L’interazione tra azioni e Treasury statunitensi

Fondi & Sicav by Redazione 17/02/2021

C’è chi vede i pericoli ancora lontani

Ora che l’economia va riprendendosi e i titoli ciclici cominciano a sovraperformare, come interpretare il rapporto tra azioni e rendimenti dei Treasury USA? Colin Moore, global chief investment officer di Columbia Threadneedle Investments

Il recente rapido aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi ha causato nervosismo sui mercati azionari; per capire il significato di questi episodi di volatilità a breve termine dobbiamo volgere lo sguardo al quarto trimestre 2020. Durante questo periodo, sui mercati si è assistito al passaggio piuttosto repentino della leadership settoriale da specifiche società di prodotti e servizi orientate alla crescita ad aree cicliche che beneficiano del rilancio dell’attività economica più ampia, tra cui energia, industria, metalli ed estrazione mineraria.

All’inizio della pandemia la nostra tesi era che, una volta sviluppato un vaccino sicuro ed efficace, l’attività economica statunitense avrebbe probabilmente impiegato 10 trimestri per tornare ai livelli pre-Covid. Nel corso di tale periodo prevedevamo che il mercato avrebbe cominciato a guardare oltre la pandemia. I successivi sviluppi hanno confermato le nostre aspettative, anche se i tempi sono stati più brevi e il rimbalzo più pronunciato. Come da noi previsto, due importanti dinamiche hanno impresso slancio al mercato.

  • I settori ciclici hanno cominciato a sovraperformare le società con profili di crescita strutturale. Su scala globale, i mercati emergenti hanno superato quelli sviluppati, il che è generalmente espressione della fiducia degli investitori nel vigore dell’economia globale.
  • I rendimenti dei Treasury sono saliti in risposta ai timori che la ripresa dell’attività economica su base più ampia avrebbe generato rischi di un aumento dell’inflazione (che non necessariamente si concretizzerà). Ma come interpretare la relazione tra rendimenti e azioni?

Le nozioni di base ci dicono che il valore del mercato azionario viene stimato usando: a) utili/cash flow correnti; b) stime sulla crescita di tali utili/cash flow; c) un tasso privo di rischio impiegato per scontare i futuri utili al valore attuale; d) uno sconto per l’incertezza (noto come premio al rischio) che rappresenta la possibilità che le stime non si realizzino. Questo si applica in aggiunta al tasso privo di rischio.

Ipotizzando che le altre condizioni restino immutate, quanto più alto è il tasso privo di rischio e/o lo sconto per l’incertezza, tanto più il valore del mercato azionario dovrebbe scendere. Tuttavia, le altre condizioni non restano mai immutate, come abbiamo potuto constatare di recente. Verso fine 2020, con il graduale aumento della fiducia degli investitori circa il ritmo e i tempi della ripresa economica globale, lo sconto per l’incertezza è diminuito, facendo salire le quotazioni azionarie. I rendimenti dei Treasury statunitensi sono di conseguenza aumentati ma in misura inferiore al calo del tasso di incertezza implicito nel rialzo delle azioni.

È semplice spiegare il rapporto tra i parametri A, B, C e D illustrati sopra in termini aritmetici; tuttavia, come in ogni altro rapporto, anche in questo caso le emozioni giocano un ruolo importante, almeno nel breve periodo. Se si tende un elastico immaginario composto dai rendimenti decennali e dalle valutazioni azionarie, il rapporto tra un estremo e l’altro dell’elastico subisce una distorsione; il rapporto si riequilibra solo con un intervento.

Di conseguenza, i rendimenti sono schizzati verso l’alto per ripristinare il precedente equilibrio, indicando una maggiore fiducia nella ripresa economica. I settori e le regioni che trarranno maggiore vantaggio da questa ripresa continueranno probabilmente a registrare le migliori performance nel 2021, seguendo tuttavia una traiettoria disomogenea giacché il sentiment a breve risentirà degli alti e bassi della fiducia nei confronti della ripresa. Si tratta ancora una volta di dinamiche facilmente spiegabili in termini matematici, che divengono però molto più confuse nel momento in cui entra in gioco l’emotività degli investitori.

E l’inflazione?

Le opinioni sono pertanto piuttosto discordanti circa il futuro andamento dell’inflazione. Economisti e investitori esaminano spesso i rendimenti dei mercati finanziari alla luce dell’andamento della crescita e dell’inflazione. Durante periodi incerti sul fronte dell’inflazione è importante tenere presente che, se la crescita rimane superiore alla media, le azioni tendono a generare buone performance in periodi di inflazione sia superiore che inferiore alla media. Naturalmente, livelli di inflazione vertiginosamente alti o una deflazione particolarmente grave possono turbare un’economia e il rispettivo mercato azionario, ma al momento riteniamo tali scenari improbabili.

Una crescita economica vigorosa accompagnata da ulteriori interruzioni delle catene di produzione anche dopo i lockdown anti-Covid-19 potrebbe far aumentare l’inflazione. Le banche centrali potrebbero tuttavia decidere di guardare oltre tale fenomeno temporaneo e attendere l’emergere di trend strutturali. Queste incertezze sono aggravate dalle ansie legate alle valutazioni dei mercati azionari, vista l’entità dei rialzi dei listini dopo l’annuncio dello sviluppo di vaccini efficaci. Un’eventuale modesta correzione potrebbe avere effetti positivi perché porrebbe un freno alle aspettative elevate.

Sintesi

Continuo a ritenere che il rischio di ribasso sia limitato rispetto ai recenti guadagni. Il materializzarsi della ripresa economica globale nella seconda metà del 2021 riequilibrerà il rapporto tra le aspettative degli investitori e gli effettivi sviluppi.

 

Perché le piccole correzioni possono essere positive per l’azionario

FINANCIAL LOUNGE  L’analisi

di Virgilio Chelli 18 Marzo 2021

Niente di nuovo sul fronte Occidentale!

 

Columbia Threadneedle analizza il rapporto non facile tra azionario e rendimento dei Treasury per concludere che i rischi al ribasso sono limitati

 

Il rischio di ribasso dei mercati azionari resta limitato rispetto ai recenti guadagni, perché il materializzarsi della ripresa globale nella seconda metà del 2021 riequilibrerà il rapporto tra le aspettative degli investitori e gli effettivi sviluppi di economie e mercati. Una crescita vigorosa accompagnata da ulteriori interruzioni delle catene di produzione anche dopo i lockdown potrebbe far aumentare l’inflazione. Ma le banche centrali dovrebbero guardare oltre un fenomeno temporaneo e attendere l’emergere di trend strutturali. Le incertezze sono aggravate dalle ansie sulle valutazioni dei mercati azionari, vista l’entità dei rialzi dopo l’arrivo di vaccini efficaci. Ma un’eventuale modesta correzione potrebbe avere effetti positivi perché frenerebbe aspettative troppo elevate.

VOLATILITÀ DI BREVE TERMINE

Colin Moore, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments interpreta il rapporto tra azioni e i Treasury USA osservando che il recente rapido aumento dei rendimenti ha causato nervosismo sui mercati azionari determinando episodi di volatilità di breve termine che hanno le radici nel quarto trimestre 2020. Sui mercati si è assistito infatti al passaggio piuttosto repentino della leadership settoriale da specifiche società di prodotti e servizi orientate alla crescita ad aree cicliche che beneficiano del rilancio più ampio dell’economa, favorendo energia, industria, metalli e minerari.

RIMBALZO PIÙ VELOCE E PRONUNCIATO

All’inizio della pandemia, Columbia prevedeva che, una volta sviluppato un vaccino efficace, l’economia USA avrebbe probabilmente impiegato 10 trimestri per tornare ai livelli pre-Covid e che il mercato avrebbe cominciato a guardare oltre la crisi. Le aspettative sono state confermate, ma i tempi sono stati più brevi e il rimbalzo più pronunciato, spinto da due importanti dinamiche. I settori ciclici hanno cominciato a sovraperformare e su scala globale i mercati emergenti hanno superato quelli sviluppati, indicando fiducia degli investitori nel vigore dell’economia. In risposta ai rischi collegati di ritorno dell’inflazione i rendimenti dei Treasury sono saliti. Moore ricorda che il valore delle azioni viene stimato usando utili e cash flow correnti, le stime sulla crescita di questi indicatori, e un tasso privo di rischio impiegato per scontare i futuri utili al valore attuale, applicando uno sconto per l’incertezza, noto come premio al rischio, che rappresenta la possibilità che le stime non si realizzino. Quanto più alto è il tasso privo di rischio e/o lo sconto per l’incertezza, tanto più il valore del mercato azionario dovrebbe scendere.

L’ELASTICO TESO TRA AZIONI E TREASURY

Ma, osserva Moore, verso fine 2020, con il graduale aumento della fiducia degli investitori su ritmo e tempi della ripresa globale, lo sconto per l’incertezza è diminuito, facendo salire le quotazioni azionarie, mentre anche i rendimenti dei Treasury sono aumentati, ma in misura inferiore al calo del tasso di incertezza implicito nel rialzo delle azioni. Come in ogni altro rapporto, anche in questo caso le emozioni giocano un ruolo importante, almeno nel breve. Se si tende un elastico immaginario fatto di rendimenti decennali e valutazioni azionarie, esemplifica Moore, il rapporto tra un estremo e l’altro subisce una distorsione, e il rapporto si riequilibra solo con un intervento.

RIPRISTINATO L’EQUILIBRIO PRECEDENTE

L’intervento è consistito nel balzo dei rendimenti verso l’alto per ripristinare il precedente equilibrio, indicando una maggior fiducia nella ripresa economica, prosegue la spiegazione di Moore, e così i settori e le regioni che trarranno maggior vantaggio dalla ripresa continueranno probabilmente a segnare le migliori performance nel 2021, ma in una traiettoria disomogenea che risentirà degli alti e bassi della fiducia nella ripresa. Restano le incertezze sul futuro andamento dell’inflazione.

SCENARI ESTREMI IMPROBABILI

Moore sottolinea che in periodi incerti sul fronte dell’inflazione è importante tener presente che, se la crescita rimane superiore alla media, le azioni tendono a generare buone performance in periodi di inflazione sia superiore che inferiore alla media. Naturalmente, conclude l’esperto di Columbia, livelli di inflazione vertiginosamente alti o una deflazione particolarmente grave possono turbare un’economia e il rispettivo mercato azionario, ma al momento non sembrano scenari improbabili.

Brasile, Messico, Sud Africa: quali prospettive per il 2021?

di Giulia Bacelle

Nel bene o nel male sono gli EM il volano per il futuro!

Il 2021 sarà un anno in crescita per tutti e 27 i mercati emergenti, ma ogni paese seguirà direzioni diverse. Ecco le prospettive di Goldman Sachs Asset Management per Brasile, Messico, Sud Africa, Russia ed Arabia Saudita

Anno tumultuoso, anno fruttuoso: è stato così il 2020 dei mercati emergenti. “Nonostante gli alti e bassi registrati nel corso dell’anno, l’indice MSCI Emerging Markets (EM) ha concluso il 2020 con rendimenti totali cresciuti di circa il 18%, superando i mercati sviluppati, con performance più basse di circa due punti percentuali”, spiegano gli esperti di Goldman Sachs Asset Management. Anche i dati registrati nel 2021 sembrano allinearsi alla crescita: “nonostante l’oscillazione di fine febbraio, gli EM hanno registrato rendimenti intorno al 4% da inizio anno, ancora una volta superando i mercati sviluppati”.

Ma come hanno reagito i paesi emergenti allo shock della pandemia? E quali le loro prospettive per il 2021? Sebbene per tutti e 27 i mercati emergenti siano attese prospettive positive per l’anno in corso (per la prima volta dalla crisi finanziaria), la crescita seguirà percorsi diversi. Ecco cinque esempi.

Brasile, il caro prezzo della pandemia

Dopo due anni forti, nel 2020 il Brasile ha sottoperformato significativamente, con rendimenti intorno al -19%. Il paese è infatti stato colpito violentemente dall’ondata pandemica, raggiungendo le oltre 260 mila vittime (il secondo dato più alto a livello globale). Tuttavia, “il tasso di risparmio è ai livelli massimi dal 2013: se i piani di ripresa collegati agli ingenti pacchetti di stimolo avessero successo, i consumi potrebbero incrementare fortemente a causa della domanda repressa”, spiegano da GSAM.

Quali implicazioni per gli investimenti? Attenzione a temi strutturali come i cambiamenti demografici, ma anche all’healthcare e al comparto assicurativo. Anche le borse valori sono un modello di business storicamente interessante, spiega GSAM, “per la loro struttura a monopolio, il modello di business con strutture semplificate rispetto al valore delle operazioni generato e la capacità di generare flussi di cassa”. Anche “le aziende orientate ai consumatoribeneficeranno della ripresa dei consumi, così come le imprese tecnologiche di alta qualità con un’offerta ad alto contenuto di innovazione”.

Messico, ancora un passo indietro

Il Messico è rimasto indietro rispetto ai mercati emergenti, con rendimenti a fine 2020 attestati al -2%. “Mentre il Pil del paese si è contratto nell’ultimo anno, i dati relativi alla manifattura hanno mostrato segni di ripresa nel terzo e quarto quadrimestre. Sebbene non ci aspettiamo stimoli fiscali significativi nel 2021, il Messico è uno dei paesi in cui saranno possibili ulteriori politiche monetarie espansive”. Nel frattempo, il governo di Andres Manuel Lopez Obrador sta spingendo la cosiddetta “Quarta trasformazione” dello stato messicano: maggiori consumi, minore incidenza di policy guidate dal mercato e ritrovata centralità del ruolo statale nell’economia.

Quali implicazioni per gli investimenti?“Anche se le valutazioni appaiono storicamente ragionevoli, il paese sta ancora scambiando ad un premio significativo. Per questo fatichiamo ad individuare molte aziende che appaiono attrattive in quanto a livello di rischio rispetto ai loro competitor in altri EM”, puntualizzano da GSAM. “Rimaniamo cauti e, nel frattempo, ci esponiamo verso imprese di servizi finanziari e ad altre rivolte ai consumatori, con focus su segmenti specifici del mercato e alte barriere all’ingresso”.

Sud Africa, il migliore della classe

Il Sud Africa ha sovraperformato i restanti mercati emergenti per il quarto anno di fila, con rendimenti al 2020 al -4%. L’impatto del virus è stato significativo (temuta è la variante locale). “Anche se il presidente Ramaphosa gode di un ampio supporto, gli investitori stanno ancora attendendo alcune ambiziose riforme, e il downgrade del rating sovrano ha inciso significativamente. Inoltre, lo Stato sta ricoprendo un ruolo sempre più centrale in alcune industrie chiave, ad esempio quella estrattiva”, spiegano da GSAM.

Quali implicazioni per gli investimenti?Rispetto ad altri EM, “i mercati e le società di gestione sudafricane sono più efficienti: questo rende difficile individuare opportunità con interessanti potenziali di re-rating. Anche qui, siamo positivi su imprese orientate ai consumi e sul settore finanziario”.

Russia, attenzione alle sanzioni

Con rendimenti al -12% nel 2020, la Russia nell’ultimo anno ha sofferto due forti contraccolpi: le restrizioni dovute al lockdown e il crollo nel prezzo del petrolio. “Nel 2021 ci aspettiamo una ripresa nei prezzi delle materie prime, che aumenterà l’attività economica e la spesa. Ma attenzione alle sanzioni politiche”.

Quali implicazioni per gli investimenti?“La forte influenza dello stato e una governance debole restano una sfida per gli investitori. Tuttavia, vi sono segni di miglioramento in alcune industrie, specie nel settore finanziario e nell’energetico”.

Arabia Saudita, c’è altro oltre all’oro nero

Calma piatta per l’Arabia Saudita nel 2020. La forte esposizione del paese ai settori energetico e finanziario ha pesato nei rendimenti, mentre i servizi di comunicazione, le materie prime e i beni di base hanno mediato il contraccolpo. Un catalist di crescita nel futuro sarà la continua normalizzazione nei prezzi del crude, ma anche le riforme sociali ed economiche (per diminuire la dipendenza del paese dal petrolio) attireranno l’attenzione degli investitori.

Quali implicazioni per gli investimenti?“Così come per la Russia, la forte influenza dello stato, la governance debole e le valutazioni stressate in seguito all’ingresso dell’MSCI nell’indice rimangono delle sfide. Stiamo individuando opportunità tra alcuni leader del settore bancario retail”.

 

Reddito fisso, che succede se torna l’inflazione

17/03/2021  Focus risparmino di Alessio Trappolini

3,30 min

Sembrerebbe un processo ancora lungo…..ma inesorabile

Le aspettative d’inflazione crescono: rischio o opportunità? Con rendimenti in risalita si può pensare di ridurre il peso dell’azionario. Ecco come si muovono gli esperti

Lorenzo Pagani, responsabile del team di gestione dei portafogli governativi europei di Pimco
Lorenzo Pagani, responsabile del team di gestione dei portafogli governativi europei di Pimco

L’approvazione del pacchetto di stimoli fiscali da 1.900 miliardi di dollari negli Stati Uniti rende più concreto lo scenario reflazionistico prospettato da più parti fin dall’inizio dell’anno.

Lo conferma la survey condotta da Bank of America fra i fund manager che vede, per la prima volta da un anno a questa parte, l’inflazione farsi largo fra i principali rischi monitorati dalle case di gestione nel 2021.

Uno scenario come questo complica la vita dei gestori di reddito fisso (se i rendimenti delle obbligazioni salgono i prezzi scendono, ndr) e li spinge a diversificare le strategie guardando alle scadenze più brevi, agli emittenti di più bassa qualità e verso l’universo delle obbligazioni indicizzate all’inflazione.

“Le obbligazioni indicizzate all’inflazione presentano un insieme unico di caratteristiche di rendimento, rischio e correlazione che differiscono dalle obbligazioni convenzionali. I portafogli pertanto possono beneficiare della maggiore diversificazione che deriva da una combinazione di obbligazioni nominali e indicizzate all’inflazione migliorando così il profilo di rischio/rendimento”, spiega Lorenzo Pagani, responsabile del team di gestione dei portafogli governativi europei di Pimco.

I migliori gestori Reddito fisso globale a 12 mesi

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Fra i gestori che negli ultimi 12 mesi hanno navigato meglio lo scenario descritto sopra troviamo infatti strategie basate su un approccio opportunistico ma che sottintendono un lavoro di gestione attiva molto meticoloso. Gli indicatori aggiustati per il rischio, infatti, sono mediamente alti per la selezione.

Prendendo come esempio l’indice dei prezzi al consumo dell’area Euro, il tasso implicito dell’inflazione di pareggio a cinque anni su un orizzonte quinquennale (5y5y) basato sul mercato degli swap sull’inflazione attualmente si colloca intorno all’1,4%, il che significa che il mercato prevede che fra il 2026 e il 2031 l’inflazione media sarà di 60 punti base inferiore all’obiettivo d’inflazione della Bce.

“Anche senza che gli investitori prendano posizione sulla direzione dell’inflazione futura, la probabilità di maggiore volatilità dei prezzi introdotta dal poderoso quantitative easing della banca centrale dovrebbe aumentare il valore di convessità delle obbligazioni indicizzate all’inflazione in ragione dell’opzione incorporata”, sostiene Pagani.

Un altro rischio che vale la pena di considerare è la scarsità dell’offerta di obbligazioni indicizzate all’inflazione. “Le emissioni di questi titoli sono infatti molto inferiori a quelle dei titoli sovrani nominali e i governi potrebbero ridurle ulteriormente se cominciassero a preoccuparsi dell’inflazione. Il rischio in sostanza è che dopo che l’inflazione ha rialzato la testa tende a essere molto più difficile coprirsi rispetto ad essa”, chiosa il fund manager di Pimco.

Rendimenti, focus sul 2%
 Ulrich Kaffarnik, board member e capital market strategist di DJE Kapital
Ulrich Kaffarnik, board member e capital market strategist di DJE Kapital

Nel suo sondaggio mensile relativo a marzo 2021, BofA rileva che 2-2,5% è il range del rendimento decennale Usa sopra il quale i fund manager si aspettano una possibile correzione delle Borse.

“Con un rendimento di circa il 2% gli investitori possono iniziare a pensare di ridurre il peso delle azioni e tornare al reddito fisso”, sostiene Ulrich Kaffarnik, board member e capital market strategist di DJE Kapital.

Per ora il 2% è lontano – il rendimento dei Treasuries si attesta intorno all’1,4% dopo un record a 1,6 all’inizio dell’anno.

 

 

Analisi : Non dateci troppi soldi: perché le banche lottano contro i grandi conti correnti

19/3/2021 Il Sole 24 Ore di Moyra Longo.    3 Min. lett.

Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore

 

Chi è causa del proprio male pianga se stesso! Ossia partendo da Banca Etruria…….la mancanza di trasparenza, presenta il conto!

La guerra al denaro improduttivo parte proprio dalle banche, che dopo decenni si trovano costrette ad spingere le abitudini dei propri clienti all’opposto di quanto fatto fino ad ora.

Sono le stesse banche infatti che, si trovano tra l’incudine ed il martello. Da un lato, vittime di una offerta zoppa, su titoli obbligazionari da loro emessi e poco appetibili per via dei bassissimi tassi, dall’altro da esigenze di bilancio che obbligano a coprire i propri ingenti costi fissi. Si trovano così costrette a spingere la loro clientela ad investire i risparmi depositati. Ma questo senza aver fornito la necessaria educazione finanziaria e senza condividere a fondo gli aspetti legati agli investimenti proposti.

Non è colpa del cliente se non si fida troppo!

Fineco minaccia di chiudere il conto a chi ha più di 100mila euro senza investirli, mentre Bper, UniCredit, Bnl e altri “tassano” le imprese con grandi giacenze. Ecco perché i super-conti diventano un problema per le banche

Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore

«Non datemi troppi soldi!» Credevamo di averle viste tutte. Ma nell’era del Covid, dei tassi sotto zero e del record di depositi, alcune banche hanno avviato una battaglia che non avrebbero mai creduto di dover combattere: quella contro l’eccesso di liquidità sui conti correnti. C’è chi minaccia di chiudere il conto ai clienti che tengono più di 100mila euro senza fare investimenti, c’è chi impone nuove commissioni sulle grandi giacenze delle imprese, chi invece cerca di usare la persuasione e di prendere i clienti per le buone. Con varie sfumature di grigio, a seconda dei modelli di business e della clientela, varie banche hanno deciso di dichiarare guerra all’eccesso di soldi sui conti correnti. Perché quella che è sempre stata la loro primaria fonte di raccolta è diventata un costo nell’era dei tassi negativi. Per loro. E per i risparmiatori.

Investite o vi chiudiamo il conto

Il caso più eclatante è quello di Fineco Bank. In questi giorni ha spedito una lettera ai clienti per informarli di una novità. D’ora in avanti la banca avrà la facoltà di chiudere un conto corrente, con un preavviso, se sussistono tre condizioni: sul conto ci devono essere più di 100mila euro, il cliente non deve avere alcuna forma di finanziamento e non deve avere nessun tipo di investimento. Come dire: caro cliente, o investi i tuoi soldi oppure noi ti chiudiamo il super-conto. Fineco assicura che non sarà brutale e non farà nulla senza avere prima avvisato gli interessati (che comunque sono solo qualche migliaio): l’obiettivo – spiegano dalla banca – non è di chiudere i conti ma di indurre i risparmiatori a investire. In ogni caso un tabù è stato infranto.

Troppa liquidità? Arriva la super commissione

Misure meno drastiche, e solo indirizzate alle imprese, sono state prese da altre banche. Per disincentivare giacenze over-size, Bper Banca dal 5 febbraio 2021 sui conti correnti di nuova apertura superiori ai 100mila euro applicherà una nuovissima «commissione di liquidità rilevante». Novità che riguarda – bene inteso – solo i clienti «non consumatori»: partite iva e imprese. UniCredit fa più o meno la stessa cosa per i nuovi conti aperti dopo il primo marzo 2021 dalle imprese: oltre i 100mila euro applicherà una «commissione di giacenza». Soglie più alte per Bnl: l’istituto addebita un costo di mille euro al trimestre per i conti delle imprese che hanno una giacenza media superiore al milione. Banco Bpm non si è ancora mossa, ma ci sta pensando: «Per quanto riguarda il mondo delle imprese – spiegano dall’istituto -, la banca sta valutando la possibilità che vengano applicate delle commissioni proporzionate alle giacenze».

Per la clientela retail, invece, l’orientamento comune (escludendo Fineco) è di giocare solo sulla persuasione. Bnl la chiama «gestione attiva della clientela»: proporre soluzioni più remunerative rispetto al conto corrente. UniCredit dice di voler offrire «ai clienti, retail e imprese, soluzioni alternative ai depositi come ad esempio investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance in territorio positivo». Idem Banco Bpm: «La banca è attenta nel proporre ai clienti soluzioni di investimento ed accumulo, in particolare di risparmio gestito».

Il paradosso dei depositi

Il punto è che i 1.745 miliardi di euro oggi depositati nelle banche da famiglie e imprese italiane (record storico, con un aumento di quasi 200 miliardi in un anno) sono diventati un problema. Sembra paradossale, ma è così. Per le banche innanzitutto. Lo spiega bene Fineco nella sua lettera: a causa dei tassi di mercato negativi, un conto di 100mila euro costa alla banca per la gestione della liquidità 24,5 euro al trimestre in più rispetto a fine 2019. Dato che in Italia non è possibile applicare tassi negativi sui conti correnti (cosa invece che hanno fatto altri Paesi europei), alcune banche si stanno dunque ingegnando con metodi alternativi per cercare di evitare questo costo.

Del resto anche per il cliente tenere troppi soldi depositati a tasso zero non è un grande affare: è vero che in tempi di Covid l’incertezza è forte e che i mercati finanziari hanno una rischiosità ben maggiore, ma è anche vero che troppi soldi sul conto non fanno altro che essere erosi da un’inflazione che – secondo le previsioni – inizierà ad arrivare. Un ragionamento, anche dal loro punto di vista, è dunque utile farlo.

 

Il club dell’1% dei più ricchi? In Italia si entra con 1,15 milioni di euro

25/02/2021 L’Economia del Corriere della Sera di Stefano Agnoli.

Fosse così basterebbe aver ereditato un bell’appartamento a Roma, Milano o Portofino per entrare nel club dell’1% dei più ricchi del paese, a mio parere il metro per valutare la ricchezza e quindi avere il pensiero di mantenerla, è ben altro!

Il club dell'1% dei più ricchi? In Italia si entra con 1,15 milioni di euro

Quanto bisogna essere ricchi per entrare nel club dell’1% dei più ricchi di un Paese? Dipende, ovviamente, dal Paese di riferimento. Per un monegasco (nel senso di residente nel Principato di Monaco) servirebbe un patrimonio di quasi 8 milioni di dollari, un po’ più di 6,5 milioni di euro al cambio attuale. Per un russo la quota sarebbe molto più bassa, 400mila dollari (330mila euro). Per un italiano, così come per uno spagnolo, sarebbero sufficienti 1,4 milioni di dollari, cioè 1,15 milioni di euro. Tanto o poco, ma sempre molto meno di uno svizzero o di un cittadino Usa, che per potersi dichiarare «affluent» avrebbero bisogno rispettivamente di 5,1 e di 4,4 milioni di dollari (4,2 e 3,6 milioni di euro rispettivamente). O di un residente di Singapore, dove per emergere servono 2,9 milioni di dollari (2,39 milioni di euro).

La classifica, riportata da Bloomberg sulla base di uno studio del broker immobiliare Knight Frank, dipende ovviamente da tanti fattori, non ultimo quello del carico fiscale del Paese di riferimento. A Monaco e in Svizzera, ad esempio, le tasse sul reddito sono spesso assai basse o del tutto assenti. In Italia, secondo i numeri del ministero dell’Economia relativi alle dichiarazioni 2019, l’1,2% dei contribuenti ha dichiarato un reddito superiore ai 100mila euro (ma, ovviamente, un conto è il reddito e un altro il patrimonio).

Non bisogna poi trascurare l’effetto causato, in entrambe le direzioni, dalla pandemia. Nello studio si mette in evidenza che la soglia di ingresso nell’1% più ricco a Monaco è almeno 400 volte più grande di quella del Kenya (è l’ultimo Paese sui 30 presi in esame), un Paese che a causa della crisi ha registrato due milioni di nuovi poveri in più, secondo le stime della Banca Mondiale. Mentre l’indice dei miliardari stilato da Bloomberg ha mostrato che lo scorso anno il gruppo dei 500 uomini più ricchi del mondo ha aggiunto 1.800 miliardi di dollari al proprio patrimonio, con Elon Musk e Jeff Bezos sopra tutti.

Malgrado la crescita poderosa delle economie asiatiche, Cina in testa, i milionari restano abbondantemente più numerosi negli Stati Uniti, dove secondo lo stesso studio sono più di 180mila coloro che possono vantare una ricchezza superiore ai 30 milioni di dollari. Pechino è seconda, ma distanziata con circa 70mila ipermilionari (in Giappone sono 15 mila circa). Ottima anche la performance della ricchezza europea: 25 mila in Germania, 15 e 16 mila in Francia e Regno Unito, 10.400 in Italia e 7.600 in Svizzera, più o meno come in Canada e in Russia.

La paura di tutti questi «happy few», nel post-pandemia, è una sola: le tasse. Ovvero che per rientrare dei debiti i governi facciano un pensierino proprio ai grandi patrimoni.

 

 

Sale la marea del debito globale: oggi vale quasi quattro volte il Pil

24 Novembre 2020  Il sole 24 Ore

di Vito Lops

Di fronte a tanto rischio implicito dei Bond Governativi mi chiedo se per un normale investitore non sarebbe ora di aprire gli occhi e destinare buona parte dei suoi investimenti all’azionario (ovvero la componente tradizionalmente destinata a creare ricchezza)?

A settembre nuovo record pubblico-privato: 272mila miliardi $, pari al 365% del valore aggiunto 2020. La corsa alle politiche anti pandemiche ha aumentato di 11mila miliardi l’esposizione degli Stati

Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore
Illustrazione di Maria Limongelli/Il Sole 24 Ore

La pandemia ha sommerso il mondo in un mare di debiti. Non che la situazione fosse del tutto sotto controllo prima dello scorso marzo ma le misure d’urgenza intraprese dai governi per contrastare gli effetti della pandemia sull’economia reale hanno esasperato il quadro: tanto che il 2020 si dovrebbe chiudere con un debito pubblico globale superiore al Prodotto interno lordo, più di quanto non fosse alla fine della Seconda guerra mondiale.

Il Fondo monetario internazionale (che stima una contrazione del Pil del 4,4% per quest’anno e un rimbalzo del 5,2% nel 2021) indica che le politiche fiscali sono state potenziate di 11mila miliardi di dollari e questo porterà il debito a sorpassare il Pil, tanto da sbilanciare il rapporto al 101,5%. Il conteggio dei Paesi che hanno visto nel frattempo balzare l’indebitamento governativo oltre i livelli del proprio prodotto interno lordo è salito a 30.

Lo scorso anno, tanto per avere un paragone evidente, l’elenco dei Paesi “spendaccioni” si fermava a 19. A parte il Giappone – che da tanti anni fa storia a sé con l’esperimento di una politica fiscale ed economica ormai non più distinte e che guida questa classica con un debito fiscale pari al 266% del Pil – stanno peggiorando le cifre della Grecia (balzata al 205%) e dell’Italia (161%), medaglia di bronzo in questa non certo meritoria classifica.

Segue il Portogallo (137%) ormai tallonato a ruota dagli Stati Uniti che in attesa di approvare il nuovo piano di stimoli di almeno 2mila miliardi di dollari hanno visto nel frattempo decollare il rapporto al 131% (rispetto al 108% del 2019). Ragionando per aree geografiche c’è un altro dato che balza subito all’occhio: il debito/Pil del Paesi del G7 è decollato dal 118% al 141%, quello dell’area euro dall’84% al 101% (in attesa del Recovery plan) mentre resta sotto controllo quello dei Paesi emergenti (dal 52% al 64%).

Il debito aggregato

Osservare però gli effetti della pandemia solo con la lente di ingrandimento del debito pubblico sarebbe parziale. Andando più in profondità e allargandoci al debito aggregato – che include quindi anche quello delle famiglie e delle imprese – emerge un quadro ancor più complicato. Secondo i calcoli dell’Iif (Institute of international finance) aggiornati al terzo trimestre dell’anno, il debito globale è aumentato nei primi 9 nove mesi del 2020 di 15mila miliardi di dollari, raggiungendo la cifra record di 272mila miliardi, corrispondenti al 365% del Pil atteso a fine anno. Più consistenti gli effetti nei Paesi sviluppati il cui debito cumulato dei tre grandi attori in campo (Stati, famiglie e imprese) ha raggiunto il 432% del Pil, 50 punti percentuali in più rispetto al pre-Covid.

La mina dei Paesi emergenti

I Paesi emergenti – che come visto hanno un debito pubblico sotto controllo – balzano in area 248% (rispetto al precedente 222%) includendo la cifra del debito privato. Su questo fronte preoccupa la crescita del debito in dollari, salita a 76mila miliardi, che rende vulnerabile questa area geografica in caso di aumento dei tassi di interesse Usa e del dollaro. Ipotesi non da escludere dato che dall’ultimo sondaggio sui gestori condotto da BofA il 73% dei partecipanti si aspetta nel 2021 un irripidimento della curva dei tassi Usa, fino a un balzo di 100 punti base dei rendimenti a 10 anni.

La nuova normalità

La grande domanda a questo punto è se i governi, di concerto o meno con le banche centrali, riusciranno mai a ritornare indietro. I Paesi riusciranno a ridimensionare politiche fiscali e politiche monetarie su livelli più consoni a quella che un tempo non molto lontano – prima del crack Lehman del 2008 per intenderci – definivamo normalità? Secondo il capo economista del Fmi, Gita Gopinath e Victor Gaspar, responsabile del Fiscal Monitor del Fmi, gli Stati dovrebbero pensarci due volte prima di riprendere a tagliare la spesa perché c’è il serio rischio di stroncare sul nascere la ripartenza economica. È chiaro che ci troviamo in un territorio inesplorato, per certi versi persino fuori dai manuali della dottrina economica, se consideriamo tanto l’ammontare monstre del debito aggregato quanto i bilanci delle banche centrali, mai così gonfi di titoli. Basti pensare che la Bce detiene titoli per quasi 7mila miliardi di euro, ovvero il 64% del Pil della propria area di competenza. Segue la Fed con 7.000 miliardi di dollari (poco meno di 6mila mld in euro), equivalenti al 32% del Pil Usa.

Il ping pong tra politiche fiscali e politiche monetarie consente ai mercati finanziari di galleggiare su questa enorme liquidità. E non è un caso se, nonostante il crollo del Pil nel 2020, le Borse abbiano superato il valore di tutti i tempi (95mila miliardi di dollari). Così come non è un caso che il valore dei bond globali abbia oltrepassato per la prima volta nella storia il livello di 60mila miliardi di dollari. L’enorme leva finanziaria su cui si regge oggi l’economia globale non solo rimanda al futuro i problemi dell’oggi. Ma crea sin da subito un potente e dannoso effetto collaterale: i tassi ultrabassi delle banche centrali rendono il sistema meno efficiente nel suo complesso perché mantengono in vita tutti i debitori fragili i quali, avendo meno preoccupazioni per il rimborso dei loro debiti, possono permettersi di conservare la loro struttura inefficiente svantaggiando le imprese sane e alterando la naturale competitività del mercato.

 

Crollano i tassi all’asta BTp. Per la prima volta cedola zero sui titoli triennali

13 Ottobre 2020

Il Sole 24 Ore di Andrea Franceschi.

Crollano i tassi all'asta BTp. Per la prima volta cedola zero sui titoli triennali - Il Sole 24 ORE

Le domande che dovete porvi sono : l’Italia merita un merito creditizio per pagare 0% su titoli a tre anni di nuova emissione ? Valgono davvero così poco i vostri sudati risparmi ? Qual’è l’effettivo rischio nel comprare BTP ? Una volta risposto a queste, non rimane che la diversificazione nei fondi e nelle altri asset di investimenti

Il momento per il Tesoro è particolarmente propizio considerando il recente rally dei BTp i cui rendimenti nell’ultimo mese sono scesi dall’1 al 0,66 % sui dieci anni.

Si riduce ancora il costo di rifinanziamento del debito pubblico. All’indomani di una seduta che ha visto i rendimenti a 10 e 30 anni toccare nuovi minimi storici il Tesoro ha messo a segno un collocamento di nuovi titoli a 3, 7 e 30 anni il cui costo è stato il più basso mai registrato finora.

Cedola azzerata

Per la prima volta la cedola dei BTp triennali offerti in asta è stata azzerata e il Tesoro ne ha collocati per un controvalore di 3,75 a fronte di una domanda che ha superato i 5,24 miliardi di euro. Molto solida anche la domanda per i BTp a 7 anni (3,95 miliardi a fronte di 2,25 miliardi collocati). Anche in questo caso il costo di rifinanziamento si è fortemente ridotto passando dallo 0,75% allo 0,34 per cento. Minimi storici anche per il rendimento dei nuovi BTp a 30 anni collocati per un controvalore di 1,5 miliardi ad un rendimento medio dell’1,48 per cento.

Il momento per il Tesoro è particolarmente propizio considerando il recente rally dei BTp i cui rendimenti nell’ultimo mese sono scesi dall’1 al 0,66 per cento sulla scadenza decennale con lo spread sui Bund tedeschi ritornato ai livelli pre-Covid. Il peggioramento delle prospettive di crescita dell’economia correlato alla seconda ondata di contagi ha paradossalmente favorito il rally dei BTp e dei titoli degli altri Paesi periferici perché ha alimentato la speculazione su una nuova tornata di stimoli monetari da parte della Banca centrale europea.

 

BlueBay: probabile temporale in arrivo, ma il ballo dei mercati continua

11 Ottobre 2020

Financial Lounge di Virginio Chelli

Il CIO Mark Dowding sottolinea che la propensione al rischio resta intatta nonostante l’avvicinarsi delle elezioni USA, a cui i mercati sembrano indifferenti, anche perché con Biden arriverebbero molti stimoli

Sembrerebbe che la volontà di contrapporsi alle ripercussioni sia più forte delle cause degli eventi stessi

Dopo una settimana turbolenta della politica USA con Biden in netto vantaggio nei sondaggi e Trump indietro, sembra che il momentum si stia muovendo in direzione avversa al Partito Repubblicano e che una non-vittoria di Biden dipenda ormai solo dallo stesso candidato Dem. In questo contesto, gli asset finanziari sono stati relativamente calmi anche con Trump in ospedale, e sembra che gli investitori stiano iniziando a guardare oltre le elezioni verso un vaccino e una traiettoria di crescita più positiva nel 2021, con le banche centrali che continueranno con le loro politiche monetarie ultra-accomodanti a livello globale.

PROBABILE TEMPORALE IN ARRIVO

È la valutazione del CIO di BlueBay Dowding a poco più di tre settimane dalle elezioni in un commento settimanale che sottolinea la liquidità che attende ‘in panchina’ con gli investitori pronti a comprare su ogni ribasso, dando l’impressione che i mercati siano riusciti a scavalcare il ‘muro della preoccupazione’. Secondo Dowding “probabilmente è in arrivo un temporale”, ma per ora “la musica è accesa e si continua a ballare”, anche perché si ha sempre di più l’impressione che l’attuale presidente degli Stati Uniti ”ormai non conti più molto” e per Trump, questa consapevolezza potrebbe essere ancora più difficile da affrontare di quanto lo sia stata la positività al Covid-19.

BIDEN AVREBBE $5.000 MLD DA SPENDERE

L’esperto di BlueBay sottolinea che in caso di una vittoria schiacciante dei Democratici, la nuova amministrazione Biden potrebbe controllare un pacchetto di misure fiscali di $5.000 mld, molto di più dell’attuale richiesta di $2.200 mld, una somma enorme pari a un quarto del Pil USA, sarebbe comprensibile se i mercati volessero guardare al di là dell’attuale impasse politica. Intanto i dati economici continuano a essere positivi e anche se la seconda ondata di casi continua a crescere e continuano a essere introdotte nuove restrizioni, ciò non ha ancora portato a un deterioramento del sentiment USA, e i mercati restano tranquilli con gli asset rischiosi che hanno visto un positivo inizio del quarto trimestre.

OTTIMISMO SU EUROPA E BREXIT

Spostandosi in Europa, Dowding si dice sicuro che il programma SURE passerà, mentre ritiene improbabile che qualsiasi ritardo avrà un impatto sul dispiegamento dei fondi. Intanto gli indici PMI dei servizi hanno registrato un calo notevole in Spagna e in Francia dopo i nuovi lockdown, ma gli spread sui titoli sovrani continuano a restringersi, riflettendo la speranza che la Bce annuncerà ulteriori misure prima di fine anno. Resta comunque il rischio che le speranze siano disattese e che la Bce possa rimandare al 2021 la decisione. Fiducia anche che su Brexit si possa raggiungere un accordo di base molto presto.

VALUTE, FIDUCIA SU RUSSIA, CINA E MESSICO

Nell’area emergente, infine, Dowding sottolinea che la forte propensione al rischio ha innescato un rally negli asset e nelle valute, mentre la forza della Cina sta sostenendo il sentiment sui mercati asiatici e supportando i prezzi delle commodity, favorendo le economie basate sullo sfruttamento delle risorse. BlueBay mantiene una view positiva sul renminbi, sul peso messicano e sul rublo russo, mentre ha anche fiducia nella sterlina e nella corona norvegese contro euro.

RIMBALZO DEGLI HIGH YIELD

Dowding prevede comunque che i movimenti dei tassi nei principali mercati dovrebbero rimanere piuttosto contenuti, con le politiche divergenti e la performance economica che stanno creando crescenti opportunità nei tassi di cambio. Anche gli spread sui bond societari hanno registrato un rally a inizio ottobre, dopo che gli high yield erano finiti sotto pressione a settembre, mentre gli spread investment grade sono rimasti molto più stabili, con le obbligazioni corporate europee che hanno sovraperformato, sostenute dagli acquisti della Bce e da un outlook di offerta in calo.

VALORE IN ALCUNI SEGMENTI DEL CREDITO

Sul mercato del credito, BlueBay non vede molto valore nei bond di alta qualità, ed è anche cauta nell’investire in obbligazioni con rendimento più elevato, poiché si aspetta tassi di default elevati per i prossimi 12-18 mesi, causa le ricadute della recessione da Covid-19. Ma continua invece a vedere valore in aree come i CoCo bancari, le obbligazioni corporate ibride e altri segmenti, in cui gli spread dovrebbero proseguire il rally, grazie al miglioramento dell’outlook nel 2021.

 

Il virus in Cina non circola più ma la sua immagine nel mondo è peggiorata

11 Ottobre 2020

Il Sole 24 Ore di Biagio Simonetta

Le strategie di contenimento imposte dalla Repubblica Popolare hanno funzionato meglio di quelle applicate in Occidente. Oggi il Paese del Dragone torna a vivere una nuova normalità fatta di ripresa economica e turismo, ma il mondo adesso gli è ostile.

La capacità di gestione interna dei problemi non equivale alla percezione esterna che gli altri hanno di noi.

Illustrazione di Andrea Marson / Il Sole 24 Ore

Illustrazione di Andrea Marson / Il Sole 24 Ore

In Cina si è appena chiusa la “Settimana d’oro della Giornata nazionale”, un periodo di vacanza che cade due volte l’anno. L’altro è quello del Capodanno Lunare, nel bel mezzo dell’inverno. Proprio il Capodanno Lunare, in questo 2020, è coinciso con l’esplosione del coronavirus. In quei giorni, mentre nel cuore dell’Hubei scoppiava la polmonite Covid-19, in tutta la Cina si muovevano milioni di persone, portando il contagio ovunque. E molte rimasero bloccare allo scoccare del 23 gennaio, quando Xi Jinping impose un lockdown molto rigido per arginare l’inferno.

La situazione sembrava drammatica. Le città diventarono deserte in poche ore, il numero dei contagi era fuori controllo, sui social media cinesi comparivano video (poi rimossi) di persone che morivano per strada a causa di ospedali presi d’assalto.

Oggi, in Cina, quei giorni sembrano lontani. Il ground zero di questa pandemia ha reagito con forza, applicando misure rigidissime. E dai dati forniti dalle autorità cinesi, è evidente che la Cina abbia vinto (o quanto meno stia vincendo) la sua battaglia contro il virus. Sono 280 i casi accertati in tutto il Paese negli ultimi 14 giorni, la maggior parte dei quali di importazione. Briciole, rispetto ai numeri impetuosi che arrivano dall’America, o alla ripresa delle curve epidemiologiche dei più importanti Paesi europei (Italia compresa).

Fra sospetti e regole ferree

È abbastanza palese che la fine dell’epidemia in Cina sia accompagnata da molte perplessità. I numeri diffusi dalle autorità sanitarie locali, per un Paese da 1,4 miliardi di abitanti, non hanno mai convinto a pieno se confrontati a quelli del mondo occidentale.
Ma oggi la Cina sembra veramente fuori dal tunnel. E sembra chiaro che le strategie di contenimento imposte dalla Repubblica Popolare abbiano funzionato meglio di quelle applicate altrove.

Pechino non ha lasciato spazio alla spavalderia e al negazionismo. E ha staccato la spina ai contagi di ritorno (o di importazione) con regole ferree di quarantena centralizzata con sorveglianza medica.

Il Paese ha messo a disposizione di chi arriva dall’estero tutta una serie di hotel dove passare 14 giorni sotto stretta sorveglianza: misurazione della temperatura due volte al giorno, cinque tamponi, nessun contatto con la vita esterna, cibo consegnato nella stanza dell’hotel, e un tampone finale prima di lasciare l’albergo.

A tutto ciò va aggiunto un sistema di contact tracing che si infila ovunque: dalle metropolitane ai ristoranti, ai mezzi pubblici. È praticamente impossibile, in Cina, muoversi senza uno smartphone che tiene traccia di dove vai e di chi incontri. Le regole sulle mascherine, inoltre, sono state severissime: nei mesi più duri, telecamere basate sull’intelligenza artificiale sorvegliavano le strade, individuando eventuali persone senza mascherine così da perseguirle. La Cina, insomma, ha creato una immensa bolla. E oggi sta cercando di proteggerla in ogni modo.

L’economia sorride

Tra i Paesi del G20, il club globale delle principali economie, solo l’economia cinese è rimbalzata da una contrazione a una crescita che non mostra segni di cedimento. Negli Stati Uniti e in Europa, al contrario, dove il virus è arrivato più tardi, i recuperi sembrano molto più lenti, e ora devono affrontare forti venti contrari.
Insomma, mentre il resto del mondo mostra una crescita minima o nulla nel 2020, la Cina si sta espandendo per il 33esimo anno consecutivo, e sembrava impossibile fino a qualche mese fa.

Secondo 80 economisti intervistati da Bloomberg, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che insieme rappresentano il 42% del Pil mondiale, faranno registrare contrazioni rispettivamente dell’8% e del 4,4%. Pechino, invece, ha ripreso a correre. E oggi nessun Paese, di nessuna dimensione, si avvicina alle proiezioni sul Pil cinese. Ripresa che si riflette anche sul turismo, dato che in questi giorni della “Settimana d’oro della Giornata nazionale”, milioni di cinesi si sono spostati all’interno del Paese per le vacanze, prendendo d’assalto la Grande Muraglia. I viaggi registrati a bordo dei treni cinesi sono stati 126,87 milioni.

Ostilità mondiale

Eppure, mentre Xi Jinping ha rafforzato la sua leadership, traghettando la Cina fuori dall’inferno, a livello globale l’ostilità nei confronti del Paese asiatico è cresciuta un po’ ovunque. Anche e soprattutto a causa della pandemia.
È il dato che emerge da un’indagine firmata Pew Research Center. In Paesi come Usa, Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Spagna, Australia e Corea del Sud la cattiva percezione del gigante asiatico ha raggiunto il livello più alto da 10 anni a questa parte.

La nazione più ostile al regime cinese è il Giappone, con un tasso dell’86%, seguito da Svezia (85%), Australia (81%) e Regno Unito (74%). Negli Stati Uniti di Trump, nemico numero uno della Cina con cui ha aperto più fronti di battaglia, l’ostilità nei confronti del Paese del Dragone è al 73%. È in media lo stesso livello riscontrato nei maggiori Paesi europei, tranne l’Italia, dove l’ostilità a Pechino si ferma al 62%, in crescita di un solo punto rispetto a un anno fa.

I dati dimostrano che l’opposizione alla Cina è cresciuta di pari passo con le critiche per la sua gestione della pandemia. La maggioranza dei Paesi è convinta che le autorità cinesi abbiano gestito male l’emergenza sanitaria. In tal senso, peggio hanno fatto solo gli Stati Uniti: per l’84% degli intervistati Usa, l’amministrazione Trump ha fallito nella lotta al virus.

Ciò che viene fuori da tutta questa storia, insomma, è un’arma a doppio taglio. Mentre l’economia cinese torna a crescere, e quella del resto del mondo langue, la fiducia nel Paese asiatico è ridotta al lumicino. Due segnali contrastanti di quello che sarà il nuovo mondo.