Il debito è un problema globale. Quello italiano fa meno paura.

FinanciaLounge   9 aprile 2018

Indossando le giuste lenti si riesce a focalizzare meglio il problema!

Vent’anni fa l’Italia insieme a pochi altri, come Belgio e Giappone, era l’eccezione. Ma dopo la crisi il debito globale è esploso, soprattutto nelle economie emergenti. Su queste si concentra l’attenzione degli investitori.

Le elezioni italiane hanno richiamato l’attenzione dei media sul debito del paese: un tema che ha fatto molti titoli, ma che per ora non sembra in cima ai timori degli investitori. Tuttavia, il Financial Times, nella sua Lex Column, scrive che gli investitori fanno male a non aver paura. Ma si tratta di un’analisi corretta? È vero che le promesse elettorali di praticamente tutti i partiti puntano ad aumenti di spesa senza indicare dove si andranno a prendere i soldi. La spiegazione che viene data dagli analisti è che se l’economia cresce, il debito può essere gestito ed essere nel lungo termine anche sostenibile. Ma è solo questo il motivo della minore sensibilità dei mercati all’indebitamento italiano?

TRE VOLTE IL PIL GLOBALE

Una spiegazione diversa, o comunque supplementare, la possiamo trovare nei dati sul debito globale pubblicati dall’Institute of International Finance, che mostrano come dal 1997 ad oggi il debito su cui galleggia il pianeta Terra sia cresciuto esponenzialmente, toccando a fine 2017 la cifra record di 233.000 miliardi di dollari, con un aumento di 16.000 miliardi sul 2016, raggiungendo una massa pari a tre volte il PIL globale. Come si vede nella tabella qui sotto, vent’anni fa il debito planetario in tutte le sue componenti – società non finanziare, governi, settore finanziario e famiglie – era contenuto attorno alla metà del PIL per ciascuna componente. Oggi solo quello governativo, su cui si concentrano maggiormente i mercati, è schizzato da 19.000 miliardi a 63.000, salendo dal 58% all’87% del PIL.

Il debito mondiale per settori (Fonte: IIF)
Il debito mondiale per settori (Fonte: IIF)

NON SOLO ITALIA

Vent’anni fa l’Italia, insieme al Belgio e al Giappone, era un’eccezione planetaria, con un rapporto debito/PIL di circa 1-a-1. Oggi si sta avvicinando alla media mondiale, non perché il debito tricolore sia sceso, ma perché quello degli altri è salito, e di molto. E i mercati infatti non sono tanto preoccupati del debito italico, anche se è elevato resta sostanzialmente stabile, ma di quello dei paesi emergenti, che ha preso molta velocità negli ultimi anni, grazie all’allentamento monetario delle banche centrali di tutto il mondo, a cominciare da Fed, BCE e BoJ.

LARGO AGLI EMERGENTI

Dal dopo crisi, quando è iniziata l’era del denaro facile iniettato dalle banche centrali nel sistema finanziario, il debito cumulato delle 26 maggiori economie emergenti, contando tutte le sue componenti, è salito dal 148% del PIL a fine 2008 al 211% alla fine del terzo trimestre del 2017. L’allentamento monetario nei paesi emergenti non ha voluto dire solo accumulo di indebitamento, ma anche accelerazione della crescita. Ora però le principali banche centrali, a cominciare dalla Fed, si sono incamminate sul percorso della normalizzazione monetaria. E gli investitori si interrogano su quale sarà l’effetto di tassi più alti sulla sostenibilità del debito globale, soprattutto di quello che è cresciuto più rapidamente e più recentemente.

http://www.financialounge.com/azienda/financialounge/news/debito-problema-globale-italiano/

La Germania spinge l’Italia fuori dall’euro, Draghi fa muro.

Business Insider  6 dicembre 2017  di Giuliano Balestreri

Critiche (di parte) a parte….la strada delle riforme va perseguita con maggiore energia, per traghettarci in una economia più competitiva!

Meglio l’Italia fuori dall’euro che un paese impantanato nella sua stagnazione. Ancora una volta la Germania punta il dito contro Roma: a farlo è direttamente Clemens Fuest, il presidente dell’Istituto di ricerca economica Ifo, il più importante think tank tedesco. “Se l’Italia uscisse dall’euro ci sarebbe una nuova crisi – dice Fuest -, ma sarebbe meglio di una stagnazione duratura in Italia o di una dipendenza continua dell’Italia da trasferimenti che i contribuenti di altri stati membri dell’unione monetaria dovrebbero pagare”. Tradotto: per i tedeschi l’Italia è diventata un peso insostenibile. E poco importa che nei confronti di Roma le sanzioni della Ue arrivino sempre puntuali, mentre Berlino resti sorda e insensibile ai richiami di Bruxelles: a cominciare da quello per l’eccesso di squilibrio della bilancia commerciale (in sostanza la Germania esporta molto, ma non compra abbastanza dai partner europei violando gli obblighi europei).

I tedeschi continuano così a denunciare le fragilità dell’Italia chiedendo di fatto alla Bce di metterle a nudo chiudendo i rubinetti del credito. Una mossa che non passa neppure per la testa del presidente della Bce, Mario Draghi, che proprio oggi ha rinnovato per altri nove mesi, fino al dicembre 2017, il Quantitative easing: la Banca centrale europea continuerà quindi a comprare titoli sul mercato secondario al ritmo di 80 miliardi di euro al mese fino a marzo e poi per 60 miliardi di euro al mese fino a fine anno. L’Ifo, invece, avrebbe voluto che l’Eurotower comunicasse la fine del Qe per marzo per evitarne “gli effetti negativi”. Per adesso, però, la Germania ha risparmiato 28 miliardi di euro grazie alla Bce.

Draghi però ha quindi tirato dritto per la propria strada respingendo ogni tipo di accusa: “Abbiamo sempre dimostrato di lavorare per l’Eurozona, non per aiutare il paesi mediterranei o l’Italia. Non siamo di parte”. L’obiettivo della Bce è quello di garantire la stabilità del prezzi con l’inflazione “poco sotto il 2% annuo”. Un tasso che non si vedrà prima del 2020 secondo le stime della Banca centrale per questo “saremo presenti sui mercati ancora a lungo” ha spiegato il presidente.

Tuttavia il presidente dell’Ifo continua a indicare l’Italia come un peso per l’Europa perché “è cresciuto il rischio che scivoli sempre più in una stagnazione economica, in una crisi bancaria e nell’indebitamento. In questo modo si porrebbe la questione per l’Eurozona se gli altri paesi possano mantenere l’Italia all’interno dell’area euro tramite elevati trasferimenti oppure accettare che il paese abbandoni Eurolandia”. Uno scenario che non preoccupa Draghi: “I problemi delle banche italiane ci sono da lungo tempo. Sono fiducioso che il governo sappia cosa deve fare e che i problemi saranno affrontati. Non vedo quindi rischi per la tenuta dell’euro” dalla crisi politica italiana.

https://it.businessinsider.com/la-germania-spinge-litalia-fuori-dalleuro-draghi-fa-muro/

Perché l’economia ci ha traditi prima della crisi globale.

Sole24ore    25 marzo 2018  di Martin Wolf

Una sana riflessione sulla mutazione dei principi economici e come riconnettersi agli stessi!

Come la medicina (e a differenza, per esempio, della cosmologia), l’economia è una disciplina pratica. Suo obiettivo è rendere il mondo un posto migliore. Ciò vale in particolare per la macroeconomia, inventata da John Maynard Keynes in risposta alla Grande Depressione. Le prove di questa disciplina consistono nel capire se i suoi adepti comprendono quello che potrebbe andare storto nell’economia e come rimetterlo in sesto. Nel 2007, quando colpì, la crisi finanziaria colse la categoria quasi del tutto impreparata e inconsapevole e fallì la prima di queste prove. La seconda andò meglio. Ciò nonostante, è indispensabile ristrutturarla.

Nel 2009, in un blog per il Financial Times, Willem Buiter, oggi a Citi, sostenne che «la maggior parte delle innovazioni teoriche macroeconomiche più in voga dagli anni Settanta […] si è rivelata auto-referenziale, nel migliore dei casi una divagazione introspettiva». Un’analisi eccezionalmente completa, pubblicata sull’“Oxford Review of Economic Policy” con il titolo “Rebuilding Macroeconomic Theory”, mi ha portato a concludere più o meno la stessa cosa. L’approccio canonico, in verità, si è rivelato gravemente difettoso. Come se non bastasse, i migliori economisti di professione hanno pareri profondamente discordanti su cosa fare in proposito. Socrate potrebbe dire che la consapevolezza della propria ignoranza è di gran lunga migliore dell’illusione della propria conoscenza. Se così fosse, la macroeconomia sarebbe in ottima salute.

Come spiegano David e Samuel Wills nella loro eccellente disamina, il modello macroeconomico di riferimento faceva affidamento su due assunti fondamentali: le ipotesi di mercati efficienti e le aspettative razionali. Oggi nessuna di esse appare convincente. È discutibile addirittura il fatto che si possano avere «aspettative razionali» riguardo a un futuro quanto mai incerto. Questa incertezza contribuisce a spiegare l’esistenza di istituzioni – denaro, debito e banche – i cui effetti sono molto significativi e ciò nonostante in buona parte ignorati nei modelli standard. È meglio essere vagamente dalla parte della ragione che completamente da quella del torto. Di conseguenza, le opinioni di Hyman Minsky sui pericoli delle tendenze speculative in finanza erano vagamente corrette, mentre molti dei più illustri macroeconomisti si sono rivelati essere completamente in torto.

Non è sufficiente sostenere che il modello canonico funziona bene in tempi normali. Dobbiamo anche comprendere i rischi di crisi e che cosa fare in proposito. Questo perché, in parte, le crisi – come osserva il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz – sono gli eventi più dispendiosi. Una teoria macroeconomica che non contempli la possibilità di crisi, omette qualcosa di fondamentale, proprio come una medicina che escludesse a priori la possibilità degli attacchi di cuore. Oltre a ciò, le crisi sono endogene: questo significa che si sviluppano all’interno dell’economia stessa. Sono il risultato dell’interazione tra le tendenze verso un ottimismo eccessivo e la fragilità di qualsiasi sistema di intermediari finanziari fortemente indebitati.

Il mio collega Martin Sandbu fa notare, in particolare, la possibilità di «equilibri multipli» – l’idea che le economie possano finire coll’autoalimentare le cattive condizioni in cui versa il mondo. Questa possibilità rende indispensabile rispondere alle crisi in maniera convincente. La prima reazione dei medici a un attacco di cuore, dopo tutto, non è dire al paziente che dovrebbe mettersi a dieta. Questo si verifica soltanto dopo che hanno gestito e risolto l’infarto. La domanda più importante da porsi, quindi, non è soltanto se sappiamo come reagire a una crisi, ma se lo abbiamo fatto. Nel suo contributo, il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman sostiene, secondo me in modo assai convincente, che i correttivi keynesiani di base – una forte risposta fiscale e monetaria – continuano a essere giusti. Altrettanto fondamentale è una rapida rivitalizzazione del sistema bancario. Il contrasto tra la più rapida ripresa degli Stati Uniti e lo spaventoso ritardo di quella della zona euro avalla questa opinione in modo significativo. In sostanza, la zona euro ha perso cinque anni prima che avesse inizio la ripresa.

Se facessimo un confronto tra quanto accadde negli anni Trenta e questo periodo post-crash avremmo la dimostrazione di aver imparato alcune cose assai importanti, in verità. Rispetto alla Grande Depressione, i cali immediati della produzione e gli aumenti della disoccupazione sono stati di gran lunga inferiori. Per di più, i prezzi questa volta sono rimasti di gran lunga più stabili. Nondimeno, a distanza di dieci anni, il livello di produzione pro-capite rispetto ai livelli pre-crisi è meno eccezionale: l’ultima volta Germania e Regno Unito si erano comportate addirittura meglio. Oltre a ciò, i paesi della zona euro più gravemente colpiti hanno sofferto molto, sotto tutti i punti di vista. Questa ripresa in verità non è stata un trionfo.

Tutto ciò lascia intendere che porre rimedio a una grande crisi dopo che si è verificata è terribilmente difficile. L’ovvia necessità, pertanto, è far sì che le economie siano più resilienti. Anche se non comprendiamo le dinamiche economiche fino in fondo, a grande linee le lezioni indispensabili per riformare le nostre economie appaiono chiare. Le economie sarebbero più resilienti se fossero meno pesantemente indebitate e, in particolare, se dipendessero meno da patrimoni di denaro garantiti da asset rischiosi di proprietà di quegli intermediari finanziari molto indebitati noti come banche. Le soluzioni più ovvie comprendono l’eliminazione degli incentivi che portano agli indebitamenti nei nostri sistemi fiscali; l’incoraggiamento a un più ampio uso da parte dell’economia di una finanza azionaria e di un debito che possano essere prontamente convertiti in azioni; l’aumento delle riserve e dei requisiti di capitale delle banche; un passo avanti spedito verso l’emissione di denaro digitale della banca centrale.

L’analisi della teoria fondamentale macroeconomica lascia capire pertanto quanto sia sostanziale l’ignoranza su come funzionano le nostre economie. E questo non stupisce più di tanto. Potremmo non comprendere mai come funzionano davvero sistemi così complessi – animati come sono dai desideri e dalle erronee interpretazioni umane. Questo non significa che cercare di migliorare la nostra comprensione sia un esercizio insensato. Al contrario, è molto importante. In pratica, però, è di gran lunga più importante concentrarsi su altri due compiti: il primo è capire come rendere il corpo dell’economia più resistente alle manie e agli attacchi di panico. Il secondo è capire come riportarlo in piena salute prima possibile. In entrambi i casi, in ogni modo, abbiamo bisogno di riflettere di più e di fare di più. Queste sono le sfide pratiche con le quali dobbiamo vedercela.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-03-21/perche-l-economia-ci-ha-traditi-prima-crisi-globale-163425.shtml?uuid=AERzhpKE

La Germania propone una via d’uscita dall’euro per proteggere se stessa.

Business Insider  4 aprile 2018  di Marcello Minenna

Piano B! I nodi nel tempo verranno al pettine e visto che ancora non si è trovata una formula condivisibile che supporti l’integrazione dell’economia dell’area euro, ecco allora che si cercano in sostituzione exit strategy.

Christoph Schmidt (a destra nella foto), presidente del Consiglio degli esperti economici della Germania stringe la mano alla cancelliera tedesca Angela Merkel alla fine della riunione annuale del Consiglio. AFP PHOTO / JOHN MACDOUGALL/Getty Images)

Nonostante un’economia che va a pieni giri, con la crescita del PIL al 3%, la disoccupazione al 3,6% ai minimi da 40 anni ed un surplus commerciale record che sfiora i 300 miliardi di €, i maggiori economisti tedeschi sono assai preoccupati per le sue sorti. La minaccia più immediata? Che il dibattito sulle riforme dell’Unione monetaria prenda una piega concreta verso la condivisione dei rischi, grazie soprattutto alle (timide) pressioni francesi e data l’inspiegabile assenza dell’Italia. Infatti, una riforma dell’Eurozona anche solo debolmente risk-shared che aumentasse (di poco) i trasferimenti di risorse verso i Paesi periferici vorrebbe dire rinunciare al comodo status quo attuale, nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni a prezzi ultra-competitivi.

 

Hans-Werner Sinn, presidente dell’istituto di ricerca economica Ifo, gesticola durante il suo discorso al 14 summit economico a Monaco nel maggio 2015. AFP PHOTO/CHRISTOF STACHE /Getty Images)

La proposta ufficiale del gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn e Karl Konrad del Planck-Institut e niente meno che il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt è radicale ma non sorprendente: la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito.

Con buona pace dell’irrevocabilità dell’Euro, dell’irreversibilità del processo di integrazione ed altri sinonimi altisonanti invocati a fasi alterne dall’euro-burocrazia, i tedeschi vogliono una via di uscita chiara dall’Euro. Al momento attuale infatti per un Paese membro l’unica possibilità di abbandonare l’Euro passa proprio attraverso l’applicazione dell’articolo 50, che però richiederebbe anche l’uscita tout court dall’Unione Europea e dal mercato unico. Una scelta con dei costi per l’economia manifatturiera tedesca, così ultra-integrata con i suoi Paesi satelliti, che appaiono proibitivi anche al gruppo di pensatori radicali tedeschi.

L’intellighenzia teutonica è soprattutto crucciata dall’accumularsi dei c.d. saldi Target2, con squilibri crescenti tra le banche centrali creditrici dei Paesi core e quelle debitrici dei Paesi periferici. Il saldo a credito della Bundesbank a fine febbraio 2018 ha raggiunto un picco monstre di 913 miliardi di € (ben più alto del precedente record raggiunto nel 2012). È importante capire come questa preoccupazione faccia senso solo perché negli ambienti accademici tedeschi oramai si ragiona esplicitamente nella direzione di una Germania senza Euro.È stato ripetuto più volte con chiarezza che il saldo Target2 tedesco rappresenta solo una stratificazione di registrazioni contabili di operazioni finanziarie già regolate (e quindi “morte”) tra il sistema bancario tedesco e il resto delle banche europee, che hanno già fatto affluire un oceano di liquidità nell’economia tedesca riveniente perlopiù dal surplus commerciale e dal processo di nazionalizzazione dei rischi.

Tuttavia, per il peculiare funzionamento del sistema Target2, le banche centrali nazionali – che intermediano sempre le operazioni transfrontaliere delle proprie banche – non regolano tra loro le transazioni, iscrivendo semplicemente la posta all’interno del proprio bilancio. I saldi Target2 insomma sono debiti e crediti fittizi tra banche centrali, non esigibili e senza nessuna scadenza, remunerati infatti da un tasso di interesse minimo, quasi simbolico.

Per capire meglio: un’azienda italiana che importa dalla Germania attraverso la propria banca nazionale genera automaticamente un “debito” Target2 per la Banca d’Italia, perché il bonifico in partenza dalla banca italiana viene trasferito alla corrispondente banca tedesca direttamente dalla Bundesbank. Però i fondi in partenza dalla banca italiana si “fermano” contabilmente in Banca d’Italia, che non paga nulla alla Bundesbank, ma iscrive semplicemente un debito nel proprio bilancio nei confronti della banca centrale tedesca. Lo stesso succede se una banca italiana compra un BTP da una banca tedesca.

Considerato che Banca d’Italia e Bundesbank sono solo succursali della BCE dov’è il problema? Se l’Unione monetaria rimane intatta non ci sarà mai nessun problema, i saldi Target2 rimarranno solo sulla carta e potrebbero essere potenzialmente di entità illimitata.
Rimarrebbero testimonianza contabile – questo sì – di uno squilibrio persistente nei flussi commerciali e finanziari dell’Eurozona provocato prima dalla fissazione irrevocabile dei tassi di cambio delle precedenti valute dei Paesi membri e poi dalle logiche segregazioniste dei rischi sottese alle misure straordinarie della BCE.

Ricordiamo infatti che i prestiti (LTRO) erogati da Francoforte tra il 2011 e il 2012 sono stati usati dalle banche periferiche per saldare crediti commerciali verso le banche franco-tedesche e assorbire le loro esposizioni in Govies (titoli di Stato) del Sud Europa. Se fossero andati direttamente a imprese e famiglie, i saldi Target2 non si sarebbero mossi. Parimenti se col Quantitative Easing la BCE avesse comprato direttamente i titoli di Stato senza coinvolgere le banche centrali nazionali. Una sintesi efficace delle più recenti ricerche in materia effettuata dalla London School of Economics per conto dell’Europarlamento nel novembre 2017 (TARGET (im)balances at record level: Should we worry?) evidenzia proprio queste caratteristiche strutturali delle divergenze nei saldi Target2.

Se un Paese sta progettando di abbandonare la moneta unica, i rischi virtuali che sono stati “segregati” nei saldi Target2 si materializzano. Ipotesi: l’Italia decide di uscire, magari attraverso l’art.50 del Trattato di Lisbona. La Banca d’Italia si scinde dalla BCE riacquisendo una propria autonomia di bilancio. In questo caso i saldi Target2 diventerebbero debiti e crediti reali tra autorità monetarie ben distinte. Nello scenario probabile di forte stress economico e finanziario indotto dall’abbandono dell’Unione Europea, la Banca d’Italia – tornata verosimilmente sotto il controllo governativo – non avrebbe certo tra le sue priorità il pagamento di debiti (peraltro senza nessuna scadenza) per 440 miliardi di € alle altre banche centrali dell’Eurozona.

Ecco dunque che in questa prospettiva si capiscono le preoccupazioni tedesche. Il loro credito “potenziale” di oltre 900 miliardi verso l’Eurozona potrebbe essere di impossibile riscossione se si trovassero di fronte ad un’uscita unilaterale di un Paese Periferico come Italia e Spagna, o anche se fosse il governo tedesco ad optare per il ritorno ad un nuovo marco. Il presidente della Bundesbank Weidmann ne è pienamente consapevole e non a caso da anni propone un’ipotesi di collateralizzazione dei saldi Target2 dove le banche centrali dovrebbero porre a garanzia di eventuali deficit degli attivi di sicuro valore, come l’oro.

Allo stato attuale non è chiaro né se in caso di uscita unilaterale i saldi debbano essere regolati, né in quale valuta di riferimento.

Mario Draghi, Bce – foto di Hannelore Foerster/Getty Images

Su questo si può dibattere a lungo: in una celebre risposta del gennaio 2017 all’interrogazione di due euro-parlamentari italiani, il Presidente Mario Draghi dichiarò pubblicamente che nel caso estremo di un’uscita unilaterale dalla moneta unica i saldi sarebbero dovuti essere regolati nell’immediato, ed in Euro. Un’interpretazione autentica e radicale, che rinfocolò in parte le tensioni sulla tenuta dell’Eurozona alla vigilia del voto presidenziale francese. Lo stesso Draghi però pochi mesi dopo fece marcia indietro, su una nuova interrogazione da parte di europarlamentari olandesi, dichiarando che la BCE stessa non poteva fare ipotesi sulla fine dell’Euro data la sua irrevocabilità.

A ben vedere infatti, la dichiarazione di Draghi implicava specularmente che le nazioni a credito come Germania ed Olanda dovessero essere “premiate” per la decisione di uscita con il regolamento in euro – e non in valute nazionali – a proprio favore dei saldi Target2. Un incentivo all’uscita, in pratica, che la BCE non poteva legittimamente sostenere.

D’altro canto, dall’analisi della documentazione legale sul sistema di pagamenti Target2 sembra che i conti tecnici su cui vengono regolate materialmente le transazioni siano soggetti a legge nazionale. Di conseguenza nel caso estremo di un’uscita unilaterale dall’unione monetaria da parte di uno dei Paesi membri, non è possibile escludere che un eventuale tentativo di ridenominazione in valuta diversa dall’Euro (come nuove lire, o dracma o peseta, verosimilmente svalutate) non possa essere tentato in sede legale dal Paese uscente.

Dal punto di vista della Germania dunque, sia che si concretizzi il rischio di un’Italexit innescata da un governo non cooperativo con la disciplina fiscale dell’area Euro, sia che si vada verso una riforma dell’Unione monetaria che abbracci il principio della condivisione dei rischi, conviene che esista una procedura ordinata di uscita dall’Euro. Alle loro condizioni, ovviamente.

Secondo la triade Sinn- Konrad- Schmidt, la clausola dovrebbe far parte di un nuovo pacchetto di riforme che si inserirebbe nel più ampio progetto lanciato dalla Commissione Europea lo scorso 6 dicembre e che comprende tra l’altro l’istituzione del Fondo Monetario Europeo e di un Ministro unico per l’Eurozona. A quanto si capisce dal materiale disponibile, l’attivazione della clausola di uscita sarebbe su base volontaria, ma fortemente proceduralizzata nei tempi e nelle modalità di negoziazione. Un punto chiave che sembra trasparire è che i saldi Target2 andrebbero regolati, magari non nell’immediato, ma con modalità che seguirebbero una laboriosa negoziazione, come è accaduto per la determinazione del Divorce Bill tra Regno Unito ed Unione Europea.

Nel caso “malaugurato” in cui l’euro-burocrazia e gli altri Paesi riuscissero a forzare il processo di integrazione verso una mutualizzazione dei rischi “inaccettabile”, una via di fuga di questo tipo consentirebbe alla Germania di poter abbandonare l’Eurozona con condizioni di vantaggio. Innanzitutto non dovrebbe abbandonare l’Unione Europea (ed il mercato unico) e manterrebbe poi un privilegio legale all’escussione dei 900 miliardi di saldi Target2 a credito nei confronti di tutti gli altri Paesi membri. La clausola offrirebbe alla Germania un cuscinetto anche nel caso in cui fosse l’Italia a decidere l’uscita, impedendo attraverso la fissazione di una procedura rigida una dissoluzione disordinata dell’Unione monetaria, con i relativi riflessi drammatici sui sistemi bancari e finanziari.

L’Euro è nato esplicitamente senza prevedere la possibilità di una retromarcia da parte di uno dei Paesi membri, con la motivazione che ciò avrebbe rafforzato il processo unidirezionale di integrazione. Fu una scelta di carattere politico della cui efficacia ex-post e dell’opportunità ex-ante è lecito dubitare. L’economista USA Martin Feldstein definì la scelta di negare la possibilità di uscita come deleteria e foriera di conflitti. Di sicuro l’assenza di una clausola di uscita traeva la sua legittimazione da una prospettiva integrazione complessa, prima di tutto monetaria, ma successivamente fiscale ed infine politica. C’era cioè il presupposto implicito che ci si stesse muovendo verso un’”Europa dei trasferimenti” e della solidarietà; a che pro altrimenti decidere di bruciare i ponti rispetto al passato?

La proposta degli economisti tedeschi però antepone l’interesse nazionale a quello comunitario, prevedendo una scappatoia per la Germania proprio da quell’Europa dei trasferimenti che fungeva da presupposto al “salto nel buio” della moneta unica e che aveva già garantito tramite la cancellazione del debito tedesco una riunificazione senza troppi contraccolpi delle due Germanie. In una lettura non troppo distante dalla realtà, la Germania ha remato negli anni “contro” l’idea di un’Europa pienamente federale, quantomeno a livello fiscale, impantanando il processo di integrazione. In questo contesto mutato – di cui bisognerà prendere atto prima o poi – l’inserimento in linea di principio di una clausola di Eur-exit indica sicuramente, nelle parole di Stefano Fassina, “consapevolezza storica, economica e politica”. Nella sostanza, disegnare una clausola di uscita che possa tutelare il Paese periferico richiedente appare tutt’altra storia e mi vede piuttosto scettico.

Le modalità indicate dagli economisti tedeschi sono ovviamente pro domo sua, ed appaiono fortemente penalizzanti per il nostro Paese. Al di là dell’esigibilità dei saldi Target2, una procedura di Eur-exit rigida nei tempi e nelle modalità stile Art.50 tenderebbe ad aumentare piuttosto che ridurre i costi di uscita per l’Italia. Quale sarebbe infatti la posizione della BCE nel periodo di negoziazione? Fungerebbe da ombrello protettivo per il sistema bancario nazionale fino alla fine del periodo transitorio o ridurrebbe gradualmente il suo impegno?

Anche se la ‘attitude’ della BCE fosse apparentemente collaborativa, rimarrebbe comunque uno strumento di pressione da parte degli Stati rimanenti al fine di raggiungere un accordo più favorevole, come d’altronde l’esperienza della crisi greca del 2015 insegna piuttosto bene. Storicamente tocca constatare come gli accordi di cambi fissi tendono a rompersi improvvisamente. Può apparire paradossale ma l’esistenza di una Banca Centrale unica a sostegno di un sistema di cambi fissi può solo complicare il processo di ritorno alle valute nazionali.

https://it.businessinsider.com/la-germania-propone-una-via-duscita-dalleuro-per-proteggere-se-stessa/

Redditi: più pensioni e meno stipendi.

Sole24ore 3 aprile 2018  di Marco Mobili e Gianni Trovati

Ci sono sempre più pensioni nei redditi Irpef degli italiani. Il dato emerge dalle tabelle delle dichiarazioni al fisco dello scorso anno, pubblicate mercoledì dal dipartimento Finanze, e offre numeri importanti per spiegare come gli anni della crisi hanno cambiato la composizione dei redditi. Bastano quattro cifre a capire: fra 2006 e 2016, l’anno fotografato dalle ultime dichiarazioni appena pubblicate, i redditi da pensione sono aumentati del 25,6%, e dal momento che la platea è leggermente diminuita il pro-capite fa segnare un +31,6 per cento. Decisamente più rallentato il ritmo dei redditi da lavoro dipendente nello stesso periodo: +15,1% in un valore assoluto che però è distribuito fra più persone, per cui l’aumento nominale pro capite nei dieci anni si ferma a +8,1 per cento. Un altro numero serve a completare il quadro: l’inflazione generale del periodo, spiega l’Istat, è stata dell’11,49%: il reddito medio dichiarato da lavoro dipendente si è fermato sotto, quello da pensione si è sviluppato invece a ritmi quasi tripli.

Ci sono sempre più pensioni nei redditi Irpef degli italiani. Il dato emerge dalle tabelle delle dichiarazioni al fisco dello scorso anno, pubblicate mercoledì dal dipartimento Finanze, e offre numeri importanti per spiegare come gli anni della crisi hanno cambiato la composizione dei redditi. Bastano quattro cifre a capire: fra 2006 e 2016, l’anno fotografato dalle ultime dichiarazioni appena pubblicate, i redditi da pensione sono aumentati del 25,6%, e dal momento che la platea è leggermente diminuita il pro-capite fa segnare un +31,6 per cento. Decisamente più rallentato il ritmo dei redditi da lavoro dipendente nello stesso periodo: +15,1% in un valore assoluto che però è distribuito fra più persone, per cui l’aumento nominale pro capite nei dieci anni si ferma a +8,1 per cento. Un altro numero serve a completare il quadro: l’inflazione generale del periodo, spiega l’Istat, è stata dell’11,49%: il reddito medio dichiarato da lavoro dipendente si è fermato sotto, quello da pensione si è sviluppato invece a ritmi quasi tripli.

Attenzione. Il dato fotografa la composizione complessiva dei redditi mostrati dagli italiani al fisco e non l’andamento dei singoli stipendi o assegni previdenziali. Il messaggio però è chiaro: gli anni della crisi e quelli immediatamente successivi (nel 2016 il Pil ha segnato una mini-ripresa dello 0,9%) hanno colpito duro dalle parti del lavoro dipendente, e hanno fatto crescere il peso percentuale delle pensioni, più tutelate dai colpi della congiuntura. Risultato finale: nel 2006 il reddito medio da pensione si fermava al 68,5% del guadagno Irpef da lavoro dipendente, mentre dieci anni dopo il rapporto è cresciuto fino all’83,1 per cento.

Tre fenomeni aiutano a spiegare la dinamica. Le pensioni, prima di tutto, hanno sempre beneficiato di forme di aggancio all’inflazione, anche se diversificate nel tempo. Il governo Monti, in particolare, ha frenato parecchio sull’indicizzazione, con un meccanismo solo parzialmente attenuato dal successivo esecutivo Letta. Ma i blocchi si sono concentrati sui livelli medio-alti (in proporzione) di una piramide pensionistica molto schiacciata verso il basso. Il loro effetto si vede comunque nell’andamento anno su anno, perché i tassi di crescita del 3-4,6% del 2007-2009 non si sono più ripetuti.

ASSEGNI PREVIDENZIALI E BUSTE PAGA DEI DIPENDENTI ALLO SPECCHIO

Le pensioni, in ogni caso, non subiscono le riduzioni di valore a cui sono soggetti gli stipendi nelle aziende o nei settori in crisi, dove ammortizzatori sociali come la “solidarietà” (taglio di orario e stipendio) e la cassa integrazione ordinaria e straordinaria alleggeriscono le buste paga nel tentativo di salvare i posti di lavoro. E un terzo motore sulle medie è stato acceso dalla riforma previdenziale: alzando i requisiti per l’uscita, la legge Fornero porta alla pensione persone con un monte contributivo più elevato, e quindi con un assegno d’ingresso più alto di quello che avrebbero ricevuto andando a riposo prima. Sempre alla riforma previdenziale si deve l’assottigliamento della platea, che in dieci anni si è ridotta del 4,6 per cento.

Fisco: zero Irpef per oltre 10 milioni di italiani

Inversa appare invece agli occhi del Fisco l’evoluzione del mondo del lavoro. Dopo gli anni più bui fra 2009 e 2012, il numero dei contribuenti che ha dichiarato un reddito da lavoro dipendente è tornato a crescere, con un saldo che fra inizio e fine del decennio ha allargato i confini del 6,5 per cento. Anche questo ha aiutato a far crescere il monte dei guadagni, che nel 2016 è arrivato a 438,2 miliardi con un aumento nominale del 15,1% rispetto a dieci anni prima. In termini pro capite, però, ovviamente la curva è più piatta, e segna un +8,1% che si ferma sotto l’inflazione del periodo.

Fisco: ecco dove finiscono le tue tasse

E la prova del nove di questa evoluzione arriva dal gettito Irpef, come mostrano le ultime serie storiche elaborate dal ministero dell’Economia. Nel 2000 i pensionati versavano il 20,8% dell’imposta, mentre quindici anni dopo sono arrivati al 28,2%; nello stesso periodo, la quota a carico dei dipendenti è scesa dal 56,7 al 53,5 per cento.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-03-30/redditi-sempre-piu-pensioni-e-meno-stipendi-191215.shtml?uuid=AEqindQE

Ritorna la volatilità sui mercati.

6 aprile 2018

E’ tornata la volatilità sui mercati. Non sarebbe neanche una notizia… ma tutti i giornali finanziari la strombazzano. Il Punto vero è che, per la maggior parte dei risparmiatori, investire è una scommessa, è speculazione, è “poter guadagnare dalla differenza positiva dei prezzi”. Non un “investimento” sul valore che creano economia ed aziende. Da questo articolo di Vanguard ho preso alcuni periodi, traducendoli… “Ignorare la volatilità è beatitudine.” “Gli investitori devono ricordare che la volatilità a breve termine è il prezzo per la sovraperformance a lungo termine.” Come ha affermato il premio Nobel Daniel Kahneman, “Se possedere azioni è un progetto a lungo termine per te, seguire i loro cambiamenti costantemente è una pessima idea. È la cosa peggiore che tu possa fare.” “Meno frequentemente gli investitori sbirciano nei loro portafogli, meno è probabile che vedano una perdita e, potenzialmente, provino paura e rimpianti” “Gli investitori che ignorano la volatilità a breve termine e seguono un piano di investimento disciplinato si renderanno conto che quando si tratta di rendimenti a lungo termine, il tempo è dalla loro parte.” 

Eurostat: Banche Venete, impatto sul deficit di 4,7 miliardi.

Sole24ore  3 aprile 2018  di Redazione Roma

L’istituto di statistica Europeo, ha rifatto i conti, certificando che il costo dell’intervento dello Stato a favore delle Banche Venete, ha aumentato il debito pubblico di 4,7 miliardi, rivedendo cos’ gli effetti globali sull’intero debito pubblico italiano. Finché i partiti avranno loro mandanti all’interno dei CdA delle banche non cambierà niente.

L’intervento del Governo italiano per il salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca pesa sui conti pubblici 2017, sia sul debito che sul deficit. Lo ha stabilito Eurostat in una valutazione («advice») fornita all’Istat nei giorni scorsi. In base a questa valutazione, si legge sul sito dell’Eurostat, «nel 2017 l’impatto sull’indebitamento è stimato pari a 4,7 miliardi. L’impatto diretto e indiretto sul debito è pari a 11,2 miliardi». I nuovi dati aggiornati sul Conto delle Pa saranno resi noti mercoledì dall’Istat.

I calcoli di Eurostat
Nella sua valutazione Eurostat considera il procedimento seguito per la liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e calcola il saldo tra le uscite totali pari a 14,7 miliardi e le entrate stimate, come recuperi soprattutto dai crediti deteriorati, pari a 10 miliardi: «Il risultato è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare» a valere sul deficit 2017. In relazione al debito Eurostat considera le obbligazioni pari a 6,4 miliardi verso Intesa Sanpaolo come prestito e il finanziamento necessario per l’intervento di cassa a favore di Intesa per 4,8 miliardi: l’impatto sul debito, diretto e indiretto, ammonta dunque a 11,2 miliardi.

Revisione al rialzo di deficit e debito
Il deficit/Pil 2017 in base ai dati diffusi il primo marzo scorso era pari all’1,9% (2,5% nel 2016); il debito risultava sceso al 131,5% del Pil dal 132% del 2016. Due cifre destinate inevitabilmente a salire dopo la revisione dell’Istituto di statistica europeo. Il maggior deficit di 4,7 miliardi equivale allo 0,2-0,3% del rapporto deficit/Pil(considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% potrebbe quindi salire, raggiungendo – o superando – il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. Revisione al rialzo anche per il debito, stimato dall’Istat al 131,5% nel 2017 (contro il 131,6% della Nota al Def), in cui si dovrà tenere conto degli 11,2 miliardi di impatto dei salvataggi calcolato da Eurostat.

«A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del Conto delle Pa si sono resi necessari aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil». Questa la prima reazione dell’Istat dopo aver ricevuto la valutazione di Eurostat.

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-04-03/eurostat-banche-venete-impatto-deficit-47-miliardi-162955.shtml?uuid=AElRwASE

Sempre più soldi sui conti corrente. Aumentati del 44%.

Sole24ore 18 marzo 2018  di Andrea Gennai

A fronte di € 862 miliardi di euro (per difetto) depositati sui C/C bancari, l’ammontare massimo del fondo interbancario di garanzia ammonterebbe a soli 7,5 miliardi. Ha senso amministrare i propri risparmi in questo modo, sganciati dall’economia reale, illudendosi di una tutela di fatto insufficiente

 

Italiani sempre più affezionati alla liquidità e ai conti correnti. Una tendenza molto spiccata che ha subito uno stop solo nel giugno del 2011, in concomitanza con la avvisaglia della crisi del debito. La fotografia annuale appena rilasciata dal Fitd, il fondo interbancario di tutela dei depositi, evidenzia che i depositi protetti, quelli garantiti fino a 100mila euro per depositante in caso di dissesto e liquidazione della banca, ammontavano alla fine del giugno 2017 a 578 miliardi di euro, in aumento del 4,8% rispetto al giugno del 2016.

Fondi oggetto di tutela e depositi protetti

Rispetto al dicembre del 2007, vale a dire nell’ultimo decennio, i depositi protetti sono aumentati del 44% nonostante che da allora il nostro paese sia stato travolto da una delle peggiori crisi finanziarie ed economiche. I depositi protetti rappresentano il 68% dei fondi oggetto di tutela (pari a 862 miliardi), cioè la parte della raccolta diretta delle banche che rientra nella garanzia prima dell’applicazione del livello di copertura (100mila euro).

I dati sono stimati per difetto, relativamente all’intero sistema Italia, visto che il Fitd rappresenta 173 banche, le principali presenti in Italia, ma non copre ad esempio il mondo delle Bcc che hanno un loro consorzio di garanzia.
Da un punto di vista normativo tutti i depositi fino a 100mila euro, per depositante, sono tutelati. Lo ribadisce una direttiva Europea (la 49 del 2014) entrata in vigore anche in Italia. Ma quali sono le dotazioni del Fitd per coprire le garanzie dei correntisti in caso di dissesto di un istituto? La nuova normativa impone che il livello-obiettivo della dotazione finanziaria sia fissata nello 0,8% dei depositi protetti e deve essere raggiunto entro il 3 luglio 2024, attraverso versamenti periodici delle banche consorziate. La dote complessiva si aggira intorno ai 4,6 miliardi di euro (ai valori attuali).

A CONFRONTO
Fondi oggetto di tutela e depositi protetti. Numeri indice (Anno 2007=100)
(Fonte: elaborazione su dati Fitd)
Legenda 1Legenda 2
Dic-07Dic-08Dic-09Dic-10Dic-11Dic-12Dic-13Dic-14Dic-15Dic-1690100110120130140150160

Relativamente al solo 2017 il Fitd ha richiesto alle banche consorziate il versamento di 507 milioni di euro comprensivi dei contributi ordinari dedicati alla costituzione della dotazione finanziaria per la tutela dei depositi oltre alle risorse da destinare al Fondo di solidarietà (circa 100 milioni). Per il sistema di garanzia infatti gli impegni si sono moltiplicati per effetto degli interventi a favore dei risparmiatori delle banche risolute del novembre 2015 e e delle banche venete. In casi di necessità, alla dotazione finanziaria costituita attraverso le contribuzioni ex-ante si aggiunge l’importo delle contribuzioni straordinarie (ex-post), stabilito nella misura massima dello 0,5% dei depositi protetti totali per anno di calendario e attivabile in caso di insufficienza delle risorse finanziarie disponibili. Questo importo massimo è stimato in 2,9 miliardi.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-03-14/sempre-piu-soldi-conti-correnti-dieci-anni-sono-aumentati-44percento-201058.shtml?uuid=AEYqizGE

Rendono più dei BTP ma sono costose: polizze vita, segreti e vantaggi.

Sole24ore 17 marzo 2018  di Federica Pezzatti

La strada si è fatta stretta, non esistono più pasti gratis. Valutare le offerte e pianificare può essere la risposta alle proprie aspettative.

 

Con un rendimento medio lordo 2017 del 3% circa le polizze Vita rivalutabili si distinguono, ancora una volta, nel piatto mondo dei tassi zero. Un dato del tutto simile del 2016, quando le gestioni analizzate riconducibili a prodotti ancora in commercio, hanno ottenuto una rivalutazione lorda pari a 3,18 per cento.

Questo è quanto emerge dall’Osservatorio Mia di Prometeia, che offre una fotografia dei risultati comunicati nelle scorse settimane dalle compagnie assicurative e relativi alle “gestioni separate” collegate a polizze in collocamento. Delle soluzioni queste che, al momento, sono ancora molto apprezzate in quanto sostanzialmente immunizzate dal rischio del rialzo dei tassi che si potrebbe concretizzare nel prossimo periodo. La raccolta delle cosiddette polizze di ramo I continua a rappresentare il 65% della nuova produzione: dopo un 2017 in cui questi contratti avevano raccolto oltre 50 miliardi, anche gennaio inizia bene, con 4,3 miliardi.

Queste gestioni hanno un funzionamento che contabilizza i titoli al costo storico (e non ai valori di mercato) e ciò ha consentito di chiudere con un bilancio positivo anche il biennio 2008-2009. Inoltre il risultato netto realizzato viene di solito consolidato e acquisito dall’assicurato e, dulcis in fundo, il ramo I non paga il bollo sugli investimenti (0,2% annuo).

Si tratta, è bene ricordarlo, di rendimenti lordi che vanno alleggeriti dai costi trattenuti dalla compagnia (variabili generalmente da un minimo di 0,5% a un massimo di 2%). Poi al conto vanno sottratti anche i caricamenti iniziali che, secondo una recente analisi di Ivass, possono sfiorare anche il 5%. Sono da mettere in conto poi eventuali costi per uscite anticipate (di solito nei primi cinque anni).

Fatte queste doverose premesse, va detto anche che ormai questi prodotti, a causa della garanzia sui premi netti versati rivalutati (che pesa sui bilanci delle compagnie per l’elevato assorbimento di capitale richiesto da SolvencyII), difficilmente vengono venduti “stand alone” dalle compagnie, se non mediante multiramo (che investono quindi anche sulle unit linked). Queste ultime tipologie contrattuali, stando a una recente pubblicazione Ania, hanno raccolto, nel solo mese di gennaio, 2 miliardi di euro (equamente ripartiti tra ramo I e polizze finanziarie).

Guardando ai risultati realizzati dalle singole gestioni separate si riconferma che sul mercato esistono situazioni molto eterogenee. Alcuni gruppi, che hanno contenuto gli afflussi di nuova raccolta sui vecchie gestioni, riescono ancora a superare il 4%. È il caso di Intesa Sanpaolo Vita con Fondo Cresci Solido che con il 4,41% ha superato addirittura il risultato del 2016 (4,17%). Sopra il 4% anche due fondi di Reale (Valuta Reale e Previ Reale), mentre Reale due, è il fanalino di coda con lo 0,95% .

Chi valuta questi contratti, che fra qualche tempo potrebbero anche essere oggetto di rivisitazione, deve analizzare sia i costi sia gli andamenti della gestione e la sua composizione: qualche linea stenta a coprire le spese pagate.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-03-17/le-gestioni-old-style-hanno-reso-3percento-2017-143533.shtml?uuid=AEQFWiGE

Paul Krugman risponde ai cittadini: i dazi, Trump e gli effetti sull’economia.

Sole24ore 25 marzo 2018  di Paul Krugman

Spesso le notizie filtrate dai media ci concedono una visione parziale del quadro d’insieme. Forse le conoscenze di un nobel per l’economia possono fotografare meglio la realtà.

(Afp)

Una serie di domande da «uomo della strada» sul tema dei dazi fatti scattare da Trump su numerosi prodotti importati dalla Cina. Si scopre così che spesso – come nel manifatturiero o nell’hi-tech – l’effetto della barriera tariffaria ha effetti negativi anche per chi la innalza. Introdurre dazi sull’acciaio e sull’alluminio può proteggere l’industria siderurgica americana, ma rischia di avere effetti negativi a valle – sull’industria dell’auto per esempio – con perdita di posti di lavoro.

Paul Krugman ha risposto alle domande dei lettori sul commercio internazionale dopo l’annuncio del presidente Trump sull’introduzione di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Ecco le risposte ad alcune delle centinaia di domande ricevute.

Ogni articolo di consumo di piccole dimensioni è fabbricato in Cina. Come è stato possibile arrivare a questo?

– Nick Van Kleek, Tucson (Arizona)

È una sorta di illusione ottica, in parte. La Cina ha un ruolo dominante nell’assemblaggio di molti beni grazie a una combinazione di salari (ancora) bassi e di un’estesa «ecologia» industriale di aziende di supporto. Ma gran parte del valore del bene in realtà viene da altri posti. Gli iPhone, per esempio, sono «fabbricati» in Cina, ma la Cina conta meno del 4% nel loro prezzo.

Che effetti avrà questo dazio sugli operai siderurgici americani? Ho sentito alla radio pubblica il capo di un sindacato di settore che era felice di questo dazio, e da come parlava sembrava che le sue preghiere avessero trovato risposta!

James C. Brooklyn

Guadagneremo qualche posto di lavoro nell’industria siderurgica. Ma perderemo posti di lavoro in molti altri settori «a valle», come l’industria automobilistica. Quasi tutti gli studi sui dazi sull’acciaio del 2002 indicano che al netto hanno fatto perdere posti di lavoro. Perciò sì, gli operai siderurgici hanno qualcosa da guadagnarci, ma a quale costo per gli altri lavoratori?

Io vivo vicinissimo a un enorme stabilimento siderurgico arrugginito, il Bethlehem Steel a Steelton, Pennsylvania. Sono venuto qui 44 anni fa e aveva già cominciato il lungo e triste percorso verso la sua attuale obsolescenza. Esiste qualche vaga possibilità di rivitalizzare queste vecchie industrie? Riportare indietro i posti di lavoro della Rust Belt non è troppo costoso?

– C.C., New Cumberland (Pennsylvania)

Non c’è alcuna possibilità di riportare indietro tutte quelle fabbriche siderurgiche e tutti quei posti di lavoro, anche se bloccassimo completamente le importazioni. In parte perché un’economia moderna non usa così tanto acciaio, in parte perché possiamo produrre acciaio usando molti meno lavoratori e in parte perché i vecchi stabilimenti con forno a suola sono stati sostituiti da minifabbriche che usano rottami ferrosi e sono collocate in altre zone. Insomma, è soltanto una fantasia.

Quanta parte dell’aumento della disuguaglianza di reddito nell’ultimo mezzo secolo attribuisce al libero scambio?

– JG in CT, Greenwich (Connecticut)

C’è una parte di verità nel sostenere che la crescita degli scambi commerciali ha contribuito all’aumento della disuguaglianza: se le importazioni di manufatti dai Paesi in via di sviluppo fossero ancora basse com’erano, per esempio, nel 1970, i salari reali degli operai probabilmente sarebbero più alti di qualche punto percentuale.

Ma il livello di protezionismo che servirebbe per riavere indietro quei pochi punti percentuali avrebbe moltissime conseguenze collaterali. Se vogliamo aiutare gli operai – e lo vogliamo – ci sono modi migliori.

Ricorderete forse che Bernie Sanders usava come esempio la Danimarca. È un buon esempio: salari molto più alti, una rete di sicurezza sociale molto più forte, una forza lavoro in gran parte sindacalizzata. Ma la Danimarca ha la stessa nostra apertura agli scambi commerciali. Sono le politiche interne, dalla tassazione e dalle decisioni di spesa alle politiche in favore dei lavoratori nel settore dei servizi, che fanno la differenza. L’assistenza sanitaria universale e il diritto di organizzarsi sindacalmente contano molto più della politica commerciale, per i lavoratori.

Perché il presidente degli Stati Uniti ha il potere di prendere decisioni (come l’imposizione di dazi) che hanno effetti significativi sull’economia, i commerci, i rapporti con gli alleati ecc., impunemente, senza che il Congresso possa dire nulla?

– Ricky, Saint Paul (Minnesota)

In realtà è stato il Congresso a limitare volontariamente il proprio ruolo, per proteggersi dalle intromissioni delle lobby. Approva o respinge i grandi accordi commerciali in un’unica votazione, poi se ne tiene fuori. Ma data la realtà delle tensioni commerciali, il sistema ha bisogno di alcune «valvole di sfogo», metodi per garantire un alleviamento temporaneo nei casi più difficili. Per questo il presidente ha a disposizione alcune strade per imporre dazi: se emerge che un settore è danneggiato da un’impennata delle importazioni, se è in gioco la sicurezza nazionale o se dei Paesi stranieri adottano pratiche scorrette.

Tuttavia, questi poteri teoricamente non dovrebbero essere usati in modo arbitrario: dovrebbe esserci uno studio indipendente sull’argomento e il presidente dovrebbe agire sulla base di esso. Quello che sta succedendo è che Trump sta abusando di questa procedura: il dipartimento del Commercio ha tirato in ballo la sicurezza nazionale (in modo palesemente falso) per giustificare dei dazi che Trump voleva imporre per altre ragioni. Insomma, abbiamo un processo che lascia al presidente una certa discrezionalità, per ragioni piuttosto sensate. Il problema è che è un processo che dà per scontato che il presidente agirà in modo onesto e responsabile, e se hai a che fare con una persona come Trump tutto il meccanismo va all’aria.

Sarà possibile cancellare questa cosa quando gli elettori cacceranno questa amministrazione? O ha troppi effetti sul lungo periodo?

– Stephanie Minister, Hingham
(Massachusetts)

La presidente Oprah Winfrey, o chi per lei, potrà cancellare questi dazi con un tratto di penna. Ma prima che ciò avvenga c’è il rischio di ritrovarci in una guerra commerciale a tutto tondo; e in ogni caso gli Stati Uniti hanno già perso la loro reputazione come partner negoziale affidabile.

La mia domanda è: quale ruolo gioca il libero scambio nella disuguaglianza di reddito e nella concentrazione della ricchezza nell’economia mondiale?

– Tom Stoltz, Detroit

Ci sono stati moltissimi studi su questo argomento nel corso degli anni. Nel lontano 1995, calcolavo che i commerci allargavano il divario tra lavoratori con titolo di studio universitario e gli altri del 3%. E da allora quella percentuale è cresciuta, anche se magari solo di un paio di punti. Tra l’altro, gli aspetti negativi colpiscono moltissime persone, non solo un piccolo gruppo.

Riteniamo anche che l’impennata delle importazioni fra il 2000 e il 2007 abbia fatto perdere il posto a qualcosa come un milione di lavoratori. La maggior parte di questi lavoratori alla fine ha trovato un altro posto, ma molti hanno dovuto accettare salari più bassi e alcune comunità sono state colpite pesantemente. Insomma, non è un tema che gli economisti non affrontano. È solo che bisogna cercare di capire qual è il modo migliore per aiutare i lavoratori, e raramente la risposta sono i dazi.

Un disavanzo commerciale perenne è auspicabile e anche semplicemente sostenibile nel lunghissimo periodo? Gran parte del nostro debito oggi è nelle mani di altri Paesi (Cina e Giappone, per esempio). Non stiamo rinunciando al controllo della nostra ricchezza in favore dei nostri partner commerciali? Io sono favorevole al libero scambio, ma questo disavanzo commerciale che aumenta da decenni mi ha sempre lasciato perplesso.

– Costa Glaretas

In sostanza, abbiamo disavanzi commerciali persistenti perché abbiamo un tasso di risparmio basso e rimaniamo un posto attraente per gli investitori stranieri. E il risultato è che gli Stati Uniti, che erano un Paese creditore prima di cominciare a registrare disavanzi persistenti, nel 1980, ora sono debitori netti. Ma bisogna mantenere la giusta prospettiva. La nostra «posizione netta sull’estero» – le attività in altri Paesi meno le passività – è intorno al -45% del Pil, che tutto sommato non è una grossa cifra. Per esempio, è meno del 10% della nostra ricchezza nazionale. E l’idea che questo dia agli stranieri un grande potere sull’America inverte l’ordine dei fattori. È il contrario, perché in un certo senso li rende nostri ostaggi: la Cina ha tantissimi soldi vincolati in America. Supponiamo che cerchino di portarli via: il peggio che potrebbe succedere sarebbe una caduta del dollaro, che sarebbe positiva per l’industria americana e infliggerebbe una perdita di capitale ai nostri creditori. Sono tante le cose che mi preoccupano: il nostro debito non è in cima alla lista.

Quali sono le peggiori ripercussioni possibili di questi dazi, quando i nostri partner commerciali reagiranno?

– Donald Ferruzzi, Centereach (New York)

Nel breve termine, ci saranno sconvolgimenti enormi: alla fine guadagneremo posti di lavoro nei settori che sono in concorrenza con i prodotti di importazione, ma nell’immediato perderemo tantissimi posti di lavoro nei settori che esportano (compresa l’agricoltura) e in quei settori che attualmente sono parte di catene logistiche globali, come l’automobile e l’elettronica. Nel più lungo periodo, l’economia sarebbe semplicemente meno efficiente: invece di concentrarci sulle cose che sappiamo fare particolarmente bene, faremmo da soli tantissime cose ad alta intensità di manodopera. Non ho ancora visto una stima valida di quanto saremmo più poveri, ma sicuramente sarebbe peggio della Brexit, che secondo le stime più diffuse renderà la Gran Bretagna più povera di circa il 2 per cento.

Non stiamo parlando della fine del mondo, e nemmeno di una depressione grave. Solo un gran pasticcio nell’immediato e una zavorra sulla crescita economica nel lungo periodo.

Ricordo che nel 1964, quando frequentavo l’università, studiai la legge per l’espansione dei commerci promulgata dal presidente Kennedy, del 1962. Era all’interno di un corso di economia politica. Qual era la rilevanza di quella legge, ed era bipartisan? Le sarei grato se mi consigliasse anche qualche testo da leggere sull’economia politica?

– Morgan Rauch, Houston (Texas)

Era bipartisan, e sostanzialmente si iscriveva nel solco del processo di liberalizzazione reciproca degli scambi cominciato nel 1934 sotto Franklin Delano Roosevelt. Quello che cambiò con il «Kennedy Round» fu che, essendosi esaurite le opportunità più scontate per fare accordi commerciali, passammo a formule concordate a livello internazionale: tagliare tutte le tariffe doganali dell’X per cento, poi negoziare le esenzioni. Ma il grosso della riduzione delle tariffe doganali c’era già stato.

Forse c’è qualcos’altro dietro. Per esempio, l’acciaio e l’alluminio sono industrie chiave a Pittsburgh (sede dell’Alcoa). Non potrebbe esserci la necessità di bloccare una sfilza di vittorie democratiche nelle elezioni di metà mandato dietro alla scelta del momento e degli obiettivi di questi dazi?

– Peter, San Mateo (California)

È sicuramente possibile. Sappiamo che questo era il motivo per cui George W. Bush impose dazi sull’acciaio nel 2002. Ma secondo me in questo caso è più che altro la necessità di Trump di far vedere che è un duro. La mia idea è che lo scandalo Stormy Daniels ha pesato più della vittoria a sorpresa dei Democratici nelle suppletive per la Camera dei rappresentanti in Pennsylvania.

È evidente che i commerci mondiali sono una materia troppo complicata per Donald Trump. Ma per Paul Krugman? No. Non sono una materia troppo complicata. E allora: faccia finta di essere nella posizione di Trump, ma con le conoscenze e le idee che ha lei. Che cosa farebbe riguardo ai commerci? Mi dica le tre mosse principali.

– Jack, Nashville

Sostanzialmente la politica commerciale degli Stati Uniti va bene. I tempi andati, con tanti lavori nell’industria, non torneranno, qualunque cosa facciamo, e cercare di salvarne qualcuno stracciando le regole commerciali mondiali avrebbe moltissimi effetti collaterali spiacevoli. Io ero contrario al Partenariato transpacifico, ma non perché voglia un ritorno al protezionismo: il problema del Partenariato transpacifico era che non riguardava i commerci, ma più che altro la proprietà intellettuale (per esempio i brevetti farmaceutici) e la risoluzione delle controversie (più potere alle grandi aziende). Quello di cui abbiamo bisogno è impegnarci di più per l’assistenza sanitaria universale, fare molti più investimenti nelle infrastrutture, varare politiche per aiutare le famiglie e tornare a politiche che diano potere ai sindacati, specialmente nel settore dei servizi. Dire che il problema sono i commerci internazionali è solo un modo per schivare le soluzioni reali.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-03-24/paul-krugman-risponde-cittadini-dazi-trump-e-effetti-sull-economia-192633.shtml?uuid=AEkaOFNE