La Bce riduce gli stimoli, ma dureranno di più.

 

Corriere della sera 17/12/2021 di

 Federico Fubini

Le attese per una continuazione della ripresa ci sono ancora, dipende da come ogni singolo paese saprà riformarsi e diventare più competitivo.

La Banca centrale europea prende la via d’uscita più morbida, cauta e protratta possibile dalla fase dei grandi aiuti ai governi indebitati in piena pandemia. La stagione degli errori da eccesso di scrupolo, quella dettata dalla tradizionale avversione tedesca ai rischi d’inflazione, sembra per il momento relegata all’Europa di dieci anni fa. Mentre a Berlino e all’Aia si stanno insediando i governi più aperti agli investimenti pubblici mai visti da alcuni decenni, la pazienza della Bce fa intravedere un’uscita dalla crisi Covid nell’area euro diversa da quella stentata e improntata alle ristrettezze dopo i terremoti finanziari del 2011 e 2012.

Ieri Christine Lagarde ha presieduto alla decisione più importante dell’anno da parte del Consiglio direttivo della Bce senza cercare l’unanimità a tutti i costi. Alla fine sono rimasti in minoranza, votando contro, i tre banchieri centrali dalle posizioni più guardinghe: Jens Weidmann alla sua ultima uscita come presidente della Bundesbank, con il governatore austriaco Robert Holzmann e quello belga Pierre Wunsch. Il gruppo dei tre dissente precisamente dagli aspetti che rendono le scelte di ieri della Bce più accomodanti, specie sullo sfondo di un’inflazione che nell’area euro a novembre è stata del 4,9% (l’obiettivo della banca centrale è al 2%).

A Francoforte si è deciso di ridurre da gennaio e poi cessare a fine marzo gli acquisti di titoli legati all’emergenza Covid, che oggi valgono fino a 80 miliardi al mese (di cui una decina su titoli italiani). Gli interventi però non finiranno. La Bce ha deciso di comprare titoli per 40 miliardi al mese nel secondo trimestre del 2022 sulla base di un programma pre-esistente, quindi per 30 al mese nel terzo trimestre e per venti al mese da ottobre in poi «per quanto a lungo sia necessario a rinforzare l’impatto accomodante dei sui tassi di politica monetaria» (oggi a zero o negativi). In sostanza la Bce vuole far comprare alle banche centrali nazionali titoli per 450 miliardi nel 2022, un anno in cui prevede un’inflazione del 3,2%. Per molto meno, dieci anni fa lo stesso istituto alzò ripetutamente i tassi in piena recessione.
L’aspetto che ha spinto alla fronda di Weidmann, Holzmann e Wunsch è però quello che riguarda l’orizzonte oltre l’anno prossimo. È determinante, perché incrocia ciò che potrebbe accadere durante la prossima campagna elettorale in Italia, sempre che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale. La Bce prevede un’inflazione in area euro all’1,8% sia nel 2023 che nel 2024, convinta che questa ondata di rincari rifluisca pian piano con lo stabilizzarsi dei prezzi dell’energia e l’allentarsi delle strozzature create dai lockdown. Se questa lettura si confermasse corretta, allora gli acquisti potrebbero proseguire anche per parte del 2023 e sarebbe improbabile vedere i primi aumenti dei tassi prima della metà di quell’anno. La campagna elettorale italiana potrebbe svolgersi al riparo di una pur ridotto ombrello di Francoforte. L’anno prossimo la banca centrale di fatto comprerebbe circa il 70% dell’offerta netta di titoli del Tesoro dell’Italia. Inoltre fino al 2024 riacquisterebbe i bond via via che scadono: una quantità consistente, dato che deterrà più del 30% del debito pubblico di Roma tramite la Banca d’Italia.

Niente di tutto questo significa che l’area euro sia diventata la terra della cuccagna, per un’economia incapace di crescere. Molte incertezze restano. L’inflazione nei prossimi mesi potrebbe dimostrarsi più persistente del previsto e indurre Lagarde a una stretta più decisa (proprio ieri la Bank of England ha alzato i tassi, timidamente, allo 0,25%). E l’intera classe politica italiana potrebbe sentirsi deresponsabilizzata dal dovere di gestire il debito in modo credibile. Sarebbe miope: nell’incertezza di questi mesi, malgrado la Bce, i mercati possono diventare sempre più riluttanti a comprare debito italiano a lungo termine. L’ala protettrice della Bce resta aperta, ma è meno ampia. Lo spread fra Bund tedeschi e Btp italiani a dieci anni sta salendo strutturalmente da mesi – ieri di altri quattro punti a 133 – quando era a 100 a fine settembre. Pensare di avere un diritto naturale alla protezione sarebbe solo l’ultima delle illusioni.

I nuovi signori del credito non abitano più in banca

La Repubblica – Economia 13/12/2021 di Andrea Greco

Mentre gli istituti tradizionali si trasformano in negozi finanziari che vendono prodotti di risparmio e assicurativi, a effettuare i prestiti o a rilevare quelli deteriorati sono sempre più operatori specializzati, che sfuggono alla vigilanza delle istituzioni

 

 

La debancarizzazione dell’economia italiana prosegue. Un po’ per l’azione di sostegno del governo, che nella pandemia è subentrato generosamente nel rischio di credito degli istituti, portando a 500 miliardi di euro la sua esposizione finanziaria, dato con cui si erge a primo “banchiere” del Paese. Un po’ per l’incessante espulsione di crediti deteriorati dai bilanci, che anche nel 2021 proseguirà per circa 45 miliardi di euro, rispettando la tabella di marcia avviata nel 2016, quando l’avvento del bail ininiziò a dispiegare gli effetti della vigilanza unica europea. Un po’, in aggiunta, per i crescenti vincoli regolamentari che affliggono il credito bancario, e sempre più hanno l’effetto collaterale di disincentivare l’esercizio del credito da parte degli storici titolari, a vantaggio di operatori nuovi e più agili, che trovano conveniente erogarlo laddove le banche se ne ritirano.

Il nuovo credito bancario è soprattutto loro: di grandi o piccoli fondi specializzati, che rosicchiano margini alle banche ma al contempo le aiutano a resistere ai giri di vite regolamentari, e sostengono l’offerta vuoi di nuovi prestiti, con un contributo ormai nell’ordine dei miliardi, vuoi dei più vecchi e malandati, con una quota di “deteriorato” gestito di circa 256 miliardi a fine anno. La stima è di Banca Ifis, che nel suo Market Watch di settembre vedeva, nel 2022 e 2023, la vendita di altri 100 miliardi di euro di deteriorati “bancari”. Ed è una somma – non a caso – che somiglia agli Npe (non performing exposure, il termine inflese che indica i crediti deteriorati) che residuano nei bilanci degli istituti a fine 2021.

L’allarme di Visco

Su questo mondo cangiante si trova a dover vigilare la Vigilanza, sia della Banca d’Italia sia della casa madre di Francoforte. Ma sarebbe più giusto dire che, in questo caso, l’arbitro è anche un attore primario nella scena. Proprio l’approccio più severo, varato agli albori della Vigilanza unica per allineare gli standard di qualità degli attivi bancari verso quelli degli operatori del Nord Europa, ha generato, oltre alla diffusa maggiore solidità degli istituti (italiani e non), molti dei fenomeni ormai così massicci. E diventati tali malgrado i moniti lanciati in più consessi allargati dai rappresentanti di Via Nazionale. «Per alcuni intermediari non bancari nel settore immobiliare, nel private equity e nel credito, permangono carenze di conoscenza delle reali esposizioni al rischio», ha detto di recente il governatore Ignazio Visco, citando i crac dei fondi Archegos (Usa) ed Evergrande (Cina).
Molto iniziò con la cessione quasi forzosa delle esposizioni deteriorate dal 2016, a prezzi spesso così bassi da condizionare i modelli interni di “perdite attese” della banca venditrice, rendendo più problematica e costosa l’erogazione di nuovi prestiti. Il caso Unicredit è ormai di scuola: quando a inizio 2017 Jean Pierre Mustier svende a Pimco e Fortress 17,7 miliardi di esposizioni deteriorate, al 13% del valore facciale, mette una zeppa di piombo nei modelli con cui Unicredit presterà nel decennio successivo. In cui lo stesso Mustier si è rivelato tra i più parchi finanziatori in Italia. La memoria delle polemiche tra i banchieri nostrani e la presidente francese della vigilanza europea, Danièle Nouy, resta viva. Ma mentre “Francoforte lo voleva”, Roma perdeva il controllo di vigilanza di una fetta di crediti ormai pari a 256 miliardi: fetta, per giunta, assai delicata per le conseguenze di tipo sociale, economico, finanziario che implica la gestione di sofferenze e inadempienze probabili di imprese e debitori in difficoltà.
Anche l’introduzione del calendar provisioning, sempre nella gestione Nouy e malgrado la parziale mitigazione del Parlamento Ue, sta acuendo, come effetto secondario, la migrazione delle esposizioni bancarie. L’aver ristretto a massimo sette anni i tempi per la copertura totale dei crediti deteriorati non sta solo alzando il livello di riserve degli istituti: molti preferiscono vendere il cespite al valore di bilancio, e non pensarci più.

Chi rinuncia alla licenza bancaria

Un paio tra i maggiori gestori di Npe in Italia, come DoBank e Credito Fondiario, hanno perfino rinunciato alla licenza bancaria, convertendosi in DoValue e Gardant, per non rendere diseconomici i loro modelli di business centrati sul recupero di Npe. Mentre per le banche commerciali, come mostrano i conti delle quotate al 30 settembre, il crollo del costo del rischio creditizio e il volo delle commissionipuntellano il calo di ricavi e margini d’interesse.
«Le banche tendono a trasformarsi in negozi finanziari che distribuiscono prodotti assicurativi e di risparmio a basso impatto di capitale, mentre il credito, non solo deteriorato, si trasferisce in forza a fondi specializzati e gestori di Npe – dice Flavio Valeri, già capo di Deutsche Bank Italia e neo presidente di Gardant – Emerge un mondo di nuovi operatori, con base di costi frazionale rispetto alle banche, e una regolazione meno stringente. Vale per il credito deteriorato ma anche per quello in bonis: i fondi di direct lending ormai spuntano come funghi, attirati dal business della ristrutturazione che offre tassi interessanti anche nello scenario attuale».

I rischi del “liberi tutti”

A spanne, chi ristruttura paga un 5-6% annuo, mentre i mutui casa, che sempre più restano il nocciolo duro del credito bancario, oggi non pagano più del 2%. Gardant, che gestisce 45 miliardi di euro tra illiquidi e deteriorati, è tra i maggiori recuperatori di crediti in Italia: insieme ad Amco, Prelios, Banca Ifis, DoValue, Cerved. Al loro fianco sta crescendo il mondo dei “fondi di credito”, varati da operatori più o meno grandi che raccolgono dagli investitori istituzionali – come altri fondi e assicurazioni – ed erogano credito magari originato, in partenza, da clienti bancari. Un modo per condividere i rischi e sgravare gli istituti da un peso che la regolazione ha reso poco sostenibile, magari senza far perdere loro i clienti che quel credito richiedono. Bain Capital, Fortress, Crc sono i grandi nomi, con portafogli di qualche miliardo; ma su varie scale sono emulati da Credimi, Aidexa, Tikehau, Illimity e molti altri. È un po’ il modello che i francesi sviluppano da una dozzina d’anni, e che Credit Agricole ha “ribaltato” rispetto al tradizionale approccio: dall’originate to distribute, in cui la banca eroga il finanziamento e poi va a sindacarlo sul mercato, a un distribute to originate, in cui gli investitori di Amundi Sgr (sempre parte del gruppo della Banque verte) sottoscrivono fondi di credito poi veicolati sui prenditori della banca, che si tiene la parte a breve di quei crediti e incassa la commissione.
L’importante è che il sistema economico di riferimento abbia l’offerta di credito adeguata, che i policy maker sappiano svilupparla nella direzione auspicata e che sia arginato il “liberi tutti” tipico di certo shadow banking e non sostenibile. Nei Paesi anglosassoni, ben più radicali della Francia, i finanziamenti sul mercato superano quelli bancari, oltre i due terzi del totale. Anche l’Europa bancaria unita, fin dalla nascita, ha provato a ricalibrare in quella direzione l’offerta di credito, in un cammino del resto accidentato dagli ostacoli della Brexit (che mina la Capital market union), dal mancato varo del fondo Edis a comune garanzia dei depositi e dalla pandemia che ha riacceso le iniziative statali sul credito.