Conte ha fatto crescere il debito pubblico di 180 milioni al giorno e ora promette di tagliarlo con una ricetta che non ha mai funzionato

12/9/2019 Financial Lounge

di Luciano Belestrieri

La verità nei numeri? 

Aldilà delle buone intenzioni; della volontà che condivido di voler separare gli investimenti pubblici produttivi rispetto al massimo deficit annuale del 3% posto come limite ; va segnalato che mai è stata intrapresa una spending review degna e che ancora troppi provvedimenti populisti, inclusi gli 80€ di Renzi sono in funzione, senza nessun vero valore aggiunto alla crescita del PIL.

 

 

La posizione di Carlo Cottarelli è chiara: “Se nessun Paese in 75 anni ha tagliato il debito aumentando il Pil, anche in deficit, vuol probabilmente dire che non funziona”. Per il premier Giuseppe Conte, però, non pare essere un problema: “Vogliamo ridurre il debito attraverso la crescita economica, il nostro obiettivo è la riduzione del debito e l’ho detto chiaramente, abbiamo bisogno di fare investimenti che ci consentano di orientare il paese verso lo sviluppo sostenibile e per una maggiore occupazione”. Tradotto: più spesa pubblica.

D’altra parte suona quasi provocatoria l’affermazione di voler ridurre il debito da parte di un presidente del Consiglio dei ministri che negli ultimi 14 mesi ha firmato (o contro firmato) tutti i provvedimenti che hanno contribuito ad aumentare la spesa pubblica. Anche quando era evidente che non sarebbero serviti a rilanciare l’economia come dimostra la crescita vicina a quota zero. E’ il caso, per esempio, di quota 100: in tre anni – al netto degli eventuali risparmi ancora da quantificare – costerà 21 miliardi di euro e come si legge nel Def ha un “lieve effetto negativo quest’anno“. Come a dire: più spesa e meno Pil che si traducono in un aumento del debito. Conte, però, non ha mai avuto dubbi nel difendere il provvedimento. Così come non ha intenzione di toccare il reddito di cittadinanza che nelle simulazioni dello stesso Def dovrebbe portare alla crescita una manciata di punti decimali a fronte di un costo pari a 17 miliardi nel triennio.

Il risultato è chiaro: durante il governo Conte, da giugno 2018 a giugno 2019, il debito pubblico italiano è aumentato – in termini assoluti – di 63 miliardi di euro. A questo, poi, va aggiunto il costo per la corsa dello spread nei quattordici mesi di governo gialloverde: l’Osservatorio conti pubblici di Cottarelli ha calcolato che le emissioni dell’ultimo anno faranno salire la spesa per interessi di 20 miliardi in 20 anni. Un mattoncino da un miliardo di euro in più ogni dodici mesi sul debito pubblico italiano. Non molto in valore assoluto, ma un altro piccolo problema da sommare a quasi 2.400 miliardi di euro che gravano sulle teste degli italiani.

Sintesi storica dell’evoluzione del debito pubblico in stock (asse sinistro) e in percentuale sul PIL (asse destro), 1965-2018, milioni di Euro e punti percentuali – The European House – Ambrosetti

Conte, che nell’ultimo anno ha contribuito ad aumentarne il peso, non sembra preoccuparsene e – confidando nella benevolenza della Commissione Ue – probabilmente proverà a calciare la palla in avanti lasciando che sia qualcun altro ad affrontare il problema. Addirittura, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici, il governo potrebbe aver sottostimato l’aumento del debito.

L’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Foto Agf

Il premier però, davanti alla Commissione europea, non si scompone. Dopo aver archiviato – per l’ennesima volta – il riordino delle agevolazioni fiscali (una giungla da decine di miliardi di euro l’anno nella quale spiccano diversi regali alle lobby) pare aver dimenticato in un cassetto anche la web tax. L’imposta per la quale non è mai stato scritto il decreto attuativo che avrebbe dovuto garantire 150 milioni di gettito per il 2019 e 600 milioni l’anno prossimo: due gocce nel mare, ma anche queste andranno coperte. A meno di non voler far salire ancora il debito.

“Non è possibile abbassare le tasse, far crescere la spesa e tenere l’Iva ferma” diceva l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ma Conte non sembra essere d’accordo. Eppure mancano tre mesi alla fine dell’anno e le privatizzazioni sono ancora ferma al palo: il governo si è impegnato con l’Ue a cedere asset pubblici per 18 miliardi di euro. Soldi che sarebbero dovuti finire nel fondo per la riduzione del debito e senza i quali sarà necessario trovare un’altra soluzione.

L’ex capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, sostiene che il debito pubblico non sia un problema se la spesa per interessi è inferiore alla crescita e suggerisce di guardare il trend nel lungo periodo. Nel breve, la situazione è preoccupante: l’Italia è in stagnazione, ma spende quasi il 4% del Pil in interessi. Senza aumentare l’avanzo primario come suggerisce Cottarelli (cosa che M5s e Conte non vogliono fare), per ridurre il debito serve una crescita da Paese emergente. L’Italia non cresce del 2% dal 2006.

Autore: adminicola15

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