I mali della monetizzazione del debito pubblico

3/6/2020 We Wealth

di Nicola Mansi

A settimane alterne, qualche forza politica spinge verso il ritorno alla vecchia “lira” ed a riappropriarsi del nostro debito. Ho verificato sul campo se la strada è percorribile o si tratta del solito annuncio ad effetto? Rispondetevi da soli!

 

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi

Chi oggigiorno non ha udito frasi del tipo: “Riappropriamoci della nostra moneta e del nostro destino, basta con questa Europa iniqua! La moneta è una mera invenzione dell’uomo, non può condizionare la vita, lo sviluppo ed il destino dei popoli! Battiamo moneta ed usiamola per quel che ci serve! Eliminiamo il debito che abbiamo contratto e ripartiamo da zero!”

Da qui nasce il concetto della “monetizzazione del debito”.

Ma è davvero una strada percorribile?

Per esempio tempo fa ha fatto scalpore, prima della formazione del nuovo governo, uno dei punti del contratto di governo (poi cancellato) che prevedeva (la richiesta alla BCE di cancellare 250 miliardi di debito italiano.

Così in questi giorni mi sono nuovamente chiesto: è proprio così?

Ho deciso quindi di rispolverare i miei vecchi testi universitari, di approfondire la materia ed addentrarmi nelle moderne teorie sul tema.

Il concetto di partenza a cui si riferiscono con faciloneria le destre sovraniste o le sinistre radicali (che poi sono estremi della stessa medaglia, che ha il volto del populismo) è semplice: è necessario creare moneta dal nulla.

Esattamente lo dovrebbero fare le banche centrali e con questa acquistare titoli di stato direttamente dai Governi, versare loro liquidità e magari azzerare i debiti pubblici.

Facile facile, senza costi, purtroppo però alle Banche Centrali (siano esse la BCE o la Fed o la Banca d’Italia) è vietato operare in questo modo, alla base del loro mandati ci sono altre finalità da perseguire, come ad esempio mantenere la stabilità dei prezzi, l’inflazione sotto controllo (entro precisi parametri), perseguire obiettivi di politica monetaria, combattere la disoccupazione.

La ricchezza o il risparmio non si creano dal nulla. Il debito infatti non è altro che un ipotetico risparmio futuro che si decide di utilizzare oggi.

La moneta ha valore solo se riflette quello dei beni e dei servizi prodotti. Allora si crea inflazione che nella sua forma può malata diviene iperinflazione e consiste in un aumento smisurato e continuo dei prezzi, che impoverisce l’economia perché i prezzi perdono la loro funzione di segnalare, attraverso la scarsità, la migliore allocazione delle risorse.

Il più importante caso storico rimasto nella memoria collettiva di iperinflazione è quello della Repubblica di Weimar in Germania durante gli anni venti.

Già allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, per fronteggiare l’immane sforzo bellico, la Germania abolì la convertibilità aurea del marco.

Il governo perseguì la via del finanziamento statale incrementando la stampa di banconote. Come una bomba ad orologeria, gli squilibri finanziari derivanti dalle immense necessità di spesa dello Stato per ragioni di guerra esplosero dopo un lustro in tutta la loro drammaticità.

Nel periodo direttamente successivo, cioè tra il 1919 ed il 1923, l’inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Una malattia subdola.

Una volta che l’inflazione è aumentata, c’è un solo doloroso modo per farla rientrare a livelli accettabili: spingere l’economia in recessione alzando i tassi, far fallire le aziende marginali, ossia quelle più deboli, distruggendo di conseguenza posti di lavoro.

La Federal Reserve di Saint Luis distingue le passività di un governo possono essere di tre tipi:

  1.  moneta
  2. le riserve delle banche centrali
  3. debito del Tesoro

La moneta e le riserve delle banche centrali sono considerate denaro, mentre il debito del Tesoro no.

L’atto di convertire il debito in danaro è spesso etichettato come “monetizzazione del debito”.

Quindi la monetizzazione avviene nel momento in cui la politica monetaria si incrocia con la politica fiscale.

Tecnicamente la monetizzazione avviene quando si utilizzano gli strumenti di politica monetaria – la valuta per accomodare gli scambi e le riserve delle banche centrali per regolare i prestiti ad imprese e famiglie da parte delle banche private – per finanziare il debito pubblico.

Perché la monetizzazione del debito è così rischiosa a differenza dei quantitative easing, il finanziamento diretto dei Governi crea moneta indipendentemente dalle necessità dell’economia, e scatena così inflazione senza per questo garantire una bassa disoccupazione

La prima obiezione alla monetizzazione è appunto questa: troppa moneta “creata dal nulla” farebbe aumentare l’inflazione, e tanto.

È così? La relazione tra la “moneta della banca centrale” e l’inflazione può non essere diretta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché la Bce, la Fed, la Banca del Giappone abbiano aumentato questa base monetaria senza risolvere il problema della bassa inflazione.

Governi disciplinati? Tutto si può fare, con le circostanze giuste e in quantità moderate. Quale governo ha però l’autodisciplina di contenere la propria fame di risorse apparentemente “gratuite”, non così impopolari come le imposte né costose come i titoli di Stato?

Una volta aperta la porta – è il timore di molti – non si chiuderà mai più. In Argentina, in Venezuela – e in diversi altri Paesi – la porta non si è più chiusa.

L’argentina decide di “stampare moneta” – Il caso dell’Argentina

Esistono però molti casi in cui le cose sono andate diversamente, ad esempio l’Argentina. Il Paese ha, più volte, l’ultima durante la presidenza Kirchner monetizzato il proprio debito pubblico, esattamente come da noi vorrebbero fare i sovranisti.

La conseguenza è stata che la sua base monetaria è quindi aumentata a ritmi sempre più grandi e tra gennaio 2010 e febbraio 2020 è cresciuta del + 1300%.

L’inflazione da parte sua ha risposto subito, passando dal una media annua del 7,7% del 2009 al 53,8% annuo del 2019. Provate ad immaginare per un pensionato o un reddito fisso cosa può significare questo o il kaos sociale che ne deriverebbe?

Il venezuela e l’inondazione da moneta – Il caso del Venezuela 

Il processo potrebbe essere anche molto più rapido, come successo per esempio in Venezuela, dove la base monetaria a gennaio 2015 era pari a 8 milioni di bolivares, mentre a gennaio 2020 era salita a 38.200 miliardi.

L’inflazione del paese che era già al 180% è salita fino al 130.000% nel 2018, poi calata al 15.000%. Nel 2019 è stata riconosciuta dal Governo al 9500%

La moneta praticamente spazzatura senza valore, varie foto di repertorio le riportano materialmente buttata via.

Iniezioni dirette e indirette. 

Come è possibile che la stessa cosa non sia accaduta in Giappone, in Europa, negli USA, dove le banche centrali hanno forzato la creazione di base monetaria con massicci programmi di titoli di Stato?

Le differenze sono tante. La autorità monetaria in queste economie, hanno acquistato titolo di Stato sul mercato (secondario) e non direttamente dal Governo (primario): la moneta così creata è stata versata al sistema finanziario (dove ha creato inflazione, facendo salire le quotazioni), il quale ha generato offerta di moneta per l’economia reale solo lentamente, in stretta relazione con la domanda di credito delle imprese e delle famiglie e quindi con le necessità dell’economia (seppur con tutte le imperfezioni e le distorsioni del caso).

Un governo finanziato dalla banca centrale, invece, immette subito tutta la moneta in circolazione, e in dipendenza da scelte solo politiche. Il quantitative easing è una monetizzazione? 

Dal 2009 le banche centrali hanno iniziato a finanziare sul mercato secondario indirettamente gli stati acquistando titoli di Stato già emessi (quindi debito circolante e non creato ex novo).

Questa politica non convenzionale, conosciuta come quantitative easing, può essere considerata una forma di monetizzazione? «In senso tecnico no. Dal momento che una monetizzazione del debito a tutto tondo deve essere permanente, mentre il Qe è una forma di sostegno temporaneo, più vicino quindi a un prestito. Resta da capire però come verrà gestito il tema del reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza.

Reinvestimento dei titoli che vanno in scadenza. Se ciò accadesse all’infinito si potrebbe parlare di monetizzazione».

In questo senso potremmo semplificare la definizione di monetizzazione: essa corrisponde a quanta quota di titoli pubblici che hanno le banche centrali in bilancio senza avere l’intenzione di ricollocarli. 

E il Qe della Bank of Japan? Non ha limiti e viene effettuato per mantenere il livello dei tassi (pari allo 0) al livello desiderato.

In sostanza la BoJ fa una manutenzione della curva del debito comprando sul secondario titoli praticamente pari quasi al deficit annuo, 6-7% del Pil, quindi in questo caso in QE della banca del Giappone può essere inteso come monetizzazione.

Per completezza si rende necessario un ulteriore passo indietro, perché abbiamo descritto l’effetto finale perverso di una monetizzazione fuori controllo, che in sostanza causa inflazione a dismisura, ma occorre risalire alla relazione iniziale che legava la moneta emessa e circolante rispetto alla sua garanzia fiduciaria che fungeva in origine da “ancora”, con il bene reale per eccellenza : “l’oro.”

Questo era il sistema di conversione diretta, il “Gold Standard”, che però ha fallito a causa di errate politiche monetarie e protezionistiche volte a fronteggiare cicli economici recessivi e che portarono alla Grande depressione, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e barriere commerciali amplificarono tale disastro economico.

Negli anni ’30, il controllo del mercato dei cambi aveva minato il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale.

In quel periodo, i governi avevano usato politiche di svalutazione per far crescere le esportazioni giocando sulla competitività del cambio, con lo scopo di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, causando, però, come effetti collaterali la caduta a picco delle entrate nazionali, la riduzione della domanda, un enorme aumento della disoccupazione ed un declino complessivo del commercio mondiale.

Gli scambi si ridussero a ristretti blocchi di monete (di gruppi di nazioni che usano la stessa valuta, come ad esempio il blocco della sterlina inglese nell’impero britannico).

Questi blocchi ritardarono la circolazione di capitali e le opportunità di investimenti stranieri.

Si giunse cosi nel luglio del 1944 agli accordi di Betton Woods (USA) che oltre a prevedere la costituzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (in seguito denominata Banca Mondiale, istituirono il nuovo il nuovo sistema monetario internazionale, basato sui principi di stabilità costituito dai cambi fissi tra le monete e dal ruolo centrale del dollaro.

Con gli accordi di B.W. furono gettate le basi del sistema di relazioni monetarie internazionali durati fino all’inizio degli anni settanta.

A Bretton Woods si introdusse un “gold exchange standard”, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Favorirono un sistema liberista più che statalista. Tutti gli accordi derivati direttamente o indirettamente da Bretton Woods non prevedevano un corretto controllo della quantità di dollari emessi, permettendo così agli USA l’emissione incontrollata di moneta, fatto contestato più volte da Francia e Germania in quanto gli USA esportavano la loro inflazione, impoverendo così il resto del mondo Fino all’inizio degli anni ’70, il sistema fu efficace nel controllare i conflitti economici e nel realizzare gli obiettivi comuni degli stati.

In seguito, la guerra del Vietnam e il programma di welfare chiamato Grande Società fecero aumentare di molto la spesa pubblica statunitense e misero in crisi il sistema: di fronte all’emissione di dollari e al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve in oro.

Ciò spinse il Presidente Nixon, il 15 agosto 1971, ad annunciare, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, approvando la legge che sospendeva l’obbligo per la Federal Reserve di convertire dollari in oro al rapporto fisso di 35 dollari l’oncia, stabilito nel 1944 a Bretton Woods.

Si arrivò infine con lo Smithsonian Agreement, quando gli USA abolirono la convertibilità del dollaro in oro, decretando di fatto la morte del sistema aureo e la nascita del sistema fluttuante dei cambi flessibili creato dagli stessi USA.

In conclusione appare chiaro che nell’ambito delle politiche monetarie ed economiche non esistono formule “buone” per tutte le stagioni, vanno applicate cum grano salis e per periodi limitati affinchè diano ristoro e non si ritorcano contro; trovo calzante questa frase di San Girolamo “ Le virtù esercitate senza moderazione e misura devono essere considerate vizi”.

 

Autore: adminicola15

Private Banker - Partner Azimut Consulenza finanziaria presso Azimut

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