle ricerche di immunoterapie contro i tumori, a cui l’americana Pfizer ha offerto un ricco accordo per lo sviluppo di un vaccino contro il Covid-19, finanziato anche dallo Stato tedesco e dalla Bei (la Banca europea degli investimenti). Il che spiega il favore riservatole dall’Ue e dalla Germania in particolare. Il vaccino Pzizer-BioNTech oggi è già somministrato in 77 Paesi, spesso in accoppiata con Moderna (presente in 32 Paesi): oltre a Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda,è stato scelto da tutti i Paesi europei, compresi quelli dell’Est, tranne la Moldavia e l’Ucraina che usano solo AstraZeneca, e San Marino che ha scelto il russo Sputnik. Questo vaccino è approdato anche alla Santa Sede.
È invece assente nel continente africano, tranne che in Rwanda, insieme con AstraZeneca e Moderna. Passando al Medio Oriente, Israele lo ha scelto con quello di Moderna, mentre è l’unico vaccino in Libano, Kuwait e Qatar. Così come in Giappone, Malesia e Singapore. Poco presente nel Centro-America (in Messico c’è ma con AstraZeneca e Sputnik), in Sud America non ha conquistato i Paesi più grandi, tranne la Colombia. Quanto alle isole, è la scelta esclusiva di Bermuda, Cayman e Turks e Caicos.

Il terzo vaccino Usa: Johnson & Johnson

Le recenti autorizzazioni del terzo vaccino Usa, lo Janssen di Johnson & Johnson, ne vedono l’utilizzo al momento solo negli Stati Uniti e in Sud Africa, ma molti Paesi lo hanno autorizzato, tra cui l’Italia.

Il vaccino inglese di AstraZeneca: il più utilizzato al mondo (merito del prezzo basso)

Sviluppato dallo Jenner Institute dell’Università di Oxford, prodotto e distribuito dall’azienda farmaceutica anglosvedese AstraZeneca, il vaccino inglese è al momento il più utilizzato al mondo, forte del prezzo più basso. Tra i 78 Paesi che ne stanno già facendo uso ci sono quasi tutti gli europei, anche dell’Est. A differenza degli americani, AstraZeneca è molto opzionato in Africa, dove ha conquistato sette sui 13 Paesi che hanno in corso le vaccinazioni, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenia, il Marocco (con il cinese SinoPharm), il Rwanda e l’Uganda.
È poco presente in Medio Oriente, tranne in Arabia Saudita con Pfizer-BioNTech, e nel Bahrain e negli Emirati (che hanno opzionato tutti i maggiori vaccini).
In Asia è stato adottato in India, Myanmar, Nepal, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Thailandia, Vietnam e Mongolia. Tra le isole, Antigua, Barbados, Maldive, Mauritius.

Il russo: il vaccino Sputnik è stato il primo registrato al mondo

È stato il primo vaccino al mondo registrato contro il Covid-19 nell’agosto scorso, grazie alla ricerca che il Centro Gamaleya aveva già fatto sull’Ebola e sulla Mers. Lo Sputnik al momento è stato autorizzato in quasi 50 Paesi ma è operativo in 18. L’Autorità europea (Ema) non gli ha dato il nullaosta: politicamente non c’è la volontà di foraggiare il regime di Vladimir Putin. Al momento viene iniettato oltre che a San Marino anche in Montenegro, in Serbia e in Ungheria, l’unico Paese al mondo in cui si utilizzano tutti i vaccini in circolazione. Sono molti i Paesi con regimi autoritari che l’hanno scelto: Algeria e Tunisia, Iran e Venezuela. È presente anche in Argentina, Bolivia e Paraguay.
L’Italia è l’unico Paese europeo che ha siglato un accordo per la produzione di dieci milioni di dosi di Sputnik. Questa rottura del fronte antirusso è stata accolta con freddezza dai maggiori Paesi Ue.
I dieci miliardi di dollari che la Russia incamererebbe dalla vendita ipotetica di un miliardo di dosi in tutto il mondo inquietano, considerando che eguagliano quasi il valore delle sue esportazioni di armi dello stesso periodo. Intanto il laboratorio siberiano Vektor ha registrato il secondo vaccino russo: l’EpiVacCorona.

I vaccini cinesi

Turchia, Egitto, Ungheria. Basterebbero questi tre Stati, che hanno accolto i vaccini cinesi SinoPharm e SinoVac, a dare la misura di come la Cina si muova offrendo alleanze a Paesi-chiave in quadranti strategici. In Sud America le esportazioni riguardano colossi come Argentina, Brasile e Perù. Nella propria area ha conquistato le Filippine, in rotta con l’alleato Usa per non avere avuto le dosi promesse di Pfizer-BioNTech, e l’Indonesia, altro partner Usa deluso, accanto a Thailandia, Laos e Cambogia. L’offensiva è tale che Stati Uniti e Giappone sono pronti a finanziare un miliardo di dosi, da produrre in India e far distribuire dall’Australia in tutto il Sud-Est asiatico.

L’india: due vaccini «nazionali» e la produzione del 60% dei vaccini mondiali

L’India ha elaborato un paio di vaccini con cui sta mettendo in sicurezza la propria popolazione (1,3 miliardi di abitanti) ma produce il 60% dei vaccini distribuiti nel mondo, in particolare AstraZeneca. Questo ne fa una potenza sullo scacchiere dei vaccini.

I vaccini e le tentazioni «autarchiche»

Una notazione a proposito dell’India, Cina e Stati Uniti: il fatto che la Cina produca la maggior parte delle molecole e dei principi attivi, che l’India produca il 60% dei vaccini mondiali e che gli Usa monopolizzino il settore dei bioreattori e dei materiali plastici necessari per i vaccini, spiega perché una loro torsione autarchica sarebbe foriera di seri problemi soprattutto per l’incauta Europa.

 

 

L’interazione tra azioni e Treasury statunitensi

Fondi & Sicav by Redazione 17/02/2021

C’è chi vede i pericoli ancora lontani

Ora che l’economia va riprendendosi e i titoli ciclici cominciano a sovraperformare, come interpretare il rapporto tra azioni e rendimenti dei Treasury USA? Colin Moore, global chief investment officer di Columbia Threadneedle Investments

Il recente rapido aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi ha causato nervosismo sui mercati azionari; per capire il significato di questi episodi di volatilità a breve termine dobbiamo volgere lo sguardo al quarto trimestre 2020. Durante questo periodo, sui mercati si è assistito al passaggio piuttosto repentino della leadership settoriale da specifiche società di prodotti e servizi orientate alla crescita ad aree cicliche che beneficiano del rilancio dell’attività economica più ampia, tra cui energia, industria, metalli ed estrazione mineraria.

All’inizio della pandemia la nostra tesi era che, una volta sviluppato un vaccino sicuro ed efficace, l’attività economica statunitense avrebbe probabilmente impiegato 10 trimestri per tornare ai livelli pre-Covid. Nel corso di tale periodo prevedevamo che il mercato avrebbe cominciato a guardare oltre la pandemia. I successivi sviluppi hanno confermato le nostre aspettative, anche se i tempi sono stati più brevi e il rimbalzo più pronunciato. Come da noi previsto, due importanti dinamiche hanno impresso slancio al mercato.

  • I settori ciclici hanno cominciato a sovraperformare le società con profili di crescita strutturale. Su scala globale, i mercati emergenti hanno superato quelli sviluppati, il che è generalmente espressione della fiducia degli investitori nel vigore dell’economia globale.
  • I rendimenti dei Treasury sono saliti in risposta ai timori che la ripresa dell’attività economica su base più ampia avrebbe generato rischi di un aumento dell’inflazione (che non necessariamente si concretizzerà). Ma come interpretare la relazione tra rendimenti e azioni?

Le nozioni di base ci dicono che il valore del mercato azionario viene stimato usando: a) utili/cash flow correnti; b) stime sulla crescita di tali utili/cash flow; c) un tasso privo di rischio impiegato per scontare i futuri utili al valore attuale; d) uno sconto per l’incertezza (noto come premio al rischio) che rappresenta la possibilità che le stime non si realizzino. Questo si applica in aggiunta al tasso privo di rischio.

Ipotizzando che le altre condizioni restino immutate, quanto più alto è il tasso privo di rischio e/o lo sconto per l’incertezza, tanto più il valore del mercato azionario dovrebbe scendere. Tuttavia, le altre condizioni non restano mai immutate, come abbiamo potuto constatare di recente. Verso fine 2020, con il graduale aumento della fiducia degli investitori circa il ritmo e i tempi della ripresa economica globale, lo sconto per l’incertezza è diminuito, facendo salire le quotazioni azionarie. I rendimenti dei Treasury statunitensi sono di conseguenza aumentati ma in misura inferiore al calo del tasso di incertezza implicito nel rialzo delle azioni.

È semplice spiegare il rapporto tra i parametri A, B, C e D illustrati sopra in termini aritmetici; tuttavia, come in ogni altro rapporto, anche in questo caso le emozioni giocano un ruolo importante, almeno nel breve periodo. Se si tende un elastico immaginario composto dai rendimenti decennali e dalle valutazioni azionarie, il rapporto tra un estremo e l’altro dell’elastico subisce una distorsione; il rapporto si riequilibra solo con un intervento.

Di conseguenza, i rendimenti sono schizzati verso l’alto per ripristinare il precedente equilibrio, indicando una maggiore fiducia nella ripresa economica. I settori e le regioni che trarranno maggiore vantaggio da questa ripresa continueranno probabilmente a registrare le migliori performance nel 2021, seguendo tuttavia una traiettoria disomogenea giacché il sentiment a breve risentirà degli alti e bassi della fiducia nei confronti della ripresa. Si tratta ancora una volta di dinamiche facilmente spiegabili in termini matematici, che divengono però molto più confuse nel momento in cui entra in gioco l’emotività degli investitori.

E l’inflazione?

Le opinioni sono pertanto piuttosto discordanti circa il futuro andamento dell’inflazione. Economisti e investitori esaminano spesso i rendimenti dei mercati finanziari alla luce dell’andamento della crescita e dell’inflazione. Durante periodi incerti sul fronte dell’inflazione è importante tenere presente che, se la crescita rimane superiore alla media, le azioni tendono a generare buone performance in periodi di inflazione sia superiore che inferiore alla media. Naturalmente, livelli di inflazione vertiginosamente alti o una deflazione particolarmente grave possono turbare un’economia e il rispettivo mercato azionario, ma al momento riteniamo tali scenari improbabili.

Una crescita economica vigorosa accompagnata da ulteriori interruzioni delle catene di produzione anche dopo i lockdown anti-Covid-19 potrebbe far aumentare l’inflazione. Le banche centrali potrebbero tuttavia decidere di guardare oltre tale fenomeno temporaneo e attendere l’emergere di trend strutturali. Queste incertezze sono aggravate dalle ansie legate alle valutazioni dei mercati azionari, vista l’entità dei rialzi dei listini dopo l’annuncio dello sviluppo di vaccini efficaci. Un’eventuale modesta correzione potrebbe avere effetti positivi perché porrebbe un freno alle aspettative elevate.

Sintesi

Continuo a ritenere che il rischio di ribasso sia limitato rispetto ai recenti guadagni. Il materializzarsi della ripresa economica globale nella seconda metà del 2021 riequilibrerà il rapporto tra le aspettative degli investitori e gli effettivi sviluppi.

 

Perché le piccole correzioni possono essere positive per l’azionario

FINANCIAL LOUNGE  L’analisi

di Virgilio Chelli 18 Marzo 2021

Niente di nuovo sul fronte Occidentale!

 

Columbia Threadneedle analizza il rapporto non facile tra azionario e rendimento dei Treasury per concludere che i rischi al ribasso sono limitati

 

Il rischio di ribasso dei mercati azionari resta limitato rispetto ai recenti guadagni, perché il materializzarsi della ripresa globale nella seconda metà del 2021 riequilibrerà il rapporto tra le aspettative degli investitori e gli effettivi sviluppi di economie e mercati. Una crescita vigorosa accompagnata da ulteriori interruzioni delle catene di produzione anche dopo i lockdown potrebbe far aumentare l’inflazione. Ma le banche centrali dovrebbero guardare oltre un fenomeno temporaneo e attendere l’emergere di trend strutturali. Le incertezze sono aggravate dalle ansie sulle valutazioni dei mercati azionari, vista l’entità dei rialzi dopo l’arrivo di vaccini efficaci. Ma un’eventuale modesta correzione potrebbe avere effetti positivi perché frenerebbe aspettative troppo elevate.

VOLATILITÀ DI BREVE TERMINE

Colin Moore, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments interpreta il rapporto tra azioni e i Treasury USA osservando che il recente rapido aumento dei rendimenti ha causato nervosismo sui mercati azionari determinando episodi di volatilità di breve termine che hanno le radici nel quarto trimestre 2020. Sui mercati si è assistito infatti al passaggio piuttosto repentino della leadership settoriale da specifiche società di prodotti e servizi orientate alla crescita ad aree cicliche che beneficiano del rilancio più ampio dell’economa, favorendo energia, industria, metalli e minerari.

RIMBALZO PIÙ VELOCE E PRONUNCIATO

All’inizio della pandemia, Columbia prevedeva che, una volta sviluppato un vaccino efficace, l’economia USA avrebbe probabilmente impiegato 10 trimestri per tornare ai livelli pre-Covid e che il mercato avrebbe cominciato a guardare oltre la crisi. Le aspettative sono state confermate, ma i tempi sono stati più brevi e il rimbalzo più pronunciato, spinto da due importanti dinamiche. I settori ciclici hanno cominciato a sovraperformare e su scala globale i mercati emergenti hanno superato quelli sviluppati, indicando fiducia degli investitori nel vigore dell’economia. In risposta ai rischi collegati di ritorno dell’inflazione i rendimenti dei Treasury sono saliti. Moore ricorda che il valore delle azioni viene stimato usando utili e cash flow correnti, le stime sulla crescita di questi indicatori, e un tasso privo di rischio impiegato per scontare i futuri utili al valore attuale, applicando uno sconto per l’incertezza, noto come premio al rischio, che rappresenta la possibilità che le stime non si realizzino. Quanto più alto è il tasso privo di rischio e/o lo sconto per l’incertezza, tanto più il valore del mercato azionario dovrebbe scendere.

L’ELASTICO TESO TRA AZIONI E TREASURY

Ma, osserva Moore, verso fine 2020, con il graduale aumento della fiducia degli investitori su ritmo e tempi della ripresa globale, lo sconto per l’incertezza è diminuito, facendo salire le quotazioni azionarie, mentre anche i rendimenti dei Treasury sono aumentati, ma in misura inferiore al calo del tasso di incertezza implicito nel rialzo delle azioni. Come in ogni altro rapporto, anche in questo caso le emozioni giocano un ruolo importante, almeno nel breve. Se si tende un elastico immaginario fatto di rendimenti decennali e valutazioni azionarie, esemplifica Moore, il rapporto tra un estremo e l’altro subisce una distorsione, e il rapporto si riequilibra solo con un intervento.

RIPRISTINATO L’EQUILIBRIO PRECEDENTE

L’intervento è consistito nel balzo dei rendimenti verso l’alto per ripristinare il precedente equilibrio, indicando una maggior fiducia nella ripresa economica, prosegue la spiegazione di Moore, e così i settori e le regioni che trarranno maggior vantaggio dalla ripresa continueranno probabilmente a segnare le migliori performance nel 2021, ma in una traiettoria disomogenea che risentirà degli alti e bassi della fiducia nella ripresa. Restano le incertezze sul futuro andamento dell’inflazione.

SCENARI ESTREMI IMPROBABILI

Moore sottolinea che in periodi incerti sul fronte dell’inflazione è importante tener presente che, se la crescita rimane superiore alla media, le azioni tendono a generare buone performance in periodi di inflazione sia superiore che inferiore alla media. Naturalmente, conclude l’esperto di Columbia, livelli di inflazione vertiginosamente alti o una deflazione particolarmente grave possono turbare un’economia e il rispettivo mercato azionario, ma al momento non sembrano scenari improbabili.