Quanto costerebbe ai paesi europei il crollo del mercato unico Ue?

14 Maggio 2020 Il Sole 24 Ore di Alberto Magnani

L’insostenibile gravosità dell’essere. Troppo spesso si parla a vanvera dei presunti benefici del tornare allo stato ante UE, poi però guardiamo meglio i dati, difficili da rendere troppo faziosi e ragioniamoci….tutto il resto sono chiacchiere.

La dissoluzione della mercato unico produrrebbe effetti pesantissimi sulle economie continentali. Ma non tutti i paesi (e i settori) ne soffrirebbero ugualmente

Illustrazione di Maria Limongelli/ Il Sole 24 Ore

Il dubbio aleggiava dall’inizio della crisi del Covid-19. Ora è stata la vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager, a renderlo esplicito: «C’è il rischio di frammentazione del mercato unico». La pandemia di coronavirus sta spingendo la Ue verso tracolli del Pil disastrosi nel 2020. Lo scenario più temuto, però, resta quello accennato da Vestager: cosa succederebbe se il mercato comunitario crollasse davvero, facendo saltare il processo di integrazione e impedendo alla Ue di mettere a frutto le sue politiche di coordinamento?

Un report del Servizio ricerca del Parlamento europeo (European parliament research service, Eprs), il think tank dell’Eurocamera, si è spinto a stimare una perdita aggregata di 3.600 miliardi di euro, in aggiunta ai 1.160 miliardi di euro che già rischiano di essere bruciati quest’anno secondo le stime del Fondo monetario internazionale. Il calo sarebbe frutto di un incrocio di fattori che va dal tramonto totale delle istituzione di Bruxelles al “semplice” congelamento delle sue strategie di integrazione, in alcuni casi già messe in stand by dall’allarme Covid-19.

Il doppio colpo della «minaccia mortale» alla Ue
L’indagine del Eprs tiene in considerazione due fattori diversi, e complementari, nella «minaccia di morte» che incombe su Bruxelles: la fine a tutti gli effetti della Ue e le perdite derivanti dalla mancata applicazione di politiche comunitarie in 50 settori, dal digitale al fisco.

Per iniziare dalla prima, la dissoluzione della Ue, la stima più «cauta» del think tank parlamentare pronostica un calo annuo dell’economia dal 3 all’8,7% del Pil continentale: l’equivalente di una perdita compresa tra i 480 e i 1.380 miliardi di euro. L’impatto varia poi a seconda di alcuni criteri, inclusi “anzianità” e peso specifico nell’economia europea. Per i membri di lunga data della Ue, come Germania, Francia o Italia, la «piena disintegrazione» del progetto comunitario comporterebbe una flessione della produzione aggregata del 5,2%, con un 3,4% del calo provocato dalla sola fine del mercato unico.

Per le economie più ridotte o fresche di adesione alla Ue, il bilancio sarebbe anche più doloroso: il fallimento del progetto comunitario può tradursi in una perdita totale del 10,7% della produzione (con un 7,5% del calo dovuto all’addio al mercato unico). A sognare una «Europa senza Ue», come la definisce il think tank, sono semmai i mercati esterni al perimetro comunitario. L’Eprs stima un rialzo del Pil dell’1,6% per le economie extra-europee, avvantaggiate dalla minore competività dei singoli paesi Ue in un contesto globale.

Il secondo nodo è quello del «costo di non avere la Ue», ovvero rinunciare alle policy ora implementate su scala continentale o arrestare quelle programmate per il futuro. Il ritardo o l’interruzione delle politiche comunitarie può comportare una perdita di 2.200 miliardi di euro nell’arco di un decennio, pari al 14% del Pil attuale della Ue.

Tradotto in qualche esempio, è l’equivalente di vanificare benefici fino a 71 miliardi di euro sul piano fiscale o «congelare» un potenziale fino al 3,7% del Pil (da 297 a 586 miliardi di dollari) nel mercato dei servizi e dall’1,2 all’1,8% del Pil (183-296 miliardi) in quello dei beni. Sommando i due scenari principali, la fine della Ue e lo stand-by dei suoi proogetti di integrazione, si arriverebbe così a una economia ridotta dal 17% al 22,2% rispetto alle dimensioni attuali, pari a una perdita dai 2.700 ai 3.600 miliardi di euro.

Chi perderebbe e vincerebbe (?) senza la Ue
Di sicuro le dimensioni della crisi variano a seconda dei paesi e del loro margine di guadagno dall’adesione alla Ue. Secondo un’analisi della Banca centrale europea, il mercato unico ha prodotto tra 1993 e 2008 un premio sulla crescita pari al +12-22% del Pil pro capite rispetto a quello che si sarebbe registrato in sua assenza (in sostanza, i paesi dell’area hanno goduto di un incremento del Pil pro capite superiore rispetto ai paesi esterni al mercato unico, quantificato appunto in una crescita superiore del +12- 22% del reddito personale).

Ma i vantaggi non sono stati pari per tutti,con alcune sorprese quando si dà un occhio alle economie privilegiate dall’integrazione europea. Le economie di dimensione più ridotta hanno guadagnato maggiormente dall’ingresso nella Ue grazie all’apertura delle proprie aziende a un mercato più vasto e liberalizzato, l’accesso a risorse qualificate dal mercato del lavoro e una pur parziale «deconcentrazione» del potere economico dai grandi paesi industriali. È il caso del Portogallo (dove il premio sulla crescita rispetto ai paesi esterni al mercato è stato pari al +32,88%) e dei Paesi Bassi (+33,40), mentre l’impennata sopra la media dell’Iranda (+81,46%) è dovuta anche al ricorso a politiche fiscali favorevoli all’attrazione di multinazionali del tech, come del resto successo anche in Olanda.

L’IMPATTO DEL MERCATO UNICO SUI SINGOLI PAESI
1993-1999 1999-2008 1993-2008
Denmark -0,08% 5,75% 5,67%
Italy 6,92% 0,04% 6,96%
France 0,05% 9,72% 9,77%
Belgium -4,68% 17,01% 12,33%
Germany 0,80% 13,60% 14,40%
United Kingdom 10,66% 4,65% 15,31%
Greece 7,78% 11,18% 18,96%
Portugal 15,29% 17,59% 32,88%
Netherlands 9,28% 24,12% 33,40%
Spain 12,54% 22,17% 34,71%
Ireland 37,33% 44,13% 81,46%

 

Viceversa, paesi di grandi dimensioni come Italia, Francia e Germania sono accomunati da un premio sulla crescita più modesto: +6,96% per l’Italia (a fronte di un premio sul reddito pro capite pari ad appena il +0,4% tra 1999 e 2008), +9.77 per la Francia (dinamica contraria: stasi al +0,05% tra 1993 e 1998 e impennata del +9.72 dal 1999 al 2008) e Germania (+14,40%, anche qui con crescita dello 0,8% fino al 1999 e del +13,60% da lì al 2008).

È andata meglio alla Spagna (+34,71%, favorita anche da riforme interne e lo smantellamento del corporativismo franchista) e allo stesso Regno Unito che si è avviato al divorzio dalla Ue (+15,3%). «È comunque difficile quantificare chi ha potuto beneficiare di più dell’Europa, grandi e piccoli ne hanno goduto in maniera diversa» dice Gregory Claeys di Bruegel, un think tank. Certo, aggiunge Claeys, «forse vivere senza la Ue è difficile ma lasciare l’Eurozona in tempi di globalizzazione sarebbe una catastrofe».

È sempre la globalizzazione la chiave per capire quali segmenti subirebbero di più la dissoluzione della Ue. Ilaria Maselli, economista senior al Conference board, sottolinea come il mercato unico abbia giovato soprattutto ai settori «dove le aziende vendono beni e servizi ‘tradable’, quelli che possono essere commerciati su scala internazionale e quindi hanno beneficiato dalla globalizzazione – dice – E ora sarebbero loro a soffrire di più da una fine del mercato unico, che in fondo è una globalizzazione “con gli steroidi”».

In pochi sembrano credere allo scenario di un tramonto completo della Ue e soprattutto del suo asse ritenuto più conveniente, il mercato unico, non a caso al centro delle contese tra Londra e Bruxelles per il futuro dei rapporti bilaterali fra i due blocchi. Eppure il Covid-19 ha assestato nuovi colpi alla stabilità del disegno comunitario, facendo scricchiolare anche principi come l’indipendenza della Bce e la sovra-ordinazione di istituti come la Corte di giustizia europea. «Indietro non si possa tornare – dice Maselli – Il problema è come, e se andremo avanti».

 

Autore: adminicola15

Private Banker - Partner Azimut Consulenza finanziaria presso Azimut

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