Ritorna la volatilità sui mercati.

6 aprile 2018

E’ tornata la volatilità sui mercati. Non sarebbe neanche una notizia… ma tutti i giornali finanziari la strombazzano. Il Punto vero è che, per la maggior parte dei risparmiatori, investire è una scommessa, è speculazione, è “poter guadagnare dalla differenza positiva dei prezzi”. Non un “investimento” sul valore che creano economia ed aziende. Da questo articolo di Vanguard ho preso alcuni periodi, traducendoli… “Ignorare la volatilità è beatitudine.” “Gli investitori devono ricordare che la volatilità a breve termine è il prezzo per la sovraperformance a lungo termine.” Come ha affermato il premio Nobel Daniel Kahneman, “Se possedere azioni è un progetto a lungo termine per te, seguire i loro cambiamenti costantemente è una pessima idea. È la cosa peggiore che tu possa fare.” “Meno frequentemente gli investitori sbirciano nei loro portafogli, meno è probabile che vedano una perdita e, potenzialmente, provino paura e rimpianti” “Gli investitori che ignorano la volatilità a breve termine e seguono un piano di investimento disciplinato si renderanno conto che quando si tratta di rendimenti a lungo termine, il tempo è dalla loro parte.” 

Eurostat: Banche Venete, impatto sul deficit di 4,7 miliardi.

Sole24ore  3 aprile 2018  di Redazione Roma

L’istituto di statistica Europeo, ha rifatto i conti, certificando che il costo dell’intervento dello Stato a favore delle Banche Venete, ha aumentato il debito pubblico di 4,7 miliardi, rivedendo cos’ gli effetti globali sull’intero debito pubblico italiano. Finché i partiti avranno loro mandanti all’interno dei CdA delle banche non cambierà niente.

L’intervento del Governo italiano per il salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca pesa sui conti pubblici 2017, sia sul debito che sul deficit. Lo ha stabilito Eurostat in una valutazione («advice») fornita all’Istat nei giorni scorsi. In base a questa valutazione, si legge sul sito dell’Eurostat, «nel 2017 l’impatto sull’indebitamento è stimato pari a 4,7 miliardi. L’impatto diretto e indiretto sul debito è pari a 11,2 miliardi». I nuovi dati aggiornati sul Conto delle Pa saranno resi noti mercoledì dall’Istat.

I calcoli di Eurostat
Nella sua valutazione Eurostat considera il procedimento seguito per la liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e calcola il saldo tra le uscite totali pari a 14,7 miliardi e le entrate stimate, come recuperi soprattutto dai crediti deteriorati, pari a 10 miliardi: «Il risultato è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare» a valere sul deficit 2017. In relazione al debito Eurostat considera le obbligazioni pari a 6,4 miliardi verso Intesa Sanpaolo come prestito e il finanziamento necessario per l’intervento di cassa a favore di Intesa per 4,8 miliardi: l’impatto sul debito, diretto e indiretto, ammonta dunque a 11,2 miliardi.

Revisione al rialzo di deficit e debito
Il deficit/Pil 2017 in base ai dati diffusi il primo marzo scorso era pari all’1,9% (2,5% nel 2016); il debito risultava sceso al 131,5% del Pil dal 132% del 2016. Due cifre destinate inevitabilmente a salire dopo la revisione dell’Istituto di statistica europeo. Il maggior deficit di 4,7 miliardi equivale allo 0,2-0,3% del rapporto deficit/Pil(considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% potrebbe quindi salire, raggiungendo – o superando – il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. Revisione al rialzo anche per il debito, stimato dall’Istat al 131,5% nel 2017 (contro il 131,6% della Nota al Def), in cui si dovrà tenere conto degli 11,2 miliardi di impatto dei salvataggi calcolato da Eurostat.

«A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del Conto delle Pa si sono resi necessari aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil». Questa la prima reazione dell’Istat dopo aver ricevuto la valutazione di Eurostat.

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-04-03/eurostat-banche-venete-impatto-deficit-47-miliardi-162955.shtml?uuid=AElRwASE

Sempre più soldi sui conti corrente. Aumentati del 44%.

Sole24ore 18 marzo 2018  di Andrea Gennai

A fronte di € 862 miliardi di euro (per difetto) depositati sui C/C bancari, l’ammontare massimo del fondo interbancario di garanzia ammonterebbe a soli 7,5 miliardi. Ha senso amministrare i propri risparmi in questo modo, sganciati dall’economia reale, illudendosi di una tutela di fatto insufficiente

 

Italiani sempre più affezionati alla liquidità e ai conti correnti. Una tendenza molto spiccata che ha subito uno stop solo nel giugno del 2011, in concomitanza con la avvisaglia della crisi del debito. La fotografia annuale appena rilasciata dal Fitd, il fondo interbancario di tutela dei depositi, evidenzia che i depositi protetti, quelli garantiti fino a 100mila euro per depositante in caso di dissesto e liquidazione della banca, ammontavano alla fine del giugno 2017 a 578 miliardi di euro, in aumento del 4,8% rispetto al giugno del 2016.

Fondi oggetto di tutela e depositi protetti

Rispetto al dicembre del 2007, vale a dire nell’ultimo decennio, i depositi protetti sono aumentati del 44% nonostante che da allora il nostro paese sia stato travolto da una delle peggiori crisi finanziarie ed economiche. I depositi protetti rappresentano il 68% dei fondi oggetto di tutela (pari a 862 miliardi), cioè la parte della raccolta diretta delle banche che rientra nella garanzia prima dell’applicazione del livello di copertura (100mila euro).

I dati sono stimati per difetto, relativamente all’intero sistema Italia, visto che il Fitd rappresenta 173 banche, le principali presenti in Italia, ma non copre ad esempio il mondo delle Bcc che hanno un loro consorzio di garanzia.
Da un punto di vista normativo tutti i depositi fino a 100mila euro, per depositante, sono tutelati. Lo ribadisce una direttiva Europea (la 49 del 2014) entrata in vigore anche in Italia. Ma quali sono le dotazioni del Fitd per coprire le garanzie dei correntisti in caso di dissesto di un istituto? La nuova normativa impone che il livello-obiettivo della dotazione finanziaria sia fissata nello 0,8% dei depositi protetti e deve essere raggiunto entro il 3 luglio 2024, attraverso versamenti periodici delle banche consorziate. La dote complessiva si aggira intorno ai 4,6 miliardi di euro (ai valori attuali).

A CONFRONTO
Fondi oggetto di tutela e depositi protetti. Numeri indice (Anno 2007=100)
(Fonte: elaborazione su dati Fitd)
Legenda 1Legenda 2
Dic-07Dic-08Dic-09Dic-10Dic-11Dic-12Dic-13Dic-14Dic-15Dic-1690100110120130140150160

Relativamente al solo 2017 il Fitd ha richiesto alle banche consorziate il versamento di 507 milioni di euro comprensivi dei contributi ordinari dedicati alla costituzione della dotazione finanziaria per la tutela dei depositi oltre alle risorse da destinare al Fondo di solidarietà (circa 100 milioni). Per il sistema di garanzia infatti gli impegni si sono moltiplicati per effetto degli interventi a favore dei risparmiatori delle banche risolute del novembre 2015 e e delle banche venete. In casi di necessità, alla dotazione finanziaria costituita attraverso le contribuzioni ex-ante si aggiunge l’importo delle contribuzioni straordinarie (ex-post), stabilito nella misura massima dello 0,5% dei depositi protetti totali per anno di calendario e attivabile in caso di insufficienza delle risorse finanziarie disponibili. Questo importo massimo è stimato in 2,9 miliardi.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-03-14/sempre-piu-soldi-conti-correnti-dieci-anni-sono-aumentati-44percento-201058.shtml?uuid=AEYqizGE

Rendono più dei BTP ma sono costose: polizze vita, segreti e vantaggi.

Sole24ore 17 marzo 2018  di Federica Pezzatti

La strada si è fatta stretta, non esistono più pasti gratis. Valutare le offerte e pianificare può essere la risposta alle proprie aspettative.

 

Con un rendimento medio lordo 2017 del 3% circa le polizze Vita rivalutabili si distinguono, ancora una volta, nel piatto mondo dei tassi zero. Un dato del tutto simile del 2016, quando le gestioni analizzate riconducibili a prodotti ancora in commercio, hanno ottenuto una rivalutazione lorda pari a 3,18 per cento.

Questo è quanto emerge dall’Osservatorio Mia di Prometeia, che offre una fotografia dei risultati comunicati nelle scorse settimane dalle compagnie assicurative e relativi alle “gestioni separate” collegate a polizze in collocamento. Delle soluzioni queste che, al momento, sono ancora molto apprezzate in quanto sostanzialmente immunizzate dal rischio del rialzo dei tassi che si potrebbe concretizzare nel prossimo periodo. La raccolta delle cosiddette polizze di ramo I continua a rappresentare il 65% della nuova produzione: dopo un 2017 in cui questi contratti avevano raccolto oltre 50 miliardi, anche gennaio inizia bene, con 4,3 miliardi.

Queste gestioni hanno un funzionamento che contabilizza i titoli al costo storico (e non ai valori di mercato) e ciò ha consentito di chiudere con un bilancio positivo anche il biennio 2008-2009. Inoltre il risultato netto realizzato viene di solito consolidato e acquisito dall’assicurato e, dulcis in fundo, il ramo I non paga il bollo sugli investimenti (0,2% annuo).

Si tratta, è bene ricordarlo, di rendimenti lordi che vanno alleggeriti dai costi trattenuti dalla compagnia (variabili generalmente da un minimo di 0,5% a un massimo di 2%). Poi al conto vanno sottratti anche i caricamenti iniziali che, secondo una recente analisi di Ivass, possono sfiorare anche il 5%. Sono da mettere in conto poi eventuali costi per uscite anticipate (di solito nei primi cinque anni).

Fatte queste doverose premesse, va detto anche che ormai questi prodotti, a causa della garanzia sui premi netti versati rivalutati (che pesa sui bilanci delle compagnie per l’elevato assorbimento di capitale richiesto da SolvencyII), difficilmente vengono venduti “stand alone” dalle compagnie, se non mediante multiramo (che investono quindi anche sulle unit linked). Queste ultime tipologie contrattuali, stando a una recente pubblicazione Ania, hanno raccolto, nel solo mese di gennaio, 2 miliardi di euro (equamente ripartiti tra ramo I e polizze finanziarie).

Guardando ai risultati realizzati dalle singole gestioni separate si riconferma che sul mercato esistono situazioni molto eterogenee. Alcuni gruppi, che hanno contenuto gli afflussi di nuova raccolta sui vecchie gestioni, riescono ancora a superare il 4%. È il caso di Intesa Sanpaolo Vita con Fondo Cresci Solido che con il 4,41% ha superato addirittura il risultato del 2016 (4,17%). Sopra il 4% anche due fondi di Reale (Valuta Reale e Previ Reale), mentre Reale due, è il fanalino di coda con lo 0,95% .

Chi valuta questi contratti, che fra qualche tempo potrebbero anche essere oggetto di rivisitazione, deve analizzare sia i costi sia gli andamenti della gestione e la sua composizione: qualche linea stenta a coprire le spese pagate.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-03-17/le-gestioni-old-style-hanno-reso-3percento-2017-143533.shtml?uuid=AEQFWiGE

Paul Krugman risponde ai cittadini: i dazi, Trump e gli effetti sull’economia.

Sole24ore 25 marzo 2018  di Paul Krugman

Spesso le notizie filtrate dai media ci concedono una visione parziale del quadro d’insieme. Forse le conoscenze di un nobel per l’economia possono fotografare meglio la realtà.

(Afp)

Una serie di domande da «uomo della strada» sul tema dei dazi fatti scattare da Trump su numerosi prodotti importati dalla Cina. Si scopre così che spesso – come nel manifatturiero o nell’hi-tech – l’effetto della barriera tariffaria ha effetti negativi anche per chi la innalza. Introdurre dazi sull’acciaio e sull’alluminio può proteggere l’industria siderurgica americana, ma rischia di avere effetti negativi a valle – sull’industria dell’auto per esempio – con perdita di posti di lavoro.

Paul Krugman ha risposto alle domande dei lettori sul commercio internazionale dopo l’annuncio del presidente Trump sull’introduzione di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Ecco le risposte ad alcune delle centinaia di domande ricevute.

Ogni articolo di consumo di piccole dimensioni è fabbricato in Cina. Come è stato possibile arrivare a questo?

– Nick Van Kleek, Tucson (Arizona)

È una sorta di illusione ottica, in parte. La Cina ha un ruolo dominante nell’assemblaggio di molti beni grazie a una combinazione di salari (ancora) bassi e di un’estesa «ecologia» industriale di aziende di supporto. Ma gran parte del valore del bene in realtà viene da altri posti. Gli iPhone, per esempio, sono «fabbricati» in Cina, ma la Cina conta meno del 4% nel loro prezzo.

Che effetti avrà questo dazio sugli operai siderurgici americani? Ho sentito alla radio pubblica il capo di un sindacato di settore che era felice di questo dazio, e da come parlava sembrava che le sue preghiere avessero trovato risposta!

James C. Brooklyn

Guadagneremo qualche posto di lavoro nell’industria siderurgica. Ma perderemo posti di lavoro in molti altri settori «a valle», come l’industria automobilistica. Quasi tutti gli studi sui dazi sull’acciaio del 2002 indicano che al netto hanno fatto perdere posti di lavoro. Perciò sì, gli operai siderurgici hanno qualcosa da guadagnarci, ma a quale costo per gli altri lavoratori?

Io vivo vicinissimo a un enorme stabilimento siderurgico arrugginito, il Bethlehem Steel a Steelton, Pennsylvania. Sono venuto qui 44 anni fa e aveva già cominciato il lungo e triste percorso verso la sua attuale obsolescenza. Esiste qualche vaga possibilità di rivitalizzare queste vecchie industrie? Riportare indietro i posti di lavoro della Rust Belt non è troppo costoso?

– C.C., New Cumberland (Pennsylvania)

Non c’è alcuna possibilità di riportare indietro tutte quelle fabbriche siderurgiche e tutti quei posti di lavoro, anche se bloccassimo completamente le importazioni. In parte perché un’economia moderna non usa così tanto acciaio, in parte perché possiamo produrre acciaio usando molti meno lavoratori e in parte perché i vecchi stabilimenti con forno a suola sono stati sostituiti da minifabbriche che usano rottami ferrosi e sono collocate in altre zone. Insomma, è soltanto una fantasia.

Quanta parte dell’aumento della disuguaglianza di reddito nell’ultimo mezzo secolo attribuisce al libero scambio?

– JG in CT, Greenwich (Connecticut)

C’è una parte di verità nel sostenere che la crescita degli scambi commerciali ha contribuito all’aumento della disuguaglianza: se le importazioni di manufatti dai Paesi in via di sviluppo fossero ancora basse com’erano, per esempio, nel 1970, i salari reali degli operai probabilmente sarebbero più alti di qualche punto percentuale.

Ma il livello di protezionismo che servirebbe per riavere indietro quei pochi punti percentuali avrebbe moltissime conseguenze collaterali. Se vogliamo aiutare gli operai – e lo vogliamo – ci sono modi migliori.

Ricorderete forse che Bernie Sanders usava come esempio la Danimarca. È un buon esempio: salari molto più alti, una rete di sicurezza sociale molto più forte, una forza lavoro in gran parte sindacalizzata. Ma la Danimarca ha la stessa nostra apertura agli scambi commerciali. Sono le politiche interne, dalla tassazione e dalle decisioni di spesa alle politiche in favore dei lavoratori nel settore dei servizi, che fanno la differenza. L’assistenza sanitaria universale e il diritto di organizzarsi sindacalmente contano molto più della politica commerciale, per i lavoratori.

Perché il presidente degli Stati Uniti ha il potere di prendere decisioni (come l’imposizione di dazi) che hanno effetti significativi sull’economia, i commerci, i rapporti con gli alleati ecc., impunemente, senza che il Congresso possa dire nulla?

– Ricky, Saint Paul (Minnesota)

In realtà è stato il Congresso a limitare volontariamente il proprio ruolo, per proteggersi dalle intromissioni delle lobby. Approva o respinge i grandi accordi commerciali in un’unica votazione, poi se ne tiene fuori. Ma data la realtà delle tensioni commerciali, il sistema ha bisogno di alcune «valvole di sfogo», metodi per garantire un alleviamento temporaneo nei casi più difficili. Per questo il presidente ha a disposizione alcune strade per imporre dazi: se emerge che un settore è danneggiato da un’impennata delle importazioni, se è in gioco la sicurezza nazionale o se dei Paesi stranieri adottano pratiche scorrette.

Tuttavia, questi poteri teoricamente non dovrebbero essere usati in modo arbitrario: dovrebbe esserci uno studio indipendente sull’argomento e il presidente dovrebbe agire sulla base di esso. Quello che sta succedendo è che Trump sta abusando di questa procedura: il dipartimento del Commercio ha tirato in ballo la sicurezza nazionale (in modo palesemente falso) per giustificare dei dazi che Trump voleva imporre per altre ragioni. Insomma, abbiamo un processo che lascia al presidente una certa discrezionalità, per ragioni piuttosto sensate. Il problema è che è un processo che dà per scontato che il presidente agirà in modo onesto e responsabile, e se hai a che fare con una persona come Trump tutto il meccanismo va all’aria.

Sarà possibile cancellare questa cosa quando gli elettori cacceranno questa amministrazione? O ha troppi effetti sul lungo periodo?

– Stephanie Minister, Hingham
(Massachusetts)

La presidente Oprah Winfrey, o chi per lei, potrà cancellare questi dazi con un tratto di penna. Ma prima che ciò avvenga c’è il rischio di ritrovarci in una guerra commerciale a tutto tondo; e in ogni caso gli Stati Uniti hanno già perso la loro reputazione come partner negoziale affidabile.

La mia domanda è: quale ruolo gioca il libero scambio nella disuguaglianza di reddito e nella concentrazione della ricchezza nell’economia mondiale?

– Tom Stoltz, Detroit

Ci sono stati moltissimi studi su questo argomento nel corso degli anni. Nel lontano 1995, calcolavo che i commerci allargavano il divario tra lavoratori con titolo di studio universitario e gli altri del 3%. E da allora quella percentuale è cresciuta, anche se magari solo di un paio di punti. Tra l’altro, gli aspetti negativi colpiscono moltissime persone, non solo un piccolo gruppo.

Riteniamo anche che l’impennata delle importazioni fra il 2000 e il 2007 abbia fatto perdere il posto a qualcosa come un milione di lavoratori. La maggior parte di questi lavoratori alla fine ha trovato un altro posto, ma molti hanno dovuto accettare salari più bassi e alcune comunità sono state colpite pesantemente. Insomma, non è un tema che gli economisti non affrontano. È solo che bisogna cercare di capire qual è il modo migliore per aiutare i lavoratori, e raramente la risposta sono i dazi.

Un disavanzo commerciale perenne è auspicabile e anche semplicemente sostenibile nel lunghissimo periodo? Gran parte del nostro debito oggi è nelle mani di altri Paesi (Cina e Giappone, per esempio). Non stiamo rinunciando al controllo della nostra ricchezza in favore dei nostri partner commerciali? Io sono favorevole al libero scambio, ma questo disavanzo commerciale che aumenta da decenni mi ha sempre lasciato perplesso.

– Costa Glaretas

In sostanza, abbiamo disavanzi commerciali persistenti perché abbiamo un tasso di risparmio basso e rimaniamo un posto attraente per gli investitori stranieri. E il risultato è che gli Stati Uniti, che erano un Paese creditore prima di cominciare a registrare disavanzi persistenti, nel 1980, ora sono debitori netti. Ma bisogna mantenere la giusta prospettiva. La nostra «posizione netta sull’estero» – le attività in altri Paesi meno le passività – è intorno al -45% del Pil, che tutto sommato non è una grossa cifra. Per esempio, è meno del 10% della nostra ricchezza nazionale. E l’idea che questo dia agli stranieri un grande potere sull’America inverte l’ordine dei fattori. È il contrario, perché in un certo senso li rende nostri ostaggi: la Cina ha tantissimi soldi vincolati in America. Supponiamo che cerchino di portarli via: il peggio che potrebbe succedere sarebbe una caduta del dollaro, che sarebbe positiva per l’industria americana e infliggerebbe una perdita di capitale ai nostri creditori. Sono tante le cose che mi preoccupano: il nostro debito non è in cima alla lista.

Quali sono le peggiori ripercussioni possibili di questi dazi, quando i nostri partner commerciali reagiranno?

– Donald Ferruzzi, Centereach (New York)

Nel breve termine, ci saranno sconvolgimenti enormi: alla fine guadagneremo posti di lavoro nei settori che sono in concorrenza con i prodotti di importazione, ma nell’immediato perderemo tantissimi posti di lavoro nei settori che esportano (compresa l’agricoltura) e in quei settori che attualmente sono parte di catene logistiche globali, come l’automobile e l’elettronica. Nel più lungo periodo, l’economia sarebbe semplicemente meno efficiente: invece di concentrarci sulle cose che sappiamo fare particolarmente bene, faremmo da soli tantissime cose ad alta intensità di manodopera. Non ho ancora visto una stima valida di quanto saremmo più poveri, ma sicuramente sarebbe peggio della Brexit, che secondo le stime più diffuse renderà la Gran Bretagna più povera di circa il 2 per cento.

Non stiamo parlando della fine del mondo, e nemmeno di una depressione grave. Solo un gran pasticcio nell’immediato e una zavorra sulla crescita economica nel lungo periodo.

Ricordo che nel 1964, quando frequentavo l’università, studiai la legge per l’espansione dei commerci promulgata dal presidente Kennedy, del 1962. Era all’interno di un corso di economia politica. Qual era la rilevanza di quella legge, ed era bipartisan? Le sarei grato se mi consigliasse anche qualche testo da leggere sull’economia politica?

– Morgan Rauch, Houston (Texas)

Era bipartisan, e sostanzialmente si iscriveva nel solco del processo di liberalizzazione reciproca degli scambi cominciato nel 1934 sotto Franklin Delano Roosevelt. Quello che cambiò con il «Kennedy Round» fu che, essendosi esaurite le opportunità più scontate per fare accordi commerciali, passammo a formule concordate a livello internazionale: tagliare tutte le tariffe doganali dell’X per cento, poi negoziare le esenzioni. Ma il grosso della riduzione delle tariffe doganali c’era già stato.

Forse c’è qualcos’altro dietro. Per esempio, l’acciaio e l’alluminio sono industrie chiave a Pittsburgh (sede dell’Alcoa). Non potrebbe esserci la necessità di bloccare una sfilza di vittorie democratiche nelle elezioni di metà mandato dietro alla scelta del momento e degli obiettivi di questi dazi?

– Peter, San Mateo (California)

È sicuramente possibile. Sappiamo che questo era il motivo per cui George W. Bush impose dazi sull’acciaio nel 2002. Ma secondo me in questo caso è più che altro la necessità di Trump di far vedere che è un duro. La mia idea è che lo scandalo Stormy Daniels ha pesato più della vittoria a sorpresa dei Democratici nelle suppletive per la Camera dei rappresentanti in Pennsylvania.

È evidente che i commerci mondiali sono una materia troppo complicata per Donald Trump. Ma per Paul Krugman? No. Non sono una materia troppo complicata. E allora: faccia finta di essere nella posizione di Trump, ma con le conoscenze e le idee che ha lei. Che cosa farebbe riguardo ai commerci? Mi dica le tre mosse principali.

– Jack, Nashville

Sostanzialmente la politica commerciale degli Stati Uniti va bene. I tempi andati, con tanti lavori nell’industria, non torneranno, qualunque cosa facciamo, e cercare di salvarne qualcuno stracciando le regole commerciali mondiali avrebbe moltissimi effetti collaterali spiacevoli. Io ero contrario al Partenariato transpacifico, ma non perché voglia un ritorno al protezionismo: il problema del Partenariato transpacifico era che non riguardava i commerci, ma più che altro la proprietà intellettuale (per esempio i brevetti farmaceutici) e la risoluzione delle controversie (più potere alle grandi aziende). Quello di cui abbiamo bisogno è impegnarci di più per l’assistenza sanitaria universale, fare molti più investimenti nelle infrastrutture, varare politiche per aiutare le famiglie e tornare a politiche che diano potere ai sindacati, specialmente nel settore dei servizi. Dire che il problema sono i commerci internazionali è solo un modo per schivare le soluzioni reali.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-03-24/paul-krugman-risponde-cittadini-dazi-trump-e-effetti-sull-economia-192633.shtml?uuid=AEkaOFNE