Gli Eurobond commentati da Carlo Cottarelli.

12/04/2020 CPI  Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani Università Cattolica del Sacro Cuore

Gli Eurobond sarebbero necessari, specie perché servirebbero per un importo talmente rilevante che risulterebbe troppo elevato per ogni singolo paese.

In questo video Carlo Cottarelli, spiega più chiaramente cosa sono gli #eurobond e soprattutto perché sono ben diversi dal modello proposto 10 anni fa. Aldilà del pensiero politico e della stima che possa raccogliere il personaggio, il mio personale parere è che in frangenti come questo o ci si salva tutti o si annega tutti assieme. Sarebbe da folli gettarci in una profonda recessione collettiva in una unione di paesi così strettamente connessi ed unico baluardo ad una competizione su più vasta scala. Almeno per il momento!

 

 


 

 

Quello che c’è sul piatto.

1/4/2020 di Nicola Mansi

“Il mercato è quel  posto dove la ricchezza viene trasferita dagli impazienti ai pazienti”. warren_buffett_2.jpg

  Warren Buffet

Uno studio di McKinsey traccia le possibili conseguenze economiche della pandemia per l’Eurozona. 

 
Se l’estensione dell’epidemia non andrà oltre i 3 mesi, il PIL tornerà a livelli pre-virus già nel primo trimestre 2021.
Non sarebbe comunque una passeggiata: in questo scenario si calcola che il Pil dell’Area euro sperimenterebbe una caduta del 9,5% tra l’ultimo trimestre del 2019 e il secondo del 2020, segnando un -4,4% per l’intero 2020. 
Gli Stati Uniti, con una caduta del -8% (-2,4% per l’intero anno) registrerebbero in ogni caso il peggior tracollo dalla Seconda Guerra Mondiale.
 
Se invece ci va male, la piena ripresa non arriverà prima del 2023  l’ipotesi meno positiva presuppone un virus più resistente e una minor capacità dei governi di mitigare i contraccolpi economici.
 
Sarebbe davvero complicato.
 
Il problema è che durante uno shutdown tutto crolla rapidamente. «Le persone non fanno acquisti al di là che per le cose essenziali, non viaggiano, non comprano automobili. Stimiamo che verrà meno tra il 40 e il 50% delle spese discrezionali» e questo si può tradurre «in una riduzione del Pil di circa il 10%» senza considerare altri effetti di un fenomeno che, almeno nella storia moderna, non ha precedenti e fino a qualche tempo fa era ritenuto inimmaginabile.
 
Fortunatamente però le risposte dei governi e delle banche centrali sono state pronte ed immediate. 
 
Le azioni intraprese dalla Federal Reserve la settimana scorsa sono senza precedenti consistono principalmente in un allentamento quantitativo senza limiti e nel finanziamento diretto delle grandi aziende attraverso la sottoscrizione di obbligazioni da parte della Fed stessa, fungono da rete di protezione per l’intero sistema economico
 
Anche la BCE sta facendo la sua parte con un allentamento quantitativo potenziato di ulteriori 750 miliardi, portando l’arsenale degli acquisti di titoli di stato, obbligazioni corporate e carta commerciale (novità assoluta) a oltre 1.000 miliardi e soprattutto abbandonando in questo piano straordinario battezzato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) la regola che limitava gli acquisti al 33% delle emissioni di un singolo Stato. 
 
I Governi nazionali poi, stanno adottando misure straordinarie per fornire aiuto immediato ad imprese e cittadini e per gettare le basi per manovre di espansione fiscale atte a garantire che la ripresa, quando arriverà, sarà auspicabilmente rapida e decisa.
 
Ad esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un piano da oltre 2.000 miliardi di dollari, pari a quasi il 10% del PIL. 
In Europa per ora ci si sta muovendo a livello di  singoli Paesi, come testimonia la Germania che, abbandonando il criterio del non incremento del debito, ha varato anch’essa un piano di interventi pari a circa il 10% del proprio PIL. 
Meno efficace per ora il coordinamento di provvedimenti comuni a livello di Istituzioni europee, con un nulla di fatto al Consiglio Europeo, la riunione dei leader europei, tenutosi giovedì scorso, sui temi cruciali dell’introduzione degli Eurobond, osteggiati dall’asse tedesco-olandese, e dell’utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).  
 
Personalmente sono ottimista che si arriverà ad un compromesso tra gli  estremi, a pena l’esistenza e la continuità dell’UE stessa.
Gli Stati membri dell’Unione si sono dati comunque due settimane di tempo per cercare di elaborare risposte comuni.
 
E’ da rimarcare comunque l’attivismo sin qui tenuto dalle delle: Banche Centrali, infatti tali autorità monetarie hanno varato stimoli di dimensioni superiori a quelli implementati durante la Grande Crisi del 2008 per immettere liquidità nel sistema finanziario e sostegno all’economia.
 
Altrettanto notevoli sono le : Politiche fiscali.
 
I governi di tutti i paesi stanno disponendosi ad agire con azioni di contrasto e poderosi piani fiscali a favore di imprese e cittadini per compensare il calo reddituale che stanno soffrendo a causa della diffusione del virus.
 
Volendo dunque riassumere l’insieme delle attività messe in campo, esse si dividono in due grandi settori :
 
POLITICA MONETARIA. 
 
Tutte le manovre in atto producono un sostegno e stimolo pari al 10% della crescita mondiale, mentre durante la crisi del 2008 si arrivò al 6,5%.
 
Banca Centrale Europea. 
▪ Tassi di riferimento invariati
▪ Acquisto addizionale di titoli per un valore di 120 miliardi entro fine 2020
▪ Riduzione temporanea delle restrizioni sul capitale bancario
▪ Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP): programma acquisto asset da 750 miliardi entro fine 2020 
 
Bank of England .
▪ Taglio tassi di interesse di 65 punti base a 0,10%
▪ Finanziamento a termine con incentivi aggiuntivi per le piccole e medie imprese e acquisto bond governativi (£645bn) 
Federal Reserve.
▪ Taglio di un punto percentuale del tasso di interessi sui Fed Funds
▪ Acquisto di titoli per un valore di 700 miliardi di USD
▪ Istituzione di 6 facilities per supportare il mercato del credito, con una potenza di fuoco stimata in almeno 1300 miliardi di USD
▪ Acquisto di Treasuries e MBS ’negli ammontare necessari per sostenere il regolare funzionamento del mercato e l’efficacia trasmissione della politica 
   monetaria.
 
 
POLITICA FISCALE
Da notare che rispetto all’intero PIL mondiale queste azioni valgono il 2,5 dello stesso, mentre durante la crisi del 2008 le stesse risposte arrivarono all’1,6 volte il PIL 
 
Unione Europea
Stanziamento 37 miliardi di euro di spesa pubblica europea attraverso il Fondo di coesione
Istituzione di un fondo da 25 miliardi per il supporto immediato al sistema sanitario e PMI ▪ Fino a 8 miliardi di prestiti a PMI erogati dal FondoEuropeo d’Investimento
Flessibilità riguardo alle norme fiscali europee
 
USA
▪ Fino a 50 miliardi di dollari in aiuti agli Stati per affrontare la pandemia.
Acquisto di Petrolio per la Riserva Strategica Petrolifera nazionale
▪ Cancellazione degli interessi sui prestiti studenteschi
2000 miliardi di dollari, includendo – 300 miliardi in prestiti alle piccole imprese votati dal Congresso USA dei quali :
– 500 miliardi di trasferimenti diretti ai cittadini americani, per un assegno procapite fino a 1200$ ed inoltre 200 miliardi in fondi di stabilizzazione.
– Rinvio del pagamento delle tasse
 
Ci sono poi stati Interventi di altre Banche ed Istituti sovra-nazionali, così suddivisi :
 
G20 : Impegno di una manovra globale di 5.000 miliardi.
 
Fondo Monetario Internazionale : Il Fondo monetario internazionale ( Fmi) è pronto a mobilitare 1.000 miliardi destinati ai Paesi membri per combattere la pandemia del coronavirus. l’Fmi annuncia di avere già “40 accordi in corso con impegni per circa 200 miliardi di dollari. Il Fondo ha già ricevuto richieste di finanziamento e richieste da oltre 20 paesi.
 
Banca Mondiale :  Il gruppo della Banca mondiale ha annunciato ieri il lancio di un programma da 12 miliardi per sostenere gli sforzi dei Paesi per rispondere all’epidemia di coronavirus.
 
Banca Europea Investimenti  :  40 miliardi mobilitati attraverso nuove garanzie per interventi per combattere la crisi causata da Covid-19.
 
In sintesi il mercato è stato inondato di liquidità al fine di eliminare sul nascere possibili crisi dovute alla mancanza della stessa e conseguenti Credit Crunch.
 
Analizzando poi i prezzi delle azioni ed obbligazioni : stiamo vedendo, che oggi nei mercati paghiamo un prezzo per le attività finanziarie, che non corrisponde direttamente al valore che le stesse rappresentano. Questi fenomeni si ripetono sistematicamente ad ogni crisi.
 
PERCHÉ ?
 
Perché quando c’è preoccupazione e non si ha visibilità su quello che succederà domani, non si è più disposti a tenere investito il proprio denaro senza la certezza di un accettabile “interesse”. Si assiste quindi a fenomeni di panic selling e di scarsa razionalità sui mercati.
Quando, invece, le situazioni di crisi iniziano a rasserenarsi, tutto diventa molto più semplice e gli “sconti” finiscono perché gli investitori iniziano nuovamente a operare senza pressioni da stress. 
 
Cosa possiamo fare allora di fronte a queste situazioni temporanee che esprimono un premio considerevole a chi vuole impiegare i propri capitali? 
Semplicemente non avendo paura! Queste cose sono implicite nel rendimento.
 
COME?
 
Utilizzando “Metodo” e “Disciplina”.  
Abbiamo visto come forti oscillazioni dei prezzi possano portare a scelte di investimento dettate dall’emotività. Ossia in questi periodi di elevata volatilità dei prezzi di borsa e di difficoltà da parte delle società a fornire i principali trend per i prossimi mesi, si valuta inizialmente la capacità delle aziende di sopportare l’impatto di questo periodo di stop, per poi valutare quelli che possono essere gli andamenti di mercato nei prossimi anni, a partire dal 2021.
 
Vorrei citare come esempio due attuali casi da libro :
 
Il colosso BOEING ha visto il suo titolo azionario subire una perdita a doppia cifra nelle ultime settimane, fino al -70%.
Non c’è da stupirsi! Le misure di contenimento messe in atto in molti Paesi hanno comportato un drastico calo dei trasporti e dei viaggi legati al turismo.
È da tenere in considerazione però che Boeing opera, insieme ad Airbus, in una posizione di duopolio.
Si può quindi assumere che continuerà a vendere aerei, nonostante lo sviluppo del virus e i suoi impatti nel breve termine. 
Attualmente Boeing prezza 5-6 volte un utile normalizzato. 
 
Passiamo anche ad un altro settore, l’intrattenimento. Anche DISNEY ha visto nelle ultime settimane il suo titolo azionario subire una perdita a doppia cifra nell’ordine del -50%. 
Anche in questo caso, nessuna sorpresa. Le misure di contenimento messe in essere in molti Paesi hanno comportato, tra le varie restrizioni, la chiusura dei parchi di divertimento.  Tali provvedimenti attualmente in vigore, verranno “alleggeriti” quando la diffusione di questa pandemia inizierà a ridursi sensibilmente.
I parchi giochi sono quindi destinati alla riapertura. Attualmente Disney è su un  Price to Book Value* di 1,7 volte contro una media  del 3 .
 
 
Quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale non solo per l’impatto, ma per la velocità unica che la sta caratterizzando: 
L’ultimo ribasso è infatti in assoluto il più rapido della storia borsistica; in sole 16 sedute l’indice americano è calato del 20%.
 
Inoltre l’indicatore della volatilità, anche detto indice della paura o VIX ha toccato dei livelli, pari ad 80, che negli ultimi 50 anni si sono verificati solamente altre 2 volte con questa entità, nel 2008 e nel 1987. 
 
In un contesto «eccezionale» come quello che stiamo vivendo, è fondamentale comprendere che:
 
La Paura e i disinvestimenti «emotivi» possono provocare impatti negativi difficilmente recuperabili .
2  La Fermezza e la Proattività, ossia restare sui mercati con Metodo sono la soluzione ottimale
3  Il Tempo è la variabile chiave da tenere in considerazione.
quello che c’è sul piatto

Sarà l’helicopter money a salvare l’economia dal coronavirus?

21 marzo 2020 AGI di Ivana  Pisciotta

Con il decreto “Cura Italia” noi ci siamo già in parte adeguati.

 

Mettere denaro direttamente nelle tasche dei cittadini. Cos’è, chi ha inventato e come funziona la teoria, nata cinquant’anni fa, che potrebbe presto diventare realtà a seguito dell’impatto economico della pandemia

 

coronavirus helicopter money
© Guillaume Nedellec / Hans Lucas  – Soldi

Prima del coronavirus, rappresentava la classica teoria di cui, quando se ne faceva cenno in contesti economici, il sorrisino sardonico tra gli esperti era d’obbligo: come se fosse un mero esercizio di fantasia, e nulla di applicabile. Ora, invece, sta prendendo rapidamente quota e anzi in alcuni Paesi è già realtà mentre gli Stati Uniti ci stanno seriamente pensando e potrebbe diventare presto operativa.

Insomma, l’economia globale è ormai in ginocchio a causa del coronavirus e le discussioni si animano non soltanto sulle stime dell’impatto che la pandemia avrà in termini di Pil ma anche sul ‘dopo’. Cioè, come ridaremo fiato ai consumi, praticamente azzerati?

Anche il Financial Times è intervenuto nelle ultime settimane sottolineando come un numero sempre crescente di economisti stia abbracciando la teoria dell'”Helicopter Money“, ovvero il trasferimento di pura liquidità nei conti correnti dei cittadini.

Helicopter money o Quantitative easing?

Tecnicamente, si tratta di un’alternativa al quantitative easing cui ricorrere quando i tassi di interesse si avvicinano allo zero e l’economia non si riprende dalla recessione. È proprio il caso di queste settimane: le banche centrali sono intervenute tutte per ridurre il costo del denaro e incentivare così il ricorso ai prestiti da parte di famiglie e imprese.

Ma così come i mercati, i consumatori ovviamente non rispondono a tali stimoli: d’altronde, un miliardo di persone è in isolamento a casa e i negozi sono chiusi. E prima che i consumi riprendano quota, quando quest’incubo sarà finito, ci vorrà tantissimo tempo.

È una misura di grande effetto. Come il Qe, comporta essenzialmente la creazione di moneta da parte delle banche centrali per espandere l’offerta. Tuttavia, l’effetto dell’”helicopter money” sul bilancio della banca centrale è diverso rispetto a quello dell’allentamento quantitativo.

In base al Qe, infatti, le banche centrali creano riserve acquistando obbligazioni o facendo altre attività finanziarie, effettuando un “asset swap“. Ma, mentre lo swap è reversibile, l’”helicopter money” non lo è perché le banche centrali danno via i soldi creati.

Alle sue origini

Non è certo una teoria dell’ultima ora, essendo nata cinquant’anni fa, e precisamente nel 1969, dall’allora premio Nobel per l’Economia Milton Friedman. Egli teorizzò un “lancio di denaro da un elicottero” necessario, all’epoca, per far ripartire l’inflazione. Gli economisti erano soprattutto preoccupati per gli effetti del ‘boom’ e il ripiegamento dei prezzi e, in generale, del mondo in via di sviluppo. Il concetto venne poi rispolverato nei primi anni Duemila, dopo la crisi scaturita dalla bolla speculativa tra il 1991 e il 1992.

Nel 2002, Ben Bernanke, che diventò poi presidente della Fed, si disse dello stesso avviso: l'”helicopter drop” o “helicopter money” poteva sempre essere usato per prevenire la deflazione.

Ma ora, di fronte allo scenario economico da coronavirus, come ha sintetizzato Robert Chote, presidente dell’Office of Budget Responsability britannico, ci troviamo in una “situazione di guerra”. E, intervistata dal FT, Beatrice Weder di Mauro, accademica e imprenditrice svizzera che attualmente è docente di economia presso l’Istituto di studi internazionali e di sviluppo di Ginevra, osserva che ormai è un fatto acclarato che questo shock “sia assolutamente diverso” dalle crisi precedenti.

Il risultato è che una serie di idee politiche che una volta erano campo di discussione di un piccolo numero di cani sciolti e limitate a discussioni puramente teoriche sono al centro dell’attenzione.

I costi

L’obiettivo comune ai governi delle grande economie occidentali, ricorda il Ft, è quello che “nessuno dovrebbe perdere il proprio lavoro o il proprio reddito a causa del virus”. Ma, certamente, se applicato, il metodo ‘helicopter money’ è assai costoso.

Per questo motivo, “dobbiamo essere disposti ad accettare disavanzi fiscali sulla scala del 2009”, dice Adair Turner, l’ex capo della Financial Services Authority del Regno Unito. Data la necessità di grandi disavanzi fiscali il dibattito sull’helicopter Money, spiega Turner, comporta in realtà due questioni politiche distinte.

La prima è come finanziare lo stimolo: deve essere la banca centrale a pagarlo attraverso il finanziamento monetario diretto, stampando fisicamente il denaro, o i governi devono prendere in prestito il denaro nel solito modo? La seconda è come il denaro viene poi distribuito.

Allo stato attuale, mentre ne discutono economisti e politici, le banche centrali non si sono ancora esplicitamente offerte di monetizzare i disavanzi, ma hanno aperto i rubinetti sui grandi programmi di acquisto di nuove attività per comprare l’eccesso di obbligazioni.

Nella zona euro, ricorda il Ft, si discute sull’emissione di ‘corona bond‘ o sull’aumento delle linee di credito del Meccanismo europeo di stabilità, il fondo di salvataggio dell’Unione monetaria per i sovrani, nella speranza che la Banca centrale europea mantenga basso il costo di tali prestiti.

Secondo alcuni esperti, devono essere le banche centrali a finanziare direttamente i disavanzi pubblici. Una soluzione cui fa accenno, spesso nei suoi interventi, proprio Bernanke. Da quando ha lasciato la Fed, ha pubblicamente sostenuto che “in certe circostanze estreme” il finanziamento monetario della spesa per deficit fiscale “può essere la migliore alternativa disponibile”.

L’helicopter money, oggi

Comunque ora, l’helicopter money è già realtà nel senso che elargizioni dirette di denaro contante sono state fatte ad esempio a febbraio, quando il governo di Hong Kong ha deciso di trasferire 1.270 dollari a tutti i residenti finanziariamente colpiti dall’epidemia. Anche Singapore ha previsto piccoli pagamenti in contanti a tutti i cittadini.

E negli Stati Uniti si sta facendo accenno ad un supporto per l’invio di assegni direttamente a tutti gli americani, idea sostenuta ad esempio dagli ex consulenti economici dei presidenti Barack Obama e George W. Bush. Il Ft ricorda che il presidente Donald Trump e il suo segretario del Tesoro Steven Mnuchin l’hanno proposta, e i senatori l’hanno considerata nella legge sulle misure di stimolo attualmente all’esame del Congresso.

In realtà, evidenzia l’analisi del Ft, prima del coronavirus queste idee non convenzionali stavano già guadagnando terreno perché la crisi finanziaria, le crescenti disuguaglianze e la paura dell’automazione tecnologica che causa la disoccupazione avevano già suscitato un crescente interesse per nuovi approcci politici.

Non solo, ma ci sono già dei precedenti. Ad esempio, sostiene Eric Lonergan, un gestore dei fondi, interpellato da Ft, l”helicopter money’ è già qui, nel senso che “una banca centrale effettua trasferimenti al settore privato”.

Ad esempio, la Bce ora offre prestiti alle banche a un tasso d’interesse più basso, a certe condizioni, di quello che le banche ricevono sulle riserve detenute in deposito presso la Bce. “Questo margine è un vero e proprio trasferimento fiscale finanziato con denaro” afferma aggiungendo che tale margine può essere ampliato e legato a condizioni che di fatto trasferiscono il sussidio ai privati.

E prima ancora nel tempo, altri governi hanno inviato assegni a tutti i cittadini come il presidente George W. Bush. La differenza è che nelle recessioni del 2001 e del 2008 l’intenzione era quella di stimolare la domanda, oggi è quella di mettere il denaro nelle mani di persone che perderanno il lavoro” e prevenire una “recessione economica a cascata”.

Per gli economisti, l’atteggiamento dovrebbe essere: siamo in guerra con questa pandemia, vinceremo questa guerra, e i deficit a due cifre sono un prezzo che vale la pena pagare.

Il caso della Germania (e di altri Paesi)

Ci sono comunque alcuni paesi in cui l’elargizione diretta di denaro contante è considerata meno importante perché dispone di sistemi di benefici più sofisticati e generosi. La Germania e altri paesi hanno avuto successo ad esempio con il sovvenzionamento del Kurzarbeit, dove i datori di lavoro sono pagati per mantenere i dipendenti sul libro paga ma l’orario di lavoro viene drasticamente ridotto.

Sia quel che sia, la caratteristica di questa recessione è diversa da quella che l’ha preceduta. I governi e le banche centrali stanno lottando duramente per proteggere le imprese dagli effetti dell’epidemia di coronavirus. Eppure i loro sforzi – agevolazioni fiscali, tagli dei tassi e acquisti di obbligazioni, prestiti e sovvenzioni – non hanno alcuna speranza di stimolare la domanda dei consumatori quando vaste fasce della popolazione sono costrette alla quarantena.

Gli effetti per chi sponsorizza questa manovra

I sostenitori dell’helicopter money, in questa situazione, affermano che sarebbe una vera e propria boccata d’ossigeno. I lavoratori che sono stati licenziati, quelli che hanno visto un taglio di ore e i lavoratori autonomi riceverebbero un gradito aumento di reddito.

Le imprese, nel frattempo, potrebbero pianificare con più fiducia, sapendo che i consumatori avranno denaro extra da spendere una volta terminato l’isolamento.

Ci sarebbe anche una luce alla fine del tunnel per gli investitori. Se ai mercati finanziari verrà dato motivo di credere che i consumi futuri possano compensare il crollo di oggi, si potrebbe ripristinare il morale degli investitori. Ciò detto, il Financial Times aggiunge che ci sarà bisogno di una data di scadenza. Anche i pagamenti dovrebbero essere scaglionati. E sarebbe questo l’orientamento che si prepara a seguire l’amministrazione Usa.

Secondo una proposta del Dipartimento del Tesoro pubblicata dal Washington Post, gli esborsi avverrebbero in due fasi, il 6 aprile e il 18 maggio, ciascuna del valore di 250 miliardi di dollari, con un importo preciso che varia a seconda del reddito e della dimensione della famiglia. Molti americani riceverebbero 1.000 dollari in ogni rata, sempre secondo il Washington Post.

In alternativa, il denaro extra potrebbe anche essere fornito sotto forma di voucher, permettendo ai destinatari di spenderlo a loro piacimento – sia che si tratti di vacanze, di biglietti teatrali o di un pasto al caffè locale. Fondamentalmente, il buono dovrà essere accompagnato da una garanzia che non sarà recuperato in futuro attraverso l’aumento delle tasse. Altrimenti, il conto della recessione sarà sempre altissimo.

Aspettavamo un ’29. E invece sta arrivando un ’45

17/03/2020 AGI Agenzia Italia

di Nicola Graziani

 

Chissà che non sarà così?

Questa volta non è come il crollo di Lehman Brothers o tutte le precedenti crisi dalle quali Wall Street e i suoi gnomi si sono rialzati più baldanzosi che mai. Dalla crisi del coronavirus sorgerà un nuovo ordine economico proprio come dopo la fine del secondo conflitto mondiale (di Nicola Graziani)

crisi 29 49 wall street coronavirus bretton woods
Mendès France, Desmukh, Gutt e Snyder alla quarta sessione annuale di Fmi e Banca Mondiale (1949)

Tutti pronti a scommettere su un ’29, e invece arriva un ’45. È vero: Wall Street è in sofferenza come mai dal 1987, piena Era Reagan. Non parliamo poi di altre borse e listini a noi più vicini. Ma il fatto è che quel Grande Tracollo (temuto, paventato, da qualcuno sotto sotto auspicato) non è mai arrivato, e tutte le botte prese nel frattempo non hanno avuto quella funzione catartica che gli irriducibili nemici dell’iperliberismo desideravano avesse. Perché sempre, a partire dal 1987, Wall Street ed i suoi gnomi si sono pervicacemente ripresi il controllo delle leve economiche, e addio speranze dei socialdemocratici di ogni età e latitudine.

Sotto Reagan fu la Strage degli Incoscienti e finì l’epoca degli Yuppies, la figura social-economica più supponente mai generata dal capitalismo in versione ruggente. Poi però la corsa riprese, non senza un sospetto di doping sotto forma di abbattimento delle altrui garanzie lavorative, e così è stato anche nel 1998, con la crisi finanziaria delle tigri asiatiche che ruggivano spaventosamente da cinque anni. Lo stesso 2001, con la bolla di sapone delle dot-com. Finisce la New Economy? Chi se ne importa: stasera un party da Jordan Belfort, il nipote di Gordon Gekko, e sarà uno sballo.

Nemmeno con la botta epocale dei sub-prime del 2008, e con i dipendenti della Lehman Brothers che escono dal loro palazzo con l’espressione dei tedeschi a Stalingrado, le cose sono cambiate di un pollice. Nulla, nulla, fino a quando il battito d’ali di un pipistrello in Cina non ha provocato il proverbiale sconquasso dall’altra parte del mondo. Ed ora tutti lo sanno: quando questa storia finirà i sette pilastri della saggezza economica andranno puntellati, rinforzati se non addirittura sostituiti come le cariatidi dell’Eretteo. Quella attuale è una guerra, e alla fine nascerà un Nuovo Ordine Economico.

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Winston Churchill e Alcide De Gasperi

Guerra e ricostruzione

È davvero una guerra, come gridava Crozza facendo il verso a Grillo? Pare di sì. Chi nutre dubbi in proposito scorra le pagine di “Contro un nemico invisibile” di Carlo M. Cipolla. È la descrizione di quello che ti combinò la peste del 1630 (quella manzoniana) quando scese in Toscana. Un rapido spoiler: Montelupo fece come l’Italia, Firenze come Trump quando vuole pagare un miliardo per tenersi tutto per sè il vaccino dei tedeschi.

Le guerre hanno una sola qualità: finiscono. E poi è il turno dei ricostruttori. Nel 1945 l’Italia ebbe De Gasperi, ad un certo punto. Di quello che ha fatto gli sono tutti grati, ma bisogna dire che lui fu aiutato dal contesto internazionale.

Innanzitutto l’Italia si trovò dalla parte giusta del mondo. Il bolscevismo partiva dalla periferia di Trieste e scorreva placido e letale fino a Vladivostok. Di qua, invece, le democrazie ed un’economia capitalista rivista attraverso il prisma del New Deal rooseveltiano. Eh sì: il ’29 quella volta non era passato invano. L’ordine internazionale di Potsdam e Yalta era doloroso, lo si chieda alla Germania, ma necessario e soprattutto funzionante. Ad esso faceva da specchio un nuovo assetto economico forgiato in una ex piantagione di schiavi neri ed in un albergone del New Hampshire.

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Harry Dexter White e John Maynard Keynes alla sessione inaugurale del Fondo Monetario Internazionale, nel 1946

La nuova alba di Bretton Woods

A Dumbarton Oaks, che sorge sul limitare di Georgetown a Washington, e a Bretton Woods, dove fu deciso di infilare 800 delegati sotto un unico tetto a far capire al mondo la grandezza d’America, si stabilirono nuove regole. Anzi, si stabilirono delle regole, ed era la prima volta nella storia dell’uomo. Uno sbarco sulla Luna.

Nel dettaglio: costituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, organismi internazionali destinati a concedere prestiti, il primo a breve scadenza e a carattere monetario, il secondo a lunga scadenza e allo scopo di incrementare la produttività. Set di norme stringenti per il commercio. Gabbia contro la fluttuazione dei cambi. Soprattutto era stato stabilito che l’economia mondiale è un bene comune, e comunemente va gestita. Non a caso, dal punto di vista internazionale, si gettavano contemporaneamente le fondamenta delle Nazioni Unite. Tutto si tiene.

Quell’ordine economico internazionale durò fino al 1970, quando Nixon sganciò il dollaro dalla convertibilità in oro e mandò tutto a carte e quarantotto. Intanto però il Pianeta aveva vissuto la piu’ ampia e generale espansione economica dai tempi del Giurassico. Torneremo a sorridere, come diceva Don Camillo guardando l’alluvione del Polesine? Presto per dirlo; accontentiamoci intanto della cronaca di oggi. E del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno: conferma la disponibilità politica ad allargare al massimo le maglie delle regole per consentire agli stati membri di utilizzare al massimo la leva della spesa.

“Presenterò una dichiarazione che espone una risposta politica coordinata dall’Unione europea che include iniziative per contenere e curare la malattia, sostegno di liquidità alle imprese, in particolare le Pmi e sostegno ai lavoratori e alle famiglie”, dice, e con queste parole indica il nuovo campo di battaglia. Perché la fase bellica è solo agli inizi, e quando si tratta di combattere non si puo’ pensare solo alle conseguenze politiche della pace. Bisogna realizzare un’economia di guerra, e non a caso il modello evocato da Ursula von der Leyen è proprio quello. Che il medium incaricatosi di evocare il fantasma sia di madrelingua tedesca non è affatto un caso.

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© RALF HIRSCHBERGER / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE

Ursula von der Leyen

Il ritorno della “Kriegswirtschaft”

Chiediamo scusa: dobbiamo usare dei nomi che fanno paura nella loro stridente sonorità. Il primo è Kriegswirtschaft, e vuol dire appunto economia di guerra. Chi ebbe l’intuizione? Il Reich guglielmino, fino ad allora liberista fino al midollo. Ma la Prima Guerra Mondiale andava male, la società tedesca non reggeva più lo sforzo bellico e la tenuta interna era allo stremo. Era il 1918. Lo Stato, per dirla marxianamente, assunse allora il controllo dei mezzi di produzione (in altre parole: il controllo delle fabbriche) e razionò insieme ai viveri anche le libertà imprenditoriali, creando una economia dirigistica volta al raggiungimento della vittoria finale. Che non arrivò.

La strada comunque era spianata, ed il tarlo dell’intervento del pubblico nella competizione tra attori economici ormai una rosicchiante realtà nelle teste più brillanti della nuova stagione che si apriva. Tanto che (secondo spaventevole termine) c’è chi sostiene che questo Kriegssozialismus, questo socialismo di guerra, sia sopravvissuto sotto mentite spoglie per quasi tutto il Novecento. Almeno fino alla supply-side economy di Ronald Reagan e questo permetterebbe di chiudere il cerchio.

Ma un arco di cerchio ancora deve essere disegnato sul foglio, perché la teoria economica contemporanea, a sentir parlare di economia di guerra, lancia l’altolà. Si sostiene, infatti, che l’economia dirigistica applicata a frangenti estremi come l’attuale porti ad un controllo più o meno forzoso sul risparmio privato, ad una contrazione della varietà della produzione, ad una compressione dei consumi interni. Infine, ad un ricorso eccessivo della spesa pubblica grazie all’immissione nel sistema di moneta stampata ad hoc. In altre parole: inflazione. È successo agli stessi americani, al tempo della guerra del Vietnam. Alla fine Nixon fece saltare il sistema di Bretton Woods. E davvero qui il cerchio si chiude.

Non sappiamo cosa sarà il nuovo ordine mondiale del futuro, ma del disordine attuale conosciamo bene una cosa: uscirne non sarà una passeggiata.

Coronavirus e mercati: Fed in emergenza, ma non è ora di vendere

16/03/2020       FinancialLounge

di Stefano Caratelli

Anche io credo sia la visione più corretta!

Le grandi case d’investimento concordano sul fatto che il virus abbia aperto una brutta parentesi per economie e mercati, ma non siamo di fronte a un’inversione storica. Intanto la Fed porta improvvisamente i tassi a vicini allo zero e annuncia acquisti di titoli per 700 miliardi di dollari

La Fed non aspetta e gioca d’attacco abbassando i tassi domenica notte a quasi zero e annunciando, in contemporanea, la riapertura del Quantitative easing per 700 miliardi di dollari di acquisti tra T-bond e mutui immobiliari per contrastare gli effetti della diffusione del virus sull’economia e sui mercati. L’annuncio assolutamente inedito è diretto ad ammortizzare l’impatto del virus con misure concertate con Bce e Bank of England, per facilitare l’afflusso di dollari nei rispettivi sistemi finanziari. Il taglio di 100 punti base porta i Fed Funds a 0-0,25%, un livello che il mercato si aspettava venisse raggiunto per l’arrivo dell’estate. Una mossa preventiva per aiutare l’economa a evitare la recessione e sostenere Wall Street reduce da 4 settimane di volatilità violenta. Ma esattamente dove siamo?

UNA PARENTESI CHE PUÒ ESSERE LUNGA E PROFONDA, NON INVERSIONE ‘STORICA’

Tutto indica che è una parentesi, che può essere lunga e profonda, ma non un’inversione ‘storica’ del trend di espansione dell’economia globale e del mercato Toro’ che corre da 11 anni. Può starci anche una recessione ‘tecnica’, vale a dire due trimestri consecutivi con il segno meno davanti al numero del PIL, probabile in Europa e possibile anche in USA. A Wall Stret l’indice S&P 500 ha chiuso settimana scorsa a 2.711 passando dal territorio correzione al territorio Orso, vale a dire una distanza superiore al 20% dai massimi di periodo, nonostante il balzo di quasi 2000 punti nel finale di venerdì, dopo che il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza da virus. Per passare dai record storici all’Orso, Wall Street ci ha messo appena 4 settimane. La correzione di quasi il 20% della seconda metà del 2018 aveva avuto bisogno di 16 settimane per dispiegarsi. Ma attenzione, passare dal Toro all’Orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Come la recessione tecnica, dentro la parentesi può starci anche un’incursione dell’Orso.

NIENTE A CHE VEDERE CON LA GRANDE CRISI, CHE MINAVA IL SISTEMA ALLA RADICE

Sul quadro delineato sopra convergono le analisi delle grandi case di investimento con cui Financialounge.com è costantemente in contatto, anche se ovviamente con sfumature diverse. E c’è consenso anche sul fatto che quello che sta succedendo in questo difficile passaggio tra inverno e primavera del 2020 non ha niente a che vedere con la Grande Crisi esplosa a settembre del 2008 con il crac di Lehman Brothers. Quella crisi impiegò oltre un anno per caricarsi e andò a minare le fondamenta del sistema finanziario, con le grandi banche e istituzioni americane che cadevano come birilli e venivano salvate da una regia audace del Tesoro USA e della Fed che misero sul piatto insieme a una strategia audace e efficace anche una montagna di dollari. L’onda d’urto arrivò in Europa con la stessa violenza ma incontrando minor capacità di reazione e fu poi ‘doppiata’ dal secondo tsunami, la crisi del debito sovrano e dell’euro aperta nel 2010 e sventata solo nel 2012 grazie alla leadership da grande condottiero romano di Mario Draghi.

I DATI MACRO RESTANO SOLIDI MA FOTOGRAFANO IL PASSATO, RECESSIONE TECNICA NON ESCLUSA

Qui la tenuta strutturale del mercato e del sistema finanziario non è in discussione. Il virus è un fattore esterno, come una catastrofe naturale, con la differenza rispetto a uno tsunami o a un terremoto di essere globale e non locale. Il tempo è il fattore chiave, non è una questione di se ma di quando. Se si tocca il picco rapidamente, i danni potrebbero essere limitati al primo trimestre, se ci mette più tempo, anche il secondo potrebbe soffrirne. Per misurare l’impatto sull’economia reale i dati servono a poco. Quelli reali disponibili sono ancora tutti relativi a febbraio. Infatti i modellini delle Fed di Atlanta e New York puntano a una crescita del PIL americano tra gennaio e marzo tra l’1,7% e il 3,1%. Alcune grandi banche americane invece danno per scontato il segno meno, con la possibilità che si replichi nel secondo. Ma il consensus è per una seconda metà dell’anno in recupero.

IL MERCATO PER NON SBAGLIARE ESAGERA SEMPRE, MA IL TREND NON È COMPROMESSO

A differenza dei dati macro, che arrivano sempre dopo, il mercato invece anticipa. E spesso, per non sbagliare, esagera. Ha probabilmente esagerato a gennaio, entrando di corsa nel 2020 a un passo insostenibile per 12 mesi, come scrivevamo il 3 febbraio quando il cigno nero del virus faceva la sua prima comparsa. E sta probabilmente esagerando ora, prezzando il peggior esito possibile della crisi, soprattutto sull’azionario. I tonfi dei listini si alternano a ‘prove di resilienza’, con il pendolo del sentiment che oscilla paurosamente tra ‘fear’, la paura del peggio, e ‘greed’ la paura di perdere il rimbalzo. La Cina sembra fuori dal tunnel, l’Europa c’è dentro fino al collo, l’America anche ma ha le risorse e la voglia di uscirne più rapidamente appena intravvede la luce in fondo. Il trend positivo di lungo periodo non sembra comunque compromesso, i grandi titoli tech americani che lo rappresentano hanno tenuto meglio, Apple è molto più vicina ai massimi che ai minimi dell’anno, Tesla nonostante i tonfi vale ancora più del doppio di quanto valeva solo 5 mesi fa.

BOTTOM LINE

Per chi è investito in azioni, vendere oggi vuol dire cedere al panico e doversi pentire amaramente in futuro. Per chi ha liquidità disponibile è un’occasione da usare però con cautela e discernimento, senza attese di ritorni immediati, ma con la ragionevole certezza di congratularsi con se stessi in futuro. Vale il consiglio che vale contro il virus. Stare a casa, con la possibilità di uscire per fare qualche acquisto mirato.

 

Riflessioni su eventi che si ripetono!

 Roma, 2/3/2020

Grafico elaborato da Raiffaissen Capital Management

Il grafico allegato, illustra l’andamento dello S&P 500 dal 2002 ad oggi, più o meno in tempo reale.
Notate come si è comportato il mercato azionario più grande del mondo in presenza di tutti i virus degli ultimi 20 anni. Raccomandate quindi agli investitori e clienti impauriti o nervosi (anche giustamente), che per una volta, bisognerebbe cercare di evitare di commettere i soliti errori di uscite precipitose ed anzi potrebbe dimostrarsi una ottima occasione di incremento.

 

 

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Coronavirus il Pil della Cina frenerà al 5% nel 2020, stima S&P

Corriere Economia  7 Febbraio 2020 di Fabrizio Massaro

 

Si iniziano a contare i primi effetti, seppure ancora prospettici

 

Coronavirus il Pil della Cina frenerà al 5% nel 2020, stima S&P

 

La crescita del Pil della Cina rallenterà al 5% nel 2020 a causa del coronavirus. Lo afferma S&P nel rapporto intitolato «Il coronavirus infligge un duro colpo temporaneo all’economia cinese». Secondo S&P «la maggior parte dell’impatto economico del coronavirus si farà sentire nel primo trimestre, e la ripresa della Cina sarà stabilmente avviata entro il terzo trimestre anno», sostiene Shaun Roache, capo economista dell’area Asia-Pacifico per S&P Global Ratings. La previsione del 5% per il 2020 si confronta con la precedente attesa di un incremento del 5,7% diffusa prima dell’epidemia. «Nonostante l’incertezza, la nostra ipotesi di base è che il virus sarà contenuto entro marzo 2020», precisa S&P nella nota. Allo stesso tempo, l’agenzia rivede al rialzo la sua stima sulle previsioni di crescita della Cina nel 2021, incorporando un probabile rimbalzo e portandole dal 5,6% al 6,4%.

Toyota: fabbriche ancora chiuse

L’economia cinese è di fatto ferma da un mese, tra pausa per il Capodanno e lo stop imposto dalle autorità alle imprese per evitare la diffusione del contagio. Fabbriche e uffici devono restare chiusi fino al 9 febbraio compreso ma diverse aziende prolungheranno la chiusura. La casa automobilistica giapponese Toyota per esempio ha annunciato venerdì 7 un rinvio di una settimana della ripresa della produzione dalle sue fabbriche in Cina. «Abbiamo deciso di mantenere la sospensione di tutte le fabbriche Toyota in Cina fino al 16 febbraio», ha detto un portavoce del gruppo all’agenzia Afp.

Lo scontro all’Opec+ sul taglio alla produzione di petrolio

Intanto le conseguenze della frenata cinese, a cominciare dal brusco stop all’acquisto di greggio, provocano divisioni tra i paesi produttori di petrolio. La Russia prenderà posizione su una possibile ulteriore riduzione della produzione di petrolio «nei prossimi giorni», ha detto il ministro russo dell’Energia Aleksandr Novak. Giovedì la Russia si è opposta alla raccomandazione del comitato tecnico di Opec+ — nella riunione straordinaria di Vienna — di tagliare la produzione di 600.000 barili in più al giorno per arrestare il calo dei prezzi causato dall’epidemia di coronavirus in Cina. «Vedremo come si svilupperà la situazione nei prossimi giorni», ha detto il ministro alle agenzie russe, senza specificare come la Russia renderà nota la sua posizione. Secondo le indiscrezioni, l’Arabia Saudita spingerebbe per un’ulteriore riduzione da 800.000 a 1 milione di barili al giorno e aveva proposto una soluzione di compromesso di 600.000 barili. Poiché all’interno dell’Opec+ ci vuole il consenso di tutti i partecipanti, l’incontro si è concluso senza risultati. «Vogliamo continuare le consultazioni per determinare le misure ottimali accettabili per tutti gli esportatori per regolare il mercato senza cambiamenti improvvisi che sarebbero dannosi per i produttori e i consumatori», ha poi spiegato il diplomatico russo Sergey Lavrov.

La Cina acquista più di due terzi del suo greggio dai paesi membri dell’Opec e dai loro alleati, in primo luogo l’Arabia Saudita, leader del cartello, seguita dalla Russia. Dopo aver perso quasi il 15% dall’inizio dell’anno, i prezzi del petrolio si erano leggermente ripresi in attesa delle decisioni dell’Opec+. Secondo alcuni analisti, la Russia è riluttante a tagliare ulteriormente la produzione soprattutto perché le sue compagnie petrolifere e il governo hanno bisogno di entrate. Il bilancio russo rimane fortemente dipendente dalle entrate petrolifere. Ma il nuovo governo sta mobilitando enormi risorse a favore di un importante piano di investimenti per rilanciare l’economia in difficoltà e raggiungere gli obiettivi del Presidente Putin prima della fine del suo mandato nel 2024.

 

Il 92% degli italiani ha la casa, ma solo il 6% ha meno di 35 anni

Corriere Economia 9 febbraio 2020 di Gino Pagliuca

L’esigenza del tetto sulla testa è oramai risolta per tutti, quello che occorre è risollevare le sorti del paese con l’industria e l’economia. Va favorito l’indirizzo del risparmio privato nell’economia reale. Ossia sviluppare, sorreggere ed ingrandire, tutto il sistema delle PMI sulle quali si regge la struttura produttiva italiana.

Il 92% degli italiani ha la casa, ma solo il 6% ha meno di 35 anni

La proprietà immobiliare italiana è diffusa e saldamente in mano ai privati. I numeri più recenti che confermano la peculiarità del mercato del mattone nazionale sono presenti nel rapporto Gli immobili in Italia 2019 redatto dall’Agenzia delle Entrate. Su 34.871.821 unità residenziali censite, ben 32.192.053 risultavano possedute da persone fisiche, con una quota pari al 92,3%.

I dati fiscali cui fanno riferimento le Entrate sono relativi alle dichiarazioni del 2016 ma sono da considerarsi assolutamente attendibili anche rispetto alla situazione attuale, anche perché negli ultimi anni la politica delle società immobiliari è stata quella di cedere gli immobili residenziali a chi ne frazionasse le proprietà.

Le abitazioni principali (le case in cui il proprietario ha la residenza fiscale) sono oltre 19,5 milioni, mentre il numero delle abitazioni locate, poco più di sei milioni, è quasi equivalente a quello delle unità immobiliari tenute a disposizione. Questi sono i dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi, resta il dubbio che non proprio tutti i contratti di locazione vengano dichiarati.

Il rapporto stima che il valore delle residenze possedute da persone fisiche ammonti a 5.211 miliardi di euro, cui vanno aggiunti altri 315 miliardi di euro per le pertinenze (principalmente si tratta di box auto). E’ un dato che però probabilmente andrebbe visto al ribasso di un buon 10%: a tanto ammonta infatti in media il calo dei valori registrato nell’ultimo triennio, anche se l’andamento dei prezzi non è stato omogeneo nel Paese. Il valore totale di immobili e pertinenze posseduto da persone fisiche e società è di 6000 miliardi di euro.

La regione con il maggior valore complessivo delle residenze è la Lombardia, con 822 miliardi di euro. La maggior parte dei 25,5 milioni di proprietari immobiliari ha come voce di reddito prevalente gli introiti da lavoro dipendente (10,7 milioni), ma i pensionati (10,3 milioni) seguono a ruota. Il reddito medio dichiarato è di 24.367 euro all’anno. Solo una minoranza (1,5 milioni) ricava le maggiori entrate dall’incasso dei canoni di locazione.

Un dato che dice molto sulla possibile evoluzione del mercato nei prossimi anni è quello relativo all’età dei proprietari: sono solo 1,5 milioni gli under 35, contro quasi 14 milioni di contribuenti tra 35 e 65 anni e 9,5 milioni ultra 65enni; siccome tutte le analisi più recenti di altra fonte concordano nel dire che la domanda di casa in acquisto da parte dei giovani resta molto debole (per mancanza di redditi stabili, soprattutto) è difficile ipotizzare che le compravendite di case possa crescere molto nei prossimi anni.